Antichi Mestieri

Marisa Marocchi
L’allevamento dei bachi da seta,
e come la lavoravano.

Ho trovato motivo e materiale per continuare a raccontare dei vecchi mestieri e delle lavorazioni che nel tempo si sono perduti, o che si sono trasformati. Dell’attività trattata nel presente quaderno, nel nostro territorio si sono persi l’apporto economico, le esperienze di lavoro e, naturalmente, le espressioni e le parole dialettali che le erano proprie.
Il baco da seta è il secondo fra gli insetti (con le api), più utili all’uomo il quale, nel corso dei millenni lo ha diligentemente allevato, ricavandone notevoli risorse economiche e tanta bellezza. La sua storia è affascinante perché inizia da terre a noi lontane e da tempi remoti che, quasi come nelle favole, potremmo iniziare il racconto con la frase di prammatica:
Per questi aspetti interessanti da conoscere o da riportare alla memoria, nelle pagine che seguono ne ripercorro un poco la storia, inserendovi alcune curiosità.
I Castellani che praticarono l’allevamento del baco da seta, non si può dire che lo facessero come vero e proprio mestiere, perché la vita del baco si esaurisce in un tempo breve. In paese e nelle campagne vi si dedicarono particolarmente le donne che, seppur trattandosi di un’attività di breve termine, portavano con questa un poco di risorse al modesto bilancio familiare.
Seguendo la crescita dell’insetto, si vedrà che l’impegno di chi lo accudiva era stagionale, cioè era di un paio di mesi l’anno. Maggiore era la cura riservatagli, migliore poteva essere la qualità dei bozzoli, potendo così ottenere all’atto della vendita, un prezzo più vantaggioso.
L’attività di allevamento di questo baco è interessante per la storia che si porta appresso, soprattutto perché nel nostro territorio non viene più praticata dagli anni quaranta del secolo scorso e di cui, più pochi castellani sono oggi in grado di raccontarne qualcosa, per qualche diretta esperienza.
Ancor più interessante è l’utilizzo della bava prodotta dal baco, per la raffinatezza che si ottiene dalla sua filatura e tessitura. L’ attività di tessitura rimane, ma viene svolta con una produzione di carattere industriale, che non interessa più il territorio bolognese.
Predisponiamoci quindi a conoscere, ripeto, “solo un poco” l’interessante storia vissuta dal baco, della sua famosa bava, dei tessuti che se ne ricavavano e di coloro che la lavoravano.

Dal lontano oriente, fino all’occidente

La storia del baco da seta e l’utilizzo della sua bava, filata per farne dei tessuti, si dà per certo sia iniziata nella lontanissima Cina. Cosa meno certa, invece, è determinare quando ebbe inizio, perché si trovano ipotesi diverse: risalirebbe a 2.600 – 3.000 anni avanti Cristo, o anche più, però è difficile stabilire quanto è storia da quanto è leggenda.
Dice un testo che l’utilizzo della bava del baco per produrre la seta, avvenne per merito dell’imperatrice Xi Ling Shi che, stando a quanto si legge su una guida turistica della Cina, dovrebbe appartenere alla prima dinastia Xia, che regnò dal 2.200 al 1760 a.C. Racconta la leggenda che l’imperatrice scoprì casualmente l’insetto, quando un bozzolo cadde dentro una tazza di tè bollente. Mentre lo toccava le si attaccò al dito l’inizio della bava, la tirò, ne vide la lunghezza, ne percepì l’utilizzo e da lì avrebbe avuto inizio la lunga storia della seta. Quindi, in Cina si iniziò ad allevare il baco, a produrre filo di seta e tessuti che nel tempo, centinaia di anni dopo Xi Ling Shi, arrivarono attraverso le carovane dei mercanti, alle corti dei vari re e principi arabi e medio-orientali, poi sarebbe arrivata anche in Europa. In Asia la produzione si diffuse poi in Giappone e in India.
Nel frattempo, la religione Cristiana dopo la predicazione degli apostoli, si stava diffondendo nei territori più lontani, attraverso l’opera dei primi monaci missionari. Si racconta che, due monaci missionari di S. Basilio operanti in India, si spinsero anche in Cina da dove, tempo dopo, dovendo rientrare in patria a Costantinopoli, visto quanto tempo occorreva alle uova di quella farfalla prima di schiudersi, pensarono bene di portarne nascostamente seco un non meglio precisato numero, racchiuse nell’incavo dei loro bastoni da viandanti (canne cave di bambù). Il loro viaggio si svolse intorno al 551 dopo Cristo.
Da Costantinopoli non ci sarà voluto molto tempo perché il baco arrivasse in Italia? – Abbiate pazienza, la storia è ancora lunga e dovrà passare qualche altro secolo, prima che questo accada.
Bisogna arrivare a dopo il VII secolo, quando cominciò a prendere corpo un’altra religione: l’Islam. Maometto (571-632 d.C.), fu il profeta che la predicò. È considerato il fondatore dell’unità nazionale e religiosa del popolo arabo. La sua predicazione poneva anche l’obiettivo di combattere gli “infedeli” e questo galvanizzò i fedeli che poi, dopo la sua morte, iniziarono in nome della fede a occupare tutti i territori del nord Africa, affaccianti sul Mediterraneo. Nel corso di quelle campagne di conquista, si portarono anche sull’altra sponda del mare e, oltre alla Spagna, occuparono la Sicilia nell’827, sottraendola ai Bizantini. La tennero fino al 1072, quando furono spodestati dal normanno Ruggero I duca di Puglia, discendente della nobile famiglia Altavilla.
Fu a seguito dell’occupazione della Sicilia che gli arabi, durante il loro stanziamento continuato per oltre 240 anni, vi introdussero il baco da seta, con la relativa esperienza per allevarlo e la tecnica per lavorarne la bava. Successivamente, fu sotto Ruggero II (1095-1154) 1), che l’allevamento del baco e la lavorazione della seta si diffusero nella penisola.

Per quello che ci riguarda, un importante centro di lavorazione della seta fu a Lucca. A causa delle continue lotte interne ed esterne alla città fra Guelfi e Ghibellini (rispettivamente pro Papa e pro Imperatore), poi fra Bianchi e Neri (nati dai Guelfi) i mastri setaioli non si sentirono più sicuri in quella città ed emigrarono verso tre importanti centri esteri: Bologna e Como in Italia (era l’epoca dei Comuni) e Lione in Francia.

Intanto, in Cina la produzione dei tessuti di seta continuava a progredire e, attraverso la “via della seta” i mercanti veneziani la portavano in Italia, per poi farle prendere altre destinazioni europee. Marco Polo (1254-1324) narra ne “ Il Milione” i suoi spostamenti nella varie città dell’impero cinese, svolti su mandato di Kublai Khan, durante i diciassette anni di permanenza in quel paese. Cita i nomi di ben 22 importanti città visitate in cui si produceva la seta, situate tutte a est, verso la costa del Mar Cinese. Racconta che “hanno moltissima seta e fabbricano tessuti d’oro e di seta di tutte le specie”. È evidente che fosse un prodotto molto costoso, basta guardare la carta geografica per recepire l’onerosità dei costi di trasporto, dovuta all’enorme distanza da percorrere prima via terra, poi via mare, per farla giungere in Italia. Le carovane dei mercanti che partivano dalle città setaiole, dovevano attraversare tutta la Cina, fra cui le zone desertiche, arrivare in Pakistan, quindi passando da Afganistan e Iran raggiungere la Turchia, attraversarla tutta per giungere sulle rive del mar Mediterraneo. Da qui le navi mercantili veneziane, l’avrebbero poi trasportata a Venezia (10.000 – 12.000 km.?).

Il baco da seta arrivò a Bologna

Nel 1116 (anno successivo alla morte di Matilde di Canossa che vi rappresentava l’Imperatore del Sacro Romano Impero), Bologna fu eretta a Comune, istituzione che fu riconosciuta con atto sottoscritto dall’imperatore Enrico V. Nel 1199 il Comune di Bologna decise di rafforzare le sue difese verso est e promosse la fondazione del Castro Sancti Petri, cioè di Castel S. Pietro. Nel secolo successivo, a Bologna erano giù funzionanti anche le Corporazioni, associazioni degli appartenenti alle singole arti e mestieri.
Così era governato il territorio quando un maestro lucchese della seta, arrivò a Bologna.

Racconta Tiziano Costa che nel 1272 un certo Ventura (altri dicono Bonaventura di Barga) proveniente da Lucca, fosse colui che portò a Bologna i suoi operai setaioli e i segreti per la lavorazione della seta. Impiantò nei pressi di porta Castiglione, vicino alla chiesa della Misericordia, il suo filatoio meccanico (una novità per i bolognesi), che funzionava sfruttando l’energia idraulica, prodotta dal canale di Savena. La lavorazione della seta a Bologna assunse importanza economica a partire dal secolo successivo. Gli eredi di quel Ventura, in virtù dell’attività che svolgevano, furono prima detti “Della Seta”, poi nel 1341 uno della famiglia che si chiamava Bolognino, diede il suo nome alla casata, che divenne dei “Bolognini”. Nello stesso anno, spostò il filatoio entro le mura, in via Castellata-Rialto. Potenziando la sua industria di lavorazione della seta, Bolognino divenne assai ricco tanto che i suoi eredi, a cavallo fra trecento e quattrocento, costruirono i due palazzi a sinistra e a destra di piazza Santo Stefano, quelli i cui cornicioni sono ornati con le famose “teste in terracotta”. Un altro di loro, Bartolomeo, fece costruire la cappella di famiglia in S. Petronio (1410 ca.) nella quale, in un affresco di Giovanni da Modena raffigurante l’inferno, compare il Profeta islamico.
Dall’esperienza avviata dal Ventura, la produzione della seta a Bologna incrementò progressivamente, portando la città a diventare protagonista di primo piano in Europa, nella produzione della seta e poi della tessitura dei “veli”. Questo fu possibile proprio grazie all’introduzione dei “filatoi” funzionanti con l’energia idraulica. Importante fu il canale del Cavaticcio, per il suo dislivello di circa 17 metri. Questo canale scavato nel 1221 fu eccezionale per l’energia che riusciva a produrre: si legge che faceva funzionare ben 32 mulini della seta, uno vicino all’altro! Nel 1579 fu scritto che “Nessuna città ha guadagnato e guadagna tanto dal corso naturale di un fiume, quanto Bologna dal corso artificiale di un canale”.

Il così detto mulino alla Bolognese era praticamente il filatoio della bava del baco da seta, era il più perfezionato meccanicamente, per cui fu soggetto a “spionaggio industriale”, come diremmo oggi, specie da parte degli inglesi. Si può dire che, per i meccanismi di cui era dotato, per l’uso dell’energia idraulica (al posto delle braccia umane), può essere considerato il primo esempio di quella che, secoli dopo, si indicherà come rivoluzione industriale. Fino a tutto il cinquecento andò tutto bene, il prodotto garantiva lavoro e guadagni. Per comprendere che importanza avesse la seta nell’economia della città, sono indicative le notizie che seguono.

Nel 1587 dei “filatuglieri” di Bologna nella vertenza che ebbero con i signori mercanti della seta, inviarono un memoriale in cui indicavano che gli addetti alle diverse mansioni praticate nell’arte della seta in tutti i loro mulini, davano da “vivere” a ben 24.900 persone, cioè a un terzo della popolazione, stimata in 72.000 (si ridurrà a 58.900 nel 1595 e crollerà a 45.000 causa la peste, nel 1630). Può darsi che quella valutazione fosse un poco abbondante, ma è rappresentativa di una realtà molto importante. I tessuti di seta prodotti, tramite Venezia venivano esportati nei paesi del nord Europa (Francia, Germania, Inghilterra) e in Turchia.

La bava e il filo di seta, erano molto sottili e delicati, gli spazi nel mulino-filatoio erano ristretti, quindi, specie per predisporre il torcimento della bava e del filo di seta, occorrevano persone e mani piccole, e più adatti erano i bambini.
Fu introdotto il lavoro minorile. I genitori “affittavano” i figli ai conduttori dei filatoi, per periodi di circa tre anni. Questi bambini non avrebbero potuto intervallare quel lavoro con altri mestieri, per non perdere la sensibilità al tatto. Guadagnavano da vivere per loro e per i genitori, mentre nelle altre arti e mestieri, il lavoro dei primi 5-6 anni svolto dai bambini era a titolo gratuito, in cambio dell’apprendimento. Il lavoro minorile nel settore, si intensificò dopo la peste del 1630. Dai dati pervenuti, si rileva che ad ogni operaio adulto corrispondevano due “putti” come li indicavano allora. Il loro impiego durò per alcuni secoli. Fra i dati che si trovano in alcune pubblicazioni, ad esempio si legge che su 23 mulini nel 1780, vi erano impiegati n. 302 uomini e ben 544 putti, mentre il numero delle donne non è indicato.
Il lavoro di tessitura, invece, era da sempre eseguito dalle donne a domicilio, mentre nelle botteghe artigiane si eseguivano lavori di rifinitura.
A Bologna il prodotto di pregio ricavato dal filo di seta locale (detto seta bianca) era l’organzino o orsoglio, il più pregiato fra tutti gli orditi. La tessitura bolognese si era specializzata su un solo prodotto finito: il velo di cui era produttrice assoluta.
Invece, con il filato che ricavava dai bozzoli importati da altri territori, produceva i drappi.

Nel XVII secolo (il seicento) cominciò ad affermarsi la moda annuale. Era Parigi che la determinava, ma la proponevano i disegnatori di stoffe ingaggiati dai setifici lionesi. Cambiarono le esigenze del mercato: oltre ai tessuti di seta, ricamati in oro e argento destinati ai reali (era l’epoca di Luigi XIV – 1638-1715), ai nobili e al cerimoniale ecclesiastico, sorse l’esigenza di avere per l’abbigliamento un rinnovo più veloce del concetto di eleganza, nonché avere tessuti di pregio per i notabili cittadini, e anche misti lana e seta.
Per un diverso tessuto, occorreva un diverso tipo di filatura e tessitura, ma soprattutto la moda incentivava a lanciare nuove stoffe, nuovi disegni, nuovi colori e avviare una nuova rete commerciale. Il non riuscire ad adeguarsi, comportò per l’industria serica bolognese la graduale perdita del mercato. Era impossibile stare al passo copiando la moda proposta da altri perchè, quando si riusciva a copiarla, gli altri l’avevano già sostituita!

Altra cosa interessante, è che nessun lavorante dell’epoca era iscritto all’ Arte della seta cioè alla corporazione del mestiere, perché i lavoratori ne erano proprio esclusi (quello bolognese, che risale al 1371, è il più antico Statuto dell’Arte della seta). Era quella un’organizzazione solo imprenditoriale. Verso la fine del XVI secolo gli operai dei mulini bolognesi tentarono di riunirsi in Compagnia, con il pretesto di raccogliere denaro a favore di chi di loro fosse bisognoso e ammalato, ma l’Arte della Seta espresse forte avversione al progetto, perché contrario alla tradizione corporativa e il tentativo fallì.
La Corporazione dell’Arte della Seta bolognese tenne un comportamento monopolistico, condotto all’eccesso: Impose che tutta la produzione locale di bozzoli, dovesse essere venduta esclusivamente in città, come pure il dipanamento della bava (trattura) e la lavorazione del filo di seta (filatura), escludendo d’imperio le campagne dove il baco si allevava. Invece, nelle vicine aree della Val Padana, i mulini della seta furono costruiti anche in centri minori.
Nel 1727 solo otto imprenditori bolognesi della seta erano iscritti all’Arte, ma da soli controllavano il 71% delle tessitrici. Un vero monopolio che manteneva anche tutte le condizioni di sfruttamento, sia sul lavoro dei minori, sia su quello delle donne.

Una parte del lavoro a cui erano adibite le donne, era stagionale. Gli storici hanno trovato un documento di fine XVII secolo in cui si legge che: “ la loro attività era considerata positiva, ma la loro disoccupazione negativa, perché spingeva decine e centinaia di donne e ragazze alla “prostituzione per fame”.
Nel XVII secolo per i setifici bolognesi cominciò una lenta decadenza: entrarono in competizione i mulini torinesi (tecnologia variata rispetto al bolognese), venne la peste, cambiarono le richieste del mercato, iniziò a infiltrarsi la moda. Dovendo ridurre la tessitura, i nostri produttori cominciarono a vendere all’estero il filo di seta realizzato dai bachi d’importazione (Romagna e Marche), specialmente all’Inghilterra, dove si sviluppò ulteriormente il lavoro di tessitura. Il governo Pontificio non pose alcun limite all’esportazione del filo, contrariamente a quanto fecero Venezia e altri ducati. Poi anche le altre città iniziarono ad esportarlo a Genova, Lione e Zurigo. Alcuni esportarono pure i mulini.
Vediamo com’era la situazione nel XVIII secolo. In un suo libro Carlo Poni riporta la tabella di quanti addetti lavoravano nelle 17 aziende operanti a Bologna nell’ industria della seta, nell’anno 1727 :
Addetti alle cavate uomini n.178
Putti alle tavelle 356
Tavellari 25
Capi mastri 28
Maestre tessitrici 4.946
Orditrici 73
Lizzatori 83
Conciatori e garzoni per arrotondamento 166 n. 6.000
Lo stesso autore scrive “ In tutto il periodo dell’era moderna il setificio bolognese si espande, arretra, recupera, ristagna, arranca con ritmi ineguali”.
A Bologna fra il 1715 e il 1750 chiusero 58 mulini della seta. Dei 53 superstiti, solo 24 erano attivi. Dopo il 1750, dei 6-7 milioni di libbre di filo di seta prodotte, una parte venne esportata a Lione, Londra, Amsterdam, Zurigo, dove venne colà tessuta.

Il 19.6.1796 le truppe francesi entrarono a Bologna. Napoleone, arrivato il giorno successivo, per finanziare le sue guerre si appropriò dei depositi di denaro e valori del Monte dei Pegni di Bologna, appartenuti ai nobili, e delle sete giacenti presso i suoi Magazzini (libbre 31.853, pari a ql. 11.500), il cui valore fu rimborsato solo nel 1825, divenendo ciò causa del fallimento di diverse imprese della seta.
Cambiò anche le leggi, alcune in positivo. Fu abolita la corporazione dell’Arte della Seta e introdotta la libertà di commercio; caddero per sempre gli ostacoli a portare le industrie nel contado (ma il setificio rimase in città).
Il periodo non fu tranquillo, perché a questa occupazione seguì la ritirata delle truppe francesi, per cui ritornò il governo papalino protetto dagli austriaci, poi i francesi riuscirono a ritornare di nuovo e a rimanere per altri anni.
Per riparlare della seta, si ebbe una breve ripresa nel 1804 dovuta alla riduzione dei dazi sull’esportazione in Francia (periodo napoleonico del Regno d’Italia), ma le guerre dell’Imperatore francese non erano finite e altri danni arrivarono. Causa il blocco economico contro l’Inghilterra, il commercio della seta ne soffrì più di altri settori. Ecco alcuni dati sulla grave situazione in cui venne a trovarsi il settore seta a Bologna (i numeri parlano da sé):

nel 1804- vendite per lire 3.000.000
“ 1806 – “ 1.800.000 7.286
“ 1809 – “ 677.000 4.932
“ 1811 – “ 437.000 3.669

Nel 1814 quattro setifici su otto fallirono e ovviamente calò la produzione dei bozzoli.
I contadini tolsero viti e gelsi in diverse zone della Bassa bolognese, per far posto alle risaie.
Oltre ai paesaggi, cambiarono le forme di vita e di lavoro.
Nel 1815, Napoleone fu definitivamente sconfitto e il Congresso di Vienna riportò Bologna di nuovo sotto il governo del Papa.

Nel 1824 l’industria serica bolognese impiegava solo n.919 addetti (78 uomini, 81 ragazzini e 760 donne): era praticamente crollata. Bologna non seppe affrontare né la concorrenza dei mulini piemontesi, prima, né quella di Lione con le sue mode annuali, poi. Lo Stato Pontificio dimostrò ancora una volta la sua debolezza e le assenze di politica economica. E pensare che proprio a Bologna si era sviluppata la prima industria che può essere considerata l’avanguardia della “rivoluzione industriale”! La lavorazione della seta, anche se si mantenne presente, non raggiunse mai più l’importanza dei periodi precedenti.

Il baco da Bologna, arrivò poi a Castello

Dobbiamo ritornare indietro nel tempo. Non conosco in quale periodo l’allevamento dei bachi da seta sia stato introdotto a Castel S. Pietro. Le cronache riportate da Ercole Valerio Cavazza (1735-1813) danno le informazioni sotto elencate, di cui la prima compare a metà del XVII secolo, quando emergono già momenti di difficoltà, per cui è evidente che l’allevamento del baco dovesse essere in atto da molto tempo addietro.
Racconta il Cavazza (testo trascritto in italiano più attuale da Eolo Zuppiroli. Le parole fra parentesi le ho inserite a chiarimento):
1651 – Languivano le arti della seta, lino e canapa nella città e nel contado di Bologna. Il Governo non se ne prendeva alcuna cura. Si vedevano tante famiglie disoccupate mendicare che si sarebbero potute impiegare. Ciò succedeva a causa dell’introduzione di merci forestiere e la difficoltà di esportazione delle nostre. Fu perciò data supplica al Senato e ad ogni Senatore per averne dei provvedimenti.
1780 – Quello che si tiene per cosa ottima sarà la libertà di lavorare il folicello (bozzolo del baco da seta) anche nel contado, dove per l’addietro i poveri erano costretti, sotto pene rigorosissime, a portare i folicelli solo in città, quindi si doveva cederlo a discrezione dei mercanti cittadini, né si poteva portar via dalla città nemmeno pagando il dazio, che per questa merce non era ammesso. Per ciò infinite erano le bestemmie che profferivano i poveri comitatini (abitanti del contado) costretti a tale legge. A volte si dava la seta a otto soldi, tanto che valeva di più la cattiva stoppa di canapa.
1781 – In questo tempo alcuni mercanti di Bologna avevano ottenuto dal Legato la facoltà di fare velami di seta e di portare in questo luogo (a Castel S. Pietro) i telai da veli all’uso di Bologna. Il sig. Cardinale (Ignazio Boncompagni- legato pontificio) aveva preso questo affare con impegno anche per levare certe assurdità che si commettevano a Bologna dalle donne, dai lavoratori, ecc. e anche per sollievo di questo nostro paese. Furono qui spedite alcune maestre con altre donne del paese, native però di Bologna e pratiche di tale arte. Si unirono assieme e con non poche fanciulle si misero in questo Borgo a lavorare la seta e a far velami nella casa della Compagnia della Morte (quella che assisteva i condannati a morte) e del sig. Villa. Codesto impegno ed impiego fu affidato al sig. Domenico Conti, uomo giovane ma ottimo per questo impiego. Quindi ad oggi sono in esercizio dodici telai e quanto prima se ne metteranno altri in opera in casa del Conti che abita alla bottega nuova in Borgo presso l’osteria del Portone.
Il 24 febbraio si fece una bellissima mascherata di 19 persone, che rappresentava tutta l’arte della tessitura di seta e velami. Erano queste tutte vestite alla turca con sotto una lunga veste di raso cremesino (rosso accesso), poi le prime quattro fanciulle erano coperte di velo giallo da capo a piedi con un turbante in testa e precedevano le canelliere, indi le altre due che avevano i calcolcoli da piedi, dopo queste venivano altre quattro vestite di velo verde che avevano chi le spole, chi i gassi chi i subiotti e chi i pettini (accessori del telaio). Seguivano altre sei vestite di velo bianco avendo chi i rocchetti, chi una cosa e chi un’altra. Finalmente venivano le maestre col capo, che erano vestite di velo color rosa. Una parte di queste innaspavano le sete, una parte le raccoglieva dai rocchetti e altre facevano cose simili. Il capo poi, che era l’ultimo, dispensava cartelli stampati con entro scritta:
Fabrica nova di veli in Castel S. Pietro 1781, con il seguente motto:
Nessuno più si lagni
che mercè il Boncompagni
risorge in questa parte
di seta la bell’arte.

1783 L’attuale raccolto del grano era abbondantissimo come è stato quello dei bachi, tanto che la seta al Pavaglione si paga anche sotto otto soldi la libbra, cosa che faceva trasecolare la povertà valendo la stoffa, il garzuolo e la lana greggia più che la seta.
1791 (I Medicinesi mandano un memoriale al Papa per segnalare le vessazioni che facevano loro i bolognesi). Venuto ciò a conoscenza della nostra popolazione, fece anch’essa il suo memoriale diretto alla nostra Comunità sottoscritto da 120 persone, contenente le vessazioni che si avevano giornalmente dai dazieri di Bologna ed altre angustie, il tutto in 11 punti. (il punto 5 riguarda la proibizione di lavorare il filo nel contado, e che si chiede venga tolta).
1796 (Il 19 giugno un testo spedito in plico da Bologna viene letto in Consiglio della Comunità; dice: “ha reso noto un lunghissimo Bando sopra la seta e i bachi, il quale accorda la libertà di esportare la seta greggia e i bachi fuori di provincia senza tratta e dazio, limitatamente a quest’anno, stante l’incaglio dei veli e delle sete nella città di Bologna per le presenti guerre della Francia, Austria, Inghilterra ed altre potenze di Europa.”

Cessano qui le informazioni del Cavazza sulla seta. Stava per arrivare Napoleone, anzi il suo esercito arrivò proprio a Bologna quello stesso giorno 19 giugno. Nel 1800 il Cavazza, notaio di profonda fede papalina, cessò le cronache.

Contro la decisione che tutta la produzione locale dei bachi dovesse essere venduta solo a Bologna, ci fu una vertenza legale già nel XVII secolo, contro il Comune di Bologna, promossa dal marchese Malvezzi, feudatario di Medicina, che si opponeva a tale scelta. Negli anni 1702-1704 si disputò la causa presso il Tribunale della Rota di Roma e, a conferma della regola, Malvezzi la perse.

Quelle che seguono sono tre notizie prese dagli Archivi Comunali, pubblicate sul Calendario 2004, edito dalla locale Scuola Alberghiera.

1 Notizie riportate in un documento riguardante il periodo 1815-1821:
Serafino Calindri nei suoi Appunti per il Dizionario Corografico riferisce che, in Castel S. Pietro sin dalla fine del XVIII secolo, esisteva una fabbrica dove si tessevano veli di seta cruda che impegnava complessivamente una trentina di tessitrici. Tale informazione trova conferma di attendibilità nel provvedimento di riattivazione disposto dalla ditta “Leonesi e Bignami” di Bologna, “della loro fabbrica di veli di seta cruda che in altro tempo addietro avevano eretta in questo castello”. Il progetto di riattivazione della fabbrica era accompagnato dalla proposta di far dirigere l’azienda da un ispettore incaricato dai proprietari della ditta di vigilare “sulla buona condotta morale delle tessitrici in quel tratto di tempo che sono nei luoghi destinati al lavoro ”
Le tessitrici dovevano essere addestrate in un’apposita scuola a carico della stessa ditta che prevedeva un giro d’affari di £.5.000 annue e un compenso per le dipendenti “che avessero lavorato con assiduità a premura, di £. 12 mensili”.

2 Classifica dei terreni anni 1827-1839
Bozzoli che si produssero nelle campagne castellane, divisi per quartieri, nell’anno:
1830 – Al quartiere Castelletto vennero prodotti bachi da seta per libbre 52
Al quartiere Gaggio 50
Al quartiere Maranina 70
Al quartiere Dozzo 26
(Il totale di 198 libbre corrisponde a circa 71 chilogrammi di produzione: poca roba ! Per fare una valutazione sulla produzione locale, a questa andrebbe aggiunta quella prodotta dalle allevatrici del centro storico che, purtroppo, non è nota).

3 Dall’archivio ACCP Agricoltura, Industria e commercio 1921-1926, apprendiamo la notizia più recente:
1926 La Giunta Municipale di Castel S. Pietro, Sindaco Gaetano Piana, deliberò:
di istituire un mercato di bozzoli di seta;
di tenere tale mercato sotto il portico dell’ex chiesa di S. Francesco;
di aprire il mercato ogni giorno, ad eccezione del lunedì, dalle 7 alle 12.
(Segue poi un breve regolamento, con particolari norme sui mediatori)
In tale anno si registrò un solo mediatore: Girotti Domenico di anni 39 ed un solo compratore: Bazzoni Antonio di anni 36.

Il tramonto della seta

Come per la canapa, anche per la produzione e lavorazione della seta, subentrò l’evento che portò al tramonto le relative industrie, non solo italiane.
1938 In questo anno, e tre anni dopo che il chimico statunitense Wallace Carothers della ditta Du Pont era riuscito a mettere a punto il procedimento per produrre una fibra tessile artificiale derivata dal petrolio, questa fu finalmente immessa nel mercato. Era di resistenza ed elasticità superiore a quella della seta e di aspetto simile. Questa invenzione rivoluzionò il mercato mondiale dei tessuti e delle corde sostituendo, negli anni a seguire, seta e canapa.
1940 Negli USA, dopo la tessitura delle calze di nylon, si passò ad utilizzare la nuova fibra per l’abbigliamento e per uso bellico al posto della seta (dopo che il Giappone aveva impedito alla Cina, in parte occupata, di esportarla negli USA) e ciò principalmente per farne paracadute e corde.
Perché fosse chiamato nylon non è chiaro. Un’ipotesi è che derivi dalla sigla delle parole di rivincita usate dal chimico, quando rilevò che l’esperimento era riuscito: Now You Lose Old Nippon! (ora perdi vecchio Giappone!), cioè non ci preoccupa più il tuo blocco sulla seta.
1945 A guerra finita il nylon invase il mercato mondiale, soppiantando quasi del tutto quello della seta, che divenne un mercato di nicchia. A Bologna, tale industria scomparve, nelle campagne e a Castello non si allevò più il baco. Sopravvisse ancora a Como.

Amarcord …..( di Marisa Marocchi )
Abitavo in paese, in piazza Galilei (ora Acquaderni) e quando avevo circa quattro anni, prima dello scoppio della guerra, mamma mi portò a casa della Bice Naldi, che abitava al piano di sotto, a vedere l’allevamento dei bachi da seta, che teneva in società con zia Dina. Rivedo il tavolato di arelle sui cavalletti (che occupava tutta la lunghezza della camera, sgombra da ogni mobile), cosparso di tante foglie verdi, su cui mangiavano i grossi bachi biancastri, e rivedo delle “cose” verticali (rametti ?), su cui c’erano già attaccati dei batuffolini giallognoli (i bozzoli). La Bice ne trovò uno difettoso e me lo dette. Mamma l’incise: dentro c’era un brutto coso nero, morto (la crisalide) che estrasse e, col bozzolo vuoto usando le forbicine, riuscì a farne un piccolissimo umidiccio panierino col manico.
Divenuta più grande, nonna mi spiegò quanto fosse impegnativo il lavoro di quell’allevamento, perché occorreva andare più volte in campagna, sui gelsi a raccogliere manualmente le foglie e trasportarsele a casa. Mi raccontò di quando da giovane, prendendo il vaporino, andava a Bologna con le amiche allevatrici a vendere i bozzoli al mercato, che si teneva presso il portico del Pavaglione. Mamma mi raccontò invece la metamorfosi che subiva il baco: mi sembrò quasi il frutto di una magia !

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Nel 1993 in comitiva con dei romagnoli, feci un viaggio in Cina dove, nella città di Suzhow vicino a Shanghai, visitammo una fabbrica della seta. In un salottino d’attesa su un tavolinetto, c’erano dei barattoli di vetro sigillati che contenevano delle cose strane, immerse in un liquido. I primi che li osservarono, fecero una smorfia di disgusto, senza capire cosa contenessero. Fu così che, con i miei ricordi di quando ero bambina, riconobbi i bachi da seta in un barattolo, e le crisalidi nell’altro. Spiegai agli amici l’alimentazione del baco con le foglie del gelso, la sua successiva chiusura nel bozzolo, poi la trasformazione in crisalide, prima di divenire farfalla. Rimasero stupiti che conoscessi questa evoluzione, che loro ignoravano completamente. Entrò quindi un dirigente che ci accompagnò nel primo reparto. C’erano diverse macchine, con un’operaia addetta a ognuna. Stando seduta, aveva davanti a sé una vaschetta incorporata nella macchina, nella quale erano immersi nell’acqua bollente dei bozzoli (l’acqua era a 60°). Il suo compito era di sollevare da ogni bozzolo l’inizio della bava e fermarla in alto a un piccolo trespolo, e questo doveva farlo con otto bozzoli. A quel punto il trespolo iniziava a girare, attorcigliava le otto bave e formava quello che sarebbe diventato un filo di seta. Finite le bave, restavano otto crisalidi morte, che l’operaia prelevava e gettava in un secchio che teneva a lato e continuava con gli altri bozzoli. Questa crudele lavorazione andava fatta in tempo, prima che la crisalide completasse il suo ciclo e si trasformasse in farfalla. Man mano si formava, il filo era avvolto negli appositi aspi -forma matassa, che stavano in alto nel telaio della stessa macchina. Era un lavoro disagiato, le mani diventavano rosse e gonfie, per cui i turni delle operaie a quel ciclo erano di mezz’ora l’uno, poi avevano il cambio. Nel reparto, di questi posti di lavoro ce n’erano altri che operavano in contemporanea, per cui nell’ambiente c’era molta umidità e un notevole fetore, dovuto alle crisalidi bollite.
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A Shanghai visitammo un’altra fabbrica, dove tessevano e stampavano a mano e a macchina le pezze di seta. Passando davanti alle varie macchine in funzione, mi fermai a leggere una targa, perché scritta in caratteri latini. Era stata prodotta da una fabbrica di Como e a fianco dell’operaio cinese, c’era un giovane tecnico italiano, di Como appunto. La sua azienda aveva venduto le macchine alla fabbrica cinese e ora stava dando assistenza. Mi disse che importanti stilisti italiani mandavano qui i disegni e vi facevano stampare i loro meravigliosi e costosi foulard di seta, che poi vendevano in tutto il mondo.
(Mi venne il ricordo di Renzo Tramaglino, l’operaio setaiolo comasco, di cui Alessandro Manzoni racconta le vicissitudini nel romanzo “I promessi sposi”).

Mi ricordo dei “ricordi” della 99enne Pia Savini, figlia di un’allevatrice paesana di bachi da seta, riportato nel già citato calendario 2004 dell’Istituto Scappi. Di seguito ne trascrivo la sua testimonianza:

“I bachi da seta si comperavano molto piccoli, si tenevano in cucina alla luce, in casse sistemate l’una sopra l’altra. Mangiavano molte foglie di gelso: quattro pasti al giorno. Noi tagliavamo le foglie per nutrirli, poi quando crescevano potevamo anche darle loro intere. Mia madre con il biroccio, andava a raccogliere le foglie di gelso che si trovavano dai contadini a Poggio Piccolo; quando i bozzoli erano “maturi” si mettevano in cesti di ginestra e si andavano a vendere a Bologna sotto il portico del Pavaglione. Il loro prezzo dipendeva dalla qualità, di prima o seconda categoria oppure dalla produzione del mercato, se questa era troppo alta si svalutavano. Era un lavoro duro e dal guadagno incerto.”

Testi di Marisa Marocchi 2025

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