Ercole Valerio Cavazza

Trascrizione in italiano corrente di Eolo Zuppiroli

Raccolto di memorie istoriche scritte e compilate da me

Ercole Ottavio Valerio Cavazza dello stesso Castello

VOLUME 3°

dal 1701 al 1776

Al lettore

Ci sentiremmo troppo manchevoli al nostro dovere verso la patria, e con vergogna, se dopo aver fatto una laboriosa e lunga raccolta delle cose che ci è riuscito trovare sulla sua storia per il corso di cinque secoli, se non scrivessimo anche dei tempi vicini. Tempi che sono stati più fecondi di avvenimenti e in cui la nostra patria si è accresciuta per la popolazione e per la solidità del fabbricato.

Anche perché sono stato sollecitato da buoni cittadini, ed onorati amici a continuare la narrazione non essendo da uomo degno incominciare, se non si persevera fino alla fine.

 Ci siamo perciò indotti alla continuazione di scrivere le altre memorie successive alle già esposte nei cinque libri del nostro Raccolto.

Ripigliata quindi la penna, eccoci amico leggitore al fatto. Scriveremo dunque le giornaliere vicende fin che Dio ci lascerà vita.

 Per non essere poi avido in questa nuova briga, trascriveremo anche, se del caso, gli avvenimenti mondani che crederemo luminosi, che se non avranno in tutto influenza in questa fatica, saranno almeno di piacere.

Così spero credano quelli che pur sono amanti di altre cose e che saranno loro di un qualche barlume a schiarire ciò che, per la trascuratezza, sia stato tralasciato da molti. 

Segnaremo ancora le minutezze che ci capiteranno, le quali, se le omettessimo, potrebbero una qualche volta lasciare in dubbio il fatto, d’onde poi rimanesse offuscata la narrazione del medesimo.

Appoggiati in questi sentimenti il nostro racconto delle patrie cose di Castel S. Pietro inizia il giorno primo di gennaio 1701 che è il sesto secolo dalla sua edificazione.

Ercole Valerio Cavazza

1701 – 1705. Problemi per la baruffa delle palle di neve. Galeotto Pichi della Mirandola si stabilisce a Castello. Allarme per passaggio di truppe imperiali e franco spagnole. Salvataggio miracoloso di frate Fico. Morte santa di padre Angiolo Fiachi da Castel S. Pietro.

 Il primo gennaio 1701, preso il possesso del Politico Governo, il nuovo Consolo Pier Andrea Vanti fece tosto accomodare la serratura della porta superiore del Castello detta porta Montanara. Nella Torre che vi era sopra, vi fece fare l’alloggio per il portolano.

La scolaresca, come già l’anno scorso, si stava preparando per la baruffa delle pallate di neve. Ma perché c’erano già numerose proteste da parte di tutti per il disordine previsto, fu fatto un ricorso al nuovo podestà Marsili affinché esso prevenisse e riparasse allo scandalo e al disordine, che si macchinava e si prevedeva, tanto erano accesi gli animi delle fazioni. A queste non si dava il più il nome di Borghesani e Castellani, ma di Tedeschi e Spagnoli, per le nuove guerre iniziate fra le potenze[1].

Egli per ciò, mediante Grida approvata dal Legato, intimò a chiunque del popolo e della scolaresca ad evitare di fare tumulto per le pallate di neve sotto pena: ai ragazzi della pubblica punizione e agli altri del carcere, secondo la gravità del fatto a giudizio del Governo. Ciò non ostante si tramava. La Legazione lunedì 7 febbraio mandò fuori la sbirraglia, che stette qui fino a tutto l’8, ultimo giorno di Carnevale. Alla fine ognuno stette in dovere e per ciò nulla accadde.

Il Papa, che vedeva l’animosità tra le Corone, temendo molestie nei suoi stati, ordinò ad ogni miliziotto della provincia bolognese di stare preparato. Indi ordinò di assoldare fanteria e cavalleria per spedirla, occorrendo, a guardia dei confini della Lombardia.  Nominò i capitani e gli altri ufficiali per le diciotto compagnie di fanteria, composte di 200 uomini ciascuna e le quattro compagnie di dragoni a cavallo di 150 uomini ciascuna. Questo mentre da queste parti venivano i francesi contro gli imperiali.

Il 17 marzo, giorno di Pasqua, cominciarono a vedersi esercitazioni dei nostri miliziotti e nelle due feste seguenti furono fatte le Rassegne. Allo spirar di aprile il Papa nominò per Sergenti Maggiori delle truppe assoldate per le frontiere bolognesi e ferraresi il Conte Luigi Paolucci, fratello del Cardinale di Forlì, ed il Cavaliere Francesco Mussimi.

Le Rogazioni l’1, 3 e 4 maggio furono così poco partecipate che non si potettero fare le solite processioni. Si trattenne per ciò la Immagine di Poggio in Castello fino alla domenica sera 8 maggio.

I giorni seguenti 9 e 10, arrivarono a Castel S. Pietro in gran numero i dragoni del Papa dalla parte di Romagna e, dopo avere pernottato, il giorno seguente partirono per Fort’Urbano.

L’Imperatore mandò poi la sua truppa in Italia per farsi riconoscere nella Lombardia signore ereditario di tutto lo stato di Milano che era invece preteso da Filippo V Re di Spagna[2].

Il primo luglio entrò Podestà di Castel S. Pietro il Conte Francesco Albergati e Consolo fu Giacomo Landi.

10 anni or sono era morto Alessandro Pichi duca della Mirandola.  Lasciò quattro maschi, il primo dei quali aveva nome Francesco, il secondo Galeotto, il terzo Pio, ed il quarto Lodovico, che poi fu fatto prelato da Innocenzo XII. Il primogenito Francesco, vivente il padre, prese in moglie una Borghesi, dalla quale ebbe un fanciullo. Poco dopo Francesco morì e lasciò tutrice e curatrice del duchino fanciullo la sorella Maria Alessandra. Questa, sospettando che gli zii Galeotto, Pio e Lodovico tramassero con il veleno la morte del fanciullo, esiliò dalla Mirandola Galeotto e Pio, col miserabile assegno di trecento scudi annui per ciascuno secondo il testamento paterno.

Questi si difesero bravamente dalla calunnia con scritture legali che furono, per ordine pontificio, date alle stampe. I due fratelli Galeotto e Pio stettero per lungo tempo a Bologna, e Lodovico andò a Roma ove fu coperto di mantelletta. Galeotto, non potendo figurare da quello che era in città, passò in villa vicino a S. Giovanni in Persiceto e l’altro rimase ancora per poco a Bologna poi andò presso il fratello Lodovico.

Galeotto stanco di abitare in villa, dove non godeva buona salute per l’aria ritenuta non gradevole, venne a Castel San Pietro, ove si stabilì, l’ultimo venerdì di dicembre 1701, in casa del Senatore Calderini. Dimorò poco in questa abitazione poiché, acquistata una casa nella piazza di Saragozza, ora detta di S. Francesco, la sistemò a suo comodo e in essa finì poi i suoi giorni pacificamente, come a suo tempo riferiremo.

Intanto la cappella della Compagnia del Rosario si trovava mal conservata nel coperto e minacciava rovina in modo che era pericoloso anche andare sopra la volta. In passato c’era stata una lite tra il parroco e la Comunità perché il campanaro ed orologiaio pubblico per accedere alla torretta dell’orologio, posto nella facciata della chiesa nell’angolo verso il cimitero, doveva passare sopra le volte della cappella del Rosario. Questa situazione dispiaceva molto al Parroco e perciò litigava continuamente con la Comunità.

 Furono perciò fatti riparare i coperti da Messer Pier Antonio Cavazza, mio avo paterno, in questo tempo Depositario della Compagnia. In tale contingenza, come si ritrova nelle memorie della mia famiglia, egli fece a proprie spese le graticole o siano le ramate alle finestre della stessa cappella. Le spese di questa beneficenza ammontarono a centocinquanta lire di Bologna.

La tassa per i morti, a cui erano sottoposte le famiglie del paese, era alterata e falsata negli importi dalla insaziabile avidità dei cappellani dell’arcipretale.  Pure i contadini si lamentavano fortemente. Perciò furono avanzate istanze all’Arcivescovo, il quale moderò la spesa delle cerimonie funerarie e le offerte richieste come si rileva nell’archivio parrocchiale e comunitativo.

Sul terminare di settembre, come lasciò scritto nei suoi ricordi Pietro Gordini, venne una fittissima e puzzolente nebbia per cui le persone evitavano di conversare assieme. Durò 48 ore e poi si convertì in una brina che produsse molto freddo.

Terminata la Imbustazione dei Consiglieri e rinnovatala, il 22 dicembre, secondo il consueto, fu estratto Consolo per il prossimo primo semestre il perito Giacomo Landi, uomo di buona reputazione.

Incominciando l’anno 1702 entrò Podestà il Conte Nicolò Calderini.

La fine del carnevale, che doveva compiersi con bagordi, fu invece consacrata da questi Padri Cappuccini alla pietà e alla devozione del Beato Felice da Cantalice del loro ordine mediante novena ed esercizi spirituali per ottenere da Dio la pace fra le potenze belligeranti. Così il primo marzo, giorno delle Ceneri, si cominciò nel paese la penitenza universale e il 3, primo venerdì, la compagnia del SS.mo scoprì il suo miracoloso Cristo con l’intervento di molte persone. La sera si dette la benedizione al popolo col Venerabile., proseguendo così negli altri venerdì fino all’ultimo.

Al principio di maggio venne a C. S. Pietro il Padre M.ro Bonifacio Cavichi dal Finale, provinciale degli Agostiniani, e fu confermato per un altro biennio il priore Padre Muzzarelli. La chiesa di questo convento essendo ridotta in cattivo stato, fu fatta riparare nei coperti.

Le rogazioni M.V. di Poggio, che cadevano nei giorni 22, 23 e 24 maggio, furono più brillanti degli anni addietro quantunque la Compagnia di S. Caterina avesse cessato di intervenirvi. Le processioni, essendo in armi i miliziotti del paese, furono sempre accompagnate dai militari.

Dal Liber baptizatorum di questa arcipretale nel corrente semestre si sa di nascite mostruose. Uno venne alla luce da Laura Serantoni, moglie di Giovanni Marchetti, che partorì un fanciullo di corpo duplicato con una sola testa che, appena avuta l’acqua battesimale, morì il 22 giugno ad ore 12 italiane. In un luogo detto la Comella, fondo del dott. Bartolucci Francesco, il nato aveva quattro piedi, due culi, due menti, quattro mani ma una sola faccia ed un solo ombelico.

Altra nascita si ebbe il 24 giugno, secondo le memorie che abbiamo dalla famiglia di Piero Vergoni, da Olimpia Mazzucchelli, moglie di Stefano Lanzoni.  Partorì una fanciulla che invece di avere capo umano l’aveva di pesce tinca e nella schiena era tutta spaccata. Morì subito senza essere battezzata per non avere una testa umana.

In questo tempo ci fu il matrimonio del Dott. Giuseppe Arighi, famiglia civile del Paese, con la gentil donna bolognese Rosalia Mastrosilani. Fu medico di una certa fama. La sua morte, ed il dove, non si trova segnata in questi necrologi locali.

Lo stesso giorno 24 giugno fu estratto Consolo Giovan Paolo Fabbri, che al primo giorno di luglio cominciò a governare col nuovo podestà Conte Giacomo Filippo Bargellini, nelle cui mani il suo predecessore Nicolò Calderini, che qui soggiornava nel suo palazzo, trasmise la carica.

Il Padre Flaminio da Roma M.O. scrittore delle cose del suo ordine, riferisce nelle sue memorie come nella terra di Corte Maggiore, territorio di Cremona, era guardiano nel convento di S. Francesco di quel luogo il padre Benigno da Castel S. Pietro. Qui si era reso celebre il collegio chiamato di S. Elisabetta, che poi fu cambiato, col titolo della nuova chiesa, in quello dell’Immacolata Concezione. Questo degno religioso, il cui casato ci è taciuto e noi non siamo riusciti a scoprirlo, si adoperò tanto che il convento monacale fu cominciato senza appoggio di alcun sussidio. Tre pie donne, infervorate dall’amore di Dio e dalla devozione a S. Francesco, cioè Claudia Caterina Romani, Anna Chierici e sua nipote Anna Maria Ferrandi il 29 giugno, avuto un ricovero da Andrea Ajli, medico del luogo, vi si stabilirono tutte e tre.

 Qui unite non mancavano, come buone serve del Signore, di importunare ogni giorno il Padre Benigno, loro confessore e padre spirituale, per vestire l’abito religioso di S. Francesco. Fu sempre restìo il Benigno ma, provata la forte costanza delle pie donne, si arrese finalmente alle loro fervidissime brame. Di esse si prese assai cura e, di terziarie che erano, vedendo la loro fermezza concesse loro l’abito regolare, del quale le vestì solennemente nella chiesa dei frati Minori del d. convento il primo Maggio dell’anno seguente 1703.

Credo che formarono lì un collegio ove, il 18 maggio 1705, accettarono dal detto frate alcune Regole e Costituzioni. Morì dopo poco Padre Benigno più per la grande consolazione spirituale, che per difetto di sua persona, essendo uomo molto complesso.

Tutto quel paese, ammirando in questo uomo una condotta esemplare ed edificante da vero religioso, lo reputò poi sempre come un apostolo spedito e collocato in quel paese dal Signore a vantaggio di quella popolazione. Nella chiesa poi di questo nuovo conventino, al quale vi si aggiunsero altre pie donne, vi fu apposta la seguente iscrizione:

Deo Optimo Max

Divoque Patri Francisco

Collegium istud edificav.

Primordia habuit

Anno MDCCIII

Favente Andrea Ajli Medico

nec nom.

P Benigno a Cas. S. Petri

Bononiae

Voglia il cielo che questo monumento sia rimasto illeso dalle distruzioni delle cose antiche avvenute per la rivoluzione della Francia che si è impadronita di tutta l’Italia cattolica. Infatti tanti monumenti antichi e così graziosi sono stati rovinati ed abbattuti.

Matteo di Nicolò Rondoni il 13 Settembre fu ucciso da un’archibugiata in questa sua Patria per questioni amorose.  Sua madre, Cecilia Andrini, per la disperazione si gettò in un pozzo, fu subito ripresa e salvata ma morì poco dopo.

Il 15 ottobre Ottaviano del fu Francesco Cavazza, mio proavo, finì in patria i suoi giorni e fu sepolto nella cappella del Rosario.

La lite con l’arcivescovo per la nomina del parroco fu ripresa dalla Comunità a Roma in Rota. L’esito fu contrario alla Comunità a motivo delle tante rinunce fatte dai parrochi pro tempore e del pieno potere lasciato ai vescovi. Tale lite fu agitata anche prima nel vescovato di Bologna, ma con esito simile.

 L’anno seguente 1703 entrò Podestà per il primo semestre Francesco Sampieri ed il Consolo estratto Pier Andrea Vanti prese il possesso del suo Officio.

Il terremoto si cominciò a far sentire anche nel bolognese.  Erano poi nate alcune turbolenze a Roma ove, nel palazzo pontificio, fu ucciso Monsignor Zeccadoro. Quindi, anche per le guerre presenti, il giorno 28 gennaio fu all’improvviso sospeso il carnevale, con un rigoroso editto e mediante il suono delle campane pubbliche.

Le ostilità per il ducato di Modena[3] fra le truppe franco-spagnole condotte dal Principe di Vardano[4], i Duchi di Mantova[5], di Parma e Piacenza[6] da una parte e dall’altra le truppe imperiali[7] agitavano la quiete universale. I Francesi si inoltravano nel bolognese e nel giorno 3 marzo cominciarono a danneggiare la campagna per avere pane, vino, biade, ed altro però senza alcun pagamento.

Misero in non poco timore le città. Vennero perciò a Bologna i Monsù francesi Albognat e Gobbò. Trattarono col legato Adda. Esso per quietarli gli dette migliaia di corbe di fieno e foraggi. Non furono però rispettate le loro promesse, poiché le truppe non cambiarono il loro comportamento. Si misero in seguito le guardie alle porte della città, ai Monti di Deposito e Pegni, e si facevano girare le pattuglie. Furono avvertiti anche i Castelli del Bolognese per stare in guardia contro i rapitori e saccheggiatori che non solo facevano ruberie ma maltrattavano anche le persone, soprattutto le donne. Nel nostro Castello le ragazze più povere ed abbandonate la sera venivano rinchiuse nell’oratorio di S. Caterina, da dove non uscivano che a sole alto.

In questo tempo fu fatto guardiano del convento dei Cappuccini di Budrio il P. Giacomo Cavazza di Castel S. Pietro, come si riscontra dalle notazioni delle messe di quel convento, ove esso si firma da C.S. Pietro. Non si comprende come in altri documenti della sua Religione venga chiamato da Bologna. È un mistero. Viene il sospetto che questo uomo avesse qualche particolare pregio e che perciò i bolognesi lo facessero proprio come usano fare di tanti altri. Di che casato fosse non lo troviamo nelle nostre carte.

Il primo luglio investì la carica di Podestà di C.S. Pietro il Conte Prospero Castelli, quella di Consolo Giuseppe Rinaldi.

Il terremoto si faceva molto sentire e ovunque si facevano orazioni. Nel nostro Castello i frati Minori Osservanti il 24, 25, 26 luglio, ad onore di S. Francesco Solano, fecero un triduo di penitenza.

Accadde in questo periodo un prodigio di S. Antonio da Padova nelle vicinanze del Castello nella persona di Fra Angiolo Tinti, detto Frate Fico per la predilezione che aveva per questi frutti. Abitava egli a Monte del Re e veniva all’occorrenza a Castello per fare provviste per il convento. Tenne un giorno la strada più breve per venire a Castel S. Pietro attraversando il Sillaro presso la Chiusa. Mentre si trovava il mezzo al fiume arrivò improvvisamente una piena. Non poté con la giumenta che cavalcava resistere alla spinta della fiumana e caddero entrambi in mezzo all’acqua. La bestia fu travolta e il frate, vedendosi perduto, invocò il suo protettore S. Antonio da Padova ed ecco che il meschino cominciò a galleggiare sopra l’acqua. Sbattuto dalle onde che lo trasportavano qua e là, crebbe nel frate l’ardore della preghiera chiamando ad alta voce il Santo in soccorso. Gli spettatori non potendolo soccorrere, aggiunsero pure essi le loro preghiere al Santo. Fu tale l’ardore e la fede nel Santo, che il frate si sentì prendere la veste da una mano ignota e trasportato sopra la sponda del fiume dalla parte di ponente contro il primo parapetto del canale, poco lontano dalla Chiusa, ove restò semi svenuto.

I vicini abitanti del fondo Fornacetta, che erano accorsi a vedere di aiutare l’annegato, videro anche loro il prodigio. Si accostarono al semivivo, lo presero in braccio e lo portarono in casa ove, vomitata sabbia ed acqua, aiutato dal calore del fuoco, si rimise in forza. Attribuì il frate questo prodigio al suo avvocato protettore S. Antonio.

Il frate fece in seguito stampare il fatto affinché ne restasse memoria ai posteri, ma anche per stimolare sempre più la devozione al Taumaturgo da Padova. In seguito fece erigere un bellissimo pilastro di mattoni nel luogo ove fu trasportato miracolosamente il suo corpo sulla sponda del fiume. Su quello vi fece porre, in una nicchia, una piccola statua del santo per ricordare ai fedeli, che avessero attraversato in futuro il fiume, la protezione del Santo per aiutarli a scampare la morte dalle fiumane inaspettate.

Nel pilastro fece incastrare una cassetta per le offerte di elemosine per glorificare il Signore, mirabile nei suoi santi. Sopra la cassetta vi fece aggiungere la seguente iscrizione incisa nella quale si legge a caratteri romani maiuscoli

TAMQUAM PRODIGIUM FACTUS SUM MULTIS.

EGO F. ANGELUS TINTI MIN. CON. S. FRANCISCI

ET TU ADJUTOR FORTIS ANNO D.NI 1705

A questo pilastro cominciarono i nazionali e i paesani di Castel S. Pietro a fare devota visita il lunedì di Pasqua, usanza che si mantiene tutt’ora, che sono passati 97 anni dal 1700, con concorso di popolo devoto e si fa il dopo pranzo.

 L’anno seguente 1704 fu Podestà per il primo semestre il Conte Orazio figlio del Conte Costanzo Orsi e Consolo Giuseppe Ronchi.

La Compagnia di S. Caterina, anche in virtù dei suoi statuti, dispensava alle zitelle del paese alcune doti, che erano state sospese negli anni passati e furono in quest’anno nuovamente messe in uso però dandole solo alle figlie dei confratelli.

Alla popolazione non piacque questo privilegio e fece le sue lagnanze all’arciprete. Questi presentò prontamente questa doglianza alla Compagnia, ma senza frutto. Il popolo si rivolse all’Arcivescovo, che impose al parroco di presentarsi di nuovo alla congregazione ed intimarle, a nome suo, la sospensione di tali doti fino a nuovo ordine. Sentì con dispiacere la Compagnia un tale annuncio, per il quale in seguito nacquero turbamenti, che a suo tempo racconteremo.

All’inizio di luglio, occupò la carica di Consolo Pietro Gardini e quella di Podestà il Cav. Battista Antonio Cospi.

Il 9 novembre morì Giulia Marescotti moglie di Pietro Andrini, fu sepolta in parrocchia. La madre Giulia era della famiglia Maltarelli, che fu poi denominata Marescotti, abbandonando il primo cognome, perché abitava alla locanda della Marescotta sulla strada romana.

Per questo accidente di cambio di cognome ne vennero in seguito, ai giorni nostri, questioni civili fra questo nuovo casato e quello dei nobili Marescotti di Bologna, tanto più che la suddetta famiglia voleva portare lo stesso stemma nobiliare.

Morì in questi giorni Lorenzo del fu Giovanni Ferlini, una volta ricca famiglia di C. S. Pietro, che lasciò un figlio unico di nome Giuseppe, che per infelici circostanze espatriò e stabilì casa in Bologna esercitando l’arte di sarto.

 Nel seguente 1705 il primo gennaio entrò Consolo Giovan Battista Fiegna e Podestà fu Giuseppe Antonio Conte de’ Bianchi.

La Compagnia del SS.mo era provocata e spesso tormentata dall’altra compagnia di S. Caterina per questioni di preminenze e puntigli di anzianità. Non potendole far fronte, sia per la sua forza pecuniaria sia per gli appoggi che aveva, si rivolse perciò al Conte Cornelio Malvasia, cavaliere di grande stima nella città, che villeggiava a Castel S. Pietro la maggior parte dell’anno. Questi si impegnò e pose qualche freno alla Compagnia avversaria, intervenendo prima con le buone e poi con le minacce verso i suoi caporioni, essendo, se necessario, anche persona manesca.

Il 13 febbraio in Bologna fu ammazzato Giovanni Giorgi negoziante di grani di Castel S. Pietro. Era fornitore di frumenti per il Senato per ciò si trovava in Bologna. Il fatto successe la sera, col favore della oscurità, mentre stava per andarsene a casa. Il malfattore che l’uccise con due archibugiate non si poté scoprire se non dopo molto tempo. Era stato un ciabattino che morì poi nell’Ospitale di S. Orsola.

Fu il Giorgi un uomo probo ed esente da privilegi nel traffico dei grani. Si credette che tale morte fosse originata dalla ostilità dei fornai di Bologna e dei contrabbandieri di Castel Bolognese trafficanti in grani.

Il Padre Luca Dalla Valle dell’ordine di S. Maria dei Servi di Bologna, figlio di Elisabetta Santini e Pietro Dalla Valle, famiglie chiare di Castel S. Pietro, non fu inferiore nelle prerogative religiose di suo fratello il Rev.mo Padre Giuseppe dello stesso Ordine. Le gesta di costui si ricavano dagli atti della sua Religione. Nell’anno 1716 fu destinato da Clemente XI per generale dell’Ordine.

Padre Luca fu molto attivo nel suo convento di Bologna, dove fece molti benefici, e alla sua chiesa. Fra le molte cose fece restaurare la cappella dedicata a S. Pellegrino Laziosi, mettendovi il bellissimo quadro del chiaro pittore Viani junior. Vi spese anche del proprio e, quantunque vi fossero avversari e contrari, egli ebbe dal generale Padre Alemanno Laurenzi il permesso ed ogni facoltà per compiere questa sua idea, la quale fu eseguita maestosamente.

Fu cugino dell’onorato notaio Giovan Battista Dalla Valle di Castel S. Pietro nel quale si estinse il suo casato non avendo avuto alcun figlio dalla sua consorte Ginevra, figlia del capitano Valerio Fabbri.

Li 5 maggio morì Leopoldo primo d’Austria imperatore d’anni 64. Gli successe Giuseppe suo primogenito[8]. I francesi che guerreggiavano contro l’Austria in Italia, pigliarono la Mirandola[9] sotto la condotta del Duca di Veduno e cacciarono totalmente i presidi dei Pichi.

In questa azione militava, sotto le bandiere francesi, Giovan Battista Pirazzoli di Castel S. Pietro in qualità di Capitano. Nel saccheggio che fu dato a questa fortezza e città guadagnò assai. A guerra finita ritornò in patria e la sua famiglia fece pompa di gemme, gioielli di perle e coralli ed altre cose preziose.

Il terremoto, che si era fatto sentire l’11 aprile, giorno di Pasqua, replicò senza far male ad alcuno durante le rogazioni di M. V. che cadeva il 18, 19, 20 maggio.

Terminato il lavoro nella cappella di S. Pellegrino Laziosi nella chiesa dei Servi di Bologna, vi fu apposta una iscrizione nella quale si leggono le premurose azioni del nostro Padre Luca Dalla Valle.

Il 24 giugno fu estratto Consolo per il nuovo semestre Nicolò Gattia, che il primo luglio assunse la carica, lo stesso fece il nuovo Podestà cavalier Giuseppe Foscarati.

Per la scarsa raccolta fu stabilito il prezzo del grano a l. 10 la corba.

Il Padre Alfonso Miliari dal Finale, divenuto provinciale degli Agostiniani, cambiò tutta la famiglia di questo convento di S. Bartolomeo e dichiarò priore del medesimo il Padre Carlo Biselli suo compatriota, che mise subito riparo agli inconvenienti causati da tante mangerie.

Il 2 dicembre morì nel convento dei P.P. cappuccini a Bologna il Padre Angiolo Fiachi da Castel S. Pietro. Di questo abbiamo scritto un elogio particolare nella nostra raccolta di elogi agli uomini e donne illustri di questo paese. Perciò dirigiamo il lettore a quell’opuscolo. Il Mortologio Cappuccino così riporta: A. X.tis 1705 Bononiae admodum R. P. Angelus a Cas. S. Petri exprovincialis omni virtude praeditus, praeserim zelo seraphicae paupertalis, at singularis observantis clarissimus, animam Deo suavissime rediedit, Die 2 X.bris

Questo sacerdote fu uomo di santa vita, dalla singolarissima devozione allo Spirito Santo. Durante gli ultimi aneliti, gli occhi, che aveva chiusi per una infezione incurabile e lungamente sofferta, li aprì all’invocazione dello Spiritus Sanctus Deus e poi li chiuse nel Signore colla morte di uomo giusto. Vivente sostenne decorosamente le più luminose cariche del suo Istituto, fu dapprima segretario, e poi consultore del Rev.mo Pietro Macerata. Fu uomo di bell’aspetto, adorno di maestà religiosa, di rispettabilità, di singolari virtù e specialmente di bontà integerrima. Fra le altre virtù spiccò nella prudenza che lo rese ammirabile e da tutti stimato. Fu provinciale per tre volte nella Provincia di Bologna. Governò sempre con plauso e soddisfazione universale e con vantaggio della sua Religione. Da tutte quelle nazioni, ove fu inviato, veniva plausibilmente acclamato come Generale della Religione Cappuccina.  Tanta era la stima, che si era procacciato dai popoli, che certamente non gli sarebbe mancata la carica se fosse andato ai Capitoli Generali, ove veniva atteso. Di tante altre virtù spirituali fu tanto adorno che morì, come visse, santamente, nel Signore.

Il 24 dicembre, vigilia del Santo Natale, fu ucciso Pietro del fu Antonio Martelli, ultimo della sua antica famiglia. L’omicidio accadde nell’osteria della Corona con una archibugiata.

C’era una Pia Unione di devoti a S. Antonio Abate, detto anche del Fuoco, che annualmente celebrava la sua festa. Questa Unione desiderava avere in pieno potere l’altare dedicato al santo nella arcipretale e avanzava continuamente la sua richiesta al piissimo arciprete Don Giovan Battista Nobili. Questi, vedendo che giornalmente crescevano le offerte a questo santo, non volle contrariare le intenzioni dei devoti e condiscese alla brama dei devoti e concesse loro l’altare.

Esisteva questo alla sinistra dell’ingresso maggiore dell’arcipretale, ove si trovano i confessionali sotto l’orchestra, avendo dalla parte opposta il fonte battesimale. Questa concessione egli fece sotto diversi Capitoli e Patti, con pubblico rogito del notaio Ser Gio. Battista Dalla Valle celebrato li 24 dicembre in questo anno. Da questo atto risulta che tale unione aveva la sua dignità ed ufficiali e perciò formava Corpo.

 1706 – 1708. Compagnia di S. Caterina inizia costruzione campanile ma viene fermata. Scontro di soldati castellani con imperiali a Molinella. Vari reggimenti tedeschi passano e sostano a Castello. Prima volta della Compagnia del SS.mo a Loreto. Continua passaggio truppe tedesche. Soldati castellani contro tedeschi a S. Agostino.

 L’anno 1706 fu nel primo semestre governato nella giustizia civile dal Podestà Conte Francesco Ghiselioti e nell’economica da Vincenzo Benetti.

Le mura del nostro Castello erano in cattivo stato di modo che in alcuni punti si scalavano e si poteva entrare e uscire facilmente.  Questo sopra tutto dalle parti di levante presso il torrazzo inferiore e più su davanti al primo fabbricato presso le fornaci di pentole ove c’era per una rovina della lunghezza di quattro pertiche[10] chiamata comunemente il Busazzo. Perciò la Comunità fece istanza al governo di Bologna, che non fu sordo a intervenire, essendo già molte le turbolenze militari in atto.

La Comunità per ciò fece i lavori necessari e non solo da questa parte accomodò le mura ma anche da altre parti ove abbisognava. Spese l. 591: 2: 6 [11]. I materiali valevano poco in questi tempi. La calcina l. 7 il carro, le pietre l. 6 il migliaio. Oltre alle riparazioni alle mura furono anche riparate le serraglie alle porte del Castello.

Alla compagnia di S. Caterina si era rotta la campana che aveva sopra la chiesa. Approfittando di questa occasione innalzò la costruzione, ad uso di campanile, che sosteneva la campana per far udire maggiormente il suo suono. Spiacque ciò al parroco onde ne nacquero dissidi per cui l’Arcivescovo dovette intervenire e fare atterrare la nuova costruzione. La campana, rifusa dal famoso fonditore imolese Francesco Landi, rimase così per alquanti mesi inoperosa. Intervennero comuni mediatori e, fatte salve le convenienze parrocchiali, la campana fu collocata al nuovo posto.

Il Pontefice, per le calamità che affliggevano i suoi stati, bramando placare l’ira di Dio, fece pubblicare una indulgenza in forma di Giubileo. Il primo febbraio fu pubblicata per tutta la diocesi di Bologna.

Il chirurgo Sacomandi stipendiato dalla Comunità di Castel S. Pietro, fu fatto bastonare di notte tempo per chiacchiere riportate non si seppe da chi.  Egli era molto vicino alla nobile casa dei Marchesi Locatelli che era in contrasto con i parimenti nobili Conti Malvasia di Bologna, le cui famiglie villeggiavano la maggior parte dell’anno in questo Castello.

Questo fatto portò serie conseguenze su le suddette nobili famiglie. Il 5 maggio sull’ora del mezzogiorno a Bologna da S. Salvatore avvenne uno scontro con le spade fra il Conte Giuseppe Malvasia e il Marchese Pier Luigi Locatelli.  Sopraggiunse il senatore Gianbeccari e tanto si adoprò che, calmati gli animi, furono separati i contendenti. Perché tale contrasto era accaduto a motivo delle suddette bastonate, fu spedita la Cavalcata a C.S. Pietro, ove rimase fino al 12 a spese del Conte Malvasia. Quindi si proseguì ancora l’indagine essendo stati condotti a Bologna molti testimoni.

La Compagnia della Morte di Firenze composta di molti nobili fiorentini era stata alla S. Casa di Loreto per la parte di sopra.  Ritornando a casa col suo Cristo miracoloso, giunse a C. S. Pietro il giorno 23 maggio. Qui, essendo stata raccomandata dalle case Calderini e Malvasia, famiglie senatorie di Bologna, alla Compagnia del SS.mo SS.to, fu dai confratelli ricevuta con tutti gli onori e collocato il loro Cristo nell’oratorio. Partirono la mattina seguente dopo aver dato la benedizione al popolo tanto nell’oratorio quanto nella piazza pubblica e infine nel Borgo, dove la santa immagine fu poi riposta nella sua custodia.

Il 4 giugno venne a Castel S. Pietro alla visita del convento di S. Bartolomeo il Provinciale degli Agostiniani Padre Giuseppe Maria Gandolfi bolognese che, dopo avere ripristinato alcune regole, se ne passò nella Romagna.

Il 12 giugno il Papa nominò suo Mastro di Camera Monsignor Lodovico Pichi fratello del precitato Duca Galeotto e il 16 luglio lo nominò Patriarca di Costantinopoli. Per questa nomina si dettero a Castello segni di gioia e i padri francescani indissero le due feste di S. Giacomo ed Anna.

Fecero tale dimostrazione perché si prevedeva l’insediamento a Castello del duca Galeotto, persona molto amata dall’ordine francescano e che abitava in questi giorni nel convento di S. Francesco di Bologna.

Nel luglio 1706 entrò Podestà di Castel S. Pietro Girolamo Guastavillani e Consolo Lorenzo Costa.

Avvicinandosi delle truppe Imperiali dal ferrarese, furono fatti marciare da quelle parti i nostri soldati di Castel S. Pietro sotto la condotta del Capitano Valerio Fabbri. Il 28 luglio gli imperiali si avvicinarono con qualche scontro, onde convenne ai nostri ritirarsi nelle posizioni sicure dalla parte della Molinella.

Ciò nonostante i nostri soldati continuarono a disturbare con fucilate i picchetti avanzati dei tedeschi. Salivano anche sugli alberi e con archibugiate colpivano i tedeschi che si scoprivano. I tedeschi perciò cambiarono questa strada ed andarono dalle parti del Finale per venire direttamente a Bologna dalla parte di Modena ove era il principe Eugenio[12]  con tutta la Generalità, e Stato Maggiore.

Il 16 settembre il Papa dichiarò Legato di Bologna Il Cardinale Grimaldi.

Li 31 ottobre la Serenissima Gran Duchessa di Toscana, Contessa di Pitigliano[13], venne da Faenza a Castel S. Pietro, ove si era incontrata con la Serenissima Elettrice di Baviera[14]. A Castel S. Pietro fu ricevuta da molte dame e cavalieri bolognesi, prese il rinfresco nel palazzo Malvasia e fu trattata nobilmente. La sera col numeroso seguito partì per Bologna.

Dopo la questione seguita nel maggio scorso fra il conte Malvasia e il marchese Locatelli, rimase il primo in contumacia criminale per le percosse praticate al chirurgo Saccomandi. Successivamente fu graziato e pagò il 10 novembre settanta scudi che furono dati alla Compagnia dei Mendicanti.

Il 15 novembre la Serenissima Elettrice di Baviera, essendo stata alla S. Casa di Loreto venendo a Bologna, fu complimentata in Castel S. Pietro da molta nobiltà bolognese che l’accompagnò poi a Bologna. Fra i nobili deputati dal Reggimento vi fu il Marchese Filippo Bentivoglio e il conte Giuseppe Malvasia che la ricevettero in Borgo.

Sabato 22 novembre partì di mattina da Bologna il Legato Card. D’Adda accompagnato dalla nobiltà ed evviva del popolo per il suo terminato governo. Nel passaggio da Castel S. Pietro riscosse di nuovo applausi e diede a questo arciprete 24 scudi romani d’oro per i poveri.

Il 27 novembre su le ore 16 italiane l’E.mo Cardinale Legato Nicolò Grimaldi, venendo da Roma a Bologna per la strada di Loreto, fu incontrato ai confini di Castel S. Pietro, con le solite cerimonie di giuramento e con la guardia di cavalleggieri, dai senatori Conte Girolamo Bentivoglio e Conte Pompeo Ercolani che, a nome pubblico, lo banchettarono nel palazzo Locatelli. Poi la sera se ne partì per Bologna.

L’ultimo giorno di dicembre questi Cappuccini fecero nella loro chiesa solennemente il ringraziamento istituito la ricorrenza, avendo preventivamente fatto l’arciprete Dott. Gio. Battista Nobili un bellissimo discorso al popolo. Dopo il suo cappellano fece la consueta funzione nella parrocchiale. Questa operazione fu cosa molto apprezzata dalla popolazione, pur non intendendo il Mistero della stessa.

 Per l’entrante anno 1707 fu estratto Consolo Pietro Gordini., Podestà fu Lorenzo Cospi. 

Nel ferrarese si scoprì la malattia epidemica nei bovini. A questa si aggiunse il danno che recavano le truppe tedesche nel bolognese che, nelle campagne del territorio, andavano nelle case, palazzi, ville, castelli a prendere con la forza quello che gli abbisognava rovinando tutto.

La campana mezzana del Comune si ruppe il 2 marzo, fu subito rifusa con una spesa di l. 300. In essa vi si legge sul contorno dell’orlo il nome e cognome del Consolo Gordini.

Non si fece Carnevale per le universali calamità, ma solo incessanti orazioni in ogni luogo.

Il 9 marzo, primo giorno di quaresima, si accese un grande incendio nel forno della Commenda di Malta in questo Castello. Durò molto tempo e furono perciò distrutti gli edifici aderenti e specialmente quelli che erano sopra la strada che porta al convento della chiesa di S. Francesco e si congiungevano col muro di cinta del cimitero.

Il 6 aprile nevicò continuamente per 24 ore, venne alta a mezza gamba. Durò in terra in pianura tre giorni, ed al monte tutto il mese e fu un gran freddo. Ciò portò danno alla campagna e al bestiame. In montagna molte pecore perirono per fame. Oltre ciò di giorno in giorno si attendevano truppe alemanne che dovevano partire per Napoli. Quindi, per ovviare a quei disordini che si prevedevano, furono avvisate le comunità di stare bene guardia dalla prepotenza dei militari.

Il 12 maggio venne a Bologna il generale Vezal che dopo avere concertato alcune decisioni col Legato e l’Assonteria di Magistrati e Milizia, questi spedirono ufficiali ai luoghi più importanti del bolognese.

A Castel S. Pietro venne il Conte Rata, col capitano Lapi ed un commissario tedesco a decidere gli acquartieramenti e preparare le tappe per 20 mila tedeschi, col patto di fornire 10.311 razioni di pane di once 28 l’una e 1.198 di carne di once 28 l’una, altrettanto di boccali di vino, oltre le biade, legna ed ortaggi. Arrivano le truppe a Bologna il 19 e 20 maggio, in mercoledì e giovedì secondo le notizie manoscritte lasciateci da Don Francesco Fiegna.

Su le ore 14 arrivò un distaccamento di tedeschi di dieci reggimenti composto ciascuno di mille e cinquecento soldati, che in tutto furono 15 mila. Questi reggimenti, fra la ciurmaglia, la servitù, le donne e altre genti furono calcolate essere in numero di ventimila persone.

Parte alloggiò nel Castello e parte nelle case del Borgo con i rispettivi ufficiali. La cavalleria oltrepassò il Borgo e si fermò di là dal Sillaro nelle larghe dei Calanchi e Granara. Aveva con sé sei pezzi di cannone. Per precauzione furono levate le insegne alle osterie. I combattenti furono accompagnati dal Sergente Generale di Battaglia papalina Marchese Albergati affinché non ci fossero incidenti. Furono avvisati i contadini fronteggianti e vicini alla strada romana perché portassero le loro robe entro i castelli per un raggio di due miglia e più. Ciò nonostante i poveri contadini dei paraggi soffrirono danni nei foraggi, erbe e legname. Nel Castello e nel Borgo pochi furono i furti e i mancati pagamenti di vino e cibo. Ciò seguì anche nei successivi passaggi dopo la partenza di questa truppa.

Il dì seguente vennero 125 cavalli. Proseguirono altri pedoni fino al 26 maggio che, perché non avvenissero diserzioni, in numero di 400 furono allocati nel Borgo entro l’abitato detto il Ghetto, dove ebbero la loro Tappa. Pernottarono fino al 27 maggio poi partirono per Imola.

Il 30 maggio, giorno di lunedì, arrivarono 400 cavalli che si fermarono nel Borgo sotto tutti i portici fino all’osteria del Portone e stettero fino alla mattina di martedì ricevendo il solito servizio. In questo giorno non si fece alcun mercato. Il passaggio di questa cavalleria durò quasi tutta la settimana. In questo frattempo venne un campo grosso di fanteria dalle parti della Lombardia. Si accampò nelle larghe di Maggio.

Seguirono non poche diserzioni, alle quali teneva mano un certo Scarpinello bolognese che, accompagnato da altri farabutti suoi pari, non aveva timore di assassinare la gente. Commetteva costui furti, assassini nulla temendo dalla giustizia al segno che ebbe coraggio, nella strada che porta da questo Castello a Bologna, di assalire gli sbirri. Fu perciò fatto arrestare a Imola, dove si era portato, dalla truppa tedesca a richiesta del Card. Legato di Bologna. Condotto poi a questa città pagò la pena dei suoi reati.

Dopo questo passaggio il Papa richiamò i suoi dragoni, che stavano alla frontiera del ferrarese, per la che si faceva nella Lombardia tra la Francia e l’Impero. Il 6 giugno passarono in 82 condotti dal Marchese della Penna. Furono accompagnati fino a C. S. Pietro dal tenente colonnello bolognese Domenico Pedrini da dove poi partirono per Roma a proteggere quella città per il passaggio che dovevano fare gli Alemanni contro Napoli.

Il primo luglio investì la carica di Podestà il Marchese Francesco Spada e quello di Consolo Pier Andrea Vanti.

Il 15 luglio venerdì arrivarono a Bologna mille e quattrocento combattenti fra cavalieri e fanti alemanni condotti dal tenente colonnello Pramprò. I giorni seguenti vennero lentamente a C. S. Pietro, fermandosi alle osterie, casini e palazzi di campagna e la mattina del 17 passarono direttamente ad Imola col convoglio dei nostri addetti ai carriaggi.

Il 19 luglio passarono altri alemanni a cavallo per la volta di Imola, essendo stati all’Osteria Grande.

Il passaggio di queste truppe aveva talmente impoverito la città di Bologna di grani che, scarseggiando perciò la farina, si temeva qualche disordine. Il Gonfaloniere si risentì assai col Legato in modo che, scosso dalla sua indolenza, nel seguente agosto fece sequestrare tutti i grani che erano a Castel S. Pietro ed in altri luoghi onde accumulò 86 mila corbe di grano. Così fu calmato ogni tumulto.

In questo mese a Ferrara il Marchese Francesco Massimo, comandante genti delle armi pontificie, si ammalò e qui finì i suoi giorni.

Agli ultimi di novembre si ebbe avuta notizia di un nuovo passaggio di alemanni per Napoli. Il Papa accordò il passaggio a condizione di avvisare in tempo la loro venuta e di passare 200 per volta, con un intervallo di tre giorni da un passaggio all’altro, e di pagare tutto ciò che gli venisse somministrato. Intanto fu spedito come commissario Pio Matteo Mengoni, uno dei concorrenti alla carica di Tenente Colonnello vacante per la morte del Guicciardini. perché vigilasse sul passaggio degli alemanni. Quindi fu spedito un corriere a Roma mentre il Sergente Generale Conte Albergati andò a trovare l’ufficiale maggiore dei tedeschi Tenente Colonnello Rochrè con gli accordi fra Roma e la Corte di Vienna intorno a questo passaggio.

Furono spediti a S. Giovanni gli ufficiali maggiori di Bologna e a S. Nicolò presso C. S. Pietro il capitano Parisi a prendere il quartiere. Al capitano Borghesi fu affidato l’incarico dei carri a C. S. Pietro per il trasporto del bagaglio tedesco nella Romagna.

Intanto tornò il Sergente Generale Albergati colla risposta del Rochrè.  Fu che aveva avuto ordini pressantissimi del Principe Eugenio di passare per lo Stato ecclesiastico con 530 soldati tutti in una volta senza danari per pagare le Tappe come si pretendeva. Informato di ciò il Legato spedì il suo uditore Isoldo al Rochrè col dott. Lodovico Martelli, segretario maggiore del Senato, a presentargli l’accordo fatto tra il Papa e l’Imperatore, ma la spedizione fu inutile perché tornarono Isoldo e il Martelli colla stessa risposta di prima.

Ciò vedendo il Legato, che aveva proibito agli Assunti di Milizia il provvedere le Tappe, revocò la proibizione e lasciò loro l’impegno che provvedessero al fabbisogno per evitare che i tedeschi si inoltrassero nel contado, come minacciavano, se non si fosse procurato quanto loro era necessario.

Giunse intanto la risposta da Roma del Papa, che non solo non si dovesse dare cosa alcuna ai tedeschi, ma che anzi si ostacolasse il loro passaggio sopra gli Stati pontifici.

In vista di ciò furono raccolte le Milizie Nazionali ed immediatamente spedite al Sergente Generale Albergati. Il capitano Borghesi fu spedito con tremila lire per la sussistenza delle milizie papaline, che si radunavano, al suono della campana, in S. Giovanni dai comuni vicini per custodire quel Castello. Qui si fermarono gli stessi ufficiali del nostro paese.

Spediti che furono questi ordini si venne a sapere che gli alemanni erano entrati a Crevalcore. A questa notizia il Legato strepitò contro il Mengoni, che era commissario di quel Castello, poi ordinò alla guardia svizzera di arrestare gli Assunti di Milizia e i magistrati che stavano giorno e notte uniti in Palazzo, ma la guardia svizzera non volle ubbidire.

Intanto i tedeschi si accordarono di pagare un paolo per ciascun soldato. Con questo accordo il venerdì 16 dicembre vennero a S. Nicolò ove era stata preparata la Tappa per venire poi a C. S. Pietro e quindi a Imola. Non proseguirono però il viaggio perché il Legato di Ravenna Gualtieri, che aveva ottomila persone in armi, negò di permettere loro il passaggio se non avessero prima pagato le Tappe. Per ottenere ciò il Gualtieri si tratteneva a Imola. Il Legato di Bologna, per liberare la provincia dai soldati, più volte gli spedì messaggi ma inutilmente.

Finalmente, dopo tante istanze a Roma, il 29 dicembre partirono i 500 tedeschi da S. Nicolò, e passarono per il nostro Borgo, ove commisero qualche piccola insolenza ai fruttaroli, e andarono a Imola.

Nel tempo che stettero a S. Nicolò non vi fu casa, né luogo negli intorni, che non fosse danneggiato. Anche Varignana, Ozzano, Casalecchio de’ Conti ne provarono gli effetti, e così terminò il 1707.

 Giunto l’anno 1708 nel Ministero di Podestà a C. S. Pietro successe Girolamo Alamandini ed entrò Console G. Battista Fiegna.

Il 9 gennaio venne un temporale con pioggia, grandine e saette con orribili tuoni, che fece stordire e meravigliare le persone essendo in inverno.

Per le continue tribolazioni militari e per la malattia epidemica nei bovini che serpeggiava or qua or là, si facevano orazioni, penitenze e voti. La Compagnia di questo SS.mo di C. S. Pietro, di cui era priore Sante Tomba, pensò di andare con l’immagine miracolosa del suo Cristo alla Santa Casa di Loreto.  Ma poiché la Compagnia non aveva risorse sufficienti per le spese del viaggio, si convenne fra i confratelli una tassa. In seguito fu decretata la partenza per il giorno 21 aprile con 36 confratelli.

Giunto il giorno, avendo prima fatto precedere un devoto triduo di messe e orazioni davanti alla sacra immagine nel suo oratorio, si andò per la prima volta alla Santa Casa.  Da allora in poi crebbe sempre più la devozione a questo miracoloso crocefisso.

Dopo 13 giorni ritornò a casa incontrato da tutta questa popolazione. A riceverlo intervennero le fraterie, il Corpo della pubblica Rappresentanza e le due compagnie di S. Caterina e del Rosario, che quantunque fossero tra loro in cattivi rapporti. Il motivo era che quest’ultima chiedeva l’uso di una particolare cappa.

Il 24 aprile vennero dalla Romagna 12.000 tedeschi e passarono a Bologna per andare a Milano col Duca di Ascalona[15], il Duca della Bisacera[16], il Principe di Castiglione [17]ed il Principe di Cellamare[18], prigionieri con seicento soldati e ufficiali

Il 29 vennero altri 10.200 cavalli dalla Romagna. Si riposarono in questo Castello e Borgo tutta la notte e il lunedì 30 partirono per Bologna. Il conduttore di questa impresa fu il conte di Almerod. Gli furono date le razioni di pane e carne bovina, che si pagava 2 baiocchi la libbra ed il vitello 22 quattrini ed il vino due baiocchi il boccale.

I prigionieri, arrivati a Bologna, stettero liberi entro la città sulla parola e la garanzia degli accennati quattro principi che furono sempre guardati nei loro quartieri.

Giovan Battista Pirazzoli che fu capitano al soldo della Francia nella battaglia della Mirandola, ove si portò valorosamente, finì i suoi giorni in patria. Lasciò per testamento, fatto prima della sua partenza alla guerra, una sua casa posta nella via Saragozza di sopra alla Compagnia del SS. Sacramento, coll’obbligo di tre messe settimanali in suffragio della sua anima come da rogito di Giacomo Biondi del 21 marzo 1699.

Nel tempo che la truppa tedesca stette sotto Bologna controllata dalla truppa di volontari, non vi fu male che non commettesse, per ciò il Senato fu costretto ad assicurare i castelli dalla parte del ferrarese e della Lombardia, tanto più che avevano danneggiato e saccheggiato nel Bolognese, massime nel contado di Panzano ( frazione del comune di Castelfranco Emilia). Da qui partiti si incamminarono nel ferrarese e retrocedendo nella bassa Romagna si impadronirono per fino di Comacchio.

Il Papa, irritato di ciò, richiamò tutta la milizia dello Stato ecclesiastico, ne mandò diversi distaccamenti nel ferrarese con bocche da fuoco. Tutti gli altri castelli e luoghi murati del bolognese furono armati con le compagnie di milizia. A Castel S. Pietro si facevano pattuglie. Gli stessi villani vennero con le robe al Castello e le donne si sentivano poco sicure.

L’11 giugno un corpo di 400 soldati papalini vennero dalla Romagna a C. S. Pietro, albergarono nel Borgo e partirono il giorno seguente col loro bagaglio. Avevano con sé molti carri di farina e munizioni da guerra.

Il primo luglio entrò Podestà Il marchese J. Ghiselieri e Consolo Clemente Righi. Nello stesso giorno, arrivarono a C. S. Pietro ottanta pedoni perugini con un convoglio di 46 cavalli dalla Romagna. Questi seguivano la truppa papalina per impedire le diserzioni essendone già fuggiti per la strada più di duecento. Prima della loro partenza ebbero provviste dal Senato di Bologna, poi si incamminarono alla volta di Cento. Non passava giorno che non passassero truppe papaline e tedesche.

Il giorno 4 passò l’equipaggio del Principe d’Armisrasti[19] che andò a Bologna accompagnato da 40 persone.

Lo stato pontificio era sconvolto per le ruberie che facevano i tedeschi. Il Papa, sempre più adirato, ordinò un grosso armamento di persone e furono armati tutti i castelli.  Fu in seguito spedito a tutti i Comuni l’ordine di dare gli elenchi di tutte le anime per ricavarne da essi uomini per il servizio del Papa. Il conte Luigi Marsigli nominò per fare ciò uno dei suoi sergenti generali nel mese di agosto.

I veneziani intanto erano in guerra col turco. In tale occasione andò al loro soldo Marchione Fabri, figlio del capitano di Castel S. Pietro, e andò come tenente alla difesa di S. Sofia.

I tedeschi, non temendo i papalini, sempre più danneggiavano il ferrarese ed il bolognese. Per questo si venne ad un piccolo fatto d’armi fra l’una e l’altra parte a S. Carlo, ove restarono vittoriosi i tedeschi, che in 400 uccisero 600 papalini.

Il 4 settembre morì a Castel S. Pietro il dott. Don Ignazio Laurenti, figlio del dott. Francesco Laurenti medico detto volgarmente della Broccarda dal nome del luogo ove la maggior parte dell’anno abitava questa famiglia e fu sepolto nella parrocchia.

Nonostante lo scontro accennato i papalini stettero saldi contro i tedeschi a S. Agostino.  Presentandosi però un avanzamento di altre truppe, il 9 ottobre fu mandata la compagnia di Castel S. Pietro sotto la condotta dal capitano Valerio Fabbri con 100 uomini, gente molto coraggiosa. Vennero ad un fatto d’armi presso il Panaro e restarono superiori i papalini. Le sentinelle avevano osservato che i tedeschi salivano sopra i pioppi per scoprire le disposizioni del campo papalino. I soldati del capitano Fabbri si avanzarono al tiro giusto dei loro fucili. Il Fabbri, dopo aver avvisati gli altri capitani, che non temessero di un assalto al rumore degli spari, ordinò ad alquanti dei suoi più coraggiosi che archibugiassero le vedette tedesche. Gli esploratori tedeschi restarono vittime de nostri bravi paesani i quali non fallirono alcun colpo.

La truppa di Castel S. Pietro acquistò maggior credito, onde fu destinata nelle parti di S. Agostino come truppa avanzata.

La epidemia nei bovini cominciò a calmarsi dalle nostre parti e invece, secondo lasciò scritto nelle sue memorie Don Gordini, cresceva nel ferrarese ove durò fino al 1714

Avendo il Papa bisogno di soldati il 20 settembre fece pubblicare un Bando che ordinava che ogni cento anime si estraesse a sorte un uomo libero tra i 20 e i 40 anni per fare, se necessario, immediatamente il militare. Gli estratti andavano a Faenza a prendere le armi.

Il 29 settembre, giorno di S. Michele, Camillo Landi, dopo molte infamità ed omicidi dei quali si era accordato col tribunale, morì miseramente in questa sua patria di Castel S. Pietro prima marcio che morto.

Per le presenti bellicose contingenze, il 25 ottobre il Senato fece nella chiesa di S. Giacomo a Bologna, una devota festa ai Santi Angeli Custodi.

Anche Castel S. Pietro, domenica 28, fecero lo stesso questi Agostiniani nella loro chiesa di S. Bartolomeo. Nella stessa chiesa c’era la compagnia eretta sotto la invocazione del Santo Angelo Custode sino dal secolo passato, come abbiamo notato nella sua epoca. La sua statua, che esisteva e tutta ora esiste all’altare di S. Tomaso di Villanova, fu posta all’altare maggiore ed indi fu portata processionalmente dai confratelli e dai sacerdoti agostiniani locali fino alla piazza ove si diede la benedizione al popolo concorso numeroso. Capo della compagnia che, non avendo uniformi particolari, usava il vestiario della Confraternita del SS.mo con lo scudo del S. Angelo Custode, era allora Don Giacinto Rinaldi, come abbiamo riscontrato nelle memorie del convento.

Crescendo i rumori militari negli intorni di Cento ed essendo già attaccata Ferrara, Don Alessandro Albani, nipote del papa, che si trovava a Faenza con 700 dragoni, il primo novembre venne a Castel S. Pietro, dove si fermò per poche ore, poi passò a Bologna quindi a Cento. I tedeschi comunque non temevano la truppa papalina tanto che il giorno 10 fecero una scaramuccia ed una scorreria fino sotto le porte di Bologna.

Il giorno 13 novembre arrivò nel bolognese il generale Conte di Taun con 12.000 combattenti. La sua truppa fece mille oltraggi alle donne, alle campagne e ai viandanti. Il 17 venne a Castel S. Pietro questo Generale, che portava il nome di Conte Filippo Lorenzo Illirico di Taun[20].  La sua milizia usando le più tristi crudeltà, danneggiò ovunque scorrendo fino alla vicina Romagna poi si incamminò verso Roma. Il 19 novembre vi andò dietro il Baron Monti con 10.000 fanti, che facevano anch’essi lo stesso de soldati del Conte Taun soprattutto contro le donne.

A Castel S. Pietro le donne, nel tempo del passaggio militare, furono rinchiuse nella chiesa ed oratorio di S. Caterina. Si chiusero tutte le botteghe del Borgo e del Castello. Le stesse porte del Castello furono chiuse e i paesani messi a guardia.

Intanto vedendo le cose della Chiesa andare piuttosto male si cominciò a trattare la pace coll’Imperatore. Terminato l’anno e incominciato a quietarsi il rumore, in ogni luogo si facevano orazioni per il perseguimento della tranquillità e pace.

Poiché il raccolto fu scarso il Senato spedì a Castel S. Pietro dei commissari per trattare con i contrabbandieri di Castel Bolognese l’acquisto di 6.000 corbe a l. 13: 10.  Allo stesso prezzo si obbligarono a mantenere la città per tutto il 1710.

1709 – 1712. CompagniaSS.mo rinuncia a lite contro Gesuiti su eredità Morelli. Visita pastorale arciv. Boncompagni. Passaggio di alemanni verso il napoletano. Secondo viaggio a Loreto della compagnia del SS.mo. Miracoli della madonna del Cozzo. Contrasti tra Compagnia S. Caterina e SS.mo su levata madonna di Poggio. Per mantenimento Fegatella consegnate chiavi a conte Malvasia.

 Nell’anno che seguì, 1709, entrò Podestà per il primo semestre il conte Gerolamo Bentivoglio e Consolo G. Battista Fiegna.

A causa dei danni fatti dalle truppe alla campagna, furono alzati i prezzi delle granelle, il grano fu posto a paoli 28, 30 la corba sebbene il calmiere fosse di l. 13: 10.[21]

Si stipulò intanto la pace tra il Papa e l’Austria e fu firmata l’11 gennaio a Roma dal Marchese di Peià plenipotenziario di sua Maestà Cesarea. Avutasi tale notizia il popolo dette segni di grande giubilo.

Il freddo fu tanto forte che i vini si erano gelati nelle botti e lo stesso era successo al pane che non si poteva mangiare se prima non si riscaldava. Il maggior freddo fu alla metà del mese che la temperatura andò molto sotto lo zero.  Si trovarono per ciò in alcuni luoghi creature morte ed intirizzite dal freddo. In seguito vennero anche malattie che degenerarono in influenza, per cui nel successivo febbraio si seppe di una mortalità tale che a Bologna morivano cento creature al giorno. Questa influenza si propagò in tutta Italia onde morirono migliaia di persone.

Nella Francia seguì la stessa influenza tanto che si raccontò che a Parigi morirono più di 15.000 persone in breve tempo. Per tali disgrazie il Papa dispensò motu gratia l’indulto nella quaresima alle uova e ai latticini, che poi passò pure alla carne.

Fatta la pace col Papa cominciarono a ritirarsi le truppe dalla Romagna. Su la fine di gennaio passarono 500 fanti con molti malati gravissimi.

Il 18 febbraio morì a Castel S. Pietro Goltifredo Semel, figlio del valoroso capitano Matteo Calort alemanno della truppa imperiale. Quantunque morisse in modo naturale, fu accompagnato alla sepoltura con tutti gli onori militari, battendo i tamburi a lutto e tenendo i fucili rovesciati senza baionetta.

Il 20 febbraio vennero dalla Romagna a Castel S. Pietro diecimila alemanni, si fermarono per due giorni e non commisero alcun male, solo si ubriacavano fortemente e ballavano ubriachi in mezzo alla via.

Il grano si vendeva l. 16 la corba.

L’11 aprile morì il Consolo Giovan Battista Fiegna. Ricevette dal Corpo comunicativo i soliti onori e riti. Il suo cadavere fu ricevuto alla porta della residenza da tutta la Comunità unita e, dopo aver intonato il de Profundis, fu rilasciato nelle mani del clero. Suo sostituto fu Vincenzo Benelli.

Il 15 aprile era stato promosso alla dignità cardinalizia Mons. Ulisse Giuseppe Gozzadini. Per tale promozione il mio avo Pietro Antonio Cavazza che era molto affezionato e familiarissimo di questo porporato, dal quale veniva teneramente amato, sparse danari, vino e pane alla povertà di Castel S. Pietro. Poi fece cantare dai Cappuccini il Tedeum in ringraziamento al Signore.

La Compagnia del SS.mo SS.to, per i benefici avuti dal Signore nella passata guerra, fece le rogazioni di Maria SS.ma di Poggio più brillanti del solito con squisita musica dei primi professori di Bologna. Alle funzioni, che si tennero il 27, 28, 29 di Maggio, intervenne ogni giorno il Corpo comunitativo.

La stessa compagnia, riprese la lite contro i gesuiti di Bologna per l’inadempienza degli obblighi Morelli come si rileva agli atti Monari nel vescovado di Bologna.

L’epidemia nei bovini continuava ma più debolmente.

La raccolta dei grani fu mediocre.

Il provinciale degli Agostiniani P. Bonifacio Fattori del Finale di Modena, fece priore di questo convento di S. Bartolomeo di Castel S. Pietro il P. Antonio Maria per un triennio ma egli, per la sua religiosità, rinunciò a capo d’anno e fu sostituito dal P. Giuseppe Palazzi da S. Agata.

Per il secondo semestre 1709 fu estratto Console Pier Andrea Vanti e Podestà Giulio Cesare del Senatore Matteo Fibbi.

A causa del freddo dell’inverno passato erano andate a male molte viti. La vendemmia quindi fu scarsa e si vendette l’uva fino a novanta lire la castellata. I villani malandrini aggiungevano acqua nel mosto. Uno di questi di Minerbio, pratico di questi trucchi, accusò un suo nemico della frode ed insegnò il modo di scoprirla.

Prese un bicchiere di mosto dalla castellata poi vi mise dentro un nocciolo di pesca, questo affondò indicando essere il mosto puro, genuino, naturale e non adulterato. Poi prese il mosto del villano accusato, immerse lo stesso nocciolo di pesca e questo venne a galla e così fece vedere essere questo mosto adulterato ed illegittimo. Fece tale prova anche in altri simili mosti adulterati apposta ed in altri legittimi e naturali e accadde lo stesso.

Riconosciuta la verità del metodo, fu regolato dal magistrato e così puniti anche gli altri villani che avevano commesso tale truffa.

Il principe Galeotto Pichi aveva comprato una casa in questo Castello nella piazza di Saragozza, detta di S. Francesco. Nel mese di ottobre cominciò i lavori per la propria abitazione come si riscontra dalla nota delle spese fatte, che si trova presso di me.

Il Conte Fabio Bolognini di Bologna detto volgarmente della Pianta sotto Castel Guelfo, volendo manifestare il suo giubilo di avere veduta recuperata la salute del serenissimo Gran Duca di Toscana[22] ne diede il seguente avviso pubblico che legge stampato nella raccolta degli avvisi di Bologna stampati presso il Senatore Marchese Vitale de’ Buoi come segue:

“Adi 12 ottobre 1709, giorno di lunedì, in Castel S. Pietro l’ill.mo sig. Conte Fabbio Bolognini fece cantare una solenne Messa e Tedeum alli RR. PP. MM. OO. di S. Francesco nella loro chiesa, nel di cui altar maggiore era esposto un bellissimo quadro della B.V. Annunziata del pennello dell’egregio Pietro Cavazza, in rendimento di grazie all’altissimo per la ricuperata salute Del Serenissimo Gran Principe di Toscana. Fu preceduta simile funzione da moltissime messe e da una processione di gente del clero, Comunità, claustrali e compagnie secolari e militari sotto il capitano Francesco Vanti di questo paese con numeroso popolo ed infine una bene intesa salva di mortaretti. Simile dimostranza fu di giubilo universale e tutte quelle genti, che in gara fecero comparire la loro divozione mirabilmente accoppiata ed al rispetto del sudd. Cavaliere, alla serenissima Casa Medici ed alla pietà di quei relligiosi.”

La Compagnia del SS.mo era da tempo in lite coi Gesuiti di Bologna sopra l’adempimento degli obblighi Morelli che avevano soddisfatto per 70 anni e ora non volevano più soddisfare né rinunciare alla eredità, ma di tutto volevano appropriarsi senza adempiere alla volontà del testatore.  La Compagnia riconoscendo le sue poche forze in proporzione dei cavilli, della ricchezza e delle protezioni dei Gesuiti bolognesi il 24 novembre abbandonò la lite. Da questo momento i gesuiti non soddisfecero più gli obblighi quantunque la eredità sia pingue. Di questa se ne trascrive qui il compendio, dedotto dall’inventario legale prodotto nel 1634.

Case del Borgo di Castel S. Pietro fra le quali l’osteria della Corona per l. 28.859: 9: 4.  Possessione Trifolche l.40.357.  Possessione Cerè l.1.0095. Poderi Toresella, Valisella e Morticcio l.40.000. Possessione di Ozzano per l. 10.000. Predio Crocetta nel comune di C. S. Pietro devoluta alla Abbazia di S. Stefano, suoi miglioramenti l. 2.000.  Una pezza di terra l.450. Altri due simili vendute per l. 3.362. La casa in Bologna ove ora è il Colegio de Nobili l. 12.500. Credito contro le sorelle Zani per l. 1000. Mobili per l. 4.044: 15.

Si tralasciano molti altri crediti e capitali per brevità. Si può quindi ripetere col Poeta

Quid non argento, quid non corrumpitur auro

qui majora debit munera, victor erit

Con la corruzione e col denaro la contesa fu terminata.

Terminata la legazione il Card. legato Nicolò Grimaldi partì da Bologna. Il 29 ottobre fu accompagnato dai senatori Albergati e Malvezzi fino a Castel S. Pietro. Dalla parte opposta a S. Giovanni in Persiceto, il2 dicembre fu incontrato il nuovo Legato Card. Lorenzo Casoni.

  Il primo gennaio 1710 investì la sua carica di Console Vincenzo Benetti e di Podestà il Cavaliere Giovanni Dall’Armi.

Il 16 febbraio Mons. Ottavio Ringhieri intimò alla Compagnia di S. Caterina di dar nota di tutti i beni, entrate e spese che fossero a beneficio dell’Ospitale del Borgo. La Compagnia gli illustrò che l’Ospitale nulla possedeva di proprio ma era mantenuto con entrate di carità della compagnia e così si giustificò tutto. Poteva fare ciò perché le scritture e i testamenti si erano bruciati nell’incendio della casa di messer Giulio Alberici.

Il 2 marzo Sante Saffi di anni 33, mentre era in questa chiesa arcipretale di Castel S. Pietro a vedere seppellire Caterina Galli in un sepolcro della compagnia di S. Caterina, si affacciò alla bocca del sepolcro. La puzza tremenda gli tolse il respiro tanto che cadde nel sepolcro perdendo la vita. Dissipato il fetore, fu levato da quell’avello e, fatti i debiti riti di S. Chiesa, fu sepolto poi nel cimitero essendo un uomo povero.

Il grano si vendeva a l. 12 la corba, come deciso dal calmiere che poi, per il buon raccolto, passò a l. 10: 10 poi a l. 9 e finalmente a l. 6.

Martedì 30 aprile l’Ecc.mo Arcivescovo Boncompagni di Bologna, con seguito di 18 persone, venne a Castel S. Pietro, per la visita pastorale. Visitò tutte quante le chiese, perfino le cellette dette volgarmente le maestà.

Fra i provvedimenti e decreti che fece ci fu quello riguardante gli abusi che si facevano nella chiesa della Annunziata in questo Borgo. Infatti il parroco intendeva portare via da essa le suppellettili che erano dei borghesani custodi della chiesa e perfino la piccola pittura di Maria SS.ma colla quale si facevano le processioni nel Borgo.  Ordinò che non si dovessero togliere dalla chiesa e quanto alla S. Immagine decretò che dovesse sempre stare in chiesa e non in una casa privata, altrimenti non si dovesse più fare la consueta processione.

Ordinò pure che si sistemasse nella chiesa l’altare del Cristo per potervi celebrare messa.

Visitò anche la chiesa dedicata a S. Carlo nella via che porta a Medicina, la quale ora è profanata. Anticamente era detta la maestà Dalforte, per essere stata costruita da Virgilio Dalforte, paesano di Castel S. Pietro. In questa visita l’arcivescovo sistemò altre questioni fra le compagnie e la Comunità, sopra tutto riguardo la elezione del campanaro, per cui ne emanò un suo decreto il giorno 3 maggio, come si rileva al Campione secondo degli atti della Comunità fol. 183. Ciò fatto se ne partì per Bologna col suo seguito, lasciando quieto il paese.

Il 7, 8 e 9 maggio ci furono le rogazioni di M.V. di Poggio.

 Il giorno 7 nacque Antonio Graffi da Carl’Antonio ed Anna Bertuzzi Jugati, che fu poi prete, scienziato, dottore teologo, protonotario apostolico e poeta toscano che oltre le sue varie opere competizioni su lo stile del Filicaja [23], compose in verso libero le lodi della concezione di M. V. e fu prodotto per la stampa del dott. Volpe in Bologna.

Adì 24 giugno fu estratto Consolo per il prossimo secondo semestre Giacomo Landi, che prese il possesso il primo luglio. Lo stesso fece il nuovo Podestà Giuseppe Pandolfo Fibbia.

Lunedì 7 luglio, approfittando del mercato, fu ucciso in Borgo con una archibugiata Morando Rerpardi dottore comunale delle Caselle.

La Compagnia del Suffragio del Purgatorio eretta in S. Bartolomeo cominciò in questi tempi l’uso di riscuotere da ogni confratello vivente tre soldi per ciascun morto allo scopo di fargli il suffragio mediante un individuo della stessa compagnia che doveva portarsi ad Assisi.

Poiché si portavano fuori da Castel S. Pietro ogni sorta di grani e andavano fuori stato senza avere l’accompagnatura, fu fatta istanza al Legato. Questi il 14 luglio decretò che il Notaio giusdicente facesse la relativa Bolletta. Questa facoltà, concessa al Notaio dell’Ufficio per fare tali Bolette, durò per lungo tempo.

Li 27 d. venne dalla Romagna il generale Vaubon con 900 dragoni napoletani, pernottò qui in casa Malvezzi ed il giorno seguente partì per Bologna per andare in Piemonte.

L’ 11 agosto venne a Castel S. Pietro l’Arcivescovo Giacomo Buoncompagni ad incontrare L’E.mo Ruffi Legato di Romagna e Ferrara. Albergò nel palazzo Malvasia ove stette fino al 14 poi se ne partì.

Il 24 agosto, Festa di S. Bartolomeo, si levò un turbine di vento così grande che portava via le persone, durò mezzora e poi seguì una grossa tempesta che danneggiò il comune di Castel S. Pietro ed altri paesi, schiantò le cime ai pioppi, alle querce e ad altri alberi.

L’anno seguente 1711 il primo gennaio entrò Massaro Giacomo Pirini, fu Podestà per il primo semestre Sante Guidotti. Il grano si vendeva in questo tempo l. 8 la corba, fu perciò fissato il calmiere a l. 7: 10.

Il 20 marzo vennero da Bologna 800 soldati alemanni fra fanti e cavalieri e passarono immediatamente ad Imola per andare nel napoletano.

Il 17 aprile morì Vienna l’Imperatore Giuseppe primo[24].  Egli fu nemico del papa, però visse poco dopo che ebbe fatto invadere gli Stati pontifici.

Il 19 Pietro Andrini, priore della Compagnia del SS.mo, intraprese il viaggio a Loreto processionalmente col SS.mo Crocefisso e la sua Compagnia, Fu questa la seconda volta che si portò a quel Santuario. Fu levata la S. Immagine dal suo altare nell’oratorio e fu portata, accompagnata da molto popolo, fino alla chiesa di S. Giacomo di là del ponte sul Sillaro con l’arciprete dott. Nobili.  Qui si dette la benedizione col crocefisso a tutti i presenti.

La Compagnia e la S. Immagine riceverono grandi onori in tutte le città e castelli ove passò e massime a Loreto dai custodi del Santuario, anche per la bella offerta di cera e di una cotta con pizzi finissimi. Stette la S. Immagine esposta a destra della S. Cappella di Loreto per tre giorni. Questo viaggio fu intrapreso anche per impetrare da Dio la pace e la concordia tra i principi cristiani, per la estirpazione delle eresie che ricominciavano a pullulare e per la esaltazione di S. Chiesa.

Tornata la S. Immagine a Castello vi fu un copioso sparo di mortaretti. Il S. Crocefisso fu portato e posto nell’altar maggiore della Parrocchia, fu data al popolo la S. Benedizione quindi fu restituito al suo altare nell’Oratorio. I confratelli che concorsero al viaggio furono: sig. Pietro Andrini, Don Cesare Rinato come Capellano, Don Pietro Mons. Giorgi come Confessore ordinario, D. Vincenzo Orsolini, sig. Clemente Righi, Sante Tomba, Vincenzo Bonetti, Antonio Beltramelli, Ottaviano Baroncini, Sabbatino Tomba, Giacomo Bellotti, Domenico Gattia ed Alessandro Pirini tutti fratelli professi. A questi seguirono i seguenti novizi, cioè Antonio Giorgi, Sebastiano Lugatti, Giuseppe M. Rossi. Marc’Antonio Calanchi, G. Battista Bolis, Marc’Antonio Macagna, Pietro Trocchi, Paolo Gattia, Domenico Lelli e Carl’Antonio Ferlini, che pagarono le spese del regalo. Ginevra Mondini e Francesco Maria di Pietro Cavazza si distinsero anch’ essi in questa funzione, fecero il regalo della cera alla S. Immagine del Cristo per tutto il tempo che stette alla pubblica venerazione. Questa famiglia Cavazza quantunque porti i nomi di mio padre ed avo, non li ritrovo nella mia parentela.

I giorni 11, 12, 13 maggio, stante la buona concordia che intercedeva fra le Compagnie cappate si fecero le rogazioni con la B. V. di Poggio più brillanti del solito.

La Compagnia di S. Caterina, dai tempi andati, aveva tenuto aperto entro il Castello una piccola casa ad uso di ospitale per i sacerdoti. La casa era nella via Maggiore presso la porta inferiore al N. 3 alla destra dell’ingresso. Fu venduta dalla Compagnia a Vincenzo Benetti come ne accenna un rogito di G. Battista Dalla Valle del 4 dicembre 1713. Questa casa poi ebbe una questione civile l’anno 1715 nel vescovato di Bologna. L’ospitale dei preti fu trasferito nel Borgo unito all’altro dei Bastardini e dei Viandanti, facendovi un alloggio a parte.

Il primo luglio entrò Consolo per il secondo semestre Giovan Paolo Fabbri che fu padre di Alessandro, segretario del Senato, Podestà fu Paolo Dondini.

Al marchese Sebastiano Locatelli era stato intimata la cacciata dalla città e dalla legazione di Bologna. Furono tante le istanze del suo genitore e gli impegni che assunse, che gli fu permutata nella relegazione a Castel San Pietro.

Al Conte Generale Marsili, nobile bolognese, per essersi ben comportato verso Bologna e suo territorio per il passaggio e la permanenza delle truppe Alemanne, il Senato regalò trecento once d’argento lavorato.

Giunto l’anno 1712 entrò Consolo Giacomo Landi e Podestà il Marchese Paolo Riario.

Vertevano contrasti fra le famiglie Laurenti e quella del capitano Valerio Fabbri, quantunque fossero congiunti di sangue per i matrimoni di Lodovico Comelli ed Antonia Francesca Comelli. Per l’ostilità contratta, i due fratelli Lorenzo e Francesco Laurenti, discendenti da una Comelli, tesero un agguato ad Ottavio Fabbri, fratello del detto capitano. Il 25 gennaio ad un’ora di notte nel mercato di mezzo a Bologna, gli fu sparata una archibugiata. Morì il giorno dopo nello Ospitale della Vita, di dove poi fu trasportato alla chiesa di S. Vitale e qui sepolto, perché abitava sotto quella Parrocchia quando andava in città. I due fratelli Laurenti si dettero immediatamente alla fuga.

Cominciò in questo tempo a miracolizzare l’immagine di Maria SS.ma detta del Cozzo. Questo era un fondo rurale in questo comune di Castel San Pietro, fronteggiante la via romana, di proprietà delle Monache di S. Caterina di strada Maggiore di Bologna. Quel fondo veniva lavorato da Sante Negroni.

A questa Immagine, rappresentante una pietà, che era in una piccola celletta, venivano tributate molte elemosine, come si riscontra dall’archivio di questa Arcipretale di Castel S. Pietro. Il primo miracolo che mi è accaduto ritrovare avvenne nel mese di febbraio. Il citato Sante Negroni venendo da Castel S. Pietro di buon mattino, fu assalito e picchiato con molte ferite da dei masnadieri nascosti sotto il ponticello che sottopassa la strada maestra in faccia alla celletta. Non perdendosi egli d’animo cominciò a gridare: Maria SS.ma ajuto! anime del Purgatorio ajuto! Questo poiché veniva appunto dalla solita funzione che si faceva di buon’ora nella chiesa di S. Bartolomeo per le anime del purgatorio.

Dopo tali invocazioni comparvero in quel tumulto alcuni vestiti di panno bianco, che egli disse di non conoscere, che fecero resistenza ai malandrini, li fecero fuggire e li inseguirono verso Imola.

Il Negroni fu da due di questi sollevato da terra e condotto davanti la Celletta della S. Immagine. Lì rimase finché si fece giorno non potendo ritornare a casa per la debolezza delle sue forze. Ricercò poi i suoi salvatori per ringraziarli ma invano. Riconobbe in questo fatto, da buon cristiano, che aveva ricevuto tale beneficio da Maria SS.ma mercé le anime Sante del Purgatorio. Non passò molto tempo che guarì dalle ferite mortali.

Da questa S. Immagine ebbe poi molte altre grazie e segnatamente un’altra ossia che, essendo in questi tempi una fiera epidemia nei bovini, le sue bestie furono preservate mentre le vicine furono tutte contaminate.

La Congregazione della Gabella grossa di Bologna, per ovviare alla esportazione dei gargioli che si facevano dalla parte dei Bagni Porrettani, fece un decreto, che il gargiolo dovesse pagare un paolo per ogni cento libbre di quello che andava lassù e di là partiva. Questo pagamento si applicò in modo che pesò fino a Castel S. Pietro, Budrio ed altri luoghi.

 Soffrendo ciò di malavoglia i gargiolari dei due castelli, si allearono e, per gli atti di Gaetano Gardini, notaio nel foro civile di Bologna, mossero lite alla Dogana avanti il cardinal Legato per l’annullamento di tale decreto.

Ascoltò egli le ragioni e decretò che non fosse valido il decreto per Castel S. Pietro e Budrio e anzi il 16 febbraio ordinò che fossero restituiti i danari indebitamente riscossi dagli ufficiali della Dogana a Giacomo Landi, Tiburzio Battisti ed Antonio Cervellati, gargiolari di Castel S. Pietro.

Questo fatto spinse alcuni paesani a fare ricorso avanti al Card. Legato contro la Comunità, perché non rispettava le leggi tributarie locali e inoltre perché non decideva mai nulla, non intervenendo i consiglieri alle sessioni nel numero prescritto. Il Legato rimise il ricorso alla Assonteria di Governo per la verifica dell’esposto e per il pronto provvedimento.

Le compagnie di S. Caterina e del SS.mo Sacramento erano venute fra di loro in contrasto sopra la rispettiva anzianità e circa la levata della S. Immagine di Poggio dalla sua residenza in occasione delle imminenti Rogazioni che seguirono li 2, 3, 4 maggio. Queste furono comunque fatte senza timore di qualche incidente perché l’arciprete Nobili maneggiò in modo che la compagnia di S. Caterina si astenne dall’intervento alle processioni ed al trasporto della immagine alla sua chiesa.

A questi problemi si aggiunsero anche altri contrasti fra il cappellano della compagnia del SS.mo. il curato di Poggio ed il cappellano beneficiario della stessa Madonna. Pretendevano questi di portare la stola tanto nel levare la Madonna quanto nel trasportarla mentre si camminava nella giurisdizione della cura di Poggio. Fu portata la questione nel tribunale vescovile di Bologna e quindi fu costretto l’arcivescovo a mettervi le mani.

L’arciprete, che aveva chiesto la venuta delle Missioni, chiese all’arcivescovo di accelerarne la venuta anche per pacificare e calmare gli animi esacerbati. Il 26 maggio, festa del Corpus Domini, arrivarono 4 gesuiti, uomini di singolare probità e dottrina, capo dei quali era il Padre Giambattista Calieri. Durarono queste missioni dieci giorni. Ogni giorno la mattina si faceva una devota processione per il Castello e il Borgo, il dopo pranzo la dottrina ai fanciulli ed a ora più avanzata nuova istruzione, poi la predica nella pubblica piazza del Castello, indi circa alle ore 22 nella Parrocchiale la benedizione col SS.mo. Dopo le 24 del giorno[25] gli uomini di radunavano in chiesa a fare la Disciplina.

 Terminate le missioni, si fece una comunione generale a tutti i paesani dell’uno e altro sesso. Si unirono molti delle compagnie discordi ed in appresso fecero pace fra di loro.

Non così però fecero alcuni turbolenti contro il Governo Comunitativo. Questi di quando in quando tempestavano di calunnie la Comunità presso il Legato. Per questa situazione, giunto il tempo della estrazione del Consolo per il secondo semestre, questa fu sospesa perché nessuno dei pubblici rappresentanti voleva accettare l’incarico. Per ciò proseguì nel consolato Giacomo Landi. Chi fosse il Podestà per questo nuovo semestre, non si è potuto scoprire.

Nel mantovano la epidemia nei bovini avanzò e si dilatò in modo che si estese anche nel bolognese con grande perdita di bestiami e durò fino all’anno 1715. L’epidemia colpì anche le persone essendosi trasformata in una influenza di febbri tali che in pochi giorni portava alla morte onde molti andarono al sepolcro.

Perché la Comunità era presa di mira dai calunniatori, non passava giorno che non si sentissero insolenze. La fontana della Fegatella, di ragione pubblica, anch’essa di quando in quando era sporcata e la pubblica rappresentanza non riusciva a porvi riparo avendo perduto ogni rispetto.

Era in questo tempo protettore della Comunità il Conte Cornelio Malvasia. La rappresentanza pubblica pensò allora, per ovviare alla sporcizia che si faceva entro l’edificio, di depositare le chiavi nelle sue mani a condizione che venissero date, per prendere l’acqua gratuitamente, solo a persone di provata condotta. Tanto si eseguì e, per maggior comodità della popolazione, le chiavi erano tenute dall’inquilino del Malvasia che abitava in fronte alla chiesa di S. Bartolomeo. Questo è stato fatto fino a tanto che il Conte Giuseppe Malvasia ha posseduto questa casa, che poi è passata in mano di Don Sebastiano Bertuzzi. Dopo tale vendita le chiavi passarono in mano dell’agente locale del Malvasia ed in questo modo rimase spogliata la Comunità di questa fonte. Il Legato Card. Ignazio Boncompagni, come si dirà a suo luogo, voleva rivendicarla per comodo pubblico, ma poi, cessata la legazione, la cosa non ebbe seguito.

Essendo stato promosso alla dignità cardinalizia il prelato Lodovico Pichi, principe della Mirandola e fratello di questo serenissimo Principe Galeotto Pichi residente in questo Castello, i frati Minori Osservanti locali mostrarono il loro giubilo al pubblico con festeggiamenti e cerimonia in chiesa.

Anche i Padri Cappuccini locali fecero lo stesso con la esposizione del SS.mo e la benedizione il giorno di ogni Santi. il principe Galeotto sensibile a tali dimostrazioni provenienti più da pietà religiosa, che da brama di protezione, contribuì alle loro indigenze nella solennità natalizia con una elemosina più abbondante della consueta.

Il P. Giacomo Benedetti M. O. di nazione budriese, uomo dabbene e scienziato come il fratello Antonio Benedetti, che scrisse memorie di Budrio, era guardiano nel convento di questi padri di S. Francesco.  Il 16 dicembre finì i suoi giorni con dispiacere comune per le doti che possedeva. Fu sepolto in questa chiesa di S. Bartolomeo con speciale onore e per la sua carica e per il suo merito.

Giunta la fine dell’anno si doveva fare l’estrazione del console per il prossimo primo semestre. I componenti il corpo comunitativo rifiutarono di prestarsi all’assunzione della carica stante le petizioni e le accuse presentate, per le quali si stavano preparando nuovi provvedimenti dal Senato.

Dopo essere stato per lungo tempo a Roma, il Padre Nicola Vincenzo Guaderna, agostiniano e frate nazionale di questo convento di S. Bartolomeo, domandò al provinciale Fortunato Barbieri di Carpi il riposo in questo convento di C. S. Pietro. Fu accontentato ma perché il convento era gravato da debiti e il provinciale aveva decretato la presenza di soli tre sacerdoti ed un laico, se ne andò a Bologna finché il convento si fosse rimosso dai debiti.

 1713 – 1717. Morte di Giovanni Molinari, eccellentissimo ebanista. Conseguenze moria dei bovini. Nuovo miracolo madonna del Cozzo. Rituale usato dai villani nei matrimoni. Baruffa tra prete di Poggio e cappellano SS.mo. Opere difesa del ponte, problemi. Disordini durante le Rogazioni tra individui di Dozza e Casale. Costruzione nuova cappella per madonna Cozzo.

 Per il primo semestre del 1713 entrò Podestà Alessandro Maria Gozzadini, l’ufficio di Consolo fu proseguito da Giacomo Landi per le ragioni accennate e per la imminente formazione dei Capitoli ossia Statuti comunitativi, che furono approvati dal Senato e dal Legato il 28 aprile a rogito del Notaio e segretario Giacomo Borgomari. In questo nuovo Statuto fu ridotto il numero dei consiglieri da 16 a dodici.

Fu anche stampata la tariffa delle riscossioni del Peso e Misura sopra le merci trattate nel Mercato di questo Castello. Fu pure in questo tempo ripetuto il Bando della Bolletta al Podestà.

Nella fine di aprile fu notificato al pubblico, per Bando, che la velenosa febbre proveniente dalla Germania, con la quale la gente moriva in meno di sette ore, si stava di nuovo propagando. Perciò furono presi grandi provvedimenti e cautele e, in maggio, si tirarono i cordoni dalla parte del ferrarese e della Lombardia.

Nei giorni festivi infrasettimanali, il dopo pranzo non si faceva alcuna devozione. La maggior parte dei giovinastri paesani andavano la sera colle loro amorose al passeggio ed a giocare nelle due strade che circondano il convento dei Cappuccini. Qui però si commettevano anche, senza vergogna, delle male cose essendo le vie nascoste e poco battute e non venendo la gente dal Castello perché non vi erano funzioni.

Pietro Antonio Cavazza del fu Ottaviano, mio avo e proavo, mosso da cattolica ispirazione, pensò fosse opportuno promuovere e fare, in detti giorni festivi, una devozione nella chiesa dei vicini Cappuccini mediante una esposizione del SS.mo per tutto il tempo della compieta[26] e dopo dare al popolo la S. Benedizione verso il crepuscolo della sera.

Il Cavazza fece la proposta al guardiano del convento padre Angiolo da Candelino, essa fu ascoltata con giubilo e accettata anche dagli altri Religiosi.

Il Cavazza, poiché era di scarse forze per sostenere la spesa per tutto l’anno, invitò ad unirsi altri tre suoi colleghi assai più benestanti. Questi furono Girolamo Dalle Vacche, ora Vachi, Antonio Maria Benetti e Giovanni Giorgi senior.  Le funzioni iniziarono le seconde due feste di Pasqua dello stesso anno che furono il 17 e 18 aprile. A queste intervenne numeroso popolo.

La spesa consisteva nel mantenere tutta la cera bisognevole per i 18 lumi accesi tutto il tempo della compieta, in cui stava esposto il SS.mo, fino a dopo la S. Benedizione e i 4 candelotti portati da 4 chierici per il tempo delle litanie.

A causa della malattia accennata a Bologna non si passava dalle porte della città senza autorizzazione. Questa influenza pestifera cominciò nei bestiami. Si fecero poi devozioni di penitenza nella città e nel contado. Questo flagello durò ad infierire, sopra tutto nelle bestie, fino a novembre. Furono proibiti i latticini poiché si sospettava causassero la malattia nelle persone. Nel milanese fu tanta la strage di bovini che si dovettero usare i cavalli per l’aratura.

Le rogazioni passate, che cadeva il 21, 22 e 23 maggio, furono eseguite con maggiore devozione del passato per le calamità presenti e per ciò si riconciliarono le Compagnie.

Il 3 giugno, vigilia delle Pentecoste, i Padri M. O. di S. Francesco levarono dalla arcipretale con trombe e tamburi, il Pallione ove era dipinta la S. Caterina di Bologna del loro ordine. Fu portata processionalmente, con la assistenza di questi Padri Agostiniani e Cappuccini locali e clero secolare, nella loro chiesa di S. Francesco nobilmente apparata.  Stette esposto tutte tre le feste, fu solennizzato con un triduo con gran concorso dai luoghi circonvicini e dalla città. Al mattino furono fatti Panegirici e la sera l’esposizione del SS.mo in rendimento di grazie a Dio e per la conservazione del S. Padre Clemente XI, che nell’anno scorso arruolò fra il numero dei santi la detta Beata.

Allo stesso modo i cappuccini celebrarono il mercoledì seguente una festa solenne con particolare devozione alla gloria del cappuccino S. Felice da Contalino.

Il 24 giugno, dopo la formazione dei nuovi Statuti della Comunità, fu estratto Consolo per il secondo semestre Lorenzo Costa e Podestà fu il Marchese Frangiotto Tanara.

Giovanni Molinari di C. S. Pietro fu un eccellentissimo tornitore di legni e di qualunque materia gli fosse capitata ed ordinata. Per la pulitezza e sveltezza dei lavori si acquistò gran credito nella città di Bologna, dove stette molti anni a lavorare per famiglie nobili. Passò poi nella Romagna e finalmente, avanzato in età e ritornato in patria, morì il 25 luglio da vero cattolico e senza successori.  Fu di tale coscienza che, pur essendo stimati i suoi lavori più di quanto chiedeva, egli non calcolò altro che la sua fatica giornaliera. Le belle opere che fece a Bologna furono nei Cappuccini, nel Collegio Pannolini[27], negli oratori della Congregazione dei Gesuiti in S. Lucia.  Nella Romagna operò molto a Forlì nella chiesa de’ Serviti e specialmente intorno all’altare di S. Pellegrino Laziosi, trascurando tanti altri lavori fatti in questa città alle famiglie nobili. Chi lo protesse in questa città fu suo cugino Fra Bernardino da C. S. Pietro, laico cappuccino.

Terminarono miseramente i loro giorni a Bologna Paolo Eusebio Tesei e Caterina Gattia di C. S. Pietro. Appartenevano questi a famiglie facinorose delle quali vi sono molti processi nel Tribunale Criminale.  Paolo servì in molti fatti da sicario per il Principe Ercolani.

Il 13 agosto Battista e Francesco Chiodini, villani del comune di C. S. Pietro, trasportavano con un carro frumento dalla località Balduzza alla volta di Castello. Le bestie presero la fuga senza che le potessero trattenere. Giunti che furono davanti la S. Immagine del Cozzo nella via romana, il carro si rovesciò e loro rimasero sotto. Battista, vedendosi morto, invocò la B.V.  e restò, col fratello e le bestie, miracolosamente illeso.

A Bologna gli Artisti della canapa, presentarono al Confaloniere un lungo memoriale affinché si rimediasse ai disordini che riguardavano il settore. Il memoriale fu poi stampato col seguente titolo: Riflessi bisognevoli, che si espongono per il Rissorgimento delle arti della seta, lana e canepa, posti in luce da Domenico Maria Ghedini. In questo opuscolo si fa rilevare che, per Bolla di Sisto V del 25 marzo 1586, confermata da Gregorio XI e Paolo III, si proibiva di esportare la canapa grezza.  Con essa si mantengono 12 mila persone. Ora si contravviene a tali disposizioni pontificie recando infinito danno ai poveri e massime alle tre ben popolate terre di Budrio, Medicina e Castel S. Pietro. Come prova si cita il fatto che stava meglio l’artigiano l’anno 1590 quando il grano si pagava 15 scudi la corba, perché le Arti erano riconosciute, ed ora invece, quelle che non sono abolite, agonizzano.

Furono considerate vere le ragioni esposte nel memoriale, ma perché dalla Camera si sarebbero persi i proventi del Dazio imposto sopra la esportazione, non fu preso alcun provvedimento. Fu fatto prevalere l’interesse della Camera a quello della nazione.

 Fu estratto Podestà per il primo semestre 1714 il Marchese Nicolò Riario, ne prese il possesso per esso il notaio Felice Maria Villa. Consolo fu estratto Giulio Alberici che assunse la carica.

Stante che proseguiva la epidemia delle febbri nelle persone, la Comunità cominciò a fare i Deputati di Vigilanza per controllare i nulla osta, ma siccome il male cresceva convenne porre le guardie civiche del paese alle porte del Castello e del Borgo. Ciò cominciò ad avere il suo effetto il 4 febbraio 1714. Durò tale guardia fino a tutto giugno.

Il 16 febbraio morì Marc’Antonio Ricardi, ultimo di questa antica casata. La sua eredità passò in potere di Francesco Mondini per fedecomesso[28] e poi in mano dei suoi figli Vincenzo, Giuseppe e Lodovico, tutti estinti nel corrente secolo senza discendenza. Nel mese di aprile morì pure Alfonso Graffi e restò il suo ramo estinto.

Nel mese di aprile cominciò a cessare dalle nostre parti il male l’epidemia nelle persone e perciò si fecero cerimonie di ringraziamento nella chiesa dei frati di S. Francesco.

  Quantunque il calmiere del grano fosse a l. 28: 18 ciò non ostante i contrabbandieri di Castel Bolognese portavano del pane e delle farine nel mercato di Castel S. Pietro come il consueto e passavano anche a Bologna con licenza del Card. Legato per soccorrere sempre più ai bisogni della città.

Le rogazioni di Maria SS. di Poggio, che seguirono il 7, 8, e 9 maggio, furono dai contadini oltremodo solennizzate, con profusione di elemosine, di offerte di cera e di tavolette e voti a motivo della continuazione della pestilenza ai bovini, che desolava tutto il territorio.

il Card. Lorenzo Casoni, nominato il 21 maggio Legato di Bologna, venne per la parte di S. Giovanni.  Il Card. Cusani partì il 3 giugno per la via di Loreto.

Intanto si giunse al secondo semestre, nel quale coprì l’ufficio di Consolo il cap. Valerio Fabbri e di Podestà il Conte Cesare Bianchetti.

Essendo sempre più cresciuta la mortalità nei bovini il bolognese restò praticamente senza bestiami al punto che si seminò con zappe il frumento. Le uve poi, che si dovevano portare ai padroni sui carri, si dovette portarle nei bigonci sui birocci con i cavalli. Le carni di cui si cibavano le persone erano solo di castrati, pecore, capre, agnelli e pollami e tutto era aumentato di prezzo.

Per placare l’ira divina si facevano orazioni al Signore in tutte le chiese ma egli non le ascoltava perché voleva così purgare il mondo.

Nel comune di Castel S. Pietro non solo facevano tridui le tre Religioni dei regolari e la Parrocchiale, ma anche le Società spirituali e laicali.

  La compagnia di S. Caterina il 27 settembre, esposta la insigne reliquia del Legno di S. Croce, fece la processione con questa per il Borgo e il Castello poi fu data con essa la benedizione al popolo.

Il 27 dicembre fu estratto, dalla nuova imbustazione, Consolo per l’anno seguente nuovamente il cap. Valerio Fabbri.

Sante Negroni, socio alla possessione del Cozzo e custode devotissimo della S. Immagine di M. Addolorata che si venera nella cella di cui si parlò, si ammalò gravemente.  Giunto al quinto giorno della malattia e ormai abbandonato dal medico in mano dei soli sacerdoti, esso si raccomandò ferventemente a quella S. Immagine sua protettrice. Nel fervore della orazione esclamava: oh Maria! oh Maria! gran male sia ciò in penitenza mia! Dette poi in una grande smania e in un pianto dirotto. Gli sopravenne un fortissimo sudore, che in poco tempo lo liberò dalla smania e in seguito dalla febbre. Postosi quieto si rivestì dei suoi panni. Quelli della famiglia, credendo delirasse, tentarono di frenarlo ma esso, resistendo, si genuflesse verso la posizione della cella e dopo poche Ave Marie ritornò al letto. Il giorno seguente si rivestì e si portò alla S. Immagine senza alcun aiuto. La famiglia e i vicini restarono sorpresi di tanto prodigio.  Quindi si accrebbe la devozione e il culto a questa S. Immagine.

Il 12 ottobre il P. Clemente Landini di Castel S. Pietro morì nel convento di Bologna in età di 45 anni e 29 di religione. Fu cappuccino eccellente e pio predicatore non che uomo di santità di vita e segretario di Provincia, colmo di meriti religiosi. Questo degno uomo richiederebbe un elogio particolare, che se avremo tempo si farà dalla nostra penna, come pure ad altri soggetti del paese.

 L’anno seguente 1715 entrò Consolo il Capitano Valerio Fabbri e fu Podestà Obizzo Maria Guidotti.

Fin dal secolo passato, e anche molto prima, era usanza tra i villani eseguire un certo rituale, prima di condurre la sposa all’altare, questo per evitare l’errore di persona, per cui in passato erano accaduti molti inconvenienti. 

L’usanza era questa: lo sposo, col mediatore del matrimonio, andava di buon mattino alla casa della sposa all’esterno della quale c’erano solo i cani.  Giravano l’uno e l’altro nella corte, nel prato e attorno alla abitazione della sposa, finché usciva qualcuno della famiglia. Questi era il reggitore o il padre della sposa od il bifolco. Chiedeva, come se non li conoscesse, cosa cercassero.  Quelli rispondevano: cerchiamo roba nostra. Il reggitore rispondeva di non sapere che in casa sua ci fosse qualcosa appartenente a loro, ma comunque entrassero in casa e dicessero espressamente e precisamente cosa cercavano. Essi rispondevano: una donna nostra.

Il reggitore chiamavano allora tutte le donne della famiglia che si schieravano in fila essendovi tra esse la novella sposa.  Arrivavano poi gli altri parenti e a tutti il reggitore ripeteva la richiesta dei due arrivati. Questi spiegavano che erano venuti per portarsi via una donna che a loro apparteneva. Quindi lo sposo la riconosceva e la pigliava per la mano dicendo: questa è la mia. Allora la sposa, presa per la mano, si lasciava baciare a vista di tutti. Lo sposo poi le scioglieva dal collo i coralli segno di verginità e in sua vece le metteva un girocollo d’oro, oppure una croce, segnale il primo del giogo matrimoniale e sottomissione al marito ed il secondo di essere uniti nel segno della croce. Consegnato poi il corredo della sposa, schierati i parenti a due a due secondo i gradi di parentela, si procedeva alla chiesa a formare il vincolo solenne del Conjugio.

Celebrato il matrimonio, ritornata a casa la sposa dei suoi genitori si eseguiva un altro rito detto il tocca mano. Si eseguiva in questo modo: gli uomini di un parentado andavano a toccare la mano di quelli dell’altro parentado, le donne facevano lo stesso e si scambiavano i baci. In questa occasione accadeva che taluno baciasse la moglie di un altro. Negli spiriti deboli spesso nascevano gelosie onde poi accadevano disordini.

L’arciprete Nobili, attento ad estirpare le occasioni, con cautela cattolica procurò la abolizione di questa cerimonia facendo constatare le possibili conseguenze funeste e vi riuscì felicemente nella massima parte del suo gregge, onde oggi resta qualche vestigio di questa costumanza ma più cauto.

In gennaio cominciò a crescere il prezzo dei grani a causa delle gelate, onde si vendeva a più di lire 10.

Morì in questo tempo Benedetto Fabbri di anni 71, un ramo degli antichi ed illustri Fabbri di questo Borgo, discendenti di Bittino de’ Fabri nella cui casa si tenne lo Studio pubblico quando Bologna era interdetta.

Fioriva in questo tempo il Dott. Girolamo Mondini, figlio naturale di Giuseppe, nella professione medica.

Le società anche se cominciano con fervore, rischiano che lo spirito della discordia le rompa. Dicemmo che la funzione della Benedizione del SS.mo nei giorni festivi fra settimana nella chiesa dei Cappuccini si faceva dalle quattro famiglie Vachi, Giorgi, Benetti e Cavazza.  Giordano Dalle Vache, come il più ricco di tutti, pretese di escludere gli altri nella funzione. Pier Antonio Cavazza, sebbene il più debole di sostanze in paragone agli altri, si oppose fortemente e fece constatare che egli era stato l’autore di questa devozione e non poteva essere escluso. Il Padre Bernardo di Frassineto, guardiano del convento, a scanso di scandali persuase il Vachi a ritirarsi dalla società, il che fece unitamente al Giorgi suo congiunto. Rimasero solo Pier Antonio Cavazza ed Antonio Maria Benetti a fare tale spesa.

Il 6 aprile fu tanto freddo che nevicò e si coprì la terra, come scrive il Gordini nei suoi ricordi e durò alquanti giorni con danno ai seminati precoci.

Tra le due compagnie di S. Caterina e del SS.mo si era fatta una pacificazione, ma nel frattempo si ravvivarono le tensioni fra i preti. Dal curato di Poggio, dal beneficiario della Chiesa della Madonna di Poggio e dal Cappellano della compagnia del SS.mo si pretendeva di portare la stola nel trasporto e levata della Immagine, per cui si accesero liti civili e ne nacquero scandali durante le funzioni.

A causa di ciò furono carcerati Giovan Alessandro Petrini, primo compagno del SS.mo, Antonio Maria Palmieri, maestro dei novizi e Ventura Galassi, che avevano ostacolato la processione per escludere il parroco di Poggio. Quindi fu fatta una lite nel vescovato di Bologna avanti Mons. Filippo Gazoli. Il 26 aprile fu per ciò decretato che si osservasse il metodo prescritto dal Card. Giacomo Boncompagni, cioè che il priore della compagnia del SS.mo dovesse il giorno precedente la levata della S. Immagine per il trasporto a C. S. Pietro, avvisare il rettore del Beneficio ed il Curato di Poggio, onde stessero preparati per la levata della S. Immagine da accompagnare ai confini della parrocchia di Poggio nella andata e così nel ritorno. Che fossero interdetti tanto il cappellano della compagnia quanto il Beneficiario di portar stola e dovessero rispettare i decreti della Sagra Congregazione dei Riti fatti in Roma il 10 ottobre 1703.

Intanto il turco mosse l’armi contro i cristiani ed intimò la guerra all’Austria ed all’altre potenze cattoliche. Si fecero per ciò in ogni luogo orazioni. Il 16, 17, 18 maggio si fecero le rogazioni colla Immagine SS. di Poggio e si diede esecuzione al decreto suddetto.

All’arrivo delle notizie di guerra si alzarono i prezzi dei grani.

Il primo giugno 1715 il papa pubblicò un giubileo universale per pregare il Signore contro il turco, che con un poderoso esercito faceva guerra ai veneziani verso S. Maura, Otranto e contro tutto il cristianesimo verso Napoli, facendo stragi verso Corinto e massime a S. Maura[29].

Il 24 giugno fu estratto Consolo per il secondo semestre Giacomo Landi, che prese il possesso il primo di luglio, fu Podestà Antonio Filippo di Girolamo bolognese. Sotto il governo di questi due soggetti, essendo stato scarsa la raccolta, il Cardinale il 4 agosto fece il calmiere al grano di l. 10 la corba, ma poiché si vendeva a molto di più, il 14 settembre lo accrebbe a l. 12.

Le correnti del Sillaro furono tanto impetuose che minacciavano la via romana presso il ponte dalle parti di levante. Fu fatto ricorso al Senato per le riparazioni.

 Giacomo Maria Bertuzzi, Notaio, investì la carica di Consolo il primo gennaio 1716, ed il Podestà fu il Conte Alessio Orsi.  

I ripari alla corrente del Sillaro fatti dal Governo di Bologna non furono di qualità tale da porre riparo al pericolo che minacciava la strada, perciò la Comunità il 3 gennaio fece nuovamente ricorso al Senato perché fosse costruito un muro difensivo. Vennero in visita dei periti che convennero con la proposta della Comunità. Quindi fecero il progetto senza però tener conto delle fondazioni di un muro anticamente esistente. Infatti dalla sponda del ponte a levante si rilevava la presenza di una lunga struttura in calce e ghiaia che dal ponte arrivava fino all’inizio della via delle Fornaci. Se avessero seguito questa traccia e scoperto il vecchio fondamento si poteva benissimo costruire il muro sopra questo con minore spesa. Questa vecchia fondazione mai era stata penetrata né offesa dal furore delle piene e si sarebbe abbassata la spesa. Questo fondamento di quando in quando si vede anche ora scoperto. Fu comunque ordinato che si facessero pennacchi difensivi nell’alveo del fiume per deviare la corrente.

In questo mese fece un tale freddo che le galline smisero di fare le uova, onde si vendevano a tre baiocchi la coppia nel territorio e a quattro nella città.

Il 29 marzo fu ferito al Rio Rosso nel comune di Castel S. Pietro con una archibugiata Girolamo Mingardi di anni 35, nativo di Castel Bolognese. Fu portato nella casa della Comunità e morì in casa del Messo. Il 17 marzo fu pure ucciso dai sicari Antonio Poggipollini da Castel S. Pietro di anni 33 nell’osteria della Corona in Borgo.

Nell’aprile seguente fu fatta dalla Comunità il campione di tutte le strade del territorio di Castel S. Pietro del quale ve ne è l’originale nell’archivio comunitativo al Campione 2° degli atti. Tale Campione ha poi dato la regola ai successivi Campioni.

La penuria di grani mosse il Legato a fare il calmiere a l. 11 quantunque si vendesse ad un prezzo assai più alto.

Il 26 maggio Tomaso Giovannini di anni 65 da Medicina fu ucciso, a motivo di un cane, sotto la porta maggiore del nostro Castello, da Giovan Paolo Vannini, sicario imolese, con due archibugiate.

Il 28, 29, 30 maggio si fecero le solite rogazioni di Maria SS. di Poggio. Il giorno seguente 31, giorno dell’Ascensione, mentre si stava per dare la S. Benedizione, si alzò uno schiamazzo nella pubblica piazza del Castello fra due fazioni di armati. Una di Casalfiumanese, capo della quale era Eliseo Ravaglia di Sassoleone e l’altra di Monte Catone, capo della quale era Mengazzo detto Savonella, con alcuni dozzesi della famiglia Valloni.

L’una e l’altra fazione cominciarono a gridare abbasso, abbasso alle persone che attendevano la benedizione. Convenne a tutti sdraiarsi a terra, rimanendo in piedi i soli litiganti a fronteggiarsi e minacciarsi con gli archibugi. Andarono alquante archibugiate da una parte e dall’altra, ma per miracolo di M. V. nessuno restò offeso.

Durò il disordine una buona mezzora e mentre i ministri della funzione gridavano fortemente e inutilmente: State buoni fratelli! State buoni! Finalmente il capitano Valerio Fabbri con altri paesani corsero all’armi e si infrapposero ai litiganti. Poi, prendendo da parte il Ravaglia, fecero tanto che sloggiarono gli avversari. Terminato il rumore si diede la S. Benedizione.

Non ostante i lavori fatti nel Sillaro per riparare la via pubblica c’era necessità di un più solido lavoro, stante ché ancora la corrente minacciava la via delle Fornaci.

Per i lavori si erano spese l. 450 per le quali fu fatto ricorso al Senato per il loro comparto. Il Senato decretò il 23 giugno la ripartizione di tale somma alle Comunità soggette alla podesteria di Castel S. Pietro.

 Il 24 giugno fu estratto Consolo per il prossimo semestre Vincenzo Benati, che assunse la carica il primo luglio, il Podestà fu Giacomo Ottavio Beccadelli.

Il 25 agosto il turco, in una sanguinosa battaglia contro i cristiani nella Germania, restò soccombente ed il Cristianesimo glorioso vincitore[30].  Si cantarono perciò nelle chiese lodi di ringraziamento e Clemente XI ordinò indulgenza plenaria ai buoni cattolici che davano dimostrazioni di giubilo.

Reso vacante il posto di Generale nell’ordine dei P. de Servi, Clemente XI, avendo in vista i meriti del Padre Giuseppe Dalla Valle, gli propose l’incarico al quale il Dalla Valle rinunciò.

Questi fu figlio di Pietro Dalla Valle e di Elisabetta Santini nato in villa, nazionale di Castel S. Pietro, ma per accidente battezzato a S. Martino di Pedriolo, fu uomo non solo di scienza ma anche che di singolare avvedutezza e prudenza incomparabile. Ebbe i suoi primi rudimenti di lingua latina in questo Castello e spiccò di molto fra i suoi coetanei. Fu amico intimo del segretario Alessandro Fabbri e del reggente Quaderna agostiniano. Inizialmente egli ebbe l’intenzione di vestire l’abito in questo convento di S. Bartolomeo. Cosa che fece poi un suo nipote che nella Religione agostiniana vestì lo stesso nome di P. Giuseppe Dalla Valle e fu priore per lungo tempo e Vicario del S. Ufficio finché visse in questo Castello.

Dell’anzidetto Padre Giuseppe servita ve ne è ampia memoria incisa in marmo nella chiesa di S. Giuseppe fuori di Porta Saragozza di Bologna. Ebbe il Padre Giuseppe un fratello nello stesso ordine dei Servi per nome Padre Luca che fu Padre Maestro, del quale ve ne è indicazione nella chiesa de Servi di Bologna presso l’altare di S. Pellegrino Laziosi alla cui costruzione vi ebbe gran mano.

Il 22 ottobre, stante la vittoria ottenuta contro il turco, l’arcivescovo Boncompagni ordinò in tutte le chiese della sua diocesi che si cantasse l’inno Ambrosiano e si suonassero i Sacri Bronzi di festa. Il Papa poi, per aumentare sempre più la devozione a Maria SS.ma del Rosario e per la efficace protezione avuta nella battaglia e sconfitta del turco, ordinò una messa particolare del Rosario da celebrarsi in perpetuo.

Consolo per il primo semestre 1717 fu Giovan Battista Dalla Valle congiunto dei suddetti P.P. Dalla Valle. Podestà fu il Conte Francesco Maria Zambeccari.

Il sacerdote Don Pietro Trochi di questo Castello, uomo dabbene, devoto ed attivo, riconosciuto per tale dalla reale corte di Spagna, fu dichiarato da quel Ministro regio cappellano a vita nel Regio Collegio di S. Clemente nella città di Bologna.

Le grazie che Santa Maria detta del Cozzo, dispensava ai suoi devoti erano tante e facevano affluire molte elemosine. La sua Immagine in rilievo su macigno si trovava in una piccola celletta fronteggiante la via romana. Il provvido e zelante arciprete Don Giovan Battista Nobili, per maggiormente onorarla, pensò di accomodare e fare ingrandire la celletta, trasformandola in un oratorio atto a celebrarvi messa.

Non andò a vuoto il suo pensiero, tanto più che le offerte e le elemosine erano divenute una buona somma. Perciò fu fatto fare il progetto al perito Giovanni Antonio Conti, con la partecipazione delle monache di S. Caterina di strada Maggiore proprietarie del fondo ove insiste questa S. Immagine nell’inizio della Via del Corolo (Corlo).

Le monache, oltre l’avere accordato un poco di terreno, concorsero anche alla costruzione, che terminò l’anno seguente. Fu fatta con il davanti della celletta verso ponente ossia verso Castel S. Pietro, dove prima guardava a mezzogiorno a fianco della via romana.

Vi fu fatto un ampio finestrone con una inferriata ovale che si vedeva fino dal ponte sopra il Sillaro e dalla chiesa di S. Giacomo. A questa chiesa l’arciprete fece due responsabili, che furono Girolamo Dalle Vache e Giuseppe Rinaldi, ad essi si aggiunse, per depositario delle offerte ed elemosine, Giuseppe Ronchi, tutti civici di Castel S. Pietro.

Ritornate le Missioni dei sopracitati Gesuiti, cominciarono il loro impegno il 22 maggio, giorno prima della domenica della SS. Trinità e durarono fino al 30. Il giorno del Corpus Domini 27 maggio si cominciarono le allegrezze dei fuochi artificiali e dell’illuminazione a tutta la piazza e nelle torri del paese.

 Si durò tre giorni ed ogni sera si diede la benedizione col Venerabile nella parrocchiale in ringraziamento al Signore per la vittoria ottenuta contro il turco, nell’ultimo giorno il P. Luigi Cagliari gesuita Missionario in Capite dette la benedizione papale.

La prospettiva di un buon raccolto fece calare il calmiere al grano e ridurlo a l. 6 la corba.

Il primo luglio entrò Consolo Giuseppe Rinaldi e Podestà il Marchese Francesco Alessandro Spada, l’uno e l’altro intrapresero l’incarico con piacere della popolazione, sopra tutto il primo per essere uomo caritatevole per tutta la povertà.

Il primo luglio accadde un temporale di vento e con una tale grandine che restò coperta la terra per due giorni e con un grande freddo tanto che le persone, per cautelarsi la salute, portavano i tabarri.

Avendo terminato il tempo della sua legazione il Card. Casoni fu sostituito dal Card. Curzio Ovighi. Questi, tenendo la via di Romagna per venire a Bologna, il 10 agosto fu incontrato ai confini di Castel S. Pietro dai senatori Caprara e Borghi, che avevano seco quattro compagni nobili cioè Paris Grassi, Emilio Malvezzi, Francesco Zambeccari ed Angiolo Marsigli.

L’incontro ai confini avvenne in questa forma. Era stata là preparata una baracca grande di assi, tutta coperta ed internamente addobbata di damaschi cremisi, specchi e sedie nobili.

 Entrato in essa il nuovo Legato ricevette il solito complimento, poi gli fu chiesto dove andava, rispose che andava a Bologna per Legato a latere del Papa e per suo ordine. Gli fu risposto: Eminentissimo noi siamo i padroni di Bologna e siamo anche ubbidienti a sua Santità, resta solo che l’E. V. ci faccia constatare in iscritto la spedizione. Fu mostrato il Breve e i deputati gli presentarono in un bacile d’argento le chiavi della città. Con gli ambasciatori vi erano i cavalleggeri della città.

Terminata la cerimonia vennero tutti a Castel S. Pietro al palazzo Malvasia, Locatelli e nel convento di S Francesco. Furono tutti banchettati squisitamente. Costò il pranzo Lire 2.890, come ci lasciò scritto Giovanni Giordani, agente del Senatore Magnani, che partecipò all’incontro. Terminato il pranzo il Legato salì in carrozza e andò a Bologna. Questo è il primo Legato che trovo così onorato ai nostri confini.

Giunto a Bologna corrispose amorevoli segni di gratitudine verso il popolo. Il 7 settembre fece il calmiere al grano in l. 8 la corba. Fece poi fare una rigorosa introduzione di frumenti a Bologna e il 20 dicembre ridusse il calmiere a l. 7.

Il 22 dicembre finì i suoi giorni in patria Girolamo Mondini, medico e dottore in filosofia. Per essere egli confratello della compagnia del SS.mo gli furono fatte particolari esequie, alle quali assistette sempre il corporale cappato, che si eseguirono nell’oratorio della compagnia con la approvazione e presenza dell’arciprete Nobili.

Dopo terminata la funzione fu portato il cadavere nella vicina chiesa arcipretale ove ebbe sepoltura. Visse anni 43, amato dal popolo e plaudito da tutti.

La sua casa era nella via Maggiore alla sinistra, nella seconda isola di fabbricati alla seconda porta. Non ebbe alcuna successione perché non si ammogliò mai essendo di poche sostanze e beni di fortuna.

1718 – 1721. Costruzione roccolo per selvatichini in proprietà conti tedeschi. Chiusura pozzo in via Framella per disturbo principe Pichi. Passaggio e sosta reggimenti tedeschi. A Bologna disordini, durante il Palio, per uccisione conte Graffi. Elenco reggimenti tedeschi passati per Castello. Misfatti di Giuseppe Villa. Morte tragica di Eustachio Ravaglia di Casale in Borgo. Scontro del Villa con sbirri e suo arresto.

  Fu Consolo per l’anno 1718, e per la prima volta, Pietro Gordini, successe nel posto del fu Giacomo Landi. Fu Podestà di questo semestre Paolo Emilio Fantuzzi.

In una possessione presso il nostro confine dei Conti Ottavio e Giacomo Tedeschi si cominciò ad edificare e installare un serraglio per selvatichini detto volgarmente roccolo. Alla disposizione della sua pianta e degli altri edifici vi intervennero i principali cacciatori di Castel S. Pietro, che furono Ignazio Calanchi e Francesco Cavazza, mio padre.

Il Principe Galeotto Pichi si era stabilito a Castel S. Pietro, costruendosi un alloggio privato nella piazza di S. Francesco, detta Piazza di Saragozza, sopra una casa anticamente degli Orsolini.

 Di fianco a questa, contro la casa e il cimitero della Parrocchia, c’era uno di quei primi pozzi di ragione pubblica, che furono costruiti per comodo della popolazione dopo la costruzione del Castello.  Questo pozzo era simile è quello che esiste in via Framella e a quello che si trova nella via della Rocca poggiato alla casa dei Morelli poi dei Gesuiti.

Le persone che ad ogni ora andavano a prendere l’acqua facevano un tale strepito che toglievano la quieta a questo Signor Principe. Egli chiese alla Comunità di chiudere tale pozzo e sostituirlo a proprie spese con uno nuovo. Ottenne il permesso e fu per ciò edificato tale pozzo di fronte a una casa della famiglia Serantoni, che dette il suo consenso.  Era non molto lontano da un altro pozzo pubblico, che ora sta coperto con una lastra, nell’angolo inferiore allo stradello che porta alle fornaci di pentole, (potrebbe essere l’angolo tra via Palestro e via P. Inviti) poggiato ad una casa già delle Monache di S. Maria Egiziaca.

Oltre questi pozzi ve ne erano altri simili sparsi nelle strade e quartieri del Castello di eguale fattura.  Se ne vedono ancora le vestigia nello stradello Fiegna, che porta ai palazzi, nello stradello Graffi, nella via Maggiore presso la casa Fantaguzzi. In totale se ne contavano sette nel Castello aperti a beneficio pubblico. Ora se ne contano soltanto quattro, presso la Rocca, presso S. Bartolomeo, presso Casa Malvasia e quello presso i Serantoni.

La funzione della benedizione del Venerabile i giorni di precetto fra settimana, che era solita farsi nella chiesa dei Cappuccini a spese di Antonio Maria Benetti e Pietro Antonio Cavazza, fu del tutto abbandonata dal Benetti e lasciata al Cavazza, il quale continuò finché visse fino al 1742 e nel suo testamento ordinò che fosse continuata dal suo erede Francesco per un decennio e non più.

Erano ancora contumaci di giustizia i fratelli Lorenzo e Francesco Laurenti di Castel S. Pietro, detti volgarmente, della Broccarda, discendenti del dott. Laurenti, per l’omicidio commesso l’anno 1712 nella persona di Ottavio Fabbri. Questi il 12 marzo furono graziati pagando alla Camera lire trecento di Bologna, ossia sessanta scudi, e sei scudi ai Notai del Tribunale.

Ah! quanto poco costa in questi giorni la vita di un uomo assassinato.

Terminata la fabbrica dell’oratorio della Madonna del Cozzo, che costò l. 726: 19: 10, come da documento nell’archivio di questa parrocchiale. Fu anche abilitata la chiesina alla celebrazione della messa, onde il 25 aprile, giorno di Pasqua, si celebrò in essa il S. Sacrificio dal cappellano parrocchiale e vi fu grande concorso.

Il 30 maggio, primo giorno delle rogazioni di M. V. di Poggio, Pietro detto il Valerino, di Tossignano, denominato anche Pirone, persona pericolosa e attaccabrighe, era venuto a questo mercato con altri sicari e suoi compagni. Forse per tradimento o per difendersi da lui, fu ucciso con un’archibugiata nell’osteria del Moro che era entro il Castello alla destra al n. 5, casa già dei Forni ora di Padri de’ Servi. Seguì subito una baruffa di archibugiate fuori della porta di sopra presso il convento dei Cappuccini tra i suoi seguaci e dei dipendenti della casa Suzzi di Tossignano, d’onde ne rimasero alcuni feriti. Costui fu gran bestemmiatore e morì impenitente, fu portato perciò alla sepoltura dietro la fossa del Castello presso la rocca. Il suo cadavere fu diseppellito la seconda notte, né si seppe da chi, e non si trovarono nemmeno i vestiti con cui fu sepolto. Potrebbe essere stato fatto ciò per motivo della taglia.

Il 24 giugno1718 fu estratto Consolo Giuseppe Ronchi. Nuovo Podestà di Castel S. Pietro fu il Marchese Piriteo Malvezzi figlio del Sen. Virgilio. Il 20 luglio visitò col suo Notaio e Ministrale i viveri e le botteghe.

Nella Chiesa di S. Pietro nel Borgo c’era una Pia Unione di 400 uomini il cui istituto era di andare a Loreto ed Assisi.  Gli individui destinati a questo pellegrinaggio venivano estratti da una imborsazione, dove erano stati messi tutti i nomi e cognomi dei componenti l’unione.  Per effettuare il viaggio si faceva una coletta di 4 soldi per ogni confratello una volta l’anno.  Da questo deposito poi si estraevano l. 50, ogni anno il giorno di S. Pietro, per il viaggio a Loreto.  Perciò il 29 luglio lo zelante arciprete Nobili, per il miglior governo di questa congregazione, promosse alcune Regole, delle quali noi non abbiamo copia, ma che non troviamo poi in osservanza in questa epoca, ma solo nel 1728, dalle quali ricaviamo che questa Unione aveva la sua residenza nella chiesa di S. Pietro, commenda di S. Stefano.

Nella strada di Saragozza di sopra Bianca Marchetti, moglie di Beltrame, partorì un figlio maschio col capo di tinca che subito morì, ciò non ostante fu sepolto nel cimitero dalla arcipretale, nel quale fu portato coperto.

Il 12 agosto vennero a Bologna 1500 tedeschi che si diressero verso Napoli passando il giorno seguente da Castel S. Pietro. Danneggiarono i bottegai e i fruttaroli. Il reggimento era guidato dal Conte Obronie. Alcuni soldati si erano ammalati, due di essi non potendo resistere al viaggio, furono fermati a Castel S. Pietro, uno fu Bernardo Ruper primo caporale del Duca Milier della compagnia del reggimento vecchio Wittembergh d’anni 50. Questi soldati alemanni andavano ogni tre anni a Napoli per conto dell’Imperatore, secondo il trattato fatto tra queste due potenze (Austria e Spagna).

Essendosi fatta una mediocre raccolta, fu fatto il calmiere al grano di l. 8: 10 la corba.

Terminato il roccolo, nella cui costruzione fu capo mastro Pellegrino Barbieri di Castel S. Pietro, fu apposta nella torre dell’uccelliera la seguente iscrizione:

Roccolo

fatto piantare da Conti

Ottavio e Giacomo

Tedeschi con torre fabbricata da

Mastro Pelegrino Barbieri

li XXV ottobre 1718.

Dopo essere stato fuori di patria e dopo avere fatti diversi quaresimali il Padre Reggente Quaderna tornò a questo suo convento di Castel S. Pietro dove stette fino alla morte.

In questo corso di tempo, come che era eccellente poeta, compose molti sonetti, che si stamparono. Improvvisava egregiamente e fece altresì una narrazione tragica scenaria intitolata: La strage degli Innocenti. Abbiamo il manoscritto di questa azione scenica con alquanti brindisi ed altre composizioni da noi raccolte.

 Estratto Consolo il 27 dicembre Girolamo Dalle Vacche prese il possesso il giorno primo gennaio 1719, così fece il nuovo Podestà Conte Ferdinando Marsili e poiché in questo tempo passavano le truppe alemanne, che andavano come si disse a Napoli ed in Sicilia, la Comunità destinò gli alloggi in questo Castello e nel Borgo.

Per meglio effettuare ciò l’Assonteria di Milizia spedì in questo luogo come commissario Carl’Antonio Pignoni. La prima colonna, che fu del reggimento Wittembergh[31] arrivò li 4 gennaio. Era composta da 800 soldati, tre capitani, cinque tenenti e cinque alfieri.

 Gli ufficiali ebbero diversi quartieri nelle case più adatte del paese, pernottarono una sola notte e poi partirono per Imola per lasciar posto al nuovo passaggio. Si rileva ciò da un Campione originale nell’archivio comunitativo.

Il giorno 7 gennaio su le tre di notte si fece sentire fieramente il terremoto in modo che le genti fuggirono dalle loro case per timore di rimanere sepolte nelle rovine dei fabbricati, ma grazie a Dio nessuno pericolò né cadde alcun edificio se non si considerano i camini.

Giovedì 9 febbraio mentre a Bologna si correva il Palio, nella via di Saragozza accadde che fu ucciso il Conte Dottor Girolamo Graffi dal Bargello degli sbirri Giacomo Accorsi. Questi camminava con la sua squadra nella strada per tenere in ordine la corsa. Ordinò per ciò al cavalier Graffi che si ritirasse nella carrozza. Il cavaliere ne era impedito per essere in mezzo ad altre carrozze. Il Bargello temerariamente venne a parole col cavaliere e poi passò ai fatti e gli diede una archibugiata che lo ammazzò immediatamente. Fu subito sparato al Bargello, questi fu colpito ma senza conseguenze, perché era protetto dal corsaletto.

Un tale fatto spiacque a tutta la città e alla nobiltà, perciò Orazio Bargellini, Mario Bottrigari ed altri nobili andarono alla piazza armati. Vi si unirono le scolaresche pubbliche e la città andò a rumore ed il Bargello fuggì in S. Pietro.

L’8 gennaio giunse in Castel S. Pietro l’equipaggio del principe Ostima che alloggiò nel palazzo Locatelli.

Intanto il Bargello, il 10 gennaio di buon mattino, se ne fuggì, travestito da soldato, a Firenze.

I nobili adunati andarono dal Legato per avere una giusta soddisfazione. Presero la piazza e stette la guardiola chiusa alquanti giorni. Nelle pubbliche scuole si adunò la scolaresca, la nobiltà e molta cittadinanza. Voci di pericolo correvano per la città.

Furono chiamati dei bravi e dei sicari dal contado, si volevano imprigionare gli sbirri. Intanto che ciò si dibatteva giunse l’11 la prima colonna del reggimento Olstim a Castel S. Pietro. Il primo colonnello alloggiò nel palazzo Malvezzi ed il tenente colonnello in casa di Pier Antonio Cavazza.

Vi erano 4 capitani, 5 tenenti e 6 alfieri in questa colonna che occupò diversi alloggiamenti con tre chirurghi ed un cappellano presso l’arciprete.

A Bologna su le ore 23 dello stesso giorno la nobiltà armata prese i posti della piazza, si chiuse del tutto la guardiola e le botteghe. Alle 3 di notte si sentirono archibugiate verso la guardiola. Capo della nobiltà si fece il Marchese Francesco Zambeccari e della scolaresca Giuseppe Fabbri da Castel S. Pietro figlio di Cristoforo detto Naso di Stucco.

 Alla fine fu messo in prigione un certo Orlandi nipote del Bargello, che era anche lui presente al fatto e il giorno 13, presente la nobiltà e scolaresca, gli si fece dare la corda. Gli altri sbirri, per aiutarlo, gli avevano legato un cordino di dietro legato alle calze, onde sostenerlo alla traversa. Il cordino si slacciò, l’Orlandi, non potendo soffrire la pena, gridò: ohimè si è tolto il cordino!  Ma non gli giovò poiché, volendo gli sbirri rifare il trucco, si fece avanti il Fabbri e con la pistola alla mano gridò tiratelo su come sta altrimenti vi ammazzeremo tutti quanti siete.

 Agli birri, spaventati di tanta risoluzione, convenne obbedire ed al paziente subire una penosa tortura della corda, per la quale stette molto tempo inabile.

Il Legato non voleva però lasciar passare tanta arditezza del Fabbri e, perché gli voleva pure dare qualche castigo, lo chiamò per sgridarlo. Ma il Fabbri, più desto, accompagnato dai suoi scolari e dalla nobiltà andò a sentire il segretario del Legato al quale, che lo minacciava di carcere e di bandirlo, rispose che se egli aveva fatto dare la tortura allo sbirro non aveva eseguito che la pura giustizia e gli ordinamenti criminali.

Ciò non ostante il Legato gli prescrisse tre giorni il carcere in casa. Il Fabbri per questo fatto, siccome era anche talentuoso oltre che coraggioso ed essendo anche protetto dai Pepoli, passò nello studio dal civile al criminale, nel quale profittò molto ed a suo luogo ne scriveremo gli effetti.

Lo stesso giorno 13 giunse la seconda colonna con un tenente colonnello, che alloggiò in casa Malvasia, cinque capitani, 4 tenenti e 5 alfieri. Il tenete maggiore alloggiò nel convento di S. Francesco. L’equipaggio, col tenente Casetti, in casa di Felice Farnè.

  Finalmente il 15 giunse la terza colonna del 2°reggimento Olstim. Il colonnello alloggiò in casa Malvezzi, aveva con sé 4 capitani, cinque tenenti e 4 alfieri con due chirurghi.

 Il 17 poi giunsero gli ufficiali di un reggimento di reclute detto Assia Casel. La sua prima colonna arrivò a Castel S. Pietro il 25 con 5 capitani, sei tenenti e sei alfieri, che furono sparsi in diverse case del Castello. Il colonnello in casa Malvezzi.

Il 25 arrivò la seconda colonna condotta da un Sergente Maggiore che alloggiò in casa Malvezzi, aveva con sé 6 capitani, 6 tenenti e 6 alfieri che ebbero diverse abitazioni. Il 27 d. arrivò la terza colonna col colonnello albergato in casa Locatelli: 5 capitani, 5 tenenti e 5 alfieri.

Fu rinnovata in questo tempo la tariffa sopra il peso e misura delle robe al mercato di Castel S. Pietro.

Il 28 e 29 febbraio arrivò la prima colonna del reggimento Traun[32] con sette capitani, 7 tenenti e 7 alfieri. Il 2 marzo arrivò a Castel S. Pietro la seconda colonna del reggimento Traun ove riposò fino a tutto il 3. Il colonnello stette in casa Malvezzi, aveva con sé, 7 capitani, altrettanti tenenti ed alfieri. La terza colona arrivò il 4 marzo e rimase fino al giorno seguente, avendo solo un Sergente Maggiore in casa Locatelli, cinque capitani, cinque tenenti e tre alfieri.

Il 10 marzo arrivarono due Reclute con cinque tenenti, tre alfieri e un capo comandante, che alloggiò in casa di Paolo Andrini.

 Il 12 aprile arrivarono due Reclute con 5 tenenti e 3 alfieri e un capo comandante. Arrivarono poi gli ussari a cavallo di due reggimenti, cioè Eberrgeni e Terarsi, con un colonnello che alloggiò in casa Malvasia. Aveva con sé 6 capitani, 6 tenenti, un cornetta e 5 alfieri, che alloggiarono in diverse case.

 La nota di quali reggimenti e passaggi da Castel S. Pietro è la seguente estratta da un campionello titolato 1714.

Passaggi delle truppe alamanne d’infanteria e cavalleria nel corrente anno in gennaio, febraio, marzo aprile col numero di ciascun regimento e reclute cioè:

Regimento Vitembergh    soldati n. 2.200

Regimento Olstim             soldati n. 2.300

Una Recluta                          soldati n.  300

Regimento Assia Casel       soldati n. 2.540

Regimento Traun               soldati  n. 2.200

altre due Reclute                   soldati  n. 820

Totale soldati                                  n. 10.960

Ussari a cavallo    N. 560

Tutte queste truppe andavano nel napoletano. I nostri villani si lagnavano giustamente che le semine erano ostacolate per via del comando di bestie e carri per il trasporto del bagaglio. Il card. Legato, per sollevare il comune di Castel S. Pietro dai careggi, ordinò che i contadini di Medicina e Casale venissero in aiuto di Castel S. Pietro, come poi fecero.

L’ingresso della porta maggiore di Castel S. Pietro, essendosi rovinata nel selciato per il passaggio dei carri delle milizie, fu fatto ristorare per ordine del Legato.

Il 4 maggio il Legato, quantunque le truppe avessero fatto un gran consumo di farine, rinnovò il calmiere a l. 7: 10, perché la raccolta dava grandi speranze.

Il 24 giugno fu estratto Consolo Valerio Fabbri, che prese possesso del suo ministero il primo luglio e così il novello Podestà Marchese Guido Antonio Barbazza.

Il 7 luglio Giovan Paolo Fabbri, marito di Maria Vittoria Comelli, morì e fu sepolto in parrocchia. Lasciò dopo di sé quattro figli cioè Alessandro che fu poi segretario del Senato, uomo chiaro per le sue virtù e le produzioni poetiche ed oratorie, Flaminio, che fu poi tesoriere della fortezza di Forturbano e due femmine. Accaduta tale morte, Alessandro come primogenito chiese a questa Comunità di entrare in Consiglio in luogo del padre. Ne ebbe la nomina, ma poco restò in qualità di consigliere e di cancelliere, poiché dopo poco passò al servizio del Senato di Bologna.

Il 14 luglio si alzò un sole che sembrava una luna con pochissimo splendore. Sul mezzo giorno si mutò un poco e la sera nel morire cadde offuscato come era sorto. Questo fenomeno durò otto giorni continui con spavento della gente. Alla fine arrivò una dirottissima pioggia mista a saette e fulmini che sembrava rovinasse il mondo. Si seppe di grandi danni per le acque che soffocarono bestie e creature.

Essendosi fatto un abbondante raccolto fu posto il calmiere del grano a paoli 13 la corba.

 Giunto l’anno 1720 Pietro Gordini fu Consolo per il primo semestre e Podestà fu il Conte Mariello del Conte Giovanni Legnani.

Per potere pagare i debiti contratti negli anni addietro e fatti per il passaggio delle truppe, il Senato ricorse al Papa per imporre alcuni dazi sopra diverse merci fra le quali vi fu il Bollo della Carta, che poi durò poco come diremo.

Le prepotenze che commise don Angelo Villa parroco di S. Michele di Casalecchio de Conti furono così enormi che la carta arrossirebbe se si segnassero in essa. Non furono però come quelle di suo nipote Frate Giuseppe Villa, terziario dei Minori Osservanti, che per una penitenza vitalizia fu obbligato a questo abito.

 Fra le molte che commise, che a suo loco riferiremo, una delle più maliziose fu, secondo ci lasciò scritto l’onorato Giovanni Giordani di lui amico ed agente di casa Lugari Malvezzi in Casalecchio.

Giuseppe Villa, nativo di Castel S. Pietro, figlio del sig. Felice, uomo onoratissimo e benestante, di casato antico del paese, fu giovane di vita scapestrata. Le ammonizioni paterne valsero a nulla e le male compagnie lo fecero deviare dal retto pensiero.

 I cattivi esempi dello zio Parroco, che era protetto dalla marchesa Isotta Ercolani, donna di perversa condotta, lo animarono ad essere un uomo perverso. Fu giovane di bell’aspetto, statura mediocre, capigliatura bionda, occhio vivace, brillante, di grande talento, coraggio tendente più allo sfacciato che al moderato.

Gli agi con cui fu allevato lo condusse ad una vita baldanzosa, per la quale si procacciò in breve l’amicizia di nobili prepotenti e l’accesso a casa loro.

 Familiarizzato perciò con nobili potenti e godendo della loro protezione, tanto più che non era bisognoso di danaro, non vi era male né azione né insolenza che non commettesse e si faceva vanto di intromettersi volontariamente negli scontri.

Il suo genitore, per levarlo da tante occasioni, lo stabilì in un piccolo quartiere che aveva per diporto in un fondo detto Grizzano. Anche perché qui era vicino allo zio, il detto parroco Don Angelo credendolo capace di tenere in freno il nipote. Ma chi è avvezzo ed incallito nell’operare non può astenersene.

Cominciò Giuseppe, allontanato dagli amici, andare per suo passatempo a caccia. Divenuto bravo cacciatore si portava a casa con uccellami, ora merli, ora usignoli, ora altri particolari animali e se li poneva al collo a guisa di una collana Dai selvatichini passò agli animali domestici cioè pollami e conigli per cui fece molte comparse in tribunale.

Andando a caccia si invaghì di una bella villanella, figlia unica di un povero uomo, detto Mezzalana, della parrocchia di S. Maria di Varignana della quale ne era parroco Don Giuseppe Bianchi. Questi venuto a notizia di questo amore, timoroso di un qualche scandalo, consigliò il padre di spedire fuori la figliola ed allontanarla dal Villa.

Ciò fu proposto alla giovinetta, che lo fece sapere al Villa.  Egli dissimulò il suo interesse, ma saputo il tempo della sua partenza per Bologna, pensò di fare un sottomano al padre e inoltre vendicarsi del prete Bianchi.

La notte stessa che la giovinetta doveva andare a Bologna sopra un somarello coi suoi fagotti, il Villa preparò lo stratagemma per godersela a piacimento.

Quindi si travestì da donna, poi prese seco un somarello ed un giovinastro, ed avuta l’ora dalla fanciulla, la precedette nella via romana, attendendo suo arrivo sopra il somaro che se ne andava pian piano.

La giovinetta raggiunse il Villa travestito accompagnata dal padre che non lo riconobbe per uomo. La comitiva si incamminò assieme verso Bologna con le donne a cavallo e con la rispettiva scorta del padre e del giovinastro.

Arrivati alle larghe di Maggio gli uomini discorrendo avevano famigliarizzato tra loro come pure le donne ossia la giovinetta ed il Villa, finta donna. A un certo punto essa simulò di essere stanca di andare a cavallo, discese con tal scusa e così fece il Villa. Il padre della ragazza e il giovinastro andarono avanti.

 Intrapreso il viaggio le due donne si fermavano col pretesto di orinare ed andavano sotto i ponticelli della strada a godere tra loro.

Così passarono tutta la notte fino al chiaro giorno e fino alla città, dove entrò il Villa per informarsi sul luogo dove era andata l’amica. Ciò fatto se ne ritornò a casa e, tostamente rivestito l’abito virile, andò alla casa del parroco Don Giuseppe Bianchi.

Qui entrato in canonica domandò un foglio di carta da scrivere con penna e calamaio e si mise a scrivere, terminato che ebbe chiamò il curato con due testimoni e gli impose di sottoscrivere il foglio. Il parroco Bianchi non voleva prestarsi ma fu forzato a fare la sua firma sottoscrivendo così: att. qt. sopra. (attesto quanto sopra). Ciò ottenuto il Villa se ne partì con i testimoni, che erano stati obbligati, e si portò via la carta, che al momento non fu utilizzata ed a suo luogo si dirà l’esito della stessa. Il fatto fu relazionato all’autorità e il Villa, temendo la giustizia, se ne andò per un po’ di tempo nel veneziano.

La Compagnia del Rosario di Castel S. Pietro, che ancora non era che una semplice congregazione, fece una richiesta alla Comunità per incavare, nella parete interna del campanile al primo piano, una nicchia ad uso di armadio per porvi l’ornato della Madonna che serviva per le processioni. La Comunità, data parte all’Assonteria di Governo di Bologna e fatte le dovute visite, accondiscese.

Il 22maggio Maria Galvana, moglie di Ippolito Astorri, per la sua perversione nelle fattucchierie e per le imprecazioni del marito, partorì, con acerbissimi dolori, un globo informe. Quando la mammana lo volle sciogliere si disciolse da sé e si e si svolse in uno spirito che, dando vagiti orribili con voce umana, svanì spaventando chi assisteva la partoriente.

Le memorie manoscritte della famiglia Graffi raccontano che trovandosi Eustachio Ravaglia di Casalfiumanese al mercato ebbe uno de suoi più fidi sicari assediato entro una stanza della bettola di S. Marco. Questi non voleva arrendersi e faceva fuoco anche dalle finestre rivolte alla strada pubblica.

  Eustachio, dopo avere calmato gli assedianti, decise di salire con una scala alla stanza da dove l’amico sparava per acquietarlo e persuaderlo a smettere. Quindi appoggiata la scala al muro cominciò a salire e, ad alta voce, pregava il rinchiuso di darsi pace. Salì fino al davanzale della finestra.   Il bravo, credendo un inganno dei suoi nemici, aspettò, con la forca dell’archibugio posata sopra lo stesso davanzale, di cominciare a scoprire il capo di chi l’attaccava per subito sparargli. Il fatto fatale accadde e al giovane Eustachio gli fu sbalzata via la testa e cadde morto dalla scala. Accortosi di ciò il bravo fu colpito da tanto dispiacere, che si gettò per la disperazione dalla stessa finestra ed in pochi giorni cessò di vivere.

In questi tempi a Messina il contagio faceva una gran strage, quindi si fecero orazioni per il lutto.

Giunto il primo di luglio entrò Consolo Alessandro Fabbri per la prima volta. Fu Podestà per questo secondo semestre il Conte Ferdinando Ranuzzi.

 In questo mese morì Benedetto di Innocenzo Fabbri, abitante nel Borgo e fu l’ultimo della sua linea.

Crescendo a Messina il contagio negli uomini per il mal del carbone, si cominciò a temere l’espansione nelle provincie dello Stato Pontificio. In agosto si cominciarono perciò a fare gli Assonti di Guardia nel contado per controllare nei luoghi più pericolosi. Così accadde a Castel S. Pietro. In settembre si cominciarono ovunque orazioni.

Il calmiere del grano fu fissato in l. 6 la corba.

Il Papa firmò il Breve, sul ricorso fatto dal Senato, per la imposizione di nuove gravezze. Fu spedito al Card. Legato, che poi, con suo decreto del 22 novembre, lo proclamò con le relative tariffe sopra i generi. Crebbe il dazio del pesce, quello della carne qualunque e quello dei pellami, così pure impose un dazio sopra carta e cartone, accrebbe anche il dazio della molitura.

A Castel S. Pietro non fu imposto il dazio pesce e molitura. La ragione è perché il Dazio Pesce era in comodato, per la molitura a causa della mancanza di acqua e infine per la esenzione e i Capitoli fatti dal Senato per Castel S. Pietro nel 15° secolo.

Questo Castello non aveva un luogo preciso ove andare per la macinatura. La popolazione doveva andare ora in un luogo ora in un altro e per lo più ai mulini di Imola, quindi, non dando il Senato il Comodo dell’acqua, né il permesso di alcuna chiusa né la Comunità facendone richiesta, non poteva essere nel comprensorio della molitura bolognese. Il dazio della carta andò in breve a monte.

Tali imposizioni furono fatte per formare un Monte per pagare il debito creato per pagare la truppa, un altro di 120.000 scudi e un terzo simile di 75.090 scudi.

 L’anno 1721 entro Consolo per il primo semestre Giuseppe Rinaldi e fu Podestà Alamanno Isolani.

Giovanni Giorgi di Castel S. Pietro aveva comprato un pezzo di terreno fronteggiante la via consolare presso la chiesa della Annunziata detto volgarmente il Campo dell’Annunziata. Desiderando di costruirvi un edificio abitabile per sé e suoi successori, chiese alla Comunità la licenza di intervenire e distruggere i lettamai esistenti lungo detta via dalla parte di ponente e dietro la chiesa. La comunità vi aderì col permesso del Senato. Poco tempo dopo il Giorgi vi edificò quel bel tratto di fabbricato, con portico e i magazzeni, che ora si vede.

Il 29 marzo alle ore 18 ½ italiane morì Papa Clemente XI di anni 72, anni 20 e mesi quattro di pontificato.

In aprile entrarono i porporati in conclave, fu proposto l’E.mo Lodovico della Mirandola fratello del nostro principe Galeotto Pichi. Ebbe un notevole appoggio tanto che gli mancarono solo pochi voti ad essere creato Papa. Se ciò fosse avvenuto Castel S. Pietro non poteva che sperare molte beneficenze in grazia del fratello Galeotto, che qui aveva stabilito la sua residenza a vita.

 Finalmente l’8 maggio fu eletto come pontefice il Card. Michel Angiolo Conti, romano in età di 66 anni. Era prete dei duchi di Piombino. Assunse il nome di Innocenzo XIII.

La compagnia di miliziotti di Castel S. Pietro che, sotto il comando del cap. Valerio Fabbri era, per Sede Vacante, alla guardia della piazza di Bologna, il 12 maggio se ne ritornò a casa senza che nella città fosse avvenuto il minimo disordine.

Il 13 giugno, giorno di S. Antonio da Padova, si levò un vento terribilissimo dalla parte del settentrione, che rovinò case, palazzi e chiese nel contado e fece infiniti danni che furono considerati del valore di trentamila scudi. Sradicò alberi, cipressi, pioppi e querce di cento e più anni, distrusse viti, canapa ed altri prodotti, gli animali si perdettero per la campagna, altri furono ritrovati morti, precipitati dai balzi. Simile flagello non si verificava da 200 anni.

Per la mancanza delle carte non troviamo chi fosse estratto Consolo per il secondo semestre, Podestà fu il cav. Giuseppe Maria Pietramellari.

Il 13 luglio si alzò un sole così cambiato che sembrava la luna nel suo pallido splendore, seguì una tempesta di grandine grossa come noci, che fece molti danni nel contado. Replicò il giorno seguente nel comune di Castel S. Pietro e, specialmente nella villa di Poggio, si portò via tutta l’uva, i frutti e la canapa e fu fortuna che si fosse già mietuto.

La raccolta del grano fu così abbondante che, come riferisce Domenico Mondini nelle sue memorie, nel mese di agosto a Castel S. Pietro fu venduto il grano nuovo a 50 bajocchi la corba e veniva qui un pane, da Castel Bolognese, del peso di 22 once e mezzo, ad un bajocco.

 I panettieri di Castel Bolognese poi facevano apposta certe tiere di pane che si vendevano a un bajocco l’una. 

Ma i fornai del bolognese si lagnarono molto e fecero le loro istanze al Legato, che mandò fuori un bando che non venissero qui con pane quelli di Castel Bolognese ed altri panettieri che facevano tale pane. Il pane che vendevano i nostri fornai del territorio, era di 52 once per quattro bajocchi.

Il 13 agosto, giorno di S. Cassiano, Vincenzo Benati veniva dalla fiera d’Imola sopra il proprio calesse, quando giunse alla nuova chiesina della Madonna del Cozzo il cavallo si spaventò e prese la fuga.  Non riuscì a frenarlo e precipitò col cavallo nel fossato della strada davanti a quella S. Immagine. La invocò nel pericolo e non ebbe alcun patimento per speciale grazia della medesima.

Giovanni Giordani nella sua memoria manoscritta racconta che essendo morto Don Angiolo Villa curato di Casalecchio dei Conti, zio paterno di Giuseppe Villa, questi tornò dal veneziano, ove era stato fuggiasco. Aveva con sé tre sicari, uomini di statura grande, con i baffi sotto il naso, ben armati di archibugi corti detti tromboni, con pistole e mezze spade. Dopo pochi giorni andarono a Varignana alla casa del curato Bianchi.

Qui il Villa tirò fuori la carta sottoscritta dal curato Don Giuseppe Bianchi, nella quale era scritto essere debitore di l. 1500, e gli fece sapere che voleva questo suo danaro. Il curato disse di non dovergli ciò e che non intendeva pagare, quindi per ciò se ne andassero.

 Il Villa ciò sentendo, con i tre armati, andò alla casa del nipote del curato sig. Paolo Bianchi, lo legarono e lo condussero con sé in ostaggio a Grizzano, luogo del Villa, affinché gli fossero pagate le 1500 lire.

Fu tosto informato di tale fatto il tribunale. Un lunedì vennero per ciò a Castel S. Pietro due squadre di sbirri per cercare il Villa e i tre sicari. Gli sbirri però non ebbero il coraggio di affrontarli perché il Villa andava avanti e indietro per il Castello e il Borgo coi suoi bravi tenendone due dietro l’altro poco lontano e gli sbirri non si spostarono dall’osteria della Corona.

 Passata l’ora del mercato Il Villa per tornare alla volta di Grizzano per la strada romana passò davanti a quella osteria. Sulla porta, che guarda la via di S. Carlo, c’era il tenente degli sbirri detto il Monti, che pur esso, all’uso di quei tempi, portava i baffi sotto il naso come i sicari.

Il Villa che lo vide gli si accostò e lo provocò con queste parole: signor Bastiano ti aspetto qui, come oggi, in questo mercato, che ti voglio levare dal naso questo baffo, poi prendendogli immediatamente con forza un baffo glielo strappò. Lo sbirro divenne allora rosso acceso come una brace e partì immediatamente per Bologna. Nel mentre che accadeva questa scena i sicari del Villa stettero coll’armi spianate in mezzo la strada e sotto il portico.

La notte seguente il Monti ritornò con 30 sbirri, andò dai Massari di Varignana, di S. Giorgio di Varignana, S. Maria della Cappella, Liano, Casalecchio, Castel S. Pietro, Gaiana, Poggio, Quaderna ed altri luoghi vicini per un totale di 12 Comunità, ed ordinò che stessero preparati per dar campana a martello alle loro chiese, appena che avessero sentito una di esse battere la campana per la sua gente.   

Disposto ciò, la mattina seguente che fu il terzo mercoledì di ottobre, si entrò in azione. Si radunarono più di 160 persone con gli sbirri ed andarono alla volta di Grizzano in assedio al Villa.  Arrivati alla casa gli sbirri si appostarono e quindi si cominciò a sparare da una parte e dall’altra.

Uno sbirro, più temerario degli altri, prese un posto avanzato e si mise dietro un grande sasso dalla sommità del quale mise fuori un dito provocando gli assediati, dicendo ad uno di essi, se sei bravo a colpire, tira a questo dito. Fu prontamente servito e una archibugiata gli tagliò il dito.

Si proseguì tutta la giornata far fuoco, ma con poco frutto. Frattanto lo sbirro dal dito trafitto andò immediatamente a Bologna per prendere rinforzo di altri 10 sbirri, essendone, di quelli che assediavano, molti stati feriti.  Ma morì appena giunto a Bologna essendo forse la palla infetta.

Intanto gli assediati riuscirono a fuggire alla chiesa di Casalecchio, poco distante. Gli sbirri li inseguirono e lì giunti andarono alquante archibugiate e il Villa restò ferito in una coscia. Aperta quindi la porta i sicari col Villa entrarono in chiesa e fecero sapere agli sbirri che entrassero pure che loro li attendevano per ucciderli.

Costoro non ebbero coraggio di avanzare, ma tornarono indietro e corsero alla casa di Grizzano ove era il buon vecchio Felice Villa padre del Giuseppe. Tosto lo legarono e lo condussero in città.  Gli altri sbirri proseguirono a far fuoco contro la chiesa di Casalecchio. I sicari, non potendo più resistere, riuscirono a fuggire di notte senza essere ostacolati. Restò il solo Giuseppe ferito, che fu preso dagli sbirri, sebbene in luogo immune, e fu condotto violentemente a Bologna.

Dopo 17 giorni, perché levato da un luogo immune fu riportato nella medesima chiesa ove poi, guarito, si fece terziario di S. Francesco dai M.O. di Castel S. Pietro. Con tal abito si rifugiò poi in casa Pepoli ove finì i suoi giorni in età avanzata. A Bologna girava liberamente perché poi aveva ottenuta l’assoluzione da papa Benedetto XIV Lambertini.

Quanto poi alle 1.500 lire che aveva voluto dal Bianchi [33]le usò in parte per dotare l’amica accennata e parte la regalò ai sicari. Dovremmo segnalare altre sue bravate fatte nella città, ma perché queste interessano famiglie importanti, ci conviene passarle sotto silenzio. Al nostro lettore basti per ora saper che non si commetteva fatti di prepotenza dai nobili bolognesi ed altre persone importanti che non vi fosse mischiato il Villa.

 Usava egli l’artificio starsene lungamente fuori città, nelle proprietà Pepoli della Scostada, della Galiuzza, alla Guardata ed a Castiglione e solo in certi tempi veniva a Bologna. Durante la sua permanenza si sentivano per lo più di bastonature e a volte di uccisioni, onde ne era nato in Bologna il detto: Or che Francesco Villa è in Bologna, vi è qualcuno dippiù, per dare ad intendere che qualcuno era in pericolo di vita, ed il detto non sbagliava.

Codesto convento di S. Bartolomeo, che fino ad ora era stato in economia con pochi religiosi per sgravarsi dei debiti, fu reintegrato nel numero di suoi religiosi sacerdoti dal Provinciale P. Antonio Bagnoli da Cesena ai quali diede per priore il P. Domenico Guatri da Bologna.

Fino ad ora non abbiamo potuto avere notizia certa dell’epoca della erezione della già indicata Congregazione dei 400 nella chiesa di S. Pietro nel Borgo del nostro Castello. Ci piace però qui ricordarla, giacché ne abbiamo gli statuti composti di 15 capitoli, sebbene mancanti della data precisa.  Sappiamo che furono fatti sotto gli auspici del Card. Patrizi commendatario di S. Stefano di Musiano e del Vicario Gente del Vescovato di Bologna Mons. Guinigi, che entrambi governavano in questo tempo, l’uno la Commenda suddetta e l’altro la diocesi di Bologna.

La Regola dunque di questa Congregazione era di essere di 400 confratelli per suffragare le anime dei defunti in detta chiesa, fare la visita alla S. Casa di Loreto ed al Perdono di Assisi.

 Il titolo era di Congregazione di S. Pietro, come al primo capitolo. Doveva celebrare messe alla morte di ogni confratello, recitare la terza parte del Rosario oppure il vespro dei morti in quella chiesa.  Doveva estrarre il giorno di S. Pietro, imbustando tutti i confratelli, i destinati al viaggio a Loreto ed Assisi, che dovevano far celebrare in uno di questi santuari una messa. Era previsto per tale viaggio la spesa di 60 lire, pagata della Congregazione.  Per ogni confratello morto, i confratelli dovevano pagare 4 soldi cadauno. Infine era previsto che all’ingresso della Compagnia l’entrante pagasse quindici soldi.

Questi era il contenuto più interessante dei capitoli dei quali ne esiste presso noi una copia con gli altri documenti attinenti al paese, che abbiamo potuto raccogliere e raccattare con fatica e dispendio.

Di questa congregazione, la cui esistenza è così lontana dai giorni in cui scriviamo queste notizie che non abbiamo potuto trovare alcun atto, che ci dia materia di storia. Quindi dobbiamo supporre che forse favorì la sua estinzione la incorporazione in un’altra compagnia del paese.

1722 – 1726. Viaggio a Loreto del SS.mo Crocefisso. Padre Lasagni convince paesani a non portare armi. Comp. SS.mo congregata ad arciconfraternita romana, suoi festeggiamenti. Cresce livore tra le due compagnie. Feroce baruffa tra le due compagnie durante la festa del SS.mo Rosario. Per timore disordini vietata presenza compagnie durante processione SS.mo.

Giunto l’anno 1722 entrò Consolo Francesco M. Mondini e Podestà estratto fu il Cavaliere Giovanni Malvezzi.

Essendo divenuto priore della Compagnia del SS.mo SS.to il sacerdote Don Pietro Maria Giorgi, uomo in ogni caso degno di eterna memoria, propose alla sua Compagnia il viaggio alla S. Casa di Loreto con la miracolosa immagine del S. Crocefisso, anche in ringraziamento di essere stato preservato il paese dal contagio.

I confratelli furono d’accordo onde per ciò si pensò dal Corporale della Compagnia di avvisare e sollecitare i confratelli più agiati sia del paese che fuori perché con le loro offerte si potesse supplire alle spese che occorrevano in tale circostanza. Tanto fu accettato e si eseguì in aprile.

Intanto li 2 febbraio avendo ricevuto una speciale grazia da M. V. del Rosario, la moglie di Antonio Benetti, Maria Caterina, le si mostrò grata e le donò sei colli di perle buone.

Non mancò l’arciprete Nobili di mostrare il suo giubilo. Quindi, radunati tutti gli uomini delle compagnie cappate del paese cioè del SS.mo e di S. Caterina, su le ore 2 di notte fece scoprire la S. Immagine e con rito solenne, data la benedizione alle perle, fece la applicazione di esse al collo della Immagine, usando tutte quelle solennità e cerimonie che si usano quando si incorona la immagine di M. V.

Il 2 aprile, domenica in Albis, per venire a capo del viaggio col crocefisso a Loreto, fu eseguita la benedizione di 12 confratelli fra i quali vi furono anche nobili della città di Bologna. Furono questi Taddeo Riguzzi Gini, Abate Conte Ottavio Tedeschi di Castel S. Pietro, Don Giovanni Tomba. Giuseppe Rinaldi, notaio Giovan Battista Dalla Valle, Antonio Bertuzzi, notaio Giacomo Bertuzzi, Sig. Carlo Maria Giorgi, Antonio Giorgi, Francesco M. Mondini, Alessandro Fabbri, segret. del Senato, Francesco Cavazza.

Questi assieme fecero una offerta in contanti in l. 102: 10. Servirono questi denari per il viaggio a Loreto. Seguì la partenza il 21 aprile. Fu la terza volta che fu trasportata questa S. Immagine a quel santuario, accompagnata da tantissimo popolo nazionale e forestiero.

Si levò dunque il Cristo dal suo oratorio e fu accompagnato processionalmente con molto popolo fino al ponte del Sillaro, ove il cappellano dette la benedizione, per assenza dell’arciprete Nobili.  Poi la Compagnia si incamminò verso Imola.

Le grazie che concesse il Signore durante il viaggio per mezzo di questa S. Immagine a chi ne domandava furono tante che converrebbe farne un elenco a parte. Giunti a Loreto fu posata la S. Immagine sull’altare della SS. Annunziata, cappella del serenissimo duca di Urbino. Qui la Compagnia, fatte le sue devozioni, dopo tre giorni se ne ritornò a casa. La Compagnia e il Cristo furono incontrati ai confini del comune di Castel S. Pietro dal clero secolare, condotto dal cappellano della parrocchia Don Vincenzo Manara e dalla Compagnia di S. Caterina e le fraterie del paese.

Il 2 maggio venne una dirottissima pioggia, che fece crescere inaspettatamente i torrenti e trascinò con sé ragazzi, donne e animali. Se ne trovarono alcuni al ponte del Sillaro.

Per il secondo semestre fu estratto Consolo Giacomo Maria Landi e Podestà il Conte Silvio Antonio Marsili.

Essendo andata la stagione molto asciutta dal 2 maggio ai 11 agosto, era venuta una aridità tale, che non potendosi macinare, si vendeva la farina a dodici paoli la corba, quantunque il grano si vendesse a 9 paoli la corba. Ovunque si facevano orazioni, ma non se ne vedeva alcun effetto. Le fonti erano disseccate, i pozzi e le sorgenti si erano tutte arrese.

 Finalmente l’antivigilia di S. Cassiano a Imola piovve fortemente poi, dirigendosi il cattivo tempo verso le nostre parti, venne una dirottissima pioggia con grandine, turbini e saette che durò molte ore e la gente se ne fuggiva e nelle case non si poteva stare.  I torrenti non potevano contenere la piena. La chiusa di Castel S. Pietro fu tutta rovinata e si stette molto tempo che in questo mulino non si poté macinare e bisognava andare a Idice oppure a Imola.

Questo convento di S. Bartolomeo non poteva sostenersi col numero delle persone quindi il Provinciale Bagnoli intendeva provvedere.  Il reggente però si difese bravamente, giustificò la situazione al Generale e così fu ridotto il numero di frati a solo 4 sacerdoti, priore dei quali fu dichiarato il P. Antonio Maria Bonfilioli di Bologna. La reintegrazione seguì per decreto del R.mo Generale Tomaso Cervioni il 22 settembre.

Rimesso il tempo, ritornò il caldo di prima e l’aridità nei terreni per modo che i villani non potevano fare le loro opere e si dovette aspettare per la semina fino dopo S. Luca (18 ottobre).

Alla fine di ottobre si diede inizio alle Missioni del P. Don Giovanni da Lavagna. Questi alle ore 22, vigilia di tutti i Santi, cominciò le sue apostoliche prediche a Castel S. Pietro col cantare il Veni Creator nella parrocchiale. Poi cominciò una Instruzione Christiana, indi distribuì le ore ed il tempo del loro ministero e i compagni.

Aveva altri sacerdoti preti con sé ed erano tutti dell’Istituto delle così dette Missioni. La mattina si spiegava il decalogo, il dopo pranzo, alle ore 22, si incominciava la Dottrina Cristiana, che durava tre quarti d’ora, poi si dava la Benedizione col Venerabile, alla quale precedeva una predica edificante che durava un’ora. Il sabato si faceva vacanza. Durarono questi esercizi cattolici 21 giorni e finirono la domenica 12 novembre in cui si fece una comunione generale.

Per effettuare tale comunione il Padre Lavagni fece costruire una cappella provvisoria davanti alla piazza del Castello sotto il portico dei fratelli Fabbri. In questa espose SS.mo dopo una processione generale alla quale intervennero le fraterie, le due compagnie cappate di S. Caterina e del SS.mo SS.to con lumi ed il clero secolare unitamente a tutti i sacerdoti del vicariato e del plebanato di questo Castello. Erano tutti con la pianeta mentre i diaconi e i sotto diaconi erano in tonicella e tutti, col loro distintivo ecclesiastico, officiavano la funzione. La cerimonia riuscì di grandissima edificazione e profitto.

In questi tempi era uso normale che ogni uomo, ancorché civile e vivente colle proprie entrate, portasse armi e camminasse con pistole al fianco ed archibugi alla spalla entro il paese e il borgo. Così tutti sembravano tanti sgherri.  Questo comportamento era comune anche negli altri castelli del territorio.  Iniziò nei tempi andati per le fazioni intestine.

Le Missioni furono così efficaci, ed operò tanto il Padre Lavagni, che si eliminò facilmente questa usanza che purtroppo nei tempi andati era occasione di omicidi. Non si videro più camminare per l’abitato i galantuomini con delle armi.

A tutte le funzioni giornaliere delle missioni assistettero sempre i confratelli del SS.mo. Le elemosine che si raccolsero ammontarono a l. 299, che andarono a beneficio della chiesa per tutte le spese. Il resto i missionari lo regalarono alla compagnia del SS.mo. Questa per erogare il Regalo suddetto, interpellò il dott. Giacomo Antoni bolognese, notaio di Castel S. Pietro.  Questi fu poi governatore di Castel Gandolfo dopo che si stabilì in Roma e sposò Donna Bernardina, figlia naturale di Casa Albani.

La Compagnia del SS.mo, per rendere poi più solenne la sua funzione, ricorse a Roma per avere la aggregazione alla Arciconfraternita del Nome di Maria.

Alloggiarono i missionari nel palazzo Calderini ed erano chiamati Signori della Missione il cui Istituto fu fondato dal Beato Vincenzo de’ Paoli.

Era legato di Bologna in questo tempo il Card. Tomaso Ruffo, che, per la sua giustizia, si faceva nello stesso tempo temere ed amare da tutti. Avendo inteso il buon profitto fatto in Castel S. Pietro dal Padre Lavagni, lo chiamò a sé e gli diede un attestato di plauso, il maggiore che potesse, per avere messo freno ed in calma i bellicosi castellani, ai quali si dovevano sovente fare processi per fatti d’arme e resistenza alla Corte, per cui bene spesso si spargeva sangue umano e si facevano ricorsi alla Legazione.

Gli sbirri, fino a questo tempo, quando volevano venire ai mercati di Castel S. Pietro, mandavano prima un avviso al Ministrale, acciò chiedesse al Consolo ed a capi fazione del paese di poter venire.  Quando poi vi erano rumori in vista e banditi contumaci in paese gli sbirri, nei giorni di mercato, dovevano lasciare le loro armi alla Masone per non farsi vittime di archibugiate.

Calmato il rischio di contagio gli Assunti per la Sanità di Guardia in questo Castello furono licenziati nella metà di dicembre.

Il 18 dello stesso mese morì in patria il Padre Gian Lorenzo Bonafede Vanti M.O. in questo suo convento di S. Francesco in Castel S. Pietro, come si legge dal mortologio dello stesso convento in questi termini: “18 X.bris 1722, in conventum Cas. S. P.ri  R. P. Jo. Laurentus Bonafides Vanti di C.S.P. obiit et sepultus in ectu hujus conventus.”

Egli scrisse molte memorie della Patria, le quali a noi non sono tutte pervenute per essere state al medesimo portate via e lacerate per malevolenza.

 L’anno seguente 1723 entrò Consolo Girolamo Dalle Vacche e Podestà fu il Conte Nicola Caprara.

 Poche sono le memorie che abbiamo di questo anno lasciateci da scrittori nazionali, fra i quali Giuseppe Amadesi che da questo punto cominciò a scrivere.

La Residenza della Comunità aveva bisogno di essere ristorata stante la sua antichità ed essere ampliata per i Comizi (le assemblee), tanto più che i notai giusdicenti si erano impadroniti della sua maggior parte. La Comunità, essendo senza danaro, ricorse al Senato perché la favorisse con il riparto sopra le comunità soggette alla Podesteria. Fu presa in considerazione la petizione e fu ordinato il ristoro alla Assuntoria di Governo.

Per accrescere sempre di più il culto a Dio e per la migliore disposizione delle processioni la Compagnia del SS.mo, che era quella che in ogni occorrenza officiava per la parrocchiale, ottenne dal Card. Boncompagni, nella sua ultima visita pastorale, che per illuminare il SS.mo nelle processioni quella potesse inalberare più lanternoni e che, potesse dirigere le processioni delle Rogazioni di M. V. di Poggio con scalchi ossia bastonieri.

La compagnia di S. Caterina, che pretendeva maggiore potere dell’altra, si oppose a doversi sottomettersi alla direzione di funzionari della prima quando si facevano assieme le processioni. Nacquero amarezze per questa novità, e si temeva per qualche problema nelle prossime Rogazioni del 3 maggio.

Intanto la Compagnia del SS.mo, si era procurata la aggregazione all’Arciconfraternita del SS.mo Nome di S. Maria a Roma. Ebbe il riscontro che era stato accolto il suo memoriale, presentato dal dott. Bolis, da quella università romana. Occorreva perciò vestire la stessa uniforme di Roma, cioè: sacco bianco e mantelletta turchina profilata di rosso cremisino con fettuccia di cordone turchino alla cintura e per distintivo, alla destra della mantelletta, lo scudo rosso con lo stemma del Nome di V. Maria.

 Proposto ciò al corporale della compagnia e vista l’uniforme venuta da Roma, si convenne di uniformarsi con la propria cappa, deponendo l’uso della uniforme antica che era tutta bianca e si alzava a traverso fino a scoprire le ginocchia mediante la cintura di un cordone bianco.  Tale cappa era chiamata saltafosso.

La Compagnia di S. Caterina, a questa notizia, si arrabbiò ancora di più contro la Congregazione del SS.mo. Ne vennero in conseguenza effetti molto funesti al culto, che al suo momento riferiremo.

Li 27 maggio si alzò un sole tutto pallido e durò molti giorni fino alla domenica del Corpus D. quando arrivò una gran pioggia, tempesta e turbini che sradicarono alberi, piante e altre robe e così si proseguì fino al 12 giugno.

Il 27 dello stesso mese, in giorno di domenica alle 2 di notte si sentì una gagliarda scossa di terremoto, che spaventò tutto il paese senza però far male ad alcuno.

La Compagnia di S. Caterina non volendo essere da meno della Congregazione del SS.mo negli onori, cominciò anch’essa autonomamente ad usare nelle processioni gli scalchi e i bastonieri. Il loro compito era di tenere lontane le persone non cappate dal corporale della compagnia, che incedeva regolarmente a due a due nelle processioni pubbliche. Non contenta di quel fatto, i suoi scalchi passarono, al volere del Mastro dei novizi, a dirigere e guardare il corpo dell’altra compagnia e qui crebbero i contrasti.

Intanto entrò Consolo per il secondo semestre Vincenzo Benetti e fu Podestà il Conte Antonio Bianchini.

Crescevano intanto i livori fra le due compagnie. Per ovviare a disordini la Compagnia del SS.mo fu costretta a ricorrere alla giustizia, quindi nominò due incaricati e furono Alessandro Fabbri e Francesco Cavazza, mio padre.

Questi proibirono, per gli atti del notaio Nanni, la compagnia di S. Caterina a portare i bastoni allor quando intervenivano alle funzioni di spettanza della congregazione del SS.mo.

Perché la esecuzione di tale proibizione avesse effetto e non fosse revocata, si aspettò il giorno primo di agosto, in cui si doveva fare la solita processione col SS.mo alla quale interveniva anche la Compagnia di S. Caterina e tanto si fece.

Essendosi fatto un ottimo raccolto fu fatto il calmiere del grano l. 5 la corba.

Per prevenire poi le turbolenze temute fra le due compagnie, l’arcivescovo mandò a Castel S. Pietro il giorno due ottobre il suo Vicario Generale col notaio Nanni per comporre la cosa, ma non ci riuscirono, anzi si riaccesero più rabbiosamente gli spiriti di parte.  Quindi dalle questioni civili si passò a quelle criminali.

 Prima però di inoltrarsi nella lite, essendo la Compagnia del SS.mo in possesso delle sue giurisdizioni, l’altra tentò di estorcere una decisione extragiudiziale dal Vicario Generale.

Diresse ad esso una informazione ed una supplica facendogli sapere che il posto dei lanternoni non doveva precedere il clero. Il 5 ottobre la supplica fu rimessa al vicario foraneo ed arciprete Nobili con l’invito a tentare di comporre gli animi ma fu tutto inutile.

Intanto giunse da Roma la Bolla della aggregazione della Compagnia del SS.mo all’arciconfraternita del Nome di Maria, già emessa il primo agosto anno corrente, spedita dal dott. Giacomo Antonio Bolis, curiale di Roma e novizio della Compagnia del SS.mo. Cosi restava da fare solo la mutazione della cappa e la nuova vestizione. Adunati per ciò i 40 componenti locali della compagnia, fu determinato che fosse l’arciprete a fare la solenne vestizione. Questi si prestò prontamente per domenica 21 novembre, festa della Presentazione di Maria SS.ma.

Questo seguì nella chiesa arcipretale del Castello in questo modo. I 40 confratelli vestiti di sacco bianco si misero tutti nella cappella maggiore in cerchio, genuflessi, ciascuno teneva la mantelletta e cordone nel braccio per mostrare umiltà. L’arciprete fece un dotto discorso sopra una carega (sedia) presso l’altare, al suo termine chiamò a sé il priore davanti all’altare e pregò gli altri confratelli di fare ciascuno il medesimo atto che egli faceva nel vestire il primo. Tutti lo eseguirono nello stesso modo e contemporaneamente.

Quando furono tutti vestiti di nuovo, fu intonato l’inno ambrosiano in musica, al quale seguì la messa solenne dell’arciprete, parimenti in musica, nel mezzo della quale seguì la comunione della S. Eucarestia a tutti i confratelli vestiti. Poi andarono processionalmente nel loro Oratorio. Il dopo pranzo, essendo esposta la reliquia della S. Croce nella parrocchia, si cantò il vespro in musica, quindi si fece con essa la processione per il Castello e il Borgo poi, ritornati alla Chiesa, si diede la Benedizione al popolo col Venerabile.

A tale funzione vi fu infinito concorso di gente. La Compagnia spiegò in questa occasione un bellissimo pallione di seta turchina col nome cifrato di Maria dipinto ad oro e nel contorno erano dipinti i simboli della Madonna tratti dalla Santa Cantica.

Intanto si proseguiva la lite nel vescovato.

Il 29 dicembre, terminate tutte le spese comunitative, fu accomodata la residenza della pubblica rappresentanza. Il Senato quindi ordinò il comparto delle 400 lire spese nel ristoro alle comunità della podesteria. Così terminò l’anno dopo la estrazione del nuovo Consolo il cui nome resta sepolto nelle tenebre per essere l’archivio mancante di molte carte.

L’anno 1724, occupò il posto di Podestà il Marchese Guido Antonio Barbazzi.

 Il 7 marzo alle ore 12 italiane morì in Roma il papa Innocenzo XIII.

 Il 13 il Consolo diede licenza al senatore Piriteo Malvezzi e per esso al suo agente Pier Antonio Orsi, di portar fuori dalle mura del Castello, dietro il suo palazzo, tutto il terrapieno che esisteva all’interno e che portava sopra il baluardo a levante. Lavoro da fare tutto a sue spese senza pregiudizio della Comunità.

Alla fine di maggio fu assunto al pontificato il card. Vincenzo Maria Orsini d’anni 75, arcivescovo di Benevento col nome di Benedetto XIII. Era dell’ordine dei domenicani. Il Card. Ruffo fu confermato per Legato di Bologna.

Stante le ostilità che correvano fra le due compagnie di S. Caterina e del SS.mo a motivo delle preminenze, furono interdette le stesse compagnie dall’ intervenire alla processione del SS.mo per evitare qualche strepitoso scandalo.

Fu pure sospesa la processione che si faceva la settimana santa dalla compagnia di S. Caterina, e così pure non si fece la visita il giorno di Pasqua al lazzaretto presso il ponte del Sillaro nella quale l’arciprete faceva la benedizione al lazzaretto dopo avere recitato il de profundis e le preci per l’assoluzione dei morti.

Il parroco in vece di ciò fece la funzione intorno al cimitero presso l’arcipretale, essendosi terminato tutto il lavoro del muro, la cui spesa fu di l. 7.400. Il Senato ne ordinò, il 17 giugno, il partimento sopra tutto il contado alla condizione però che in avvenire concorrano, alla manutenzione e riparazione di tale muro, solamente le comunità soggette alla Podesteria di Castel S. Pietro.

Perché nelle riparazioni alla casa comunicativa o sia residenza si era scoperta la necessità di altri lavori necessari, così questi furono eseguiti successivamente nel quartiere del giusdicente e dell’esecutore.

Il primo luglio entrò Consolo Giulio Alberici, il nome del Podestà non si è trovato.

Il 15 ottobre morì a Bologna di anni 76 il sig. Giuseppe Villa di Castel S. Pietro che abitava in Borgo alla sinistra senza portico. Fece testamento e lasciò erede il Suffragio della Compagnia di S. Maria della Morte di Bologna.  Fu sepolto in S. Domenico. Fra le sue pie disposizioni lasciò la rendita di tutti i suoi casamenti nel Borgo di Castel S. Pietro, ove abitava quando qui veniva, alle fanciulle povere native del paese, nate da onesti parenti che abitassero le dette case e fossero puntuali pagatori delle loro pigioni.

 Queste rendite poi dovevano ripartirsi in tante doti da l. 25 l’una da collocarsi nel Monte Matrimoni di Bologna a lucro, fino alla loro collocazione secondo però le leggi di quel Monte. Tale dote era da estrarre ogni anno essendovi una zitella nubile. Questa estrazione doveva essere fatta da Officiali del sud. Compagnia della Morte.

Questo Giuseppe Villa fu fratello del Dott. Teologo e Canonico Carlo Maria Villa enfiteuta della Chiesa di S. Pietro e molti altri beni a Castel S. Pietro.  In esso restò definitivamente estinto il suo casato. Era imparentato con le famiglie principali del paese cioè Nicoli, Fabri, Mondini, Comelli, Bartolucci e Ricardi, famiglie che nel corrente secolo si sono in parte estinte e in parte sono espatriate.

Fatto il ristoro alla residenza del giusdicente e dell’esecutore, che ascese a l. 283, il Senato ne ordinò il comparto alle comunità della Podesteria.

Da agosto fino tutto novembre ci fu una forte siccità, onde nel calore eccessivo dell’estate andò a male molto vino e la semina dei grani fu aspra e cattiva.

Il primo gennaio 1725 entrò Consolo Gio. Battista Dallavalle, Podestà fu per il primo semestre il Conte Giuseppe Bianchini.

 Giovanni Giorgi che aveva ottenuto il permesso di fabbricarsi una casa in questo borgo nella via romana presso la chiesa della SS. Annunziata, pagò alla Comunità lire cento, per occupare il suolo pubblico nella linea di detta chiesa, come da rogito del Notaio Giovan Battista Dalla Valle. Tali danari la Comunità li impiegò per fare selciare tutto quel tratto di strada romana che spettava al pubblico fare eseguire davanti a quel portico.

Il 10 febbraio cominciò un freddissimo e forte vento che durò fino al 21 per tutta l’Italia, che cagionò infiniti mali di petto massime nel bolognese cosicché a Castel S. Pietro moltissimi andarono al sepolcro.

Dovendosi eseguire l’aggiornamento del Campione degli Estimi dei Terreni, la Comunità procedette alla elezione degli assunti. Quando terminò il loro incarichi fu posto in comparto l’emolumento della loro fatica che fu di l. 55: 10.

Il 14 maggio venne a Castel S. Pietro a fare la visita pastorale, in qualità di delegato dell’E.mo Boncompagni arcivescovo di Bologna, il Dott. Don Giambattista Scarsilli, maestro di Santa Teologia.

Dai decreti della sua visita risulta il provvedimento che prese per un terzo lume nella chiesa della SS. Annunziata: in oratorio SS. Anuntiationis ad altare S. Josephe candelabra pro tertia candela. Inoltre rimosse gli obblighi a questo altare così: “In hoc altare id est obligatio unius misse in hebdonata”.

Indi passò al quartiere del Dozzo e così descrisse l’oratorio della Madonna della Scania oratorius S. Maria ad Nives, vulgo della Scania, est D.Capitanei Fabbri”. Quindi andò alla Panzacchia. “In oratorio SS. Virginis sacratum (…) della Panzachia decrevit per patronos previdere de necessariis”. Ritornato al paese visitò la chiesa di S Pietro e decretò: In oratorio S. Petri comendato E.mo Patritio Brachius pro tertia candela.

Al termine della sua visita venne una pioggia continua che durò otto giorni, poi si alzò un vento sciroccale che durò per tre mesi continui, dopo i quali venne la quiete per il tempo necessario alla raccolta. Lo scirocco produsse una aridità tale che, mancando le acque, non si poteva macinare. Il mulino di Castel S. Pietro stette chiuso per più di un mese e le farine erano perciò aumentate di prezzo.

Giuseppe Ronchi. estratto Consolo per il secondo semestre, investì la carica e così fece pure il nuovo Podestà che fu il Marchese Nicolò Bolognini.

L’uno settembre, vigilia della Madonna, il Card. Arcivescovo Boncompagni venne a fare la Cresima a Castel S. Pietro, aveva con sé due convisitatori che diedero la rivista a tutte le chiese. Durò la cresima alla quale concorsero diciotto comunisti quattro mattine. Il giorno 12 partì per Pizzocalvo.

 Nel tempo che qui soggiornò procurò la pace fra le due compagnie litiganti del SS.mo e S. Caterina, che avevano in Roma le loro questioni. L’accordo fu però solo a parole, con solo la speranza che fosse rispettato. Infatti si persuasero gli individui ad intervenire alle funzioni come il consueto, fatte salve le ragioni in sospeso a Roma e con l’impegno di non creare scandali.

Ma la promessa non fu mantenuta. Infatti, venuto il giorno della Festa del SS.mo Rosario il 6 ottobre, mentre si faceva la solita la processione con la S. Immagine di S. M. del Rosario portata da ambedue le Confraternite di S. Caterina e del SS.mo, avvenne il disordine.

Vincenzo Alberici confratello di S. Caterina, detto volgarmente lo Zoppo d’Orsoletta, uomo assai manesco e facinoroso, quando si vide occupare il posto, che egli pretendeva, davanti e sotto l’Immagine, diede subito un gagliardissimo pugno in faccia al confratello del SS.mo che aveva già presa sulla spalla l’immagine. Questi cominciò a grondare sangue e nacque uno scompiglio tale tra le due compagnie, che poco mancò che si venisse ad una feroce baruffa tra lo spavento e le grida delle persone. L’intervento del clero riuscì a riportare la calma e la quiete.

Quindi l’arciprete levò l’Immagine dalla spalla dei secolari e la caricò sulle spalle del clero e si diresse alla chiesa arcipretale.

Il misfatto accadde prima di uscire dalla porta inferiore del Castello per dirigersi al Borgo in faccia al Palazzo Malvezzi ed alla casa del fu Messer Pietro Antonio Cavazza, mio avo.

Terminata la funzione i confratelli dell’una e dell’altra compagnia corsero alle proprie case a prendere armi. Ogni buon cittadino fuggì l’eccitazione di parte, aspettandosi che avvenisse un massacro vedendo in rumore il paese.

Fu un miracolo di M. V. che altro non accadesse e che la squadra di sbirri, che era qui venuta, battesse in ritirata. Il fatto rammaricò tanto il Card. Boncompagni, che aveva ordinato che le Compagnie partecipassero assieme alle funzioni non ostante le pendenze a Roma, che si prefisse di punire la Compagnia di S. Caterina.

 Per evitare poi ulteriori agitazioni in simili cerimonie l’arciprete Nobili fu costretto a domandare all’arcivescovo la cappazione di dodici persone per fare tale festa in avvenire. Non dispiacque all’arcivescovo a questo ripiego, quindi accordò la grazia. Da qui cominciò la cappazione della Compagnia del Rosario.

Il 6 0ttobre sul mezzogiorno venne una grandissima pioggia con lampi e tuoni, che durò un’ora buona. Pu preceduta da un tetro buio, che durò tutto il tempo della pioggia, onde fu necessario servirsi dei lumi se si voleva vedere.

Dopo ciò il 29 ottobre, fra le ore 23 e le 24 italiane, si sentì una bella scossa di terremoto che spaventò tutti i paesani e nel corso di un’ora si fece sentire per tre volte sensibilmente.

Il giorno seguente, 30 ottobre, a mezz’ora di notte si tornò a sentire per due volte consecutive, replicò un’altra volta a circa le due di notte poi le tre di notte fu così forte che le campane dei campanili suonarono da sole.

Il parroco e gli altri capi delle Religioni chiamarono il popolo alle chiese col tocco appena delle loro campane per non dare maggior urto alle torri. Scoprirono quindi tutte le Immagini miracolose di M. V. del Rosario, di S. Nicola da Tolentino, di S. Antonio da Padova e tutte le reliquie furono esposte alla adorazione del popolo che gridava: Misericordia! Misericordia! Si recitò nella parrocchia la terza parte del Rosario a Maria. Le fraterie esposero il SS.mo e poi diedero la benedizione. La stessa notte del 29 venendo al 30 di ottobre si replicarono le scosse del terremoto alle ore 7, alle 8 ed alle 9 di notte. Fatto giorno alle ore 13 ed alle 17 italiane avvenne lo stesso. Dopo si scoperse la B.V. del Rosario, le si recitò davanti la Corona e poi si diede la Benedizione col SS.mo.

 Insomma lo scuotimento, le grida delle persone, la paura dei fanciulli, l’orrore del castigo che minacciava per ogni dove la morte, facevano più spaventoso il flagello.

I camini che caddero furono settanta, numerose persone fuggirono dalle case. La piazza e gli intorni del paese erano coperti di tende e baracche.

 Questo flagello durò a farsi sentire per quindici giorni. Tossignano, Fontana, Castel del Rio, Casalfiumanese, Casola Valsenio patirono molto e molti edifici crollarono, in tutti quei paesi si sentì di rovine. Nella diocesi di Imola rovinarono fino a 28 chiese. Tutto il tempo che durò il terremoto vennero delle piogge strane e fu stravolta l’aria. Se qualche giorno era buon tempo era questa giornata così calda, che sembrava essere nel gran furore di agosto, di giorno e di notte. Terminato il caldo succedevano piogge disordinate, sembrava la fine del mondo.

L’11 novembre gli agostiniani del paese fecero una devotissima processione con la statua e la reliquia di S. Nicola da Tolentino, vi intervennero le altre due fraterie, Cappuccini e Minori Osservanti, le due compagnie cappate e il Corpo della pubblica rappresentanza, tutti con il lume.

 In tale circostanza fu dagli Agostiniani cappata la Compagnia del Suffragio dell’Anime Purganti, militante sotto la protezione di S. Nicola da Tolentino, con sacco bianco, mazzetta nera, all’uso della Compagnia di S. Pellegrino, cosa che prima mai era stata fatta. Dodici furono i cappati, sei dei quali continuamente cantavano il salmo: miserere in hanc lagrimarum valle, a cui il popolo, a capo di ogni versetto, rispondeva: miserere nostri Domine. Gli altri sei cappati dispensavano al popolo il pane, benedetto dalle Immagini di S. Nicola.

Andò la processione per il Borgo tenendo la via di S. Pietro, poi procedette nella via consolare fino allo stradello morto e ritornò in Castello. Proseguì, per Saragozza e Framella, alla piazza di S. Francesco, ripassò per i palazzi Malvasia e Locatelli fino alla piazza Liana quindi discese alla piazza Maggiore del Castello. Entrò poi con la statua del Santo nella chiesa arcipretale, alla cui porta c’era il piissimo arciprete con un grande crocefisso, che ricevette il Santo portandolo nella cappella del Rosario e ponendolo sopra un altarino a questo scopo preparato col crocefisso alla sua destra.

L’arciprete poi fece al popolo un commovente discorso di penitenza e, terminato il sermone, si diede la S. Benedizione col SS. Ripigliata la statua di S. Nicola fu portata per la via maggiore alla sua chiesa In questo modo tutte le strade del Castello e del Borgo ebbero la visita del Santo.

 Prima però di entrare nella sua chiesa la statua fu fermata sopra un altarino poggiato ove è la croce di marmo, che guarda la via di mezzo del Castello.  Qui il Padre Reggente Nicola Quaderna, priore di questo convento, fatto un breve e fervoroso sermone, diede la benedizione al popolo con la statua e la reliquia del Santo. Fu tale e tanto il concorso di gente che non vi fu a memoria del più vecchio del paese il ricordo di una simile devozione.

Non ostante questo flagello proseguivano le amarezze, i livori e le liti fra le due compagnie a Roma, il che era scandaloso a chiunque aveva fede cattolica.

Seguita poi la pausa in quest’anno fra le due potenze belligeranti[34], Carlo VI Imperatore e Filippo V re di Spagna, si dettero dappertutto segni di letizia. Nel nostro Castello ne fece la dimostrazione il senatore Piriteo Malvezzi che fece una copiosa elemosina di pane ai poverelli esponendo nel suo palazzo un grande piedistallo tutto foderato di pane, sopra il quale stavano due puttini che si abbracciavamo con una mano e coll’altra tenevano un ramoscello di olivo verde.

Finito l’anno 1725, entrò Consolo nel successivo 1726 Giacomo Maria Bertuzzi e Podestà fu Costanzo Maria Pellegrini.

Terminato il muraglione nel Sillaro, a difesa della via romana a levante, vi rimaneva internamente uno spazio grande fra la strada ed il muro onde, per riempire questo spazio si spesero l. 407: 19 in tanti carri di ghiaia e macerie. Questa spesa fu poi messa a comparto.

Il 26 gennaio ad un’ora di notte si videro lampi e si sentirono tuoni tali misti ad un vento sciroccale che sembrava essere in estate onde le persone si spaventarono per tali novità. Segui poi la pioggia ma nulla accadde. Al principio di febbraio si sentì nuovamente il terremoto.

Il Senato il 16 febbraio ordinò per suo decreto il comparto per le spese del ponte e poco dopo fu pubblicato un editto che tutti i disfacimenti del paese si dovessero trasportare in quel vano per riempirlo totalmente.

Era a tal segno cresciuta la discordia fra le due compagnie di S. Caterina e del SS.mo a motivo della anzianità nelle processioni che l’arciprete, temendo di uno scandalo maggiore del passato, scrisse all’arcivescovo onde avere la licenza di cappare dodici persone per le funzioni del Rosario.

Poi, avendo saputo che si macchinava una aggressione dei confratelli di S. Caterina alla compagnia del SS.mo allorché fosse a portare il baldacchino nella processione del SS.mo lo fece subito sapere all’arcivescovo e al suo vicario. Questi Il 2 marzo rispose che il Parroco facesse la processione del SS.mo senza l’intervento delle compagnie.

 Ciò fu fatto non senza mormorio del popolo. Non perciò si quietarono gli animi inaspriti, per modo che non vi era giorno che non si avessero risse nel paese, il che dispiaceva molto al Governo.

Fra Bernardino Molinari da Castel S. Pietro, laico cappuccino, il 24 agosto in età d’anni 88 rese in patria l’anima a Dio. Certamente fu dotato di una tenera devozione a Maria SS., di una singolare pazienza, che lo rese ammirabile a tutti. Fu amato per ciò da ogni tipo di persone.

Esercitò con edificazione singolare l’officio di cercatore per 40 anni. Infine, per la sua decrepitezza e i continui patimenti, perdette la vista. Visse così cieco per alquanti anni con santa rassegnazione, morì in odore di santa vita presso tutti coloro che lo conobbero.

Il 3 maggio in questo convento dei Padri Agostiniani di S. Bartolomeo si fece il loro Capitolo Provinciale. In esso fu eletto il P. Maestro Agostino Creplos spagnolo, come ci lasciò scritto Giuseppe Amadesi nelle sue memorie patrie che cominciano in quest’anno.

Il 6 maggio il sacerdote Carlo Antonio Villa, fratello del precitato Giuseppe defunto, fu fatto Canonico di S. Petronio di Bologna in luogo del Chiaro Dott. Canonico Garofali, uomo dotto che passò arciprete alla Pieve di Budrio.

Le Rogazioni di Maria SS. di Poggio si fecero non senza paura di un massacro di persone poiché tutti i confratelli del SS.mo avevano armi sotto le cappe e avevano anche introdotto sicari nel paese.

 Il 9 giugno, domenica delle Pentecoste, si alzò un turbine di vento al quale successe una direttissima pioggia con fulmini e saette che sradicarono alberi interi. A Bologna fu offesa la torre Asinelli.  Nel comune di Castel S. Pietro fu colpita la possessione sopra la fontana e si accese il fuoco negli edifici vicini.

 L’arciprete Nobili e la compagnia del SS.mo, premurosi del bene del paese, avevano in corso una lite nel vescovato di Bologna sopra la eredità Morelli. La causa purtroppo fu terminata in modo a loro sfavorevole.

Estratto Consolo per il secondo semestre il Capitano Valerio Fabbri prese il suo possesso il primo di luglio e così il nuovo Podestà che fu il Marchese Francesco Davia.

Il 7ottobre fu in visita al convento di S. Bartolomeo di Castel S. Pietro il Padre provinciale Egidio Creplos.

Il 19, giorno di sabato, si vide verso tramontana alle ore 3 di notte un fenomeno che a guisa di monticello illuminava tutta l’atmosfera e poi si aprì in tanti raggi accesi e luminosi. La cosa fece molto spavento.

Ricorrendo la festa di S. Nicola da Tolentino, questi P. Agostiniani celebrarono con maggior pompa la sua gloria facendo per il Castello e il Borgo la processione senza dipendenza dal Parroco.  Distribuirono un santino in cui si annotava che il Santo era stato il liberatore del paese dal terremoto.

Dal 9 giugno fino al 22 ottobre non era caduta abbastanza pioggia quanto ancora serviva. Finalmente, con la protezione di S. Nicola, il tempo si sciolse in molta acqua così fredda che si cominciò ad usare il mantello e dopo poco si ebbe la neve al monte ed alla pianura.

1727 – 1730. Nascita compagnia del Rosario. Compagnia S. Caterina impedisce levata madonna di Poggio. Intervento sbirri. Disordini e rischio gravi scontri. S. Caterina si aggrega a Arciconfraternita S. Spirito. Questione pagamento tassa sulla Misura. Morte del principe Galeotto Pichi, sue esequie.

L’anno seguente 1727 essendo stato estratto Consolo per il primo semestre Giuseppe Rinaldi e Podestà il Conte Paolo Patrizio Giambeccari, l’uno e l’altro assunsero la loro carica.

Divenuto Generale per tutto l’ordine dei M.O. il Padre Lorenzo Cozza, codesti religiosi di S. Francesco di Castel S. Pietro, il 18 gennaio espressero al pubblico la loro gioia con una messa solenne e vespro in musica, Te Deum e benedizione con l’Augustissimo SS.mo e la sera con fuochi di allegrezza e un copioso sparo di mortaretti. Il principe Pico contribuì anch’esso con elemosine ai poveri frati.

Il 24 gennaio la famiglia Bolis celebrò in questa chiesa arcipretale, con messa solenne, la festa del glorioso vescovo di Ginevra S. Francesco di Sales. Nella sera fu fatta una Accademia Letteraria dedicata all’E.mo Cinfuegos, ambasciatore di sua Maestà Cesarea, dopo la quale furono fatti festeggiamenti con fuochi artificiali e sparo di mortaretti, oltre una larga elemosina ai poveretti. A questa funzione vi fu grande partecipazione e tutto fu eseguito con magnificenza.

I borghesani erano malcontenti del governo della Comunità perciò si unirono in molti per fare un ricorso. Si fece loro capo Carlo Lazaro Andrini e D. Giacomo Bolia o sia Bolis, della omonima famiglia che godeva della protezione imperiale. Le accuse furono diverse, che a suo loco riporteremo, quando riferiremo della decisione.

 Intanto la vertenza delle due compagnie andò a sentenza a Roma con amplissimo parere a favore della Compagnia del SS.mo. Ciò non di meno la Compagnia di S. Caterina si appellò e minacciò il Parroco di voler ritornare alla funzione del Santissimo SS.to.

A fronte di ciò il Vicario Generale comminò alla medesima una pena gravissima.  Questa, non prendendo atto dell’intimazione, studiò e promosse ogni contrasto possibile. Pensò per ciò il Parroco di ricorrere anche esso ad ogni opportuno sforzo per fare con tutta decenza almeno le cerimonie della sua Parrocchia. Propose quindi agli ufficiali del Rosario Giovanni Giorgi priore, Carlo Rondoni compagno, Arcangelo Dalfiume depositario l’approvazione per formare canonicamente una Compagnia del Rosario con un buon numero di altre persone, almeno 72 in memoria dei 72 anni che visse M. V. La proposta ottenne la loro approvazione. L’arciprete, come capo di questa nuova compagnia presentò poi la supplica per la Cappazione. In seguito, per non avere obiezioni dalle due Compagnie litiganti, ottenne l’assenso di Francesco Tomba primo Compagno della Congregazione del SS.mo e da Cristoforo Giorgi, Carlo Ronchi e Antonio Maria Torchi tutti officiali della compagnia di S. Caterina.

Non sembrava quasi vero al Parroco questo fatto, né all’arcivescovo di essere riuscito a fondare questa nova corporazione per fare le funzioni, senza incontrare opposizioni dalle due compagnie, mentre il paese era tutto sossopra e sembrava in atto una guerra civile. In queste circostanze un certo Giovanni Jusef di Liserna, che serviva in qualità di fornaio la famiglia Bolis o Bolia, volle prendere parte e, venendo a parole, si guadagnò la morte mediante una archibugiata ricevuta da un confratello di S. Caterina.

Morì a Bologna il Dott. Giovan Carlo Bachettoni, avo di mia moglie, celebre litotomo[35], che fu padre del vescovo Giovan Antonio Bachettoni di Recanati e Loreto.

Alessandro Fabbri fu estratto Consolo per il secondo semestre ma rifiutò la carica, stante le vicende riguardanti la Comunità per le accuse presentate da Carlo Andrini e D. Giacomo Bolia. Questo anche perché il Fabbri era divenuto segretario del Reggimento di Bologna e per evitare calunnie e sospetti. Consolo fu nominato Giuseppe Rinaldi. Il Podestà estratto fu il Marchese Paolo Magnani senatore di sommo ingegno.

Il Card. Ruffo, avendo finita la sua legazione, partì per Ferrara il 15 agosto. Gli successe il Card. Giorgio Spinola.

Essendo stati santificati il Beato Giacomo della Marca e il Beato Francesco Solano dell’ordine dei M.O. si fecero grandi festeggiamenti da questi Padri di San Francesco i giorni 27, 28 e 29 settembre con un triduo solenne di musica, fuochi artificiali e panegirici, alle cui spese contribuirono il nostro principe Pico e la Comunità del Paese.

Ottenuta come si disse la approvazione ed il consenso dagli officiali delle due compagnie per la cappazione della compagnia del Rosario, fu presentato il foglio all’arcivescovo Boncompagni. Questo ciò veduto non esitò, mediante il suo Vicario generale, a immediatamente passare alla erezione formale di questo nuova Corporazione e ad approvare con decreto del 7 ottobre i Capitoli preparati dall’arciprete, copia dei quali fu scritta per mano di Francesco Cavazza, mio Padre.

Ciò pervenuto a notizia del Corporale della compagnia del SS.mo, questo avanzò le sue suppliche all’Arcivescovo ed a Mons. Vicario Gen. perché non emani la grazia, ma il ricorso fu tardivo. In conseguenza il giorno 12 ottobre, domenica dedicata alla gloria del Rosario, avvenne la solenne cappazione in chiesa con la cappa azzurra alzata al ginocchio (detta volgarmente saltafosso).

La solennità di questa funzione fu molto importante poiché, con questa sola compagnia, il parroco poté fare tutte le funzioni parrocchiali e la processione con la S. Immagine per il Borgo e il Castello, dando poi con essa la benedizione la sera.

Il 5 novembre, circa alle ore 15, arrivò a Castel S. Pietro il nuovo Legato di Bologna Card. Giorgio Spinola genovese, fu incontrato a questo confine dall’ambasciatore Paolo Marchese Magnani, Marchese Paris Graffi ed altri nobili con i cavalleggeri. Fu introdotto in Castello nel Palazzo Malvasia, ove erano molte dame e nobili. Qui gli si diede un sontuoso pranzo, dopo il quale partì per Bologna. I cavalleggeri erano tutti schierati nella piazza del Castello e presentarono le spade.

Essendo continuamente piovuto dal 25 novembre fino al 11 dicembre in ogni luogo. Nella Lombardia e nel ferrarese erano accaduti molti annegamenti per l’alluvione e in alcune chiese si dovette portare il SS.mo nei campanili. Venne poi un freddo insostenibile e poi il 3 dicembre, alle tre di notte, si sentì il terremoto che replicò più forte alle sei.

La Comunità fu chiamata a Bologna a difendersi dalle accuse, in quattordici punti, presentate da Carlo Lazzaro Andrini e D. Giacomo Bolia sopra la amministrazione. Comparvero davanti ai senatori incaricati, Marchese Ranuzzi, Confaloniere ed altri dell’Assonteria, i deputati comunisti Francesco Mondini, Alessandro Fabbri, Giuseppe Rinaldi e il cap. Valerio Fabbri. Qui fu riletta la petizione contraria e fu trovata insussistente e di lieve momento e che era anche originata dalla poca chiarezza dei Capitoli comunitativi. La conclusione fu che furono modificati e decretata una aggiunta ad essi. Così terminò l’anno 1727.

Il primo gennaio 1728, venne un’altissima neve con una tale bufera che le persone deboli venivano rovesciate a terra. Questo anno fu veramente pieno di accidenti e controversie e merita certamente di essere marcato fra gli anni sconvolti da cui si può rilevare l’infelicità di questa epoca.

 L’anno cominciò malamente perché Giuseppe Rinaldi, che aveva servito da Consolo per tutto l’anno scorso al posto di Alessandro Fabbri, dovette ancora servire per il presente semestre.  Fu Podestà il Conte Alessandro Marescotti.

Il 10 gennaio Tomasa Sabbatini moglie di Giovanni Marzocchi partorì quattro fanciulli, due maschi e due femmine e tutti furono battezzati col nome di Gaspare, Melchiorre, Domenica Maria e Santina. Sopravvissero ai riti di S. Chiesa quattro giorni e morirono tutti in uno stesso giorno.

L’arciprete Nobili, come parroco pio ed amante delle funzioni ecclesiastiche, volle egli fare la sepoltura dei teneri angioletti con i solenni riti di S. Chiesa. Condusse con sé il clero secolare e la nuova compagnia del Rosario in cappa poi accoppiò due maschi abbracciati assieme e così due fanciulle, tutti vestiti di bianco. Li fece collocare su un piccolo castelletto fatto apposta ed inghirlandato di fiori che fece trasportare alla chiesa fra lieti cantici di giubilo, alla fine dei quali fece ripetere Laudate, Laudate Dominum a canto figurato. Infine fece suonare tutti i bronzi della Parrocchia in doppio. Ciò risulta anche dai Lib. Mortuor. e dalle memorie del Vanti.

Nel corrente febbraio il Papa, riconoscente della Grazia avuta da Dio per il flagello del terremoto passato, fece pubblicare un Giubileo universale per tutti gli Stati di S. Chiesa.

Il 4 febbraio si sentì una scossa di terremoto non grave per le antiche fabbriche della Chiesa di S. Bartolomeo e dell’oratorio del SS.mo SS.to.

La compagnia del SS.mo mormorava per la cappazione della Compagnia del Rosario, tanto più che vedeva il parroco servirsi di questa nelle funzioni straordinarie, affermando che gli assensi prestati dagli officiali di S. Caterina e del SS.mo non erano legali.

 Ma poi Antonio Venturoli, divenuto priore di S. Caterina, fece la proposta nella sua Congregazione di ratificare l’operato dei precedenti Ufficiali. La proposta fu approvata con 25 voti favorevoli e dieci negativi. Così si fece una vendetta contro la Compagnia del SS.mo.

L’arciprete non stette per questo fermo nell’intento di volere maggiormente assicurare la sua Compagnia. Sapeva che era privilegio divino dell’ordine dei Domenicani il potere di erigere la Compagnia del Rosario. Quindi, anche per prevenire la critica degli stessi Domenicani per essere stati esclusi da questa erezione, fece venire da Bologna due Padri Domenicani per legittimare maggiormente la sua nuova Compagnia del Rosario.

 Arrivarono il 2 aprile, dopo Pasqua, ed il sabato mattina il Padre Giuseppe Visconti, domenicano di stirpe principesca milanese, celebrò la messa del Rosario e poi fece un sermone in lode di Maria. Quando lo terminò andò a casa Locatelli ove albergò. La mattina seguente, alle ore 13, benedì trenta fratelli e poi cantò la messa davanti alla S. Immagine esposta al suo altare nella Parrocchia. Tutto quel giorno padre Visconti stette dall’arciprete. Il dopo pranzo fece la processione con la S. Immagine per il Castello e il Borgo alla quale vi intervenne la sola nuova compagnia cappata e clero secolare. Il Rogito della erezione fu fatto dal notaio Giacomo Bertuzzi. 

Il 10 aprile essendo andata buona la stagione si videro le spighe dell’orzo, dal 16 quelle del grano.

Il 10 di nottetempo nevicò e si coperse tutta questa nostra vicina collina e cominciò di mattina a vedersi nella nostra pianura la brina. Gli alberi patirono di notte. Fu preceduta queste intemperie da un gran vento. Si ebbero per ciò purtroppo mali di petto e pericolose pleuriti.

Intanto cresceva l’acredine tra le due compagnie di S. Caterina e del SS.mo e si sentivano giornalmente provocazioni. Si seppe che a Roma la lite stava precipitando contro S. Caterina. Questa, sempre più insofferente, pensò di vendicarsi durante la prossima solennità delle Rogazioni.

Quelli di S. Caterina, aspettarono che l’Immagine di Poggio fosse introdotta secondo il consueto nel Borgo del Castello nella chiesa della Annunziata. La mattina seguente, domenica primo maggio, quando la compagnia del SS.mo pensava di levare la Immagine dalla chiesa del Borgo, quelli di S. Caterina ad un tratto esibirono un atto interdittivo da Roma, al priore del SS.mo Sebastiano Lugatti che gli proibiva di muovere la S. Immagine se non coll’intervento dalla Compagnia di S. Caterina e che non dovesse impedire a questa di fare ciò che voleva nelle processioni.

Quindi quelli di S. Caterina si presentarono cappati col loro stendardo e due scalchi con i loro bastoni. Ciò veduto, la compagnia del SS.mo, non volle levare l’Immagine e così restò sospesa tutta la funzione.

Poiché il primo maggio era anche la prima domenica del mese in cui si fa la processione del SS.mo, l’arciprete, vedendo solo scompiglio nella gente, per non esporsi a scandali, decise di non fare la processione del SS.mo ma di esporlo e dare solo con esso la Benedizione.

Fu informato di tutto il Vescovato e si chiese provvedimenti. Il Vicario generale ordinò tosto che si osservasse il solito sistema senza scalchi. Ciò non ostante la Immagine di Poggio rimase nella Chiesa della Annunziata con molte messe, ma però la messa solenne in musica si cantò nella parrocchiale. Il Vescovato mandò poi gli sbirri in ricognizione dall’arciprete il lunedì mattina, primo giorno delle rogazioni.

Il martedì venne, per ordine del Vicario, il legale Panelli per la parte di S. Caterina per regolare la cosa. Furono chiamati i capi dell’una e dell’altra compagnia nel palazzo Malvasia. Fu dibattuta molto la questione. Assistevano i due partiti le potenti famiglie Fabbri, cioè quella del Borgo, discendente da Zaccaria, per S. Caterina e quella del Castello, discendente dal capitano Giovan Battista Fabbri, per la Compagnia del SS.mo.

La conclusione fu, per evitare un massacro che si vedeva imminente con grave scandalo, che si portasse entro il Castello la S. Immagine di Poggio dal clero e frateria, senza alcuna congregazione, ed il baldacchino fosse portato da altri paesani, esclusi quelli delle due compagnie e che queste fossero senza cappa e distintivo.

 Gli sbirri camminarono con le armi spianate e stavano preparati per vedere l’esito. Adottata questa scelta, si prese la S. Immagine dalla chiesa parrocchiale ove era e la si portò a quella di S. Bartolomeo a cantar messa, terminata questa fu riportata con lo stesso metodo all’oratorio della Compagnia del SS.mo. Quelli del SS.mo, avuta in loro potere la Immagine non volevano che il mercoledì si levasse da lì ma, arrivati gli sbirri, fu portata dal clero nella parrocchiale per levarla la mattina dopo e portarla a S. Francesco. Ciò vedendo i confratelli del SS.mo fece alt all’arciprete, onde egli si astenne dal portarla a S. Francesco per evitare un gravissimo conflitto.

Il giorno dell’Ascensione nel quale si doveva portare a Poggio la Immagine, non si fece il viaggio ma fu solo fu portata nella piazza dall’arciprete, che diede con essa la S. Benedizione al popolo. Quindi ritornò in mano della compagnia del SS.mo nel suo Oratorio ove stette fino all’11 maggio. La mattina avrebbe dovuto essere portata, verso le ore 12 italiane, a Poggio dalla Compagnia del SS.mo. Apparvero due cappati della Compagnia di S. Caterina con bastoni da scalchi, fecero alt a quelli del SS.mo e alla Immagine che era preparata e si stava avviando. Fu fermata sotto il portico dell’Oratorio del SS.mo vicino alla parrocchiale, ove stette ferma più di un’ora sulle spalle di due confratelli del SS.mo.

Vi fu perciò parecchio schiamazzo tanto da un partito che dall’altro. I confratelli si erano appostati con le armi da fuoco. Le persone gridavano, chi per paura, chi per rispetto alla S. Immagine, chi per un motivo e chi per l’altro, cosi ché erano preoccupati tutti i religiosi dell’uno e dell’altro clero e l’arciprete.

 Finalmente fu sedato il tumulto con la autorità delle due famiglie Fabbri che, per essere anche parenti, dettero di nuovo una mano. Imposero che i due scalchi di S. Caterina che, durante lo scompiglio mai avevano abbandonato il baldacchino, accompagnassero la immagine fino al Borgo poi che quelli della Compagnia del SS.mo si portassero prontamente a Poggio. Inoltre che non vi intervenisse alcun individuo cappato di S. Caterina. Questo fu fatto facendo barriera alla Immagine i Fabbri dall’una e dall’altra parte, con le armi spianate, affinché nessuno si avvicinasse. Tutto questo trambusto provocò non piccolo spavento alla popolazione.

Il 25 maggio quando nella chiesa di S. Francesco si fece la cerimonia a S. Bernardino per il voto del contagio, le due compagnie, che prima partecipavano assieme, questa volta vi andarono separatamente l’una dall’altra.

Pure la festa del Corpus Domini che cadeva il 27 maggio fu sconvolta e tornarono in campo le pretese della Compagnia di S. Caterina. L’arciprete prevedendo un altro disordine e forse più scandaloso dell’altro, vedendo armate le persone che erano venute alla chiesa per la processione, le licenziò tutte e cantò solamente la solita messa e, senza fare altra processione, diede la Benedizione solamente col SS.mo in chiesa.

Malcontenta la Compagnia del Sacramento di questa novità, ricorse tostamente ai Tribunali di Roma e quindi levò una intimazione giudiziale tanto contro l’arciprete quanto contro la Congregazione di S. Caterina perché fosse punita per quanto successo. 

Mentre si agitavano questo caso tanto nel tribunale di Roma che di Bologna, la Compagnia di S. Caterina, nulla temendo, pensò di sottrarsi dalla Giurisdizione dell’Ordinario di Bologna.    

La Comunità, che si trovava discussa dalla popolazione per le questioni sollevate dai due borghesani Don Giacomo Bolia e Carlo Lazzaro Andrini, stava quotidianamente occupata sopra una aggiunta ai suoi Capitoli ossia Statuti. A questo scopo il Segretario Alessandro Fabbri, che non aveva ancora rinunciato al suo posto di Consigliere, non mancava di porre ogni sua fatica ed azione per un suo felice esito.

La Compagnia di S. Caterina per portava avanti il suo proposito di sottrarsi dalla sottomissione al Parroco, diminuire la sua autorità sopra di essa non che per colpire le prerogative della Compagnia del SS.mo, fece una supplica al S. Padre per aggregarsi al S. Spirito di Roma e così anche eludere la giurisdizione dell’Ordinario di Bologna. La supplica era del seguente tenore: Beatiss. Padre, li Priori, Ufficiali e Ministri della Confraternita di S. Caterina V. e M. eretta in Castel S. Pietro fino dall’anno 1578 , O.ri umill.mi della S. V. reverentemente le espongono il loro pio desiderio di unirsi, aggregarsi ed incorporarsi al Ven. Archiospitale di S. Spirito di Roma e farsi dipendente membro spirituale e temporale del med., per essere partecipi di tutti li suoi onori, indulti e grazie , privilegi, ed esenzioni, prerogative ed indulgenze concessole da tanti sommi Pontefici, acciò rissulti in maggior gloria del Signore, magnificenza dell’aggregante ed aggregato, esibendosi essere sotto la protezione e dominio di d. Ven. Archiospitale di S. Spirito e sua genta Maestra, per lo che supplicano degnarsi commettere a Mons. Comendatore la Benigna Accettazione, Unione ed Incorporazione con facoltà.

In conseguenza il Papa emanò il seguente rescritto: Ex audientia SS.mi Die 16 Juni 1728; SS. attenta relatione D. Comendatoris annuit petitis quibuscunque in contrarius non obstantibus, salva tamen invisdictione D. Archiep.

Per ottenere questa Grazia era occorso disporre di una buona somma di denaro. Ora però la cassa della Compagnia era esausta, stante le spese che si erano fatte e si facevano nelle liti, quindi i confratelli presero la decisione di tassarsi fra di loro.

 Quindi il giorno 7 giugno, che era la seconda festa di Pentecoste, oltre la tassa preventivata di trecento lire questi ebbero anche altre offerte. Cosi in più si fece un gruzzolo di 600 lire. Fecero quindi fare un Pallione bellissimo di seta color rosa ed in esso vi fecero improntare in oro gli stemmi e le sigle di S. Spirito inquartati con lo stemma di essa compagnia e dei santi Sebastiano e Rocco di Bologna, a cui erano associati fino dal 18 novembre 1601.

 Prima però di spiegare questa insegna al pubblico, credendosi realmente già liberi dalla gerarchia locale, cominciarono a fare sermoni e prediche nella loro chiesa, senza però dipendere e farsi riconoscere dall’Arcivescovo l’autorizzazione romana. Questa cosa che non piacque affatto all’arciprete ed alla compagnia del SS.mo. Fu perciò fatta presente la cosa all’arcivescovo che esercitò il suo potere.

Nel tempo che si faceva stampare la poesia per la festa di tale Grazia e si facevano preparativi di pubblici festeggiamenti, l’Arcivescovo fece tutto sospendere. Si interposero amici e le acque un poco si calmarono almeno per il momento.

Il 24 giugno, essendo in corso la stesura dei nuovi Capitoli, non si fece alcuna estrazione di Consoli e restò sospesa la accettazione del Consolato che doveva fare Alessandro Fabbri. Perciò intanto proseguiva l’ufficio di Consolo Giuseppe Rinaldi. Fu poi Podestà per questo secondo semestre il Marchese Filippo Maria Sampieri.

Codesti P. Cappuccini di Castel S. Pietro che erano obbligati, in occasione di tempi piovosi e nevosi, a dovere calpestare terreno fangoso nel venire dal loro convento al Castello, volevano fecero fare un marciapiede dalla chiesa loro fino alla porta del Castello. Per farlo domandarono la licenza alla Comunità trattandosi di lavoro sopra il suolo pubblico. Chiesero inoltre di piantare alberi per avere in tempo estivo ombra sul marciapiede e perché fosse pure difeso dai birocci ed altri ordigni.  Fecero fare poi un parapetto di legno fronteggiante la via, aderente al marciapiede.

In questo stesso mese i M.O. di Castel S. Pietro fecero la loro Congregazione provinciale, che durò dal 11 Julio fino al 14 dello stesso mese.

Il giorno 13, secondo ci lasciò scritto nella sua memoria Don Gardini, alle ore 18 venne in Castel S. Pietro una smisurata pioggia con grandine anche sulla montagna superiore, coprì un tratto di 4 miglia ed era grossa come le uova e durò circa una ora a cadere. Lo stesso fece il giorno seguente 14, che durò dalle ore 11 italiane fino alle 12. Replicò pure la notte una grandissima pioggia e fu motivo che rovinò il nuovo muraglione al ponte.

Essendogli perciò crollata una parete e rovesciata nell’alveo del fiume, si dovette nuovamente rettificarlo. La causa fu che, non essendo stata protetta la parete con pietra in taglio e gesso e non avendo alcun sfioratore che scolasse le acque che si fermavano internamente nel vano fra il muro e la via romana, avvenne per ciò che gonfiò talmente l’interramento che provocò la rovina. Per evitare un danno maggior, fu tosto riparato.

Alla fine di questo mese si alzò un vento orribile che durò molte ore, alla fine si convertì in un turbine che sradicò centinaia di alberi soprattutto dalla parte di Castel Guelfo.

Terminata finalmente la nuova aggiunta ai Capitoli della Comunità, venne a Castel S. Pietro, il giorno 14 agosto, il notaio Giacomo Gilla il quale, entrato nella pubblica residenza ove erano adunati e convocati tutti i consiglieri, fece loro la lettura e chiese se erano contenti di tali Leggi, nessuno si oppose e furono unanimemente accettate. Ciò fatto il segretario Alessandro Fabbri accettò il consolato.

Dopo questo fatto, per sistemare e consolidare sempre più la riscossione del dazio Peso e Misura nei giorni di mercato, la Comunità ottenne, il 7 settembre, la conferma dal Legato della Tariffa. Che fu il motivo per cui erano state mosse le accuse dei malcontenti borghesani perché non volevano pagare la tassa alla misura del grano venduto i giorni di mercato.

Dopo che la Compagnia di S. Caterina aveva ottenuto la aggregazione a S. Spirito, restava solo, farne la solenne dimostrazione al popolo e spiegare il carattere di aggregati. Perciò il 28 settembre alle ore 22 fu esposto in questa chiesa dell’Annunziata il Pallione della unione a S. Spirito. Prima di andare a levarlo, si fece un copioso sparo di mortaretti alla chiesa di S. Caterina. Nel frattempo erano stati posti sopra la porta della chiesa gli stemmi di Mons. Zosimo Valegna, abate commendatario di S. Spirito, lo stemma dei Santi Sebastiano e Rocco, per la prima e antica aggregazione e finalmente lo stemma della stessa compagnia di S. Caterina.

Levato lo stendardo si portarono con buon numero di confratelli alla parrocchiale dove, pregato l’arciprete Nobili ad intervenire con essi e fare esso la funzione col suo clero, questi si portò con tutti processionalmente alla chiesa della SS. Annunziata. Qui l’arciprete fece la solenne benedizione al Pallione, poi, dal priore della Compagnia Antonio Venturoli col suo primo compagno fu levato ed innalzato fuori della chiesa e spiegato al numeroso popolo. Era preceduto le Bolle scoperte tenute da un fanciullo cappato che teneva esposte le Bolle.

 Il Pallione aveva quattro cordoni con fiocchi pendenti, ciascuno dei quali era tenuto da un prete. Poi lo stesso arciprete intonò il Veni Creator al suono di trombe e tamburi. Il canto dell’inno fu proseguito da un coro di sceltissimi musici e così cantando la processione si incamminò entro il Castello direttamente alla chiesa della Compagnia dove, deposto il Pallione, fu esposta la insigne reliquia del Legno della S. Croce.

 La sera stessa, dopo l’Ave Maria, fu illuminato tutto il paese a spese della compagnia. Nella via Maggiore c’erano due lumi per ciascuna finestra.  La torre del Castello, che aveva i merli d’intorno, furono tutti questi illuminati in modo che formavano una bellissima corona alla torre. Nei quattro merli angolari però c’era lo stemma dell’Archiospitale di S. Spirito. Tutti i campanili ed altre torri del Castello erano illuminate con fanali.

La torre dell’orologio e il palazzo della Comunità erano illuminati come tutta la piazza. In mezzo, presso il muro di facciata della casa Morelli ora dei Gesuiti, c’era eretta una fonte che gettava vino bianco e nero da due fori di un mascherone, ove ognuno prendeva vino liberamente. Il vino era ottimo, tanto più che la vendemmia era stata talmente abbondante che si vendette a otto lire la castellata. Poi si accesero due grandissimi falò, quindi fuochi artificiali, nei quali appariva lo stemma di S. Spirito, tra l’uno e l’altro si vedevano sbruffi e spruzzi di fuochi, soffioni e cassette di raggi scoppiare in aria, con colpi regolati di bombe e mortaletti nei quattro angoli della piazza.

La mattina seguente, 29 settembre giorno di S. Michele, essendo festa di precetto si cantò messa solenne in musica, dopo la quale seguì una regolata sparata di molti mortaretti. La sera a compimento della funzione si cantò il Te Deum, poi la benedizione in mezzo la strada col SS.mo Legno di S. Croce. Il concorso del popolo locale e forestiero fu grande.

Entro questo mese andò in Roma la sentenza fra le due compagnie litiganti. La sentenza fu che andassero entrambe alla processione del SS.mo ma che quelli di S. Caterina vi intervenissero senza scalchi.

Quanto ciò le dispiacesse non è facile narrarlo, si sentivano solo mormorii e propositi azzardati. Questi furono riferiti all’Arcivescovo che, temendo nuovi scandali, scrisse ed ordinò per lettera al corporale di S. Caterina di non intervenire a tali processioni e così fu eseguito. La Compagnia però non si acquietò alla sentenza patita, ma si appellò ad altro giudice in Roma.

Il 16 ottobre si fece sentire fortemente il terremoto.

 La compagnia di S. Caterina, volendo mettere in esecuzione le prerogative della

Arciconfraternita di S. Spirito di Roma, cominciò ad esercitare nella sua chiesa quei riti che sono di diritto parrocchiale. A questo scopo aggiunse un’altra campana alla prima che aveva per chiamare il popolo.

Cominciò il suo cappellano a ricevere le donne puerpere in chiesa, le dava la benedizione col venerabile, che era tenuto continuamente nel ciborio nella chiesa e si confessava senza il permesso del Parroco.

Quando si trattava di un defunto del suo corporale, dell’uno o dell’altro sesso, si andava, senza l’intervento del Parroco, a levare la salma dalla casa alzando la croce col cappellano e la compagnia cappata. Poi la si portava nella arcipretale entro la casella della compagnia, che era ove ora c’è la sagrestia e qui si seppelliva dopo le esequie.

Ciò si eseguì per poco tempo però, fino a quando la bontà del pio arciprete poté sopportare la petulanza dei confratelli. Non mancò per altro di esortarli a rinunciare a tanta sovranità in pregiudizio dei diritti della sua stola e della parrocchia.

 Fatto inteso di questo assurdo, l’Arcivescovo mandò dopo alquanti giorni a Castel S. Pietro il Dott. Giovan Battista Scarselli, suo segretario, e con esso vi spedì il notaio Nanni per fare che cessassero tanta sovranità.  Il notaio li invitò a chiedere perdono degli sgarbi commessi ed a riconoscere un memoriale di sottomissione.

Chiamata la congregazione nell’Oratorio, comparvero molti ed udite le premure del segretario e del notaio, rifiutarono di prestarsi alle loro richieste anzi dichiararono che non volevano recedere da quanto contenuto nella Bolla di Aggregazione.  Gli inviati partirono e i confratelli divennero più ostinati nel non tenere conto della dipendenza al parroco e della subordinazione alla chiesa.

Accadde poi che essendo morto un fanciullo ad un pellegrino, alloggiato nell’Ospitale del Borgo governato dalla compagnia, questi fu levato dall’ospitale senza altro suono di campana che quella della chiesa di S, Caterina esistente nel colmo della parete, nell’angolo della facciata che guarda inferiormente il Castello. Il cappellano della compagnia, vestito di cotta e stola, senza il parroco o suo cooperante, andò a levare il fanciullo morto, che fu trasportato da alquanti cappati nella chiesa parrocchiale e poi sepolto nella cappella della compagnia.

Il parroco, vedendosi spogliato dai suoi diritti, per sostenere i quali si vedeva costretto ad una lite civile, informò l’Arcivescovo affinché vi ponesse riparo.

Questi ordinò un Monitorio col quale intimò alla Compagnia di doversi astenere da fare ulteriori attentati sotto gravissime pene. Venne da Bologna un esecutore per presentarlo personalmente ed ufficialmente al priore, quando questo rifiutò di riceverla egli gliene gettò ai piedi una copia e poi, per assicurare meglio il fatto, ne affisse un’altra copia alla Chiesa della compagnia. Questaebbe tanto a sdegno questa esecuzione così solenne, che ricorse a Roma e carpì una Inibizione il 2 ottobre, avanti il Card. Colonna Prefetto di Segnatura, diretta all’Arcivescovo in sostegno delle loro pretese.

 Arrivata questa da Roma, si volle farla eseguire al Card. Arcivescovo, ma non si trovò alcun esecutore vescovile che volesse farlo. Si dovette ricorrere al Legato, il quale la fece eseguire per uno dei suoi ministri del foro.

L’Arcivescovo considerò un affronto questo fatto e ne meditò la pariglia. Intanto fece sapere alla compagnia che comparisse agli atti la sua rinuncia alla lite, questa rifiutò e mandò la ricusa al notaio Lodi, che non la volle accettare. 

Sdegnato sempre più l’Arcivescovo aspettò che fosse terminato il tempo prescritto nella anzidetta intimazione e nessuno essendo comparso, mandò fuori il 27 ottobre una sbirraglia di sedici uomini, parte del Torrone e parte suoi, a carcerare tutti quelli di S. Caterina che avessero potuto avere nelle mani. Non gli riuscì che carcerare Prospero Trocchi secondo Compagno, e Battista Andrini.

Tutti gli altri fuggirono nelle chiese, conventi di frati e nella loro chiesa di S. Caterina. Per tale fatto, ancora più amareggiati, scrissero a Roma, in seguito di che venne immediatamente l’ordine di scarcerazione, che seguì l’11 novembre senza alcuna spesa per la Compagnia e gli arrestati.

Nonostante tali turbolenze, venuto il giorno della festa di S. Caterina titolare della Compagnia, il priore invitò l’arciprete, come aveva invitati tutti gli altri preti, a celebrare la messa bassa, considerandolo come semplice sacerdote e non il Parroco.

L’invito, considerato buffonesco, non fu accolto, ad esso si aggiunsero le offensive pretese di volere ritornare alle processioni mensili del SS.mo non ostante la sentenza patita in Roma e ciò in vigore dei privilegi ottenuti nella aggregazione al S. Spirito.

 Con maggior efficacia il Parroco espose la sua preoccupazione all’Arcivescovo, e cioè che gli stava a cuore non solo il diritto parrocchiale, ma molto di più l’onore di Dio.  L’Arcivescovo, fece emettere, per gli atti del notaio vescovile Tomaso Landi ex officio, il seguente ordine diretto alla Congregazione stessa: “Nos Jacobus Epis. (..) S.R.E. (…) Cardinali Boncompagni Archi. Bononie, essendo pervenuto a nostra cognizione che possino succedere altri scandali in occasione della processione del SS.mo SS.to per parte della Compagnia di S. Caterina di Castel S. Pietro, non ostante la pendenza della lite in Roma vertente coll’altra Compagnia del SS.mo SS.to e della Inibizione pure di Roma, perciò la nostra vigilanza ed atto pastorale dovendo provedere ad ogni scandaloso evento in funzione di tanta venerazione, inerendo alle pendenze di d. liti, ed alla osservanza delle sudd. Inibizioni, per debito della nostra giurisdizione ordinaria, ed anco apostolica delegataci, commandiamo a voi Priore ed officiali ed uomini della sudd. compagnia di S. Caterina, che visto il portato Mandato, non dobiate fare alcun atto novatore o quasi nella processione del Vener. in pregiudizio della pendenza della sudd. lite in Roma, ma dobbiate da tuttociò astenervi acciò non naschino scandali pregiudicievoli al culto divino, sotto pena della purgazione di attentati ed altre pene anco corporali a nostro arbitrio e dell’interdetto chiesastico in caso di contravenzione a questo nostro precetto, che vi si trasferisce ex officio della nostra Giurisdizione e non solo.  Bologna 3 dicembre 1728, Card. Boncompagni Arcivescovo, Tomaso Lodi Notaio”.

E così terminò l’anno.

Se l’anno scorso fu pieno di traversie, troviamo che molte cose continuarono anche in questo anno 1729 nel principio del quale entrò Consolo Francesco Maria Mondini e Podestà fu il Marchese Alessandro Marsigli.

Proseguivano i confratelli di S. Caterina a perturbare il Parroco nella sua giurisdizione e non vi era cosa in cui non lo potessero contraddire, che non lo facessero.

Il 6 febbraio accadde la morte di un altro fanciullo per vaiolo nell’ospitale dei Pellegrini nel Borgo. Senza dare conto al parroco di tale morte, la sera stessa che morì, alcuni della compagnia lo lavarono e lo fecero portare dal genitore alla chiesa senza alcun rito ecclesiastico e qui lasciarono il cadavere, che fu poi sepolto in una delle due arche della compagnia entro la sua cappella.

 Il Parroco così affrontato ne diede la relazione al vescovato, ma non se ne fece nulla. Intanto il Parroco, per sempre più consolidare la sua compagnia del Rosario della quale era priore in quest’anno Alessandro Sarti, fece dare una supplica al Papa affinché per via di Breve Apostolico fossero confermate le leggi della medesima nonché la sua erezione.

 Fu soddisfatto e il 19 corrente fu firmato il Breve nel quale vi sono molti punti degni di speciale osservazione.

 Dopo la revisione dei capitoli della Comunità fu rinnovata la Tariffa dei generi che sono soggetti nei giorni di mercato al dazio Peso e Misura.  Tra questi c’è la misura del grano che deve pagare tre quattrini per corba. I borghesani, che avevano magazzini da grano, non erano assolutamente d’accordo poiché essi si approfittavano di questa entrata suppletiva, che doveva invece essere dell’erario comunitativo.

 Perciò Carlo Lazzaro Andrini, unito ad altri proprietari di magazzini, cominciò ad opporsi a questa riscossione comunicativa. La Comunità per ciò ricorse al Legato per avere un provvedimento stante che Pier Lazaro Gattia, affittuario del mercato, insisteva per il rimborso della sua quota sopra questa riscossione.

 La Comunità, che era composta da Francesco Mondini Consolo, Capitano Valerio Fabbri Decano, Giuseppe Rinaldi, Giacomo Landi, Giulio Alberici, Pietro Gordini, Girolamo Dalle Vacche, Gio. Battista Dalla Valle, Alessandro Fabbri, Giacomo Bertuzzi, Giuseppe Ronchi ed Ottaviano Benetti, ordinò al Gattia che le riscossioni della Coletta del mercato si facessero intanto per conto della Comunità.

Nella residenza della Comunità c’era, per le adunanze, solo una piccola stanza a piano terreno, essendo stato occupato dai pubblici ministri tutto il retro del palazzo. Questa si trovava in cattivo stato, perciò il Consolo ne fece fare il ristoro a spese della Comunità. Furono fatte riparare pure le mura del Castello, che in varie posizioni dalla parte sud erano in rovina. Pure l’ingresso della porta maggiore del Castello, era in cattivo stato.  L’interno del Cassero era scoperto, per cui minacciavano di crollo i merli dalla parte di ponente con pericolo dei passanti. Quindi fu necessario ricorrere al Governo di Bologna per ripararlo ma anche per coprire tutto il Cassero.

Quindi il giorno 10 febbraio fu fatta la petizione al Senato. La Assonteria di Governo la prese in considerazione e diede parere favorevole. Restava solo il modo di fare la spesa che non era piccola. Per quantificarla fu mandato l’architetto Angiolini a fare la perizia, che risultò di 1.004 lire e 16 soldi di Bologna (l.1004: 16).

 Riferito ciò al Governo, restava solo il modo di eseguirla. Anche l’Assonteria desiderava fosse fatto questo lavoro e perciò donò alla comunità quattro mila pietre che erano avanzate nella fabbricazione del muraglione al ponte.

 La via pubblica, che parte da Castel S. Pietro e porta direttamente alla Madonna di Poggio, era in così pessimo stato e così impraticabile che non si poteva transitare. La Comunità fece ricorso al Senato, stante anche la sollecitazione avuta dai commercianti di Medicina che vengono a questo Castello.

 Il Senato rimise la petizione all’Assonteria di Governo che ordinò che si portassero centoventi pertiche di ghiaia dai contadini del Comune a sconto di quella che dovevano portare nella via romana.

Stante la resistenza che facevano i borghesani, proprietari dei magazzini da grano nel Borgo, a pagare la tassa della misura, la Comunità rifece il ricorso al Legato. Questi, visti i diritti sul mercato spettanti alla Comunità ordinò, con suo proclama e editto legale, che nessuno che avesse comprato grano e biade a Castello potesse portarlo via dai magazzini e dalle botteghe, se prima non avesse ottenuta dal conduttore del Dazio del Mercato la relativa Bolletta. Questa doveva contenere il nome e cognome del compratore, il giorno del contratto, la quantità di corbe e la qualità del genere, la bottega e il magazzino da dove veniva la roba.  Infine che per ogni Bolletta si dovessero pagare tre quattrini per corba.

Ai trafficanti e ai borghesani dispiacque tanto questa novità che, pensando fosse tutta invenzione del Consolo Mondini, non solo facevano girare minacce, ma anche maldicenze e motteggi. Una mattina si vide un filo appeso alla porta del Castello con una carta dei tarocchi rappresentante il Traditore, sotto la quale vi era un cartello che diceva: Francesco Mondini traditore alla patria. Poi un’altra mattina si videro sparse tante carte uguali con la stessa scritta.

A ciò si aggiunse un altro giorno ancora un altro cartello che fu affisso alla porta del Castello, al palazzo pubblico ed alla casa del Mondini con questi versi:

Ricordevole il Mondini

delli antichi suoi maggiori

che levaron le esenzioni

al paese quei bricconi,

Ora a noi toglie i quattrini

questo capo d’assassini;

malandrin chi non sventrona

questa bestia burazzona

 Fece molta impressione questa invettiva al Mondini che quindi si fidava ad andare in giro di giorno per le provocazioni e di notte per gli agguati.

Fu attribuita la composizione a Don Pietro Giorgi detto volgarmente dei Paoli, perché aveva dei fratelli e dei congiunti che trafficavano in grano e molti magazzini nella propria casa, che è quella che fa angolo con la via Maggiore per venire nel Castello, senza portico. I primi quattro versi alludono a Vincenzo Riccardi e Giuseppe Mondini senior, che furono i primi che in paese presero in appalto i Dazi e le Gabelle e poi nel secolo passato assunsero l’incarico di ufficiali di Dogana nel paese.

Il 24 giugno fu estratto Consolo per il secondo semestre Giulio Alberici e investì la carica il primo luglio. Fu Podestà il Marchese Filippo Legnani. Il 10 Alessandro Fabbri, già segretario del Senato, mandò la sua rinuncia non solo come consigliere ma anche come cancelliere. In questo incarico fu surrogato dal Mondini.

Il vajolo che da qualche tempo non si era sentito essere in paese, fu qui trasportato dal fanciullo morto nell’Ospitale.  Quindi cominciò a regnare ed ammorbare il paese e fu di una qualità cosi maligna, che spopolò quasi questo luogo di ragazzi al segno che ne morivano tre o quattro al giorno. In agosto, che fu il periodo con la maggior mortalità, ne perirono 52 ed in settembre 49.  Poi cominciò a diminuire la sua contagiosità, che era così forte che attaccava anche i poveretti che l’avevano già avuto e li faceva morire. Il totale dei morti, maschi e femmine, fu di 160.

In questo anno Don Giovan Battista Bartolucci fu fatto custode della chiesa di S. Maria alle Creti di Budrio, fu uomo di scienza.

Nelle memorie manoscritte di Don Francesco Fiegna trovo in quest’anno la indicazione di un capitolo provinciale degli Agostiniani nel convento di S. Bartolomeo, ma ci tace chi fossero i partecipanti. Le ricerche da me fatte presso il R.mo Nicola Bibiena di Bologna, agostiniano e mio amico, per saperne i nomi e la patria, non hanno avuto esito per la mancanza degli atti capitolari nell’archivio della provincia.

Essendo stato beatificato il Venerabile Fedele da Sigmaringa cappuccino ed avendo questi religiosi deciso di fare un triduo, fecero alla Comunità una supplica per avere da essa un qualche sussidio. Questa acconsentì alla petizione e gli mandò molta farina di grano ed una mezza castellata di uva.

Il 12 settembre giunse a questo convento di S. Bartolomeo di Castel S. Pietro il generale degli Agostiniani che veniva da Pavia, si fermò tanto che fece la visita al convento e alla chiesa e poi se ne partì per Roma.

I giorni 17, 18, 19 settembre fu fatto il triduo in onore dell’accennato Beato Fedele con solenne pompa nella chiesa di questi Padri Cappuccini con musiche e festeggiamenti.

Il 25 novembre la Compagnia solennizzò più del solito la festa di S. Caterina Vergine e Martire, dispensò pane ai poveri del Borgo e Castello e ai pubblici rappresentanti furono fatti regali con grosse ciambelle.

L’ 8 dicembre i Frati M.O. di questo Castello fecero la Accademia Letteraria nella loro chiesa ad onore della Immacolato Concezione e vi intervennero anche poeti forestieri.  Le feste natalizie di Nostro Signore furono allietate da una stagione quasi primaverile.

Pietro Gordini, entrato Consolo per il primo semestre anno 1730, fece rinnovare la bandiera della Comunità, che si esponeva i giorni di mercato per indicare ai pollaroli e agli altri l’inizio delle operazioni commerciali. Ciò fece perché il nuovo Podestà Carlo Alfonso Marescalchi gli aveva fatto sapere che voleva personalmente venire a farsi conoscere per Governatore del paese. Infatti alla metà di gennaio fece la sorpresa e, in tempo di mercato, visitò le botteghe di generi campagnoli e fu contento.

Il Card. Arcivescovo era infuriato del fatto che i confratelli di S. Caterina utilizzassero le rendite della compagnia per sostenere le liti contro di lui.

 La compagnia del SS.mo, decise di affittare i suoi beni. Fece pubblicare l’invito mediante notificazione stampata in cui era mostrata la situazione precisa in modo che gli interessati potessero fare bene i propri conti, ma nessuno concorse.

Il 10 febbraio, alle ore 20, morì, dopo solo 4 giorni di malattia, l’arciprete Dott. Giovan Battista Nobili, fu compianto da tutto il suo gregge per la sua singolare carità, per la sua pietà e per l’osservanza del culto divino, nel quale fu diligentissimo. Stette il suo cadavere esposto fino alle ore 19 della successiva domenica. In questi due giorni gli fecero continue esequie e dal clero e dalla popolazione, accompagnate da pianti per la perdita di un così segnalato Pastore, indefesso sacerdote e capo del paese.

Avvenuta tale morte, la Comunità riprese nuovamente il giudizio a Roma contro il Capitolo di S. Pietro e la sua mensa per lo jus presentandi, del quale era stata spogliata. Il famoso difensore Giacomo Rabbaschi romano assunse la difesa della Comunità. È da sapere che questa causa in prima istanza fu agitata a Bologna avanti il Vicario Generale del vescovato e la Comunità si era appellata.

Mentre proseguivano gli atti a Roma, l’Arcivescovo affrettò i tempi, aprì il concorso e ne sollecitò l’esito per timore che non si introducesse all’improvviso qualche soggetto da Roma e perché aveva avuto prove della animosità delle Corporazioni di Castel S. Pietro, stante le vicende passate con la compagnia di S. Caterina.

 Disbrigò l’affare in meno di dieci giorni cosi che il 20 febbraio fu conferita la chiesa al Dott. D. Giovan Battista Bertuzzi nazionale di Castel S. Pietro, uomo dotto al pari dell’altro e prudentissimo.

Nello stesso giorno 20, lunedì grasso, morì a Castel S. Pietro nella propria abitazione il principe della Mirandola Giuseppe Francesco Saverio Galeotto Pichi alle ore tre e mezzo di notte.

 Fu portato con solenne pompa funebre alla sepoltura alla chiesa di questi Padri Cappuccini con le compagnie e il clero regolare e secolare. Era vestito da suo pari con abito di seta, sott’abito di ganzo d’oro fiorato, calze e calzette di seta nera, due guanciali, un fazzoletto di seta, il suo crocefisso e lo spadino con impugnatura d’argento.

Fu posto entro una cassa di cipresso foderata di raso nero, che fu posta entro un’altra cassa di rovere. Stette esposto fino al giorno 23, dopo il quale fu collocato entro dette casse, l’ultima delle quali fu cinta di spiagge di ferro, che furono sigillate con piombo bollente e marcato col sigillo della sua casa.  Così rinchiuso, fu consegnato all’attuale Guardiano del convento, che era il Padre Ricardo Comelli da Bargi, e collocato nel suo deposito. C’era l’obbligo di consegnarlo ai principi Pichi se ne avessero fatto la richiesta. Si fece di tutto a rogito del Notaio Antonio Nanni bolognese.

Il suo deposito fu fatto entro il piccolo coretto laterale all’altar maggiore in coram evangeli sopra terra circondato da un muro. Nella parete sopra questo deposito vi fu infissa, su marmo nero, la seguente iscrizione

HIC JACET

Galeottus Picus

Mirandulae Principus

Qui pius, qui prudens

Inter omnium lacrimas precipue pauperus

quorum indijentiis munificentissime

semper consuluit

Migravit ad Dominum

IX Kal. marti anno MDCCXXX

aetatis sua LXVI

Il 21 febbraio, ultimo giorno di carnevale, alle ore 4 di notte italiane a Roma morì il papa Benedetto XIII al quale successe il Card. Lorenzo Casini col nome di Clemente XIII.

 Nello stesso giorno venne a prendere possesso di questa chiesa arcipretale di Castel S. Pietro il Dott. Don Giovan Battista Bertuzzi.

La porta davanti della chiesa di S. Bartolomeo, verso la piazza pubblica, era brutta e scomoda al passaggio perciò i padri

nel mese di marzo ricorsero alla Comunità per riparare alla bruttezza e scomodità col coprirla. Questa aderì alla petizione e concorse al lavoro, che fu protratto fino alla croce grande che fa angolo alla stessa piazza.

 Poco dopo il Padre Ricardo da Bargi, guardiano in questo convento, si ammalò e terminò qui i suoi giorni. Nello stesso tempo D. Bartolomeo Giorgi di Castel S. Pietro, parroco già al Sasso sopra Bologna, finì i suoi giorni in patria.  Questa famiglia è emigrata ed è adesso a Bologna.

Il 27 marzo, sia a questo che all’arciprete Nobili furono celebrate e fatte singolari esequie nella chiesa della Annunziata da tutti i confratelli della Congregazione del Suffragio, per essere i due defunti di quel corporale.

 Risulta ciò dal primo Campione degli atti di tale congregazione esistenti presso Antonio Bertuzzi, uno degli eredi dell’arciprete Giovan Battista Bertuzzi. Comincia tale Campione il 9 luglio 1637 e termina in maggio 1734.

Don Matteo Ottolini, prete di nazione genovese cappellano del nuovo arciprete Bertuzzi, non era dimentico dei dissapori passati tra la Compagnia del SS.mo e l’arciprete Nobili per i quali nel 1727 fu licenziato ma successivamente ripreso.  Ora era passato al servizio del nuovo arciprete Bertuzzi e pensò di rifarsi con la detta compagnia e vendicarsi. Costui non era però troppo informato delle nuove prerogative di quella essendo sempre stato fuori a studiare.

La compagnia faceva tutte le sue funzioni più particolari all’altare maggiore della arcipretale, la cui cappella era stata edificata dalla stessa compagnia e dalla Comunità. La domenica di Passione si faceva la cerimonia del miracoloso Crocefisso scoperto lasciandolo alla venerazione del popolo e poi portarlo non velato processionalmente per l’abitato del Castello e Borgo. Quest’anno la domenica di Passione cadeva il 26 marzo. La sera del sabato precedente, secondo il solito, la S. Immagine fu portata all’oratorio vicino alla parrocchia per eseguire poi la cerimonia.

Accomodato il tutto, il cappellano chiese licenza al nuovo arciprete Bertuzzi di andare alla celebrazione delle perdonanze di Fiagnano, luogo decorato in perpetuo dal papa Onorio II, che si diceva originario di quel paese, con amplissime indulgenze e facoltà ai confessori durante i tre giorni destinati, che cominciavano ogni anno il 25 marzo.

Ottenuta la licenza Don Ottolini si alzò di notte tempo col pretesto del viaggio, calò nella chiesa poi con un velo da esso preparato coprì la S. Immagine del Cristo e ciò fatto se ne partì avanti giorno per Fiagnano come aveva concordato con l’arciprete.

Quando si aprì la chiesa la mattina, il popolo, veduto il Cristo velato, avvisò i fratelli della compagnia che, portatisi tosto dall’arciprete, ignaro di tal fatto, esposero le loro giuste lagnanze. A queste si unì un non indifferente mormorio del paese.

 L’arciprete, Intesa la ragione ed informato dell’uso della solennità, affinché non accadessero brutte cose, aspettò l’ora dell’officio e, con le porte della parrocchiale chiuse, levò il velo al Cristo. Così, venuta l’ora della processione con il Cristo scoperto, si fece la solita funzione per tutto il paese.

Ritornato il cappellano da Fiagnano ebbe non pochi rimbrotti dal parroco. La Compagnia portò la questione a Bologna al Superiore. L’Ottolini fu chiamato in città, ove stette per otto giorni a fare gli esercizi e poco dopo fu licenziato dall’incarico.

Il 18 maggio, giorno dell’Ascensione, venne da Bologna una cavalleria tedesca che subito andò a Imola per passare a Napoli.

 Essendosi mutato il governo degli Agostinian nella provincia di Bologna, fu fatto priore di questo convento di S. Bartolomeo per la prima volta il Padre Reggente Quaderna.

A causa delle le nuove richieste che la Comunità faceva al Governo di Bologna per il mantenimento delle mura del Castello, l’Assuntoria prese l’espediente di imporre un testatico agli abitanti del Borgo e del Castello. A questo scopo l’11 giugno l’Agente di Camera Ercole Bianchi scrisse al Collettore di Castel S. Pietro che desse nota di tutti gli abitanti per effettuare il proposto testatico col cui ricavato pagare la spesa.

Rifiutò la Comunità facendo constatare che sarebbe nata una insurrezione di popolo. Il caricare poi i contadini di questa spesa era misura non adottabile, perché erano esausti dalle spese passate e per le spese del ponte alla Quaderna ed altre. Inoltre c’era stato il danno provocato dalla bigatella, che avevano sterminate le messi. Infine erano scarse le entrate della Comunità, che non poteva per ciò aderire ai progetti proposti dalla Assuntoria. Restò quindi sospesa la esecuzione fino a nuovo provvedimento.

Il 24 giugno fu estratto Consolo Giacomo Landi che accettò l’ufficio e Podestà fu il Conte Nicolò Orsi.

 Nel mese di luglio fu creato Papa il Card. Lorenzo Corsini col nome di Clemente XII.

Come si disse, era stata intrapresa nuovamente a Roma la lite della Comunità contro la Mensa di Bologna sopra lo jus presentandi il parroco. Si era poi saputo che il Card. Boncompagni aveva avuto alti impegni nel suo soggiorno in Roma in occasione della sua presenza per il Conclave. Quindi si pensò di sospendere per ora ogni atto giudiziario poi, seguendo il consiglio dato dal curiale Giacomo Rafaschi, si desistette.

Si trattava di una causa che era stata portata a Roma davanti la Rota il 30 gennaio 1702 nella quale furono disputati due dubbi, uno super iure patronatus preteso dalla Comunità e l’altro super manutenzione. La Rota fece un dilata. Ripropostasi nell’udienza del 12 maggio dello stesso anno, risolse che super manutenzione stesse interinalmente al vescovo e quanto all’altro dubbio: rescrisse iterum proponatum. Tutto ciò si rileva da una raccolta di lettere del Rafaschi esistente nell’Archivio della Comunità.

La raccolta del grano quest’anno fu mediocre, onde fu fissato il calmiere a l. 7: 10 la corba. La vendemmia fu in parte buona e in parte no.

Non fu trovato alcuno per la conduzione dei beni di S. Caterina a motivo della cattiva condotta dei turbolenti ed inquieti confratelli. L’Arcivescovo fece fare di nuovo l’invito il 26 novembre e neppure questo ebbe alcun effetto e così terminò l’anno.

1731 -1735. Nuovi capitoli Comp. S. Caterina. Ripristino Accademia Immaturi. Dispetti tra comp. SS.mo e Rosario. Saetta colpisce torre. Padre Lavagni convince ad erigere un Ospitale per infermi miserabili. Scelta posto e posa prima pietra. Passaggio e sosta di truppe tedesche.

Il primo gennaio 1731 entrò Consolo Girolamo Dalle Vacche e Podestà il conte Giacomo Camillo Turrini, fu notaio giusdicente Bernardino Zanalti.

Il 9 febbraio cominciò una neve così fitta che in brevissimo tempo crebbe fino a mezza gamba ed in alcuni luoghi, sopra la nostra collina, crebbe fino al ginocchio in modo che la gente non poteva camminare.

Durò fino al giorno 11 nel quale la provvidenza fece muovere un vento caldo e gagliardo che la sciolse immediatamente. La sera si aggiunse a questo vento un grande caldo. Il tempo, era nuvoloso e lampeggiante che sembrava di essere in agosto. Si seppe poi di orribili piene d’acqua nei fiumi che fecero molti danni.

In questo giorno il Padre Gianfranco Taliasacchi, cappuccino di Castel S. Pietro, finì santamente i suoi giorni nel convento di Bologna, fu un religioso distinto in ogni virtù, fu dotato di santi costumi e di una strepitosa devozione verso M. V. tanto che, solo al sentirla nominare, prorompeva in una tenerissima pioggia di lacrime.

Fu caritatevole ed umile anche con i suoi compagni più infimi e con chiunque altro. Era disposto a compiere gli incarichi più umili.  Sostenne decorosamente quelle cariche ed uffici che gli furono addossati. Fu lettore insigne di Santa Teologia, lodevolmente guardiano a Ferrara ed a Bologna, poi Definitore in questa provincia indi Rifinitore della gente della sua Religione, poi passò all’incarico di Postulatore delle cause di santità. Ebbe con Mons. Prospero Lambertini, che fu poi Benedetto XIV, una amicizia speciale, con lui si occupò molto per la santificazione della Beata Caterina da Bologna. Carico d’anni ritornò a Bologna da Roma pieno di meriti e con dispiacere dei suoi conoscenti.  Dopo una lunga e tormentosa infermità, da esso richiesta a Dio, sofferta con intrepidezza e tolleranza di spirito, morì al suonare dell’Ave Maria mentre si recitavano al suo letto le litanie di M. V.  Spirò l’anima in braccio al Signore pronunciando il santo nome di Maria, con la massima sua tenerezza ed umiltà.

Il suo cadavere stette esposto dal sabato sino al lunedì sera sempre bello, odoroso e flessibile dopo tanta infermità, indizi sicuri di eterna gloria.

Giunta tale notizia vi fu molto concorso a vederlo, ammirarlo così bello ed a dolersi della perdita d’un tanto uomo. Il necrologio cappuccino segna così il suo decesso: 1731 die 11 februari Bononie. R. P. Franciscus Sac. Provincialis Capucin. exdiffinitor gentis a Cas. S. P.ri, Prudentia, Zelo, ceteris.Virtutibus clarus obiit.

 Padre Paolo Mattioli, cappuccino di questo Castello, più volte guardiano in patria e coevo del Padre Taliasacchi, riferisce che la sua morte accadde il 10 febbraio e ebbe nel cimitero di Bologna una sepoltura appartata.

Soggiunge in fine che la sua testa fu furtivamente portata a Roma ove, per la devozione ed opinione di santità che aveva in quella città, in cui aveva a lungo abitato, doveva essere conservata la maggiore reliquia della sua persona. Negli elogi da noi scritti intorno alla vita degli uomini e donne illustri per opinione di santità di Castel S. Pietro ne abbiamo fatto maggior menzione.

Nel seguente marzo, martedì 7 all’ore 12 italiane, morì all’improvviso a Roma l’Arcivescovo di Bologna Card. Giacomo Boncompagni, dopo aver retto la sua diocesi per 40 anni. Codesta inaspettata morte fu la fortuna della Compagnia di S. Caterina, dato che l’arcivescovo aveva in corso la proposta presso il nuovo Pontefice e la Congregazione del Concilio per la sua soppressione, stante le vicende passate e le recenti mosse contro il nuovo arciprete Bertuzzi. Questi, vedendosi abbandonato da un così valido sostegno, si adattò ad un accordo in dieci articoli che furono stipulati il 27 del seguente aprile a rogito di ser Nicola Antonio Colli notaio di Bologna. I Capitoli prevedevano che:

 1°) L’estrazione degli ufficiali della Compagnia si facesse senza intervento del parroco ma solo col cappellano della compagnia.

 2°) Si potesse tenere un confessionale amovibile nella chiesa della Compagnia per confessare, eccettuati però i giorni elencati sotto il Capitolo della Esposizione.

3°) Il loro cappellano potesse benedire confratelli e sorelle in occasione della loro accettazione e così benedire le candele per i confratelli, senza intervento del parroco e senza processione ma solo nel loro oratorio.

4°) La pubblicazione delle indulgenze, riguardanti però solamente i confratelli e le consorelle, fosse fatta dal loro cappellano.

5°) Fosse ammessa la possibilità di mettere un’altra campana piccola nella loro chiesa.

6°) Si potesse cantare messa sia dei vivi che dei morti senza intervento del parroco nella loro chiesa eccetto però la messa nel giorno di S. Caterina che restava riservata al parroco con i primi e secondi vespri.

7°) Il loro cappellano potesse esporre nella loro chiesa le Reliquie e dare con loro la benedizione.

8°) Che si possa fare in chiesa la esposizione con la S. Pisside e dare la benedizione senza intervento del parroco, salvi i giorni di ogni prima domenica del mese, domenica di Pasqua, il giorno dell’Assunta, del Corpus D.,  il giorno di Natale, la domenica in Albis, il giorno della Circoncisione, la domenica delle Rogazioni, il giorno dell’Ascensione, la Natività di M.V., come pure non si debba fare la esposizione in qualsivoglia altro giorno in cui occorresse alla parrocchia esporre la mattina il Venerabile per qualche infermo o per altra occasione.  Inoltre non fosse lecito tenere esposto il tabernacolo se non nei giorni in cui è loro concessa la esposizione e purché le funzioni finiscano mezzora prima delle funzioni parrocchiali.

9°) Per tali concessioni la Compagnia doveva corrispondere all’arciprete una annua fornitura di cera in candele di importo non inferiore a lire venti da pagarsi il giorno di S. Caterina.

10°) In caso di contravvenzione ai patti accennati fosse lecito alle parti adire ad primera jura.

 Le altre cose non contenute nei suddetti Capitoli fossero regolate a norma delle Costituzioni e che fossero confermati questi Capitoli dall’Ordinario.

Tali Capitolazioni furono stipulate dall’arciprete e per la Compagnia dal tenente Francesco Antonio Vanti e Antonio Venturoli, delegati ad stipulandum et siglandum.

Erano allora confratelli Giovanni Varani Priore, Pietro Alberici secondo compagno, Pietro Gordini decano, D. Giambattista Ronchi, Tiburzio Battisti, Domenico Cervellati,  Antonio Tracondani, Francesco Maria Simbani, Domenico Maria Molinari, Giuseppe Alberici, Domenico Giorgi, Cristoforo Giorgi, Pietro Trocchi, Francesco Maria Tomba, Antonio Maria Costa, Alessandro Sarti, Domenico Bentivogli, Carlo Ronchi, Giuseppe Vanti, Antonio Maria Andrini, Giacomo Maria Tomba, Carl’Antonio Varani, Giovanni Quartieri, Giacomo Antonio Beltramelli e Pier Antonio Tomba, che intervennero tutti.

Il 30 aprile Mons. Prospero Lambertini bolognese fu destinato nel Concistoro per nuovo arcivescovo di Bologna e il 10 maggio ne prese per esso possesso solennemente il vice Legato Mons. Archinto.

Cominciò in questo tempo a farsi sentire il male nei bovini, per il quale molti morivano. Fu scoperto essere una piccola vescica che gli veniva in bocca. Si presero subito provvedimenti contro questo male che fu detto cancro volante.

La pavimentazione interna della chiesa di S. Francesco si trovava, per la sua antichità e per la un contributo cento lire.

I pubblici rappresentanti di rado potevano riunirsi rispettando il numero legale, ciò perché parte di essi soggiornava fuori paese, parte era in età avanzata e parte erano morti. Per ovviare a questo inconveniente e affinché ciascuno portasse il suo peso, si pensò di eleggere dei nuovi consiglieri. Quindi, avendo rinunciato Giuseppe Ronchi, fu sostituito dal Tenente Francesco Antonio Vanti e al posto di Ottaviano Benetti defunto fu nominato suo figlio Antonio Benetti.

Mancava il dodicesimo posto che era di Alessandro Fabbri, divenuto segretario del Senato. La Comunità gli scrisse che rinunciasse il suo posto dato che non abitava più in paese e lo cedesse a suo fratello Flaminio.  Ciò avvenne immediatamente e fu poi convenuto che Flaminio intervenisse ai Consigli come coadiutore a queste condizioni: 1°) che nella imbustazione di Consolo vi fosse il nome di Alessandro, non di Flaminio. 2°) che bisognando sottoscrivere qualche atto comunitativo firmasse Flaminio col nome di Alessandro. 3°) che se Alessandro fosse in paese intervenisse lui alle riunioni comunitative e non Flaminio.

 Ciò concordato il 24 maggio fu completo il numero dei consiglieri. Così il Corporale della Comunità era formato dai seguenti soggetti: Girolamo dalle Vacche Consolo, Capitano Valerio Fabri. Giacomo Landi, Giovan Battista Dalla Valle, Giuseppe Rinaldi, Giacomo Bertuzzi, Giulio Alberici, Pietro Gordini, Antonio Benetti, Tenente Francesco Antonio Vanti, Flaminio Fabbri per Alessandro e Francesco Mondini per il defunto suo padre Giuseppe. Ciò fatto si procedette alla nuova imborsazione, essendo terminata l’altra.

Il 4 giugno venne a Bologna per la parte di Romagna il nuovo Arcivescovo Card. Lambertini il quale fu ossequiato dal nostro clero che l’attendeva al passaggio presso l’osteria del Portone.

 Il 5 del mese di giugno Remigia Francesca fu Carl’Antonio Graffi si maritò con Francesco di Pier Antonio Cavazza mio padre.

Il 24 d. fu estratto dalla nuova imborsazione dei Consoli Alessandro Fabbri, che il 4 luglio venne in patria accolto con sommo piacere da tutti ad assumere la carica, tenendo Flaminio come coadiutore. Fu Podestà il cav. Antonio Lorenzo Sangiorgi.

La chiesa di S. Pietro in questo Borgo era ridotta in così pessimo stato, che si sarebbe potuto chiamarla spelonca. Il Canonico Carlo Antonio Villa, compaesano ed enfiteuta di alquanti terreni sottomessi a questa chiesa, dopo aver ottenuto il permesso dal Card. Caligola abate commendatario della Abbazia di S. Stefano, la fece accomodare ed eseguì il ristoro in modo che si potesse celebrare.

 L’8 settembre, giorno della natività di M. V. vennero, a Castel S. Pietro le missioni dei Padri Gesuiti, capo dei quali era il P. Luigi Cagliari. Durarono quindici giorni e furono molto profittevoli.

La Accademia Letteraria, che porta il titolo Delli Immaturi, solita farsi nella chiesa di questi Padri M. O. di S. Francesco il giorno dell’Immacolata Concezione, era stata da qualche anno sospesa.  Fu ripristinata dal P. Reggente Nicola Quaderni agostiniano, chiaro poeta ai suoi giorni.

Fece egli la orazione e dopo una bellissima canzone, intervennero i paesani eruditi, che a questa epoca se ne contavano parecchi e capaci di poetare. Furono Alessandro Fabbri, che figurò al meglio, D. Giacinto Rinaldi. D. Pietro Giorgi, D. Gregorio Conti, D. Giovan Battista Vanti, Francesco Mondini, Francesco Cavazza, Gian Tomaso Nespoli ed altri oltre ai religiosi regolari. Così terminò l’anno quietamente per quanto abbiamo riscontrato da manoscritti e diari del paese.

Il primo gennaio 1732 entrò Consolo Giuseppe Rinaldi e Podestà il Conte Giuseppe Spada.

 Il 6, giorno della Epifania, le reclute e i veterani di sua Maestà Cesarea, consistenti in 490 uomini fra ufficiali e fanti cioè 250 cavalli ed il resto fanti, vennero dalla parte di Bologna a Castel S. Pietro dove pernottarono e la mattina seguente andarono ad Imola. Furono accompagnati con cinque carri dei nostri villani per il trasporto del bagaglio.  Ogni carro doveva avere tre paia di buoi e si pagarono tre paoli per ogni carro.

Venne in visita il Magistrato del Tribuno della Plebe ed Arti di Bologna. I Mazzieri, secondo la loro abitudine di fare soprusi a forza di cavilli, pretesero di sottomettere alla obbedienza dell’Arti di Bologna i gargiolari locali.

La Comunità, attenta a mantenere i Privilegi del Paese, comparì i 19 corrente davanti al Magistrato e, in virtù della sentenza del 1636 ottenuta da Anziani e Confaloniere, fece esentare i paesani sanzionati.

 Pier Antonio Cavazza, desiderando di fabbricarsi un comodo vicino alla propria casa, sopra il terrapieno interno del Castello alla destra dell’ingresso maggiore, chiese alla Comunità, il 9 marzo, la facoltà di potere occupare un’area di suolo lunga piedi 37 1/2 e larga 12 1/2, in aderenza alle mura del Castello. Si offrì di pagare il prezzo di lire 54. Fu negativa la Comunità per non impoverire la strada nella sua bella larghezza.

 Nel seguente aprile i pubblici rappresentanti fecero coprire a proprie spese l’ingresso della porta inferiore del Castello. L’intervento era stato richiesto all’Assonteria ma invano e, per non gravare alcuno, si usarono gli emolumenti che toccavano a ciascun Consolo durante la sua carica. La spesa ammontò a l. 400. Poiché questo ingresso era confinante col Conte Cesare Malvasia, padrone della casa e della torre, il suo amministratore si oppose al lavoro pretendendo che il muro dalla parte di levante fosse tutto della casa Malvasia.  Fu poi fatto constatare l’abbaglio, furono composte tutte le differenze e quindi fu terminato il lavoro.

 Facendosi sentire fortemente nel bolognese il male nei bovini si facevano per ciò orazioni in ogni luogo. A Castel S. Pietro il 6 maggio si fece un solenne triduo a M. V. del Rosario, fu compiuto con una sola processione per tutto l’abitato alla quale intervenne il Corpo comunitativo, le tre fraterie, la Compagnia del Rosario, tutto il clero, escluse le due compagnie di S. Caterina e del SS.mo a motivo delle liti che c’erano fra loro.

 Per la difesa da questo morbo l’Assonteria di Sanità di Bologna spedì alla Comunità la ricetta del medicamento da usare. Bisognava spurgare la bestia ove aveva il male. Questo infatti provocava una vescica nella lingua e nella natura. Occorreva sfregare la vescica con aceto forte nel quale era stato infuso aglio e sale comune. Il medicamento fece buon effetto e le bestie si risanavano perfettamente.

Perché i macellai poi non vendessero carni di tali bestie infette, il Legato ordinò, che prima di macellarle le bestie dovessero essere visitate dai Consoli ed altro compagno del paese e poi macellate in loro presenza. 

Il nuovo arciprete era venuto in discordia con la compagnia del SS.mo a motivo principalmente della nuova compagnia del Rosario, con i cui confratelli faceva tutte le funzioni che poteva.  Nacquero quindi amarezza tali che esso e i chierici non vollero andare alle funzioni delle rogazioni di M. SS. di Poggio, che incominciarono domenica 18 maggio.

In tutti i giorni successivi 19, 20, 21 i chierici D. Omobono Serantoni, D. Giuseppe Fantaguzzi e D. Luca Gordini andarono in giro a provocare. Mentre la Compagnia si trovava nel suo oratorio a cantare il vespro in musica davanti alla Santa Immagine, i chierici andavano nel cortile dell’arciprete che dava ai due finestroni dell’oratorio. Da lì facendo atti buffoneschi e motteggi, imitavano i musici e i cantanti facendo gli atti stessi che questi facevano ponendoli in ridicolo.

Disgustati da tali quotidiane impertinenze, alcuni confratelli l’ultima sera 21 maggio fecero un agguato ai chierici per vendicarsi. Difatti Don Luca Gordini mentre, verso le tre di notte, andava a casa dalla scuola, quando fu di fronte alla piazza, fu malamente bastonato. Prima gli fu data una bastonata nella lanterna che portava poi un altro forte colpo sul capo che lo lasciò semisvenuto. Gli altri due compagni Serantoni e Fantaguzzi si salvarono perché avevano tenuta un’altra strada. Il Gordini fu portato a casa come morto e l’autore non fu scoperto. Fu supposto essere stato Giuseppe Beltramelli uno dei confratelli del SS.mo. Fu fatta la relativa denuncia al Tribunale.

 In questo frattempo gli uomini di Poggio, sollecitati dal Marchese Teodoro de’ Buoi, fecero un ricorso al Senato contro la Comunità di Castel S. Pietro per sottrarsi dalla sua soggezione. Portavano come ragione gli aggravi troppo grandi loro addebitati nel Libro Camerale e molto più si risentivano dell’aggravio annuale di l. 650 per le paghe del chirurgo, medico e maestro di scuola. Asserivano di potersene difficilmente servire per la distanza della loro villa dal Castello ove risiedevano questi Ministri.

Aggiungevano anche di essere gravati per il riparto della spesa, che si faceva quando occorrevano Cavalcate per i reati, che ordinariamente accadevano a causa del mercato. Il Senato rimise la petizione all’Assonteria di Governo. Il 15 giugno fu spedito copia del ricorso alla Comunità perché si difendesse. Essa prese in considerazione le accuse e diede la conveniente risposta che al suo momento riferiremo.

In tanto fu sorteggiato Consolo Francesco Maria Gordini. Chi fosse Podestà si ignora per la perdita delle carte nell’archivio.

Il novo Consolo fu incaricato di rispondere alle accuse di Poggio. Questi, unitamente al segretario Alessandro Fabbri, si prepararono e poi fecero chiamare i Deputati di Poggio avanti l’Assonteria di Governo. Qui il 3 Julio fu tenuto il contradditorio fra le parti. L’ Assonteria decretò che, stante le ragioni addotte dalla Comunità di Castel S. Pietro, non vi era luogo ad alcuna innovazione e così fu chiusa la bocca agli insorgenti.

Alla fine di questo mese di luglio venne a Castel S. Pietro la cavalcata del Torrone per le bastonate date al chierico Don Luca Gordini e dopo tre giorni furono carcerati Bartolomeo Avvosardi, parente del Beltramelli, Carlo Bagni e Bartolomeo Lasi detto Mazalott, tutti confratelli della Compagnia del SS.mo.

A questa cavalcata si unì anche il tribunale del vescovato, che spedì il suo notaio coll’uditore Almerighi, uomo perfidissimo. Gli sbirri dell’uno e dell’altro Foro formavano un corpo di 22 armati.

 Durò 15 giorni la cavalcata e terminò il 16 agosto. Furono citati a Bologna Don Pietro Giorgi cappellano della Compagnia, Don Giovanni Tomba e Don Benedetto Fiegna, tutti confratelli del SS.mo, che furono carcerati per un po’ tempo.

Infine al terminare di agosto si costituì al Torrone Giuseppe Beltramelli, ove rimase sei giorni. Si difese bravamente e venne assolto. Rimaneva soltanto il sospetto sopra gli altri soggetti indiziati per i loro discorsi fra questi Don Domenico Lubatti e suo fratello Sebastiano, Carlo Lazzaro Andrini e Giovanni Fiegna. Il vescovato non avendoli potuto avere nelle mani, li censurò.

Il 3 settembre alle ore 10 italiane della mattina, arrivarono gli sbirri del vescovato e affissero gli avvisi ai soliti luoghi pubblici sia del Castello, che del Borgo contro i suddetti, affinché si difendessero dalle scomuniche nelle quali si pretendevano fossero incorsi. Ottenuto il salvo condotto si difesero bravamente.

Il 14 settembre di notte tempo si alzò un vento grandissimo, al quale seguì una tempesta e una dirotta pioggia con fulmini, tuoni e lampi. Una saetta colpì la torre del Castello dalla parte del meridione e le portò via tutti i merli e la cima della torretta esistente sopra la torre.

 Si infilò la saetta entro la canna fumaria dell’abitazione vicina, poi passò al contiguo fienile e si perdette senza fare altro male né incendio. Lasciò però un fetore tale che convenne all’inquilino della torre e del suo casamento abbandonare l’abitazione.

Soffrirono la casa di Pier Antonio Cavazza ed il palazzo del senatore Malvezzi, per essere sotto la caduta dei merli. Non tardò molto il Malvasia proprietario della torre a provvedervi. Furono levati tutti gli altri merli rimasti e che formavano corona alla torre ed una bellissima vista, fu coperta con tegole e coppi e ristorata la cima. Il lavoro fu terminato il 28 settembre.

In questo tempo i Gesuiti, proprietari delle case Morelli, avevano loro facitore in questo paese un certo Padre Ignazio Fracanzani veneto e ricco di suo.  Questi fece fabbricare molti camini ed abitazioni per inquilini poveri lungo le mura del Castello dalla parte di ponente.

 Martedì 14 ottobre venne per la prima volta venne a Castello l’Arcivescovo Card. Prospero Lambertini a fare la sua visita pastorale. Cominciò la cresima il giorno dopo nella parrocchiale, poi visitò i suoi altari, sospese gli altari della B. V. del Bongesù e quello di S. Lucia, una volta juspatronato dei Morelli, per essere sottostanti le due finestre laterali della cappella maggiore.  Il primo era detto Casa del Gesù. Fu poi trasferito lateralmente nella stessa cappellina in cornu epistolae dell’altar maggiore a motivo della infinità di miracoli che Dio operava per mezzo della sua S. Madre dipinta lì sul muro. A questo altare fu anticamente eretta la Compagnia del Bongesù che fu poi incorporata in quella del SS.mo SS.to. Perciò la Compagnia del SS.mo manteneva questo altare da lunghissimo tempo fino a che fu rinunciato alla nobile famiglia dei marchesi Locatelli.

L’altare di S. Lucia, che era in cornu evangeli non fu più rifatto dai gesuiti per risparmiare della manutenzione e della messa che per obbligo lo seguiva.

Il sabato seguente 18 ottobre il cardinale replicò la cresima, così fece anche la domenica, passò poi alle altre chiese del Castello e del vicariato. Terminò questa sua visita il venerdì 24 ottobre e partì per Bologna circa alle ore sedici della mattina, lasciando il paese molto consolato e alla cui povertà lasciò lire cento per elemosina.

Al terminare dell’anno cioè al 27 dicembre finì i suoi giorni in patria, nel convento di questi P. M. Osservanti di S. Francesco, il R.mo Padre Francesco Niale, lettore giubilato e definitore provinciale, fu nipote del R.mo Nicoli, Ministro generale dell’ordine, pure lui di Castel S. Pietro. Il mortologio francescano nazionale così lo segna: Adi 27 X.bri 1732, in conventu C. S. P.ri admod. R. P. Francus Nicolaus di C. S. P.ri , Ivi Lect. intitulatus et diffinitor provincialis obiit patriae.

 L’anno 1733 entrò Consolo Antonio Benetti e fu Podestà il Conte Giuseppe Maria Grati.

Il nuovo arciprete Bertuzzi, non volendo cambiare dallo stile dei parroci, che usano per lo più angustiare il gregge fino al punto che si risente, così pensò, per fare dispetto alla Compagnia cappata del SS.mo, di introdurre una nuova Compagnia del Sacramento chiamandola Compagnia Santa.

A questo scopo il primo giorno dell’anno fece una estrazione di ufficiali a suo piacimento e cavò per il primo ufficiale da una borsa Domenico Maria Serantoni, a cui diede il nome di Rettore, poi un altro che fu Francesco Tomba, gli diede il nome di Priore, vi aggiunse anche una donna col nome di Prioressa e fu Maddalena Dalfiume.

Venuta la prima domenica del mese volle mettere in funzione questa nuova ufficialità col darle nelle processioni del SS.mo quel posto che aveva pensato, cioè accanto al Baldacchino. Pose alla destra il Rettore ed alla sinistra il Priore che aveva estratti, ma la pioggia ed il cattivo tempo impedì il fatto.

Venuta la seconda domenica dell’anno, fu nevosa e non si fece neppure la funzione perché i confratelli delle compagnie cappate, non permisero questa novità, intendendo essi avere il primo posto.

La stagione era così instabile che si faceva sentire ora calda ora fredda, onde cagionò infiniti raffreddori e mali di petto, che portarono molti al sepolcro e nessuno del paese, secondo ci lasciò scritto Domenico Gordini, andò esente da questi malori che si propagarono fino in Bologna. Produceva tossi cosi secche, che a spettorarle sembrava che alle persone si aprisse il petto e perciò fu detta fu tosse canina, per il cui rimedio si usava olio di mandorle dolci.

Nel seguente febbraio fu pubblicato un indulto per uova e burro, eccettuato le quattro tempora.

Il 7 marzo morì Giacomo Cavazza nel Borgo in casa Landi. Fu fratello di mio nonno, la sua prima casa era quella ove ora abitano i fratelli Andrini presso al Ghetto, non ebbe alcuna successione.

Domenica Marabini partorì quattro figlioli in un solo parto, due maschi e due femmine, ma tutti mostruosi. I maschi erano congiunti assieme ed avevano un solo capo, tutti gli altri membri erano duplicati. Le femmine anch’esse avevano un solo capo ed un solo corpo, ma tutte le altre membra duplicate. Furono battezzati in casa e poi morirono e poi trasportati alla chiesa.

La Compagnia Larga del SS.mo, che era voluta dall’ arciprete al solo scopo di contrastare l’altra cappata, fu sospesa per ordine dell’Arcivescovo Lambertini, che bene capì il motivo. Inoltre perché la questione fosse ricondotta alle Costituzioni apostoliche di Paolo III ed altri, che stabilivano che non si poteva in una stessa parrocchia erigere più compagnie sotto lo stesso titolo ed invocazione.

Giovedì 28 aprile giovedì venne a Castel S. Pietro da Bologna il Generale dei Cappuccini Padre Hartamano della città di Bressanone, tirolese tedesco. Fu accompagnato qui da due tiri a sei cavalli, uno della casa Ranacci nel qual c’era il Conte Rupiolo col prete del Senatore Conte Marc’ Antonio Ranucci. Padre Hartmano pernottò qui la notte poi partì alla volta di Imola.

 Nel tempo della sua dimora qui fu ossequiato dai confratelli di S. Caterina in cappa, ricordando la fratellanza avuta con l’Ordine fin dalla fondazione di questo convento, avendo la compagnia dati i primi offici ai frati.  Detto Padre Generale corrispose con segni di particolare gratitudine e le confermò la fratellanza abilitando la compagnia a tutti i beni spirituali ed alla partecipazione delle indulgenze concesse all’Istituto cappuccino.

Nel maggio seguente fu terminato il nuovo fabbricato fatto costruire dal gesuita Fracanzani.

 Fatto Generale dei Cappuccini Padre Bonaventura Barberini, che fu poi fatto arcivescovo di Ferrara, replicò la fratellanza agli uomini della detta compagnia.

Sabato 11 maggio, quantunque fosse tempo piovoso la compagnia del SS.mo SS.to andò a levare la S. Immagine di Poggio per le Rogazioni, le quali furono assai bagnate per i continui scrosci d’acqua durante le giornate.

Il 14 poi, giorno della Ascensione, si diede al popolo solamente la benedizione con la S. Immagine entro la parrocchiale a causa della pioggia e poi fu portata nel suo oratorio. Lì restò fino al martedì successivo, 19 maggio, in cui fu portata alla sua residenza.

La nuova Compagnia aveva ottenuto nella Cappella del Rosario, un legato di più di 20 messe annue per il fu Carl’Antonio Graffi di Castel S. Pietro mio avo materno. La Compagnia poi si fece scrivere nella parete interna, presso la sua sacrestia, una memoria di questo legato.   

Il primo luglio 1733 intraprese il suo ministero di Consolo per il secondo semestre Francesco Antonio Vanti, fu Podestà Fabbio Celio Melchiorre Giavarini.

 Sotto il governo di questi due capi non abbiamo altro di memorabile che la morte del Padre Reggente Agostino Nicola Aquaderni priore di questo convento di S. Bartolomeo. La sua dipartita fu universalmente dispiaciuta per esser stato uomo dotato di singolari virtù, amato da tutti, bravo oratore ed ottimo poeta, le di cui pregiate composizioni, noi ne abbiamo raccolte, ma parecchie sono state portate via da frati suoi coetanei che se ne sono fatti belli.

 Quello che noi abbiamo sono un dramma sacro titolato: La Strage, che fu rappresentato la prima volta l’anno 1730 nella chiesa di S. Bartolomeo, dramma sulla vita e la morte, alquanti brindisi carnevaleschi, sonetti sacri e canzoni, alcune improvvisate sullo stile anacreontico, nelle quali era arguto quanto grazioso. Ebbe varie tenzoni poetiche col segretario Alessandro Fabbri delle quali ne abbiamo una manoscritta. Fu familiarissimo del cardinale Ulisse Gozzadini vescovo d’Imola, la sua morte accadde il 15 luglio in questo suo monastero.

Il 14 settembre, giorno della esaltazione della S. Croce, si sentì fortemente una scossa di terremoto che però non fece danni.

La porta inferiore del Castello era fuori del suo centro e minacciava pericolo, fu perciò totalmente levata la ferraglia e non ritornò al suo posto fino all’arrivo delle truppe spagnole e germaniche nel 1743.

I frati di S. Francesco chiesero questa ferraglia per adattarla al loro portone, la Comunità rifiutò negativa e compensò il rifiuto con elemosine.

Fu licenziato il Card. Legato di Bologna.

Il 16 settembre fu accomodato il ponte sul Rio Rosso nella via romana dalla parte verso Imola, con un lungo muraglione per sostenere la strada che veniva minacciata dal corso dell’acqua. Dalla parte di levante vi furono fatte tre chiuse o siano scaglioni di pietra e calce per sostenere anche da questo parte le tracimazioni che facevano le acque che si imboccavano nel Rio. Fu l’autore di questo lavoro Giovanni Guartieri di C. S. Pietro e la spesa ammontò a l. 600, che fu addossata alla cassa pubblica per un riparto.

Il primo gennaio 1734 entrò Consolo Pietro Gordini e Podestà Luigi Graffi.

 Il 6, giorno dell’Epifania, giunse a Castel S. Pietro L’E.mo Girolamo Spinola, nuovo legato di Bologna che fu poi detto Spinolone per il suo bel governo. Fu incontrato a nostri confini dai Senatori Conte Lodovico Rabbi e Filippo Aldrovandi, come ambasciatori del Senato con molti nobili e cavalleggeri, fu indi introdotto a Castello in casa Malvezzi ove fu banchettato a spese pubbliche. Partì la sera per Bologna accompagnato dai suddetti.

Il 24 d. vennero nuovamente le Missioni del Sig. Lavagni con Don Giovanni Andrea. Predicò con tanta efficacia e spirito che ne ricavò molto profitto massime per introdurre la pace fra le famiglie, che si era perduta a motivo della discordia tra le compagnie.

Il 20 del mese, dopo avere fatta una predica con sommo fervore sopra la carità al prossimo, invitò gli ascoltatori ad una abbondante elemosina allo scopo di erigere un ospitale per gli infermi miserabili, che morivano senza alcun sussidio temporale. Fu copiosa la raccolta che diede molta speranza tanto allo stesso missionario che alla popolazione.

 Invitò il giorno seguente tutte le persone del paese nel palazzo Malvasia, ove abitava, ad una Congregazione sopra ciò e specialmente invitò la Comunità a lì riunirsi per cominciare a concludere qualche cosa. Ad essa si aggiunsero ancora tanti benestanti e elemosinieri al numero di 74 e 101 del popolo n. 101, che gareggiando fra di loro fecero aumentarono le offerte. Infine con le tasse e le elemosine si formò un cumulo di 3.000 lire. Così ci lasciò scritto nella sua memoria Domenico Gordini.

Vi si aggiunse il Corpo Comunicativo, che contribuì col suolo ove fabbricare l’ospitale. Restò deciso che si dovendosi erigere questo per i soli infermi della parrocchia con le elemosine ricavate nelle correnti Missioni, si dovessero facere prima gli Statuti e le regole da osservarsi dalla Congregazione da erigersi contemporaneamente per il governo temporale dell’ospitale. Questo che doveva portare il titolo e nome di Ospitale della Carità, appoggiato alla protezione dei Beati Vincenzo de Paolis, fondatore dell’Istituto delle Missioni, e di S. Francesco di Paola, protettore e patriarca della Carità.

 Le missioni terminarono il 2 febbraio con la S. Benedizione.

Intanto furono formati i Capitoli della nuova congregazione, nei quali fu determinato che ci fossero sempre essere otto regolatori tra i quali L’arciprete e il Consolo della Comunità pro tempore. Capitoli che poi furono approvate dal Vicario generale vescovile di Bologna.

Restava solo da decidere il luogo ove costruire l’edificio. Fu proposta la piccola area di suolo pubblico fuori porta Montanara nel bivio di strade che portano una al convento dei cappuccini e l’altra al Sillaro e alla fontana.

 La Comunità aderì senza problemi, sempre che il senato di Bologna lo accordasse. L’arciprete fece la richiesta al Senato che, interpellata la comunità, si prestò prontamente e il 21 febbraio spedì l’architetto pubblico Luigi Dotti. Questi, prese le misure che furono di piedi 70 x 30, disegnò il progetto. Fu presentato al Senato il quale decretò il 27 febbraio la licenza come segue: “pres. conscripti permesserunt doctori Jo. Battis.  Anghel. Graffis nec ad assunptis, fabrece de qua infra ut ad edificandum Nosocomium q.ti Castri et eius Comunitatis  aegro tantibus pedes 70 longum et 30 in latum de solo publico eiusdem plates extra portas quam sunt  “di sopra”, eiusdem Castri subere occupare valeant / non obstantibus. Ciò ottenuto si cominciarono a scavare i fondamenti il giorno 15 marzo.

Nello stesso tempo i gesuiti di Bologna cominciarono la fabbrica di un grandioso casamento nella piazza del Castello presso le case della eredità Morelli. Alla costruzione assisteva Fra Ignazio Fracanzani. Questa doveva eseguirsi per tutta la lunghezza dell’altro fabbricato Morelli nello stesso modo, secondo il disegno del Dotti, lasciandoci però nel mezzo del fabbricato, che corrispondeva al mezzo della piazza, davanti all’antica porta della Rocca, un maestoso arco.

L’idea era di portare qui, nel tempo estivo della villeggiatura, dei convittori del Collegio dei Nobili di Bologna. Ma poiché l’invidia, che regna fra i frati più che in ogni altro luogo e sono sempre presi di mira quelli che hanno più abilità degli altri, prese di mira il Fracanzani e, appena terminata questa parte di fabbrica, fu trasferito da Castel S. Pietro e restò sospeso il resto.

Per le passate missioni e per le tante funzioni fatte, erano state battute spesso le campane pubbliche nel campanile presso la parrocchia. Quindi si ruppe la campana mezzana si dovette rifarla. Ciò si eseguì prontamente a Imola.

Il 2 aprile, giorno dedicato a S. Francesco da Paola protettore del nuovo Ospitale degli Infermi, l’arciprete mise giù la prima pietra nel fondamento nell’angolo primo di facciata verso levante, la seconda nell’angolo opposto di facciata la pose il priore dei frati di S. Bartolomeo, P. Antonio Ravaglioli, la terza nell’angolo a levante verso sud, la pose il Consolo della Comunità e le altre verso ponente i due capi delle religioni cappuccina e francescana.

Domenica Raspadori detta volgarmente la Pianella, per essere nata nel feudo di Dozza nel fondo detto i Pianelli, moglie di Giovanni Bizzi detto Tocchino, uomo di statura pigmea al contrario della moglie che era grande, robusta e grassa, partorì quattro fanciulli maschi in un sol parto che furono tutti battezzati.

Il Senato, avvisato di questo puerperio donò alla famiglia cinquanta lire e in più pagò le fasce per i fanciulli, che morirono tutti in uno stesso giorno, ora e settimana.

Mercoledì 11 maggio, l’Arciconfraternita di S. Maria Maddalena di Bologna, di ritorno dalla visita dalla S. Casa di Loreto col suo Crocefisso, fu incontrata in questo Borgo dalla Compagnia del SS.mo con molti lumi e poi condotta alla arcipretale dove l’arciprete Bertuzzi con la loro S. Immagine diede la benedizione al numeroso popolo. Stette tutta la notte in questa chiesa e la mattina seguente partì per Bologna accompagnata fino al Borgo dove fu data una seconda benedizione.

Intanto furono completati i Capitoli e le regole del nuovo ospitale, che furono poi approvati il 19 giugno da mons. Giacomo Millo Vicario Gen. di Bologna ed indi stampati per il Longhi.

Questi Capitoli furono modificati ed aggiunti l’anno 1761 nella terza Missione che fece il P. Lavagni e infine riformati il 28 giugno 1765 ed approvati da Mons. Sante Corolupi V. G. e registrati nel Libro delle Erezioni.

Nel mese di luglio cominciò il suo governo il cap. Valerio Fabbri come Consolo.  Amministrò per poco tempo perché sopraggiunse la morte sopraggiunta. Al suo posto subentrò Giacomo Maria Bertuzzi, Podestà fu Carlo Malvasia.

 Domenico Campeggi di Castel S. Pietro detto volgarmente Ballatrone, uomo facinoroso e di gargiolaro di professione, aveva avuta una questione con Valerio Lercari e lo ferì. Non poteva essere composta la faccenda se non veniva pagava la Cavalcata che era stata fatta. Il Campeggi, impossibilitato a pagare, ricorse alla Comunità affinché l’assolvesse dalla spesa considerando la angustia sua e dei suoi compagni per i quali era nata una sollevazione di popolo. La Comunità compiacendo ad un uomo che all’occorrenza per il bene della patria si faceva capo popolo, lo assolse con i suoi compagni.

 Nel mese di agosto si cominciarono a sentire febbri tanto maligne che dopo tre e quattro giorni le persone soccombevano fino a due e tre morti al giorno.  Crescendo e dilatandosi il male accadde che in un sol giorno, nel mese seguente, perirono sette creature nella via di Saragozza di Sotto.

Fu tale lo spavento non solo nella contrada, ma anche per tutto il paese, che la Comunità si mosse a proibire il conversare con gli abitanti di quel quartiere. Perciò il Massaro guardie da una parte e dall’altra per impedire nessuno entrasse o uscisse da quell’abitato. Si informò a Bologna la Assonteria di Sanità, che approvo la cautela avuta. Durò poco questa guardia, perché i protomedici venuti da Bologna, fatti i necessari prelievi, riscontrarono che le morti erano state casuali, accadute più dalla miseria di quella famiglia che dalla influenza. In conseguenza furono levate le guardie. La Comunità tuttavia fece ben ripulire quella strada dai concimi e dalle feci che qui accumulavano i paesani per assicurare sempre più la comune salute.

Dal 21 settembre cominciò la pioggia, durò continuamente fino alla fine dell’anno, per cui la seminagione andò male. Molti non potettero seminare e molti dovettero seminare con le zappe e non con i soliti strumenti ed ordigni rurali. Crebbe perciò il prezzo a tutti i generi. Questa pioggia durò, poco o molto, giornalmente fino ad aprile.

Il 27 dicembre secondo il consueto si fece l’estrazione del prossimo Consolo fu Giovan Battista Dalla Valle parente dei chiari religiosi serviti Reverendissimo Padre Giuseppe e Reverendo Padre Luigi dei quali se ne è parlato e si parlerà secondo il caso.

Il primo gennaio 1735 prese il possesso del suo Consolato il Dalla Valle e Podestà fu Flaminio Maria Solimei.

L’Italia era tanto angustiata da truppe spagnole, francesi, sarde ed alamanne, che si facevano da per tutto orazioni[36]. Il 27 febbraio, prima domenica di quaresima, la Compagnia di S. Caterina, fece l’esposizione della insigne reliquia della S. Croce e poi una devota processione per il paese.

Questo per la pace fra principi cristiani belligeranti e anche le molte infermità che regnavano nel paese. Combattimenti c stavano avvenendo ai confini dello stato pontificio tra spagnoli, che erano coll’armata a Parma e ii tedeschi a Modena.

 Nel seguente marzo morì Prospero Gordini, comunista, nel di cui posto successe suo figlio Domenico.

Il giorno 4 di aprile finalmente cessò la continua pioggia incominciata il 21 settembre come si disse. Non essendosi per questo neppure potuto seminare i marzatelli, si accrebbe il prezzo del grano fino a 36 paoli la corba, o siano l. 18 moneta di Bologna.

 Il pane era divenuto carissimo, sedici once di bianco valevano 4 bajocchi. Fu però provvidenziale che per la presenza di truppe alemanne, in guerra contro gli spagnoli, furono qui importati grani, risi e farine. Per ovviare poi alla penuria del contado in queste parti, i contrabbandieri di Castel Bolognese facevano trasporti di grani e farine dalla Romagna a Castel S. Pietro. Ma, in proporzione al bisogno, erano scarsi, perché la montagna la pianura venivano ad approvvigionarsi di viveri in questo mercato il lunedì e il venerdì.

Giangiacomo Bolia, o Bolis come si vuole, famiglia milanese radicata da lungo tempo a Castel S. Pietro, che gestiva i forni pubblici per il mantenimento della popolazione, era ben provvista e mandava il pane anche a Bologna. Per mantenere questa disponibilità scrissero al figlio che era a Roma, là laureato in diritto e che esercitava nella Curia, per avere dal Papa la facoltà di trasportare grani dalla Romagna nel bolognese. Noni fu difficile ottenere la grazia, poiché avendo aderenza il Bolia con la Casa Albani, gli fu concesso la tratta dalla Romagna grani e biade.

Ebbe il medesimo dott. Bolia per moglie una gentil donna romana di nome Donna Bernardina che era figlia naturale di papa Albani. Da questa ebbe tre figlioli due maschi ed una femmina, che morirono fanciulli con la madre, non senza sospetto di avvelenamento, poiché per nascita e parentela alta erano una spina negli occhi agli Albani.

 Il loro padre ebbe fra non molto la stessa sorte causata da una malattia, che lentamente lo distrusse. Fu governatore di Castel Gandolfo. Codesta famiglia Bolia durò a Castel S. Pietro fino al 1780 quando espatriò, allorché l’abate Don Francesco Calderoni, ex gesuita spagnolo suo gran benefattore, partì ed emigrò da questo luogo a causa. Questi stava in casa dei detti Bolia e si ritirò a Bologna sotto la parrocchia di S. Donato con la stessa famiglia.

Nel mese di febbraio il R.mo P. Leone da Castel S. Pietro, cappuccino Provinciale, portò alla compagnia di S. Caterina una bellissima reliquia del velo di M. V. La sua esposizione alla venerazione pubblica fu fatta con grandi festeggiamenti essendo Priore Domenico Gordini.

Il 27, prima domenica di quaresima la stessa compagnia fece una solenne processione col legno della S. Croce a cui intervenne la nuova Compagnia del Rosario, del SS.mo, tutte tre le fraterie e il clero secolare per impetrare dal Signore la pace fra i principi cristiani e la salute degli infermi che erano numerosi nel paese. La penuria dei viveri faceva ancora maggiore il castigo di Dio.

Nel giorno 3 maggio Remigia Francesca Graffi moglie di Francesco Cavazza partorì un figlio al quale fu imposto il nome di Ercole Ottavio Valerio, che è il raccoglitore e scrittore delle presenti memorie.

 Nel frattempo morì il chiarissimo P. Giuseppe Dalla Valle dell’Ordine de’ Servi di Bologna dopo avere sostenuto le principali cariche del suo Istituto per la sua singolare dottrina e bontà d’animo.  

Di questo illustre soggetto non ci dilunghiamo a scrivere di più avendone date altre testimonianze sotto l’anno 1716 al quale si deve riportare il lettore amante dei nostri scritti.

Il 16 maggio Suor Marianna Graffi di Castel S. Pietro, monaca nel Monastero di S. Maria Maddalena di Imola, era gravemente inferma da dieci anni, a causa di una paura che l’aveva resa catatonica, nella pallidezza del volto dava a vedere quale era il male interiore. Era o stata estratta in quel monastero, assieme con suor Alessandra Valsalvi, nobile imolese, a portare la S. Immagine di S. Luca processionalmente per il convento e fare le Rogazioni. Suor Alessandra era pure essa da poco tempo inferma e tutta contratta, cosicché ad ogni momento si aspettava la sua morte.  Le due monache, non potendo adempiere all’incombenza di portare la S. Immagine, piene di un santo fervore, si raccomandarono entrambe alla B. V. perché le liberasse secondo la volontà del Signore.

Furono elle esaudite e, con Grazia istantanea, liberate in modo che poterono alzarsi e fare riconoscere alle sue compagne, ai medici che le avevano abbandonate ed ai superiori della città, quale fosse la loro devozione e la Grazia che, per mezzo della sua Santa Maria, fece loro Dio. Del miracoloso fatto fu pubblicata una relazione stampata.

 La inclemenza della primavera passata e la scarsità dei viveri avevano spossate le creature e tornarono a diffondersi le malattie passate nel paese. In questa influenza epidemica morì il 16 giugno anche il medico condotto Dott. Nicola Reggiani, onde per la sua assenza crebbero le malattie e si perdettero persone facendo strage la morte nel Castello e nel Borgo. Fu poi fortuna, che fosse estratto Consolo Girolamo Dalle Vacche, capo e fondatore di una ricchissima famiglia che fece donazioni alla povertà in ogni genere di roba e così restò sollevata la popolazione miserabile nelle sue angustie. Podestà fu il Cavaliere Emilio di Matteo Malvezzi.

Nel gran caldo di agosto crebbe la epidemia onde molti andarono al sepolcro. in questo mese morì Antonio Pirazzoli capo di una famiglia antica, ricca ed illustre per i capitani avuti al servizio di principi. Lasciò dopo di sé tre figlioli cioè Giacoma detta la bellissima, perché veramente fu tale, domenica e Nicola, unico maschio coevo di me scrivente. Questi tre discendenti emigrarono dal paese e furono portati nella città di Ferrara da certo Padre Alberico M. O., uomo di alti impegni e che sostenne sempre gli interessi dei tre Pirazzoli. Giacoma sposò un ricco cittadino e così pure Nicola si accoppiò con una ricca giovane, quindi nella loro emigrazione furono fortunatissimi.

Per le guerre accennate nell’autunno le truppe spagnole vennero nello Stato Pontificio dal modenese. Nel frattempo segui la pace fra l’Imperatore, Francia e Sardegna e restò fuori la Spagna. Ciò inteso le truppe spagnole presero la fuga per la Toscana. I tedeschi le diedero dietro da ogni parte.

 L’Assuntoria perciò scrisse l’11 dicembre alla Comunità che stesse pronta per dare alloggi per ottocento fanti tedeschi che dovevano venire il 13. La Comunità assegnò le case dei gesuiti nella piazza e per i cavalli le cinque osterie che erano in esercizio, cioè due in Castello sotto le insegne di S. Marco e del Moro e le altre tre nel Borgo sotto le insegne della Corona, del Montone e di S. Giorgio al Portone. Difatti il giorno 13 dicembre arrivarono a Castel S. P. 1200 cavalli, e poi 8oo fanti che qui pernottarono fino alla mattina quando si incamminarono ad Imola.

Il 26 dicembre, arrivò un altro distaccamento di 800 cavalli, che partirono giorno seguente. La legazione di Ravenna era piena di tedeschi perché il Card. Alberoni, Legato di quella provincia, era spagnolo. Il generale tedesco di nome Tinege si trovava a Bologna con molti soldati a svernare. I bolognesi gli passavano due mila lire di quattrini al giorno che erano dodicimila scudi al mese, oltre il fieno, la biada e la paglia per la cavalleria. Il fieno si pagava sei paoli il cento e la carne di castrato e bovino quattro soldi la libbra. Tutto era diventato più caro e la gente si lamentava. 

1736 – 1740. Decisione costruzione nuovo oratorio Compagnia SS.mo in piazza. Compagnia S. Caterina fa nuova cappella. Posa prime pietre nuovo oratorio. Priori SS.mo e S. Caterina fanno pace. Militi castellani a Bologna per sede vacante. Disordini provocati da birichini. Scontri con sbirri. Decisa cancellata per cappella Rosario.

L’anno che seguì 1736 entrò consolo Giacomo Landi e podestà Angiolo Maria Gassi.

Mentre le truppe svernavano negli Stati pontifici e nella Toscana, seguì la pace fra le due potenze di Spagna e Austria che fu in conseguenza pace per tutti in Europa. Il mezzo fu lo sposalizio fra una figlia[37] dell’Imperatore Carlo col figlio del Duca di Lorena[38].

 Il 23 febbraio L’Assuntoria di Governo perciò ordinò alla Comunità di C. S. Pietro, mediante espresso, che spedisse 109 carri vuoti a Bologna per il giorno 26 e 27 corrente, non ostante la pioggia che cadeva, per caricare l’occorrente per la truppa tedesca ed andare ove gli fosse ordinato.

Un tale comando così precipitoso e numeroso fece molta impressione alla Comunità, la quale sul momento non volle aderire. Spedì perciò a Bologna il Capitano Francesco Vanti e Francesco Mondini con credenziali perché si facessero sentire all’Assuntoria. Quella insistette e ingiunse di ricorrere al Legato che decise che i due inviati si presentassero ai senatori Graffi e Bartozzi. Questi, ascoltate le ragioni ordinarono che il 26 febbraio dei 109 carri ve ne andassero solamente 20 ed in due volte, cioè dieci per settimana e colla condizione che partissero dalla città senza caricare C. S. Pietro dei loro bisogni e che il nostro comune fosse esentato per l’avvenire da simile peso, stante la fornitura di molti altri carriaggi già sopportata dal nostro Comune.

Lo stesso giorno poi di febbraio venne una grossa neve ma, perché era accompagnata da un forte vento sciroccale, durò solo 24 ore in terra. Stante poi la penuria di carni ed altri commestibili, il Papa, riguardando i suoi sudditi con occhio di commiserevole, mandò un indulto, per la imminente quaresima, da carne, eccettuato il giorno delle Ceneri, venerdì, sabato, le quattro tempora e la settimana santa.

Il 27 vennero a C. S. Pietro 320 usseri a cavallo dalla Romagna, passarono qui la notte e partirono il 28 per Bologna.

L’oratorio della compagnia del SS.mo esistente appresso la canonica dalla parte della via Maggiore del Castello si trovava in pericolo di crollare tanto nel coperto che nelle pareti a causa dei terremoti passati. Fu considerato che mettervi le mani per la riparazione di mura e coperti sarebbe stata una spesa grande e comunque la costruzione poco utilizzabile. Cosi in una congregazione di confratelli si determinò di fare un oratorio nuovo di sana pianta, con chiesa unita, nella pubblica piazza del Castello sopra un pezzo di terra ortiva di proprietà della stessa compagnia, aderente all’orto della Comunità e ad una casa della stessa compagna. Mancava però il danaro pronto quindi furono incaricati i capi della compagnia cercarlo in prestito e furono deputati Giuseppe Rinaldi e D. Domenico Lugatti.

Giuseppe Amadesi nelle sue memorie manoscritte racconta che in aprile gli agostiniani fecero il loro Capitolo provinciale in questo convento di S. Bartolomeo nel quale fu eletto il P. Maestro Molini di Cesena.

Il 27 maggio, stante la pace seguita fra le potenze belligeranti di Europa, le truppe estere sloggiarono dal bolognese e da tutto lo stato pontificio.

Petronio ed Angiolo Maria Gardenghi, oriundi di C. S. Pietro, stabiliti in Roma ove avevano portato anche un loro zio, fecero fare nella chiesa di S. Maria in Vallicella il loro sepolcro ove sta sovrapposta la seguente iscrizione:

Petronius et Angelus M.ra Gardenghi

Bononienses, consubrini frates

mortis memores tibi et suis posuerunt

A. D. MDCCXXXVI

 Terminato il suo ministero di Podestà al cav. Angiolo Maria Graffi, subentrò Francesco Maria Marescotti e così fu estratto Consolo Giulio Alberici. Intrapresero l’uno e l’altro il loro Governo il giorno primo luglio. Fu quindi rinnovato il Bando sopra il Peso e Misura per il mercato e rinnovata la Tariffa.

Il cap. Francesco Vanti, moderno priore della Compagnia di S. Caterina, riflettendo che all’occasione di farsi la esposizione del SS.mo nella sua chiesa non era opportuno che all’altare stesso si celebrassero le messe e altre cose. Anche la celebrazione nel vicino oratorio non era appropriata per le irriverenze che si commettevano davanti al SS.mo esposto. Propose perciò in una sua congregazione di edificare nella detta chiesa una cappellina sopra il suolo dell’orto vicino e contiguo alla sagrestia ed ivi collocarvi poi l’immagine SS.ma di M. V.

La sua proposta piacque al Corporale della Compagnia, fu messa ai voti e ne ebbe l’esito favorevole. Il 12 settembre, sul disegno di Luigi Dotti, architetto pubblico, si cominciò a costruirla in modo che in brevissimo tempo fu terminata, fu dedicata alle glorie di Maria SS.

L’arciprete il 14 novembre ne fece la benedizione, poi il 24 dello stesso mese vi si celebrò per la prima volta la S. Messa.

I fratelli Tiburzio e Michele Battisti, ultimi discendenti della loro civile ed antichissima famiglia del paese, confratelli della stessa compagnia, donarono una S. Immagine di Maria dipinta su tela, ma non terminata, dal celebre pennello di Lorenzo Pasinelli, discepolo di Guido Reni, rappresentante la sua purissima maternità con il puttino in braccio che gioca con una fettuccia in mano. Prima però di collocarla nella sua nicchia, la congregazione decise di ciò effettuare con una pompa solenne, onde si differì la messa in posto.

La petizione della Comunità al Legato per la conferma della Tariffa del mercato sopra il Peso e Misura fu approvata entro questo mese di novembre.  

Il 27 settembre la Compagnia del SS.mo per fabbricare il progettato oratorio e chiesa, prese a frutto lire tremila quattrini a rogito del Not. Innocenzo Mazza.

La Compagnia di S. Caterina aveva deciso di esporre con solennità al pubblico culto l’immagine di Maria nella detta cappellina, così il giorno antecedente alla sua festa, sabato 7 dicembre, pose la S. Immagine all’altare maggiore della Parrocchiale prima dei vespri e fu esposta col titolo di Maria SS. del Soccorso. Le fu fatto un bellissimo frontale di mistura argentata a fiori col fondo sotto di velluto cremisino, ghirlanda di contorno e manto verde segnato di arabeschi di argento buono.

La mattina seguente, giorno della Concezione, alle ore 17 italiane la compagnia stessa cappata venne a prenderla, la portò in processione per il Castello e il Borgo infine la condusse alla sua chiesa ove le cantò davanti la messa solenne in musica.

Il dopo pranzo, cantatosi il vespro pure in musica, fu portata dal clero secolare su le spalle fuori della chiesa in mezzo alla strada maggiore e, dopo le consuete preghiere, l’arciprete diede con quella per la prima volta la S. Benedizione al popolo, che numerosamente era concorso. La sera si fecero festeggiamenti con fuochi di gioia e mortaretti in quantità nella piazza pubblica entro il Castello.

Esternamente al Castello e contiguamente ai palazzi del Marchese Pier Luigi Locatelli e Conte Cesare Malvasia, che sono posti a levante, sopra la vecchia mura del Castello c’era terreno ammucchiato che formava in alcuni luoghi terraglio e alzati. All’effetto di levare questa bruttezza, fare più comodo il passaggio ai paesani e una spianata davanti ai loro edifici, questi ricorsero al Senato, con l’accordo della Comunità, affinché concedesse la facoltà di spianare tali montuosità e di portare la terra nella sottostante fossa circondaria del Castello. Il Senato aderì alla istanza e con deliberazione dell’11 dicembre ne segnò la grazia.

Il primo gennaio 1737 cominciarono il loro governo di C. S. Pietro il marchese Filippo Ghiselieri Podestà ed Antonio Benetti Consolo.

Il 13 gennaio il Papa spedì una amplissima indulgenza in forma di Giubileo ai suoi sudditi in ringraziamento della pace seguita fra principi cristiani.  A Castel S. Pietro si espose il SS.mo fino al 20, facendosi il dopo pranzo processioni per il ringraziarlo ed anche perché allontanasse il male dei bovini che si inoltrava a grandi passi. Vi intervennero tutte le tre fraterie e le tre compagnie che si erano esse pure pacificate. I cappuccini furono in numero grande e più del solito, perché qui fecero una loro particolare Congregazione provinciale.

Martedì 12 marzo si iniziò lo scavo delle fondazioni del nuovo oratorio e chiesa della Compagnia del essendo priore D. Domenico Lugatti. Poi domenica 24 si fece la benedizione della prima pietra precedendovi una solenne processione del clero secolare, Corpo comunicativo e delle tre compagnie cappate. Venne in questa processione portato il miracoloso Cristo della stessa compagnia del SS.mo.

 Si andò poi al luogo della fabbrica, qui l’arciprete Bertuzzi benedì prima coll’acqua santa quel sito, poi discese nei fondamenti e pose la prima pietra con una medaglia d’argento nell’angolo ove sarebbe venuto il cornu Evangeli, in cornu Epistolae vi pose l’altra pietra Bernardino Orsolini, priore della compagnia di S. Caterina. Nell’angolo della facciata a levante vi pose la terza pietra Antonio Benetti, Consolo della Comunità e nell’angolo opposto a ponente vi pose la sua Don Domenico Lugatti priore della compagnia del SS.mo. Ciò fatto si diede la benedizione al popolo col Crocefisso e poi ognuno se ne andò alla parrocchiale. Questa funzione fu uno dei principali motivi per cui le compagnie si pacificarono dopo tante liti.

 Proseguendosi in tanto la fabbrica della chiesa, per rendere più maestoso l’oratorio e l’altare maggiore la compagnia diede supplica di potere occupare quattro piedi in larghezza e 18 in lunghezza del terreno dell’orto della Comunità, ne ebbe il permesso il 13 aprile mediante decreto del Senato del seguente tenore: 1737, 13 aprile, permissione al priore e confratelli del SS.mo di C. S. Pietro, Ad hoc ut nova fabbrica eorum Oratorj et Eclesiae possint de solo pubblico ocupare ped. quattuor in latitudinem et ped. 18 in long. pagando a Camera sc. 5.

Codesti Padri Cappuccini ricordavano ancora dove era il corpo del loro primo guardiano fondatore di questo convento Padre Bernardino Bonfini, detto da S. Felice, che morì al tempo del contagio nel 1630, dopo aver assistito gli ammorbati. Era stato sepolto nella chiesa di S. Giacomo presso il ponte Sillaro. Sabato 11 maggio, con ordine da Roma, i Cappuccini accompagnati da Francesco Mondini, proprietario di quella chiesa, nottetempo esumarono il corpo coperto ancora dell’abito cappuccino, lo portarono con rito funereo alla loro Chiesa e qui, replicate le esequie, fu sepolto nella loro Chiesa.

La compagnia di S. Caterina, dopo avere collocato la Immagine col titolo di S. Maria del Soccorso, determinò, il 19 maggio, la solennizzazione della sua festa, annualmente ed in perpetuo, mediante un triduo nelle tre feste di Pentecoste. Fu eseguita la prima volta il 9 giugno, domenica di Pentecoste, in cui con solenne pompa si espose nella chiesa della compagnia all’altare maggiore. Vi furono molte messe e fra queste una messa solenne in musica ognuna delle tre mattine, il dopo pranzo vespro ed oratorio parimenti in musica. L’ultima sera delle tre feste vi fu la solenne processione per il Castello e il Borgo con la S. Immagine accompagnata dal clero secolare e dalle altre due compagnie del SS.mo e del Rosario. Durante la processione furono dispensati sonetti stampati. Alla fine della processione, fu collocata la B. V. sopra un altarino in mezzo alla strada maggiore e davanti la porta della chiesa. Le furono cantate le litanie, poi le preci ed infine fu data la S. Benedizione a cui seguì un copioso sparo di mortaretti e sull’ora di notte vi furono fuochi artificiali, la piazza fu tutta illuminata a spese della Compagnia e così l’abitato attorno alla sua chiesa.

Estratto Consolo per il secondo semestre Giulio Alberici e per Podestà Achille di Mario Malvezzi Angelelli, cominciò il governo di entrambi il primo luglio, procurò il Consolo che si riempisse il vano che rimaneva fra la via corriera ed il nuovo muraglione al ponte del Sillaro con materie, per cui il 16 fu proclamato per bando del Legato, che tutti gli sfacimenti di fabbriche ed altro del Castello e Borgo si trasportasse lì dentro per riempire quel gran vano.

Morì a Bologna Don Pietro Trochi, che aveva servito da cappellano e con altre incombenze nel Collegio Spagnolo di Bologna, con la soprintendenza al governo dello stesso. Aveva servito egregiamente quel luogo e lo aveva amministrato felicemente per 19 anni. I suoi eredi, che furono Pietro Trochi, D. Francesco e Barnaba Trochi di questo Castello suoi cugini, ottennero dal rettore di quel reale collegio la facoltà di lasciare una piccola memoria in terra nella sua chiesa e fu la seguente:

Petro Sacerd. Trochio

Hujus hispan. Regj Collegi Capellano

Pos. XIX annuis munera functo

MDCCXXXVII

Requiem precamini

Fu egli amato da quei grandi di Spagna che qui soggiornarono e perciò fu degno di tanta ricordanza.

 Per spingere maggiormente nella carità verso i miserabili i confratelli della nuova unione dell’Ospitale degli Infermi l’arciprete Bertuzzi ottenne da Clemente XII molte indulgenze. Furono pubblicate per la stampa del Longhi.

Bisognosa la Compagnia del SS.mo di ultimare la fabbrica della chiesa ed oratorio, ottenuta la debita licenza, prese a lucro il 13 settembre altre mille lire come per rogito di Ser Alessandro Fabbri.

Perduto del tutto il quadro di S. Felice cappuccino, opera di Giacomo Cavedoni, nella cappella Malvasia in questa chiesa dei cappuccini, fu sostituito con un altro quadro bellissimo rappresentante l’apparizione notturna di M. V. col Bambino Gesù che diede da baciare i S. Piedi al Santo, opera dell’egregio Giuseppe Marchesi detto Sansone, bolognese, lavorato sul gusto di Marc’Antonio Franceschini suo maestro, che fu discepolo del grande Albani pittore bolognese.

Il 16 novembre alle ore tre di notte si vide nel cielo un grande globo rotondo che faceva enorme splendore e terrore dalla parte di Borea. Nessuno seppe attribuire il nome a questo fenomeno e fu accompagnato da una non indifferente calura, si attendeva perciò un qualche castigo.

Giunto l’anno 1738 entrò Podestà Scipione Fantuzzi e Consolo Girolamo Dalle Vacche.

Il 15 gennaio morì il P. Agostino Alberici di Castel S. Pietro dell’ordine dei M.O. in questa sua patria e fu sepolto nella sua chiesa di S. Francesco. Egli fu il migliore e bravo corista che si avesse in tutta la provincia di Bologna, compose molti inni di S. Chiesa in canto gregoriano, fu ottimo organista e professore anche di canto figurato. La sua morte dispiacque assai e fu compianta dalla sua Religione per avere perduto un sì segnalato uomo.

Il 2 maggio di notte tempo nevicò, recando danno alla nostra vicina collina e montagna e freddo per modo che il giorno di S. Croce convenne portare il tabarro e così durò alquanti giorni. Il freddo recò molto danno alle viti e agli alberi

Il 18 d. questi P. Cappuccini fecero un solenne triduo ad onore del venerabile Giuseppe da Leonessa per essere stato beatificato. Fu pomposamente solennizzato onde vi fu grande concorso.

 Nello stesso tempo Giovanni di Michele Poli di Sassoleone fu ammazzato dai suoi compagni nell’osteria del Moro entro questo Castello. Questo edificio, ora dei Padri de’ Servi di Bologna, era anticamente della famiglia Forni di questo Castello.

In questo tempo gli Agostiniani della provincia fecero il Capitolo nel convento di S. Bartolomeo, come scrive Don Francesco Fiegna mio antenato.

Il 9 giugno arrivò a Castel S. Pietro la Duchessa Dorotea di Parma[39] ritornando da Faenza, la quale era stata ad incontrare sua nipote Regina di Napoli[40] venuta da Ferrara per andare a Napoli a trovare il marito Don Carlo infante di Spagna e Re di Napoli[41]. Fu servita a pranzo in questo palazzo Calderini poi partì per Bologna. Nello stesso giorno morì Girolamo Dalle Vacche.

Per il secondo semestre fu estratto Podestà Vincenzo Bargellini e Consolo Francesco Antonio Vanti. Per la morte di Girolamo Dalle Vacche, uno dei comunisti, entrò in Consiglio suo figlio Giuseppe.

Il 20 novembre morì in questo Castello il P. Antonio Ravaglioli agostiniano, vicario del S. Ufficio, ed attuale priore del convento di S. Bartolomeo, nella cui chiesa ebbe solenne sepoltura. Alle sue esequie intervennero i potentati ed ufficiali del S. Ufficio e riuscì la funzione bella.

Nell’anno 1739 fu podestà per il primo semestre il Marchese Francesco Davia e Consolo per la prima volta Flaminio Fabbri.

Il 26 gennaio si levò uno fortissimo scirocco dalla parte montana che sul monte ridusse male delle case ed altre ne scoprì. Fece cadere nel Castello e Borgo più di 40 camini e durò 24 ore e le persone non arrischiavano andare per le strade scoperte per timore delle tegole.

Il 29 Tiburzio Battisti morì d’anni 79 e lasciò erede sua moglie Francesca di Antonio Fantaguzzi. Non ebbe successione e terminò in esso il suo antico casato del paese. Terminò pure il casato degli Albruni nella persona di Sante Albruni marito di Lucia Farnè d’anni 70.

Le Compagnie di S. Caterina e del SS.mo, che nuovamente erano tornate in discordia, composero le loro differenze con la mediazione del R.mo D. Leone cappuccino nazionale e di suo nipote Sante Alberici.  Ristabilita la concordia, andarono entrambe le compagnie, con edificazione del paese, alle rogazioni di Maria SS. nel maggio seguente. Erano 14 anni che, ora poco ora più fra loro contendevano e si separavano e poi di nuovo si riunivano.

 Il moderno priore della Compagnia del SS.mo Carlo Lazaro Andrini diede per ciò un segno di vera pace al priore di S. Caterina Sante Alberici. Trovandosi entrambi alla solenne messa cantata nella parrocchia la domenica, quando il diacono diede l’amplesso di pace al suddiacono, il priore del SS.mo si staccò dalla sua sedia ed andò a trovare quello di S Caterina e dopo avergli dato l’amplesso di pace, che fu reciproco, si baciarono entrambi in fronte. Vedendo ciò gli altri confratelli dell’uno e dell’altro corporale, staccatisi dai loro posti, andarono a ritrovarsi assieme fra tenerezza di lacrime e amorosi amplessi. nella chiesa non poterono Gli altri fedeli che erano nella chiesa bisbigliarono soavemente sorpresi e moltissime persone dell’uno e dell’altro sesso si commossero teneramente. A questo fatto seguì nella piazza pubblica un copioso sparo di mortaretti, che erano stati preparati al solo uso di dargli fuoco quando la S. Immagine fosse uscita per portarla all’oratorio.

 Nel secondo semestre il primo giugno entrò Consolo Francesco Maria Mondini e Podestà il conte Julio Bentivoglio. La raccolta di quest’anno fu mediocre e così la vendemmia.

Il 30 settembre alle ore 17 italiane si sentì per due volte il terremoto.

Era costume a Bologna fare nella estrazione degli uffici utili il 16 dicembre la estrazione dei due podestà che dovevano servire nelle podesterie del contado, sei mesi per ciascuno. Il Senato decretò che di qui in avanti si facesse la estrazione per un anno di un soggetto, il che seguì e per Castel S. Pietro fu il primo estratto per tutto l’anno avvenire il Conte Ovidio Bargellini.

L’anno seguente 1740 venne in qualità di Giusdicente Giuseppe M. Bovi notaio collegiato di Bologna. Entrò pure consolo Domenico Gordini, sotto il suo consolato entrò in consiglio Lorenzo Conti.

Sabato 14 febbraio morì il papa Benedetto XIII. Resa vacante la sede apostolica, il Legato card. Giulio Alberoni partì per Roma. Quindi, secondo il consueto, si chiamarono le truppe del contado alla guardia della città.

Il 27 il Senatore Sigismondo Malvezzi chiese al Senato la licenza d’aprire, dietro la parte posteriore del suo palazzo, una porta nella mura che portasse fuori dal Castello, con facoltà anche di chiudere parte di un piccolo vicolo fra le mura del Castello a levante e i propri edifici.

Il 28 aprile morì Antonio Benetti, con esso si estinse il suo ricco casato. Fu una famiglia facinorosa, di essa rimase solo una femmina di nome Lucia, donna assai bella ed affabile con ogni persona senza diminuzione della sua onestà.

Compiuta la fabbrica dell’Ospitale, fu attrezzato in qualche modo per essere capace di ricoverare alcuni infermi. In questo mese si cominciarono a ricoverare. il primo che vi andò, e vi lasciò la vita, fu Antonio Marchetti di anni 70.

Il primo luglio prese il comando di Consolo Giuseppe Rinaldi. Il podestà non fu rinnovato perché si iniziò nominare un solo podestà all’anno.

L’11 dello stesso mese morì Maria Annunziata Graffi di anni 22, figlia di Carl’Antonio Graffi e Anna Bertuzzi, con convinzione comune di santità per la sua condotta di vita ed avvenimenti successi dopo la sua morte. Infatti stette esposta tre giorni sempre flessibile, bella, odorosa e palpabile come mai non fosse morta. Questi fatti furono il motivo che le persone corsero a tagliarle i panni di dosso come reliquie. Di questa buona serva del Signore ne abbiamo scritto un elogio della sua vita che sta con gli altri elogi da noi scritti sopra gli uomini e le donne illustri per opinione di santità di C. S. Pietro onde omettiamo qui la replica della nostra fatica. Il suo corpo fu sepolto nella cappella del SS. Rosario con deposito a parte e con sopra la seguente iscrizione in marmo:

A. M. D. G.

Hic jacet

Maria Annuntiata Graffi

Etatis sua XXII

Obiit Die 11 Juli

MDCCXL

 Intanto era ancora in atto la situazione di sede vacante per la morte di Benedetto XIII. La milizia di Castel S. Pietro sotto la condotta del cap. Francesco Andrea Vanti era stata chiamata a Bologna e le era stata affidata e consegnata la guardia della piazza maggiore della città ove c’era un casone di legno davanti al palazzo pubblico.

Erano di guardia ai fucili che si tenevano, secondo l’uso di questi tempi, deposti in fila sopra i gradini di S. Petronio, Omobono Varani, Annibale Bergami detto Baletto e suo fratello Fausto Bergami detto Fastone, giovinotti belli alti e tanto coraggiosi da sostenere qualunque impegno. Alle estremità dei fucili stesi si erano attaccate sergentine e brandistocchi (baionette).

Un birichino di Bologna si mise a saltare sopra i fucili muovendo le risa degli altri birichini. Arrivato dove era il Varani che camminava avanti e indietro all’uso delle sentinelle, disse costui ne ho passata una, alludendo al salto che aveva fatto sopra i fucili. Così proseguendo a saltellare arrivò quasi alla metà della fila di fucili ove, scherzando, fece arrabbiare i due fratelli Bergami.  Uno di essi dette segno al Varani che stesse pronto, quando arrivò il birichino saltellatore presso a Fastone, questi prese uno dei brandistocchi e disse ora hai finito di saltare.

Altri birichini intanto si misero ed imitare il loro capo. Quando questi arrivò alla fine, il Fastone gli diede un colpo in testa che lo mise a terra. Gli altri birichini si fecero minacciosi, ma il Varani e il Baletto, che facevano la sentinella, spianarono i fucili minacciandoli.

Se ne accorse il corpo di guardia vicino che corse tosto ai fucili. A quel punto la piazza venne in tutta in subbuglio. Intanto gli altri birichini fuggirono ed il ferito fu portato nel vicino Ospitale della Morte, ma dopo poche ore morì.

Era costui uno dei primi campioni della piazza per soprannome Pichetto, famoso nelle competizioni di piazza della Polcellina, del Confaloniere ed in altre circostanze in cui si fa gettito di pane, vino e danaro alla plebaglia, tanto che esso era sempre il trionfatore, ma questa volta nulla poté la sua bravura, poiché vi lasciò la vita.

Intanto fu fatto il rapporto a palazzo e crebbe il rumore, dal rumore si passò al tumulto tra i birichini e soldati, ma questi fatti coraggiosi ed animati dal loro sergente Gian Giacomo Dalla Valle detto Caurone con Francesco Macagni detto Bastino, famiglio della comunità, misero al sicuro Fastone Bergami arrestandolo e lo salvarono nel loro Corpo di Guardia entro il Casone. Si cambiarono e si raddoppiarono le sentinelle ai fucili per far timore alla ciurmaglia che tumultuava e di fare resistenze al bisogno.

 Corse la voce agli altri quartieri e i miliziotti, che erano alle porte della città, sentendo la insolenza fatta alla guardia principale, si si misero subito in allarme. Mentre i militari facevano queste cose, venne un avviso al corpo di guardia in piazza di consegnare Fastone agli svizzeri, sotto pena della indignazione del Vice legato.

Inteso ciò i paesani che erano in piazza corsero tutti ai fucili e si fortificarono nel Casone, poi raddoppiarono le sentinelle agli ingressi della piazza e cominciarono con tre pattuglie a controllarla, facendo fuggire le persone.

 Si temeva che il Vice legato facesse sparare cannonate dalla porta del palazzo contro il Casone e il Corpo di guardia dei militari di Castel S. Pietro che non avevano che i fucili. Allora, con scaltrezza, fecero apparire che le due pattuglie che giravano per la piazza casualmente si incontrassero presso la porta del palazzo ove erano quattro cannoni, due fuori e due dentro. Una di queste pattuglie prese d’assalto i cannoni esterni e l’altra, per impedire agli svizzeri di usare i cannoni interni, spianò i fucili in faccia contro chi avesse ardito far fuoco od accostarsi a quelli. I due cannoni furono trasportati immediatamente a forza d’uomini al Casone puntandoli contro il palazzo. Poi fecero sapere agli svizzeri che li avrebbero tenuti soltanto per tenere a freno i birichini e la ciurmaglia che avesse voluto sopraffarli. La piazza in un baleno fu sgombrata, si chiusero tutte le botteghe e subito scese, con sollievo, la calma.  

Il Vice legato si adirò e mandò subito a chiedere l’arrestato Bergami al cap. Vanti. Questi accortamente chiamò a consiglio militare gli ufficiali, fra i quali erano anche i capitani di S. Giovanni e Sassoleone. Furono tutti concordemente negativi.

Il Vice legato minacciò di battere col cannone che avevano gli svizzeri il Casone e il corpo di guardia. Loro risposero che avevano anch’essi un cannone per sparare alla porta del palazzo non ché al palazzo stesso. Frattanto che si facevano questi discorsi una pattuglia si mosse dal quartiere e fingendo di camminare per la piazza, si avvicinò di nuovo alla porta del palazzo e cominciò a fare lì la guardia con gli svizzeri affinché gli sbirri, alleati ai birichini, non facessero qualche aggressione.

Tutte queste vicende furono fatte sapere al Vice legato e al Confaloniere, che erano nel palazzo assediato, i quali passarono dalle minacce agli atti di dolcezza, concedendo che l’arrestato non fosse condotto alle carceri ma consegnato alla guardia svizzera. Ma gli ufficiali con i loro soldati negarono come prima. Quindi, per garantire maggiormente la difesa della piazza, corsero alla Guardiola degli Sbirri, sebbene l’entrata dalla parte della piazza fosse chiusa ed avesse solo l’entrata sotto il voltone del Torrazzo. Entrati dentro tolsero tutte le armi agli sbirri e li cacciarono tutti in piazza non essendone potuto fuggire nessuno.

Tutta la piazza rimase per ciò in potere della milizia di Castel S. Pietro composta da 100 uomini. Altri miliziotti, che stavano alle porte della città, stavano anch’essi all’erta e di quando in quando mandavano qualcuno in piazza per essere aggiornati.

Il Vice Legato ritornò nelle furie di prima ed intimò l’abbandono della porta del palazzo. Ma i soldati non si vollero prestare, tanto più che i due fermati, Bastino e Caurone, che tenevano uno la porta del palazzo e l’altro il Casone, facevano resistenza e ed erano cresciuti i loro sostenitori.

 Durò molti giorni questa sollevazione. Quando arrivò il momento in cui la compagnia di C. S. Pietro doveva dare il posto a un’altra compagnia senza che fosse stato deciso niente, il Confaloniere intimò la partenza. La Guardia di C. S. Pietro non si volle adeguare nemmeno a quest’ordine.

 Finalmente arrivò la notizia che il 17 agosto era stato eletto il Papa nella persona del Cardinale Prospero Lambertini, Arcivescovo di Bologna che aveva assunto il nome di Benedetto XI. Il Vice legato, col Confaloniere, intimò ai miliziotti l’abbandono immediato della piazza.

 Ma nessuno volle obbedire e fecero intendere al Vice legato che avrebbero abbandonato la piazza, la porta del palazzo e le armi quando fosse stata prosciolta tutta la truppa e chi l’aveva aiutata, perché molti altri militari si erano uniti, e cessasse ogni indagine e processo, eventualmente iniziato contro il Pastone e chiunque altro li avesse aiutati.

Aggiunsero inoltre che, siccome il Tribunale del Torrone poteva poi prendere delle vendette contro i loro amici per delitti passati, volevano per prima cosa una assoluzione generale per tutti, eccettuati i recidivi di omicidi e di furti.

Fatta questa proposta, chiesero, prima di deporre le armi, il rilascio di tutti gli arrestati.  Ciò convenuto e firmato dal Vice legato e dal Confalonieri, finì tutta la storia e ritornarono in patria gloriosi e rassicurati tutti i militari.

Nel tempo che durò questa insurrezione, le famiglie che avevano figlioli tra i militari di C. S. Pietro, si recarono in città con i loro congiunti e con dei sicari paesani per dare, occorrendo, una mano con le armi.

 Domenica 28 di agosto, Francesco Maria Gordini, agente e ministro di casa Lambertini e del nuovo Papa, per dimostrare il giubilo per la sua creazione a pontefice, fece celebrare in questa arcipretale una messa cantata con musica scelta e, il dopo pranzo, vespri in musica, tedeum e poi la benedizione col Venerabile, dopo la quale seguì una ben lunga e regolata sparata di mortaretti.

 La sera di notte tempo fece fare i fuochi artificiali, illuminare tutta la piazza pubblica, la torre del paese, il palazzo pubblico e tutte le finestre del paese. Alla propria casa, nella via Maggiore, furono ornate le finestre con torce di cera bianca. Stettero sempre accese finché terminarono i fuochi artificiali, dopo di che furono gettate al popolo. Furono pure gettati danari e pani. Oltre ciò fece fare una copiosa elemosina di pane e vino ai miserabili.

la Compagnia del Rosario, che fino ad ora aveva avuto la sua cappella aperta, il 29 di questo mese la chiuse mediante una balaustrata di ferro ornata di arabeschi di ottone. L’autore fu mastro Antonio Sultili di questo Castello, uomo capace di qualunque lavoro, invenzione e perfetta esecuzione, come attesta il lavoro stesso.

Venerdì 9 settembre, questi padri agostiniani di S. Bartolomeo diedero inizio nella loro chiesa ad un triduo in onore di S. Nicola da Tolentino al termine del quale, che fu la domenica 11, fu fatto il Panegirico in onore del Santo dal Dott. Maria Landini. Il dopopranzo si fece la processione con la statua del Santo, che non era più stata portata in processione per il paese dall’anno 1725-1726 per il flagello del terremoto. Questa funzione riuscì bella e fu deciso doversi fare ogni anno dai frati e dalla compagnia del Suffragio.

Erano tanto le grazie dei miracoli che Dio faceva per i paesani per mezzo della Immagine di Maria SS.ma dipinta sul muro, di cui parlammo nell’anno 1737, quando fu tolto l’altare che aveva davanti. Da allora non si poté più celebrare messa davanti ad essa.  il popolo però desiderava continuare ed anzi aumentare il suo culto.  Fu interpellata la Compagnia del SS.mo SS., che ne era la padrona, per creare un altare per le messe in una parte della stessa cappellina.

 La compagnia aveva però un altro e maggiore impegno da portare avanti e non poteva soddisfare questo desiderio.  Rinunciò ad ogni suo diritto, sopra detto altare e cappellina, elo cedette al Marchese Pier Luigi Locatelli, alla condizione che esso facesse quello che chiedeva il popolo.

Accettò egli la rinuncia e successivamente fece fare l’altare e l’ornato alla S. Immagine e, mediante professori venuti di Bologna, la fece staccare dalla parete e trasportare i quella vicina. Poi la fece abbellire d’intorno con una decorazione scolpita, come ora si vede. Ciò fu fatto il 16 novembre con somma contentezza della popolazione e del marchese che, essendo assai devoto, aveva ricevuto non poche grazie come avevano ricevuto altre persone.  Per questo la parete era tutta di piena di targhette, voti d’argento, offerte, armi e strumenti serviti agli infermi risanati. Fu in appresso ordinata la sua festa annuale il giorno della sua Purificazione che cade il 2 febbraio e ciò avvenne sopra tutto per l’insistenza di Don Luca Gordini prete del paese, suo gran devoto.

 1741 – 1744. Arrivano i Micheletti e l’armata spagnola. Servizio di carriaggio per i nostri villani. Arrivano e sostano truppe savojarde e tedesche. Truppe spagnole tornano e sostano tutto l’inverno. Arresto dei Bolis come spie tedesche. Passaggio continuo di truppe tedesche verso la Romagna. Guardia per cattura disertori. Questione orologio e orologiaio con parroco.

All’incominciare poi dell’anno 1741 entrò consolo Giacomo Bertuzzi e podestà Lucio Baldi.

La notte di lunedì primo maggio, venne un gran nevicata, che recò grandissimo danno alla campagna. Strappò i rami agli alberi e alle viti. La mattina seguente seguì la pioggia, che sciolse tutta la neve, arrivata all’altezza di una scarpa.

Il 7 che fu la prima domenica del mese e domenica delle Rogazioni, essendo priore della Compagnia del SS.mo, Giuseppe Rinaldi, si fece la benedizione del nuovo oratorio e chiesa della Compagnia nel modo seguente.

 Si levò la processione dalla arcipretale, coll’intervento di tutto il clero e Corpo comunitativo, frateria e le altre due compagnie, poi si avviò alla nuova chiesa ove entrò processionalmente. Intanto il popolo era andato al Borgo a prendere la B. V. di Poggio nella chiesa dell’Annunziata da dove fu levata e portata con pompa alla nuova chiesa. Qui si cantò, avanti ad essa, la messa solenne in musica e si fecero le altre funzioni consuete.

Il 25, festa di Pentecoste, essendo priore della Compagnia di S. Caterina Antonio delli Antoni, si fece con la sua Immagine di Maria SS.ma del S. Soccorso la processione entro il Castello e il Borgo, alla quale intervennero le altre due compagnie cappate, il clero e le fraterie, che furono riconosciute e ringraziate con capponi ed un capretto.

Entrò in consiglio in questa epoca Sante Alberici al posto di suo padre Giulio defunto. Il primo luglio entrò il nuovo Consolo e lunedì 28 agosto di sera arrivò a Castel S. Pietro Mons. Giampaolo Scarselli bolognese, vescovo di Monito, delegato da Benedetto XIV al Governo spirituale della diocesi di Bologna.

 Cominciò la sua visita pastorale il martedì seguente. Amministrò il sacramento della cresima ad infiniti fanciulli. Stette in Castel S. Pietro fino alla domenica seguente 3 settembre da dove poi se ne partì per Bologna. Nella sua visita ordinò di particolare che, non avendo la compagnia di S. Antonio Abbate, eretta nella arcipretale, alcun statuto, le fossero perciò fatte le sue regole.

Visitò anche la chiesa dei SS. Giacomo e Filippo al ponte del Sillaro, che spetta con i suoi terreni alla chiesa di S Sigismondo di Bologna. Ordinò che si descrivessero gli obblighi inerenti ad essa che sono quattro messe annue, due nel giorno dei SS. Giacomo e Filippo, la terza il giorno della assunzione di M. V. e il quarto nel giorno della commemorazione di tutti i morti, con la penale di una libbra di cera in caso di mancanza per ciascuna messa non celebrata. Ciò in virtù della locazione enfiteutica fatta dal curato di S. Sigismondo di Bologna il 16 ottobre 1736.

Terminò l’anno 1741 senza altra memoria degna di nota.

Il seguente 1742 entro Podestà il Conte Federico Calderini e Consolo Flaminio Fabbri, sotto il governo dei quali fu restaurata la residenza del notaio giusdicente.

Le compagnie di S. Caterina e del SS.mo SS.to usavano fare la esposizione del SS. nelle loro chiese la seconda domenica di ogni mese e poi si dava la benedizione al popolo. Ciò però disorientava i fedeli. Per evitare confusione concordarono fra loro, d’intesa con l’arciprete, di mutare questo ordine e fu concluso che l’una facesse la sua esposizione secondo il consueto nella seconda domenica e l’altra la facesse la terza domenica e così fu riparato al disordine.

In questo tempo fu fatto priore degli Agostiniani in questo convento di S. Bartolomeo il P. Giuseppe Dalla Valle, nipote dei padri serviti Dalla Valle.

Il 4 marzo si cominciò a vedere in cielo una stella a forma di cometa. Si cominciava a vedere alle 2 di notte e durava fino all’albeggiare del giorno. Nasceva a oriente e calava a ponente a cui erano rivolti i raggi, faceva spavento a tutti. Durò a farsi vedere fino alla metà di aprile.

Mercoledì 9 maggio, dopo le ore 21 italiane, cominciarono ad arrivare dalla parte d’Imola improvvisamente delle truppe spagnole chiamate Micheletti[42]. Erano questi armati alla leggera con pistolette corte, avevano una ventriera ad uso di fascia piena di cartucce, fucili corti e leggeri e portavano una sacchetta al fianco. La divisa era tutta azzurra con un filetto rosso, il taglio era corto come un giubbone. Il cappello era piccolo, rotondo di una sola alzata, le scarpe erano, toltone la suola, tutte di corda, per cui erano velocissimi nella corsa. Andavano senza ordine, la statura era mediocre tendente piuttosto al piccolo, avevano un piccolo tamburetto ed erano senza zufoli. Erano tutti giovinastri da 25 a 30 anni.

Servivano di avanguardia all’armata grossa ed erano piuttosto esploratori e cacciatori che soldati di linea. Pernottarono nel Borgo e la mattina del 10 partirono verso Bologna. Sull’alta ora, arrivò un ufficiale detto Quartiermastro, visitò tutte le case buone e ordinarie del paese e con l’accordo della comunità, distribuì gli alloggi secondo il grado. Così fece nei palazzi Malvezzi, Calderini, Malvasia e Locatelli in Castello e nel Borgo in casa Riguzzi-Gini.

Il 13, domenica delle Pentecoste, cominciò di buon mattino ad arrivare l’armata composta di vari reggimenti che formavano un corpo di 45 mila combattenti, parte di fanteria parte di cavalleria. Nel palazzo Malvezzi, che è il primo edificio alla sinistra dell’ingresso maggiore del Castello presso la torre, fu collocato il generalissimo Conte di Montemar[43], nel palazzo Malvasia il Generale Castropignano[44] napoletano, gli altri ufficiali furono collocati nelle altre case. La soldatesca si fermò nelle vicine campagne del comune nostro e nel comune di Liano di Sotto alla possidenza Tomba del Conte Tedeschi e nelle nostre vicine praterie. Tutta l’artiglieria, munizioni bagagli ecc. furono fermati a Castello.

il reggimento Chiudè composto di 22 mila combattenti fra cavalli e fanti, arrivò, inatteso, alquanti giorni dopo la partenza del Generalissimo Montemar. Loro intenzione era fare un saccheggio alle famiglie del paese. Lorenzo Conti, uno del Corpo comunitativo, deputato provveditore ai viveri, fece immediatamente preparare ventiduemila pagnotte e, poiché non c’erano abbastanza forni nel paese, ripartì la cottura del pane ai forni dei contadini. Così in poche ore fu quietata tutta l’agitazione e lodato il Conti da quel Generale. Furono tre in tutto le soste di queste truppe. Mancavano ancora i foraggi quindi la cavalleria fu sparsa sopra le praterie della Commenda di Malta all’Osteria Grande. In questo grande scompiglio non si poterono fare le consuete funzioni e pochi andarono a messa.

Il 14 maggio, seconda festa di Pentecoste, in età d’anni 76 morì Pier Antonio Cavazza fu Ottaviano, mio avo paterno che, per la confusione in atto, fu portato alla sepoltura nella chiesa di S. Bartolomeo. Si fece il funerale tenendosi fuori del Castello dietro la fossa e rientrando per porta Montanara.

Il fieno era divenuto tanto scarso, che la soldatesca tentava di tagliare il grano verde. La Comunità, per riparare ad un tale eccesso, fece fare un conferimento a tutti i villani dalle loro teggie e fienili. Se ne raccolse abbastanza e così fu quietato anche questo rumore. Poi l’armata partì il giovedì e venerdì seguente alla volta di Bologna.

Il 26 Francesco Lapi cameriere maggiore del Reggimento reale spagnolo, si ammalò gravemente, morì e fu sepolto decorosamente nella parrocchiale trovandosi ancor qui il Colonnello Besler di Legazione Elvezia.

La truppa accennata oltrepassando Bologna, passò nel modenese e si accampò in vari luoghi vicino al Panaro con l’intenzione poi di passarlo. Ma non poté a causa dell’armata tedesca e savojarda che la teneva impegnata con scorrerie e colpi dell’artiglieria che aveva piantata in riva al fiume. L’armata spagnola dovette rispedire alla volta del bolognese il suo miglior bagaglio guardato da parecchia truppa.  Ritornandosene verso la Romagna il 14 giugno giunsero a Castel S. Pietro inseguiti dai tedeschi e la notte seguente partirono per la Romagna arrivando fino a Rimini.

Il 16 giugno fra le ore 21 e 22 cadde una saetta nel piccolo campanile di questi nostri cappuccini che, penetrando nel coro, schiantò la chiave di ferro che teneva legati i muri e poi, passando nella chiesa, strisciò attorno al bel quadro dell’altare maggiore, opera di Lucio Massari, che patì molto per il fumo. Lambì tutto l’oro della cornice, maltrattò le scafette dell’altare, il tabernacolo e finalmente si perse sotterra presso il palio dell’altare in cornu epistolae.

Intanto fu presa la fortezza di Mordano e poi quella della Mirandola[45] dai savojardi e dai tedeschi essendo generalissimo delle due armate il Re sardo Duca di Savoja[46] e Traun generale della armata tedesca.

Per il secondo semestre entrò Consolo Francesco Antonio Vanti.  In questo tempo la Comunità di continuo doveva comandare i poveri contadini del nostro comune a condurre, con i carri e il loro bestiame, i bagagli dei soldati. La Comunità, commiserando la loro condizione, ricorse al Legato ed alla Assonteria di Governo per avere la facoltà di comprare sei carri con un paio di buoi per ogni carro e di usarli al bisogno. Aderì l’uno e l’altra all’istanza e si spese per ciò la somma di 2.447 lire e 10 soldi, monete de Bologna. La Comunità li usò per le correnti contingenze e così sollevò i suoi contadini.

Udita la presa delle su dette fortezze un distaccamento di spagnoli, che si era fortificato a Bondeno verso il ferrarese, passò il Panaro, si ritirò per non essere preso in mezzo dalle due armate nemiche e fuggì ad Argenta. Tedeschi, ussari, croati e savojardi si misero al loro inseguimento. Una parte di usseri e croati li inseguì per le parti di Argenta e i tedeschi con gli altri alleati, che erano 40 mila, li inseguirono per la parte di Bologna divisi in due colonne. La prima composta dall’armata savojarda, preceduta dal Re sardo, giunse a Castel S. Pietro il 30 luglio e alloggiò in questo palazzo Locatelli. Aveva con sé una bellissima e numerosa artiglieria, che fu distesa fuori di detto palazzo sulla sponda della fossa a levante del Castello.

Partirono sul far del giorno 31 col Re alla volta d’Imola. Appena partiti, giunse a C. S. Pietro su le ore 12 italiane, l’armata tedesca preceduta dal Conte Traun, composta di 33 mila combattenti ussari e croati. Abitò pure lui nel Palazzo Locatelli, stette qui fino al 7 agosto poi partì per Imola.

 Nel tempo che passavano queste due armate si vendette il vino a Castel S. Pietro 13 lire la corba.  I soldati, finché stettero qui, molestarono e rubarono ai poveri contadini, facendo gran danno alle campagne.

Il 7 agosto passò l’artiglieria maggiore col seguito di molti carri di munizioni da guerra. Il bagaglio ed il seguito di carriaggi e muli che avevano gli spagnoli fu assai abbondante e meraviglioso per quantità e ricchezza, ma con tutto ciò fu superata da quello dei tedeschi e dei savojardi.

Venerdì 17 agosto cominciarono a ritornare indietro le truppe savojarde che, con le tedesche erano avanzate fino a Rimini per inseguire gli spagnoli che si erano fortificati intorno a quella città e che abbandonarono dopo qualche giorno. I tedeschi con i savojardi ritornarono da queste parti e, saltato il nostro Borgo, si accamparono all’Osteria Grande verso Bologna cioè alla Quaderna.

Il giorno seguente 18 ritornò indietro la artiglieria maggiore e si fermò a Castel S. Pietro con le truppe savojarde e piemontesi per riposare. Intanto giunse l’artiglieria piccola e il 21 giunsero altre truppe savojarde che stettero accampate fuori del Castello fino al 23. In questo giorno arrivò il Re sardo con altre truppe e, dopo avere pernottato nel palazzo Locatelli, se ne partì per Bologna. Giunsero poi truppe dal Piemonte che riposarono qui fino al sabato.

La domenica seguente, 26 agosto, giunse il generale Traun con parte della sua truppa ed alloggiò nel palazzo Locatelli, partì il giorno seguente per Bologna. Dopo la sua partenza arrivò il resto della truppa tedesca, cioè croati ed ussari a cavallo che restarono qui fino al mercoledì mattina.

Questo ritorno dei tedeschi recò gran danno ai contadini nella campagna e commisero molti mali nel Castello.

Domenica 16 settembre, non ostante il passaggio di queste truppe, i frati di S. Bartolomeo fecero la processione con la statua di S. Nicola per il Castello e il Borgo con la sola compagnia del Suffragio e del SS.mo.

Il 17 settembre morì in patria Taddeo Stialti. Lasciò un unico figlio maschio di nome di Giuseppe che, per essere di tenera età, andò presso lo zio paterno D. Francesco Stialti arciprete di Calcara, uomo dotto e dabbene che in quel paese si fece molto amare. Infatti ricostruì quasi tutta la canonica e la chiesa e stette fino alla morte col nipote che ora ha piantato casa a Bologna. Castel S. Pietro ha perduto questa famiglia antica e di buon nome.

Il primo di ottobre giunsero in questo luogo 3 mila croati ed ussari a cavallo venuti dal modenese, si accamparono tutti fuori dall’abitato ed il giorno seguente andarono ad Imola.

 Il giorno 7 ottobre, domenica del Rosario, giunsero 150 usseri, distaccamento dei suddetti 3 mila, i quali ritornavano indietro da Faenza avendo veduto là gli spagnoli. La mattina seguente andarono a Bologna e i tremila scesero verso Lugo.

Fintanto che si operavano questi movimenti militari, fu revocato dalla condotta militare il generale Conte di Montemar con altri ufficiali spagnoli.

Il giorno 12 ottobre, verso le ore 22 circa, giunsero a Castel S. Pietro dei fanti e cavalieri spagnoli e dei micheletti che venivano da Imola, ritornando da dove erano fuggiti. Si fermarono tutto il giorno seguente e la mattina del 15 partirono. Il giorno seguente, 14 ottobre, sulle ore 17, giunse il grosso dell’armata composta di 12 mila combattenti fra cavalieri e fanti. Tutta questa truppa stette entro il Castello e Borgo e poi partì.

 Il giorno dopo venne altra truppa spagnola che, passando per il Borgo, andò una parte verso l’Osteria Grande e una parte si fermò fuori dell’abitato. Questo fu causa motivo di grande confusione. Il suo Generale era il Principe Giovan Battista de Gages[47] del reggimento Regina, succeduto al Conte di Montemar. Egli entrò a Castello ed abitò nel palazzo Malvezzi, poi partì il giorno seguente per Bologna ove stette fino al 6 dicembre. In quel giorno giunsero a Castel S. Pietro 480 cavalli con molti muli carichi di bagaglio e robe, partirono la mattina seguente per dare il posto ad altri 456 cavalli spagnoli che poi stettero in questo paese tutto l’inverno.

Per questa occasione si chiusero alla porta inferiore del Castello i rastelli con le sentinelle e nel Borgo, tanto nell’ingresso a levante al Portone, quanto a ponente all’ultimo portico, si misero le sentinelle. La via Maggiore entro il Castello, a causa del gran passaggio di ordigni, carriaggi, carri, birocce ecc., si era rovinata in maniera tale che nel brutto tempo era impraticabile. Fu fatto ricorso al Governo di Bologna, che provvide subito a farla selciare.  A questo scopo fatto un elenco dei padroni di case fronteggianti per obbligarli alla paga delle maestranze mentre il materiale fu concesso gratis dalla Comunità. L’elenco fu ultimato sulla fine di novembre.  Entro quel mese morì M. Annunziata Cavazza sorella di me Ercole Cavazza, scrittore delle presenti memorie.

Non bastarono i disturbi militari alla mia famiglia, la perdita avuta dell’avo Pier Antonio Cavazza, le liti civili a motivo di confini e scoli di chiaviche con la famiglia Lugatti, che vi si aggiunse questa amarezza, che diede l’ultimo tracollo al mio genitore, che poco dopo finì anch’esso la vita.

Fu estratto Consolo per il primo semestre Domenico Gordini e Podestà Cesare Marsigli per tutto l’anno presente 1743. L’uno e l’altro accettarono la carica.

 Sotto il Governo di questi due soggetti, qui stava svernando la armata grossa spagnola sia a piedi che a cavallo. Stavano sotto i portici del Castello e del Borgo, protetti dalla parte della strada da pioggia, neve e venti con dei teli.  La popolazione doveva camminare allo scoperto e in mezzo alla strada.

Il 6 gennaio, in meno di 5 giorni, morì Francesco Cavazza in età di 55 anni, padre di me Ercole Cavazza, scrittore di questa memoria.

Fu uomo che per la sua arguzia, prontezza di rispetto, coraggio e disponibilità a buon conversare con persone di ogni grado, provocò dispiacere a tutto il paese. Fu bravissimo cacciatore e perciò amico delle principali case nobili di Bologna, ed aveva corrispondenze con case prelatizie romane perché allevava animali selvatici di qualsivoglia specie e degli speciali uccelli da canto. Tenne, finché visse, qualunque strumento atto alla cacciagione sia di volatili che di quadrupedi. Fu egli il terzo di questo nome nella mia casa, era chierico minore ed in conseguenza pratico della lingua latina. Fece i suoi studi nel Collegio Seminario d’Imola, fu amato da quel prelato vescovo, che lo aveva in tale considerazione che voleva ammogliarlo con una figlia naturale del Card. Aceronboni, ma egli fu sempre ritroso, preferendo lo jungo pares. Fu sepolto nella chiesa di S. Bartolomeo. Lasciò la moglie Remigia Graffi, donna di eguale pensare, a cui fu appoggiata tutta la cura e tutela dei due figli, me Ercole e Rosa.

 Per il gran freddo morirono molti dei soldati spagnoli che qui svernarono, sotto il comando del Principe di Gages, alloggiato in palazzo Malvezzi.

Il 31 arrivò l’ordine di marcia agli spagnoli, onde andarono tutti a Bologna. Li seguirono quelli che erano a Imola con parte della fanteria che, arrivata alla Marescotta, ebbe l’ordine di ritornare indietro a Castel S. Pietro.

 La prima notte stettero tutti nel Borgo e la mattina seguente furono distribuiti dalla Comunità anche entro il Castello nelle case degli abitanti. Questi spagnoli prima di partire lasciarono tutta la loro roba nelle case ove erano alloggiati perché pensavano di andare in battaglia.

Venerdì 8 febbraio su le ore 20, si sentirono delle cannonate indicanti la battaglia che seguì tra fino alle 3 di notte. Il combattimento fu sanguinoso e gli spagnoli furono costretti a passare al di qua del Panaro di cui tagliarono i ponti per non essere inseguiti dai nemici.

Il numero dei morti fu maggiore per gli spagnoli che per i tedeschi, avendo i primi abbandonato il campo e lasciati molti prigionieri. La sera del giorno seguente, 9 febbraio, giunse a Castel S. Pietro un ferito dal campo, che portò varie notizie e la mattina dopo partì per Imola. Gli spagnoli che si erano avviati verso Bologna furono costretti a ritornare a Castel S. Pietro ed Imola.

Lunedì 11 marzo un picchetto di micheletti spagnoli, arrivati la domenica sera, sul mezzogiorno fecero prigionieri Don Carlo Bolis, suo fratello Giovanni col figlio Giuseppe, per ordine qui portato al Generale Gages.

 La sera stessa questi furono condotti in carcere ad Imola. Don Carlo fu trattenuto per un giorno qui nel palazzo Malvezzi. La stessa mattina il Generale lo fece guardare con due sentinelle per l’arrivo di un nuovo Inviato che era parente del Card. Alberoni legato di Bologna.

 Il giovedì seguente, 14 marzo, il medesimo Inviato fece fermare la posta che veniva da Bologna e, aperte le lettere, trovò in quelle dirette a Don Giacomo Bolis, fratello dei carcerati Don Carlo e Giovanni varie notizie di guerra riferite dallo stesso Don Giacomo, che si trovava nell’armata tedesca a Modena. Un’altra lettera era diretta ad Alessandro Alvisi detto il Mondatore da Grani, ed un’altra diretta a sua moglie Giulia Mansani, che abitavano nella stessa casa di Bolis in Borgo e vicino alla abitazione degli stessi Bolis.

Fu perciò in seguito circondata questa abitazione dai micheletti ove era solo la detta Giulia, mentre il marito da scaltro era fuggito alla chiesa di questi Padri Cappuccini. Il giorno seguente lo stesso inviato con alcuni micheletti si portò al convento ove si era rifugiato l’Alvisi e lo fecero levare di chiesa, lo arrestarono e lo condussero nel Corpo di Guardia che si trovava davanti al palazzo Malvezzi.

La domenica seguente l’Inviato fece fermare le lettere al corriere della posta e ne trattenne varie. Quindi si fece il processo nel quale l’Alvisi confessò apertamente il fatto.

Si scopri che Don Carlo aveva mandato una lettera a Don Giacomo concernente gli affari di guerra. Questa, scritta da un figlio di Alessandro di circa dieci anni, era diretta a Modena nel tempo che la truppa spagnola era partita da Castel S. Pietro per la guerra agli austro-piemontesi. In questa lettera si avvisava della loro improvvisa partenza. Quindi era provato il fatto che i suddetti Don Carlo, Don Giacomo e l’Alvisi erano spioni che avvisavano di tutto il Campo tedesco.

Il giorno 16, vigilia di S. Giuseppe, venne l’ordine di dare il guasto ai beni di Don Bolis che erano la Panzacchia e la Pelegrina con altri terreni posti nel comune di Castel S. Pietro ed anche di saccheggiare la loro casa e poi spianarla. Questa casa era posta nella via Maggiore del Borgo ed è quella che forma penisola contro la strada che va alla chiesa di S. Pietro e col suo portico eccede la linea del porticato superiore dei Landi.

Venuto il giorno di S. Giuseppe i soldati spagnoli andarono a tagliare gli alberi e le viti alla Panzacchia, a pascolare con i cavalli ed altre bestie nei grani e a devastare tutto quel fondo. Fecero lo stesso al fondo Pellegrina e durarono tre giorni a lavorare per questo guasto. Fece compassione vedere così maltrattati quei fondi ben alberati. La demolizione e guasto della casa fu sospeso e ritirato l’ordine perché i Bolis pagarono alla truppa tutto il pane e vino che abbisognò ai soldati guastatori per tutto il tempo del devastamento.

In questa circostanza è da notare che il giorno che vennero i micheletti a fare prigionieri i Bolis, Don Giacomo Bolis era venuto coraggiosamente a Castel S. Pietro ad esplorare i movimenti spagnoli travestito da ussaro con mustacchi al viso, berrettone in testa e scimitarra al fianco. Stette nascosto nel convento di questi cappuccini fino al lunedì e mentre imprigionavano i fratelli e il nipote se ne fuggì al campo tedesco.

In tale occasione furono aperte tutte le casse, gli armadi e gli altri forzieri dei Bolis, levati tutti i danari che c’erano, ogni manoscritto e quant’altro parve utile, mettendo il tutto sottosopra.

Il 28 il Comandante Ajeta partì da Castel S. Pietro per Bologna con un distaccamento di soldati ed alcuni capitani, lasciando però qui il bagaglio.

 Il 24 marzo vennero delle truppe dal campo spagnolo con molti feriti e malati che il 26 furono tutti spediti in Romagna.

Rimase a Castel S. Pietro solo il Generale Gages nel palazzo Malvezzi ed il Generale Sevesi, le loro truppe si attendarono nelle vicine campagne, anche sopra i seminati, recando non poco danno. La mattina del 27 partì questa truppa per Imola e si condusse con sé Don Carlo e Giuseppe Bolis, zio e nipote, ed anche Alessandro Alvisi, lasciando in libertà sua moglie Giulia Mangani.

La mattina del 28 d giunse a Castel S. Pietro un distaccamento di 30 micheletti del Reggimento Regina poi la sera andarono in Romagna.

Non tardò molto ad inseguirli la truppa tedesca, infatti la sera del 30 giunsero 600 militari tedeschi fra ussari, schiavoni e croati a cavallo, tutta gente cattiva. Qui si fermarono una giornata e partirono il primo aprile per la Romagna.

Le consuete funzioni della chiesa mai si tralasciarono né in pubblico, né in privato quantunque spesso qui ci fossero le truppe. L’ultimo giorno di marzo, domenica di Passione si tenne la solita festa del Cristo non velato nel nuovo oratorio, si tralasciò solo la processione per il Borgo e il Castello per non dar campo alla licenza dei cattivi soldati di commettere furti, vandalismi e tanti altri mali nelle case e nella campagna durante tali funzioni. Si diede solo la benedizione con la S. Immagine sulla porta della chiesa.

Il 7 maggio, a causa di una donna, fu ucciso nella via romana Bonafede Bonetti di questo Castello da Giorgio Foschi e Giacomo Andrini. L’omicidio fu eseguito davanti alla possessione Marazzo.

Il 18 si fece la consueta Rogazione colla S. Immagine di Poggio. La Compagnia del SS.mo andò a prenderla in forma e così furono solennizzate il 20, 21, 22 maggio con immenso popolo.

Essendo morto il Notaio Giovan Battista Dalla Valle, uno del Corpo comunicativo, chiesero il suo posto Lorenzo Graffi e Domenico Ronchi, questi fu escluso ed accettato il Graffi, che entrò immediatamente in Consiglio.

Estratto Consolo Lorenzo Conti il 24 giugno prese il possesso il primo luglio.

Essendo molto decadute le bestie, che per comando avevano servito le truppe, furono vendute all’incanto, sopra di esse vi fu una perdita di 1020 lire che fu messa in comparto ai soli contadini del nostro territorio di Castel S. Pietro a ragione del Corbatico di sementazione in parte rusticale, giacché dovevano essi fornire le loro bestie, servizio dal quale furono esentati.

Il 27 agosto venne a Castel S. Pietro un distaccamento di 30 ussari tedeschi che si accamparono presso il ponte del Sillaro, del canale sopra la via romana ed all’inizio della via per Castel Guelfo presso la celletta di M.V. di Loreto detto la Madonnina di Carnona.  Fecero il Corpo di Guardia nella vicina casa rustica abitata da certo Domenico Molinari, uomo assai pingue, d’onde perciò fu detto per soprannome Carnona cioè carne grossa. Era però uomo dabbene e devoto di questa S. Immagine, davanti la quale ogni sabato sera vi faceva ardere un piccolo lumino finché lì visse.

In questa posizione di posto avanzato si accamparono questi ussari fino al giorno 6 di settembre. Aspettavano in questo posto di sequestrare le provviste destinate alla truppa spagnola. La notte stessa una parte di ussari entrarono in casa di Lorenzo Conti ove fecero una rigorosa perquisizione per vedere se trovavano qualche indizio di intelligenza con gli spagnoli, dato che lui era stato uno dei loro fornitori di biade.

Nulla trovarono, ciò non ostante lo fecero prigioniero e lo condussero al Campo con un sacco di carte.  Fu messo in libertà e tutto gli fu restituito il giorno seguente, vigilia della Madonna. Gli ussari poi partirono per Bologna.

Domenica 15 settembre dopo l’ottava della festa di S. Nicola da Tolentino, questi frati di S. Bartolomeo fecero la processione con la statua del santo per il Castello e il Borgo, senza l’intervento dell’arciprete e del clero, nel modo dell’anno scorso e così si diede stato a questa funzione che si temeva che l’arciprete volesse impedire e che in seguito non fu mai più impugnata.

Le guerre per lo più portano come conseguenza contagi ed epidemie pestilenziali. Si seppe quindi che dalla parte del veneziano si era scoperta la peste e che faceva strage nelle persone.  A Messina si era propagata anche fuori da quella città.

Sua Santità Benedetto XIV perciò mandò grandi indulgenze per suoi Stati. Fece ciò specialmente nel bolognese ammettendo ai Tesori di S. Chiesa tutti quelli che, confessati e comunicati, fossero intervenuti ad una di quelle processioni che fossero state ordinate dal vicario ecclesiastico. In seguito di ciò il giorno 22 settembre fu decisa per Castel S. Pietro questa devozione. Fu eseguita con la massima pietà dal clero secolare, regolare, Corpo comunicativo e tutte le compagnie. Tutte le corporazioni portarono, in vece degli stendardi, un grande Cristo inalberato con la palma in cima alla croce. Andarono tutte queste Corporazioni in forma cappata alla visita delle sette chiese del paese cantando con voce lugubre il salmo Miserere.

Il 2 ottobre, prima domenica del mese, venne a Castel S. Pietro un commissario tedesco con un aiutante per fare il lunedì seguente provviste di grani ed altri generi per l’armata austriaca, che doveva arrivare a momenti.

Ordinò la Tappa e, dopo avere fatto la provvista in buona quantità di biada, ordinò i foraggi e dispose gli alloggiamenti. Il giorno seguente, 3 ottobre, giunse uno squadrone da Bologna di 500 schiavoni a piedi, che stettero qui in Castello e Borgo fino al giorno 12 nel quale, benché piovesse fortemente, partirono per la Romagna. Sloggiati questi, venne il giorno 19, una gran parte dell’armata tedesca col generale Ludocovix[48] col segretario della regina sig. Martin Pagative. Qui si fermarono la sola notte e la mattina seguente, 20 ottobre, partirono per Imola.

Appena partiti arrivò altra truppa tedesca ed alloggiò parte nel Borgo e parte nel Castello, mentre tutta l’armata tedesca era sparsa fino a Bologna causando parecchia confusione.

Nei conventi, nelle sagrestie e nelle case si pregava e in due giorni furono 20 mila le persone che qui si fermarono.

Dalla metà di questo mese fino al 7 marzo 1744, passarono sempre reclute tedesche ora di un reggimento, ora di un altro, che andavano ad unirsi ad altre truppe nella Romagna.

 Ma poiché, dopo la battaglia, erano stanchi di guerreggiare, si susseguivano molte diserzioni. Per mettere riparo a questo, che qui era favorito dalla presenza di molte boscaglie, fu creata una truppa volante, a cui fu dato il nome di Guardia Franca. Il suo compito era di fermare ed arrestare i disertori e consegnarli alla autorità militare. Questa Guardia non aveva altro distintivo che la coccarda nel capello di quel Sovrano sotto cui si era ingaggiata. Prendeva il soldo come i militari e quando era alla ricerca di un soldato disertore, agiva con fucile e pistola e senza uniforme. Gli arrestati venivano consegnati al proprio reggimento. Si muovevano ad uso di pattuglia, ora cinque ora sei ed ora sette uomini e non di più. Godevano di privilegi, erano assai rispettati ed avevano un proprio capo.

A Castel S. Pietro si formò la prima, capo della quale fu Giorgio Foschi e gli fu dato il nome di Caporale. Era giovine agile e ben colorito, pronto ad ogni destrezza, arruolò i seguenti giovinastri, Antonio Quartieri detto Cardelino, Omobono Varani, Giacomo Marchesi detto l’Erede, Domenico Andrini detto Taglialopiano, Giovanni Neri detto Tassone, Paolo Ragni detto Boletta e Giacomo Andrini che poi fuggì a Modena per l’accennato omicidio di Bonafede Bonetti.

 A questo gruppo se ne aggregarono altri, che formarono un altro corpo, dei quali a suo luogo se ne dirà. I componenti di questi gruppi erano chiamati anche cacciatori. Durante la guerra furono ardimentosi in modo che non vi era occasione militare che non intervenissero ed arrischiassero la vita, così alquanti di essi poco dopo si arruolarono nella truppa di linea.

Contemporaneamente altri paesani, imitandoli ed alettati dalla attività militare, si assoldarono in diversi reggimenti.

 Morì in quest’anno Francesco Mondini, uomo di molta reputazione e stima quindi nel consiglio Comunitativo restò vacante anche il suo posto di segretario.

Giunto l’anno 1744 cominciò il suo consolato Giacomo Bertuzzi e fu Podestà in tutto l’anno Maria Francesco Melchiorre figlio del senatore Girolamo Guastavillani. Poiché poi il Bertuzzi non poteva attendere ai compiti del consolato e nello stesso tempo alla giusdicenza del paese essendo notaio, fece esercitare il suo officio di Consolo al Cap. Francesco Vanti con la cessione del proprio onorario.

Il 6 gennaio al posto del defunto Francesco Maria Mondini, subentrò il suo primogenito Vincenzo Maria.

La Compagnia del tedesco Conte Sinler del reggimento di fanti del conte ungherese Enrico Daun, che era acquartierato a Castello, fece non pochi danni alla campagna per procurare la legna usata per scaldare i soldati.  Diversi di questi morirono come si può ricavare dal Lib. mortuor. della parrocchiale. Morì in questo tempo pure Pier Lazzaro Gattia, campanaro ed orologiere della Comunità. Dopo tale morte sarebbe stato diritto della Comunità nominare il nuovo addetto, ma l’arciprete pretese di nominarlo lui, senza presentarne una terna alla Comunità e quindi nominò Sebastiano Menarini.

La Comunità replicò al parroco che, essendo l’orologio della popolazione, come la campana nel campanile, intendeva ella, come rappresentante il popolo, procedere alla nomina, conforme il consueto. Tale risposta non piacque all’arciprete, e la Comunità fu costretta a mandare il suo donzello a caricare l’orologio che esisteva in una piccola torretta posta nell’angolo della facciata della chiesa sopra il cimitero.

L’arciprete contrariato da questa decisione fece chiudere la porta al campanile, da cui si saliva alla torretta dell’orologio, quindi il paese stette per tre settimane senza sentire le ore. La Comunità ricorse al vescovato affinché provvedesse. 

Alla metà di febbraio si cominciò a vedere nel cielo dalla parte di levante un’altra stella cometa, che aveva una lunghissima coda che, a nostra vista, sembrava lunga dieci pertiche. Faceva più orrore dell’altra, era rivolta verso la Romagna, cominciava a nascere a mezz’ora di notte e poi cadeva e si dileguava a ponente a mezzanotte. Durò un mese e mezzo circa a farsi vedere[49].

Il 26 febbraio Giuseppe Rinaldi fu Giovanni, e non Domenico come per errore è stato posto nella lapide, morì in questa sua patria, non ebbe passione alcuna ed in esso si estinse il suo ricco casato. Fu molto dedito sia alla sua professione di farmacologo che di chirurgo, accompagnato da una grande carità verso i giovani. Fu grandissimo benefattore della sua Compagnia del SS.mo alla quale lasciò nel suo ultimo testamento tre morelli di terreno. Perciò gli fu fatta una iscrizione dal segretario Alessandro Fabbri suo congiunto ed amico, che fu incastrata nell’oratorio.

Finalmente il 7 marzo alle ore 15 l’armata tedesca, che aveva qui svernato se ne partì verso la Romagna alla volta di Velletri ove era il Re di Napoli con la sua armata.

La domenica precedente alle Rogazioni, giunse da Bologna a Castel S. Pietro una truppa di 1.600 uomini armati detti Alicani, che subito partirono ed andarono ad unirsi all’armata austriaca. Dopo due giorni arrivò un’altra truppa di 1500 Alicani, tutta cavalleria, che si unirono agli altri incamminandosi per Velletri ove fecero in quelle parti varie scaramucce fino al principio di novembre.

Questo cimitero parrocchiale era mal protetto essendo caduto il muro e non avendo alcun recinto neppure una siepe.  Quindi si pensò di farlo nuovamente recintare e chiudere. I provvedimenti che si presero furono di ricorrere alla Comunità ed al Commendatore di Malta, possidenti vicini. Né l’uno, né l’altra si ritirarono dal concorrere alla spesa, si cominciarono perciò a fare provviste di materiali.

Il 24 giugno fu estratto Consolo per il secondo semestre Giuseppe Rinaldi, che però era defunto. Prese il suo ufficio il proconsolo Giacomo Bertuzzi.

Mercoledì primo luglio ad un’ora di notte vennero a Castel S. Pietro il senatore Bertozzi, il sen. Orsi con molti nobili e cavalleggeri per incontrare il nuovo Legato Giorgio Doria. La mattina seguente andarono tutti in forma ai nostri confini, ove era stato preparato il solito albergo. Qui arrivato, e fatte le solite cerimonie, fu introdotto al Castello e condotto al palazzo Locatelli ove fu banchettato, poi alle ore 19 partì per Bologna.

Nel mese di agosto in questa città prese la laurea dottorale in filosofia e medicina l’egregio giovine Giacomo di Lorenzo Conti. Per essere figlio di un comunista, la pubblica Rappresentanza gli espresse il suo giubilo con una poesia stampata.

Il 22 ottobre si cominciò a porre mano alla costruzione del recinto al cimitero.  Il muro per tutta la lunghezza fronteggiante la strada che porta a piazza Saragozza, ora piazza di S. Francesco, fu fatto a spese della Commenda di S. Giovanni Battista detta della Masone. Questa in occasione di questo lavoro, piantato sopra i fondamenti di un altro antico muro, ne riaffermò la proprietà già da essa avuta ab immemorabile.  In segno ciò vi fece collocare negli angoli e nel mezzo lo stemma commendatizio inciso, rappresentante la croce a otto punte, così pure fece innalzare sopra i due angoli una simile croce di ferro.

 Per l’altro muro di faccia alla strada ove è l’ingresso del Cimitero, fece tutta la spesa la Comunità. Perché non fosse gravata la popolazione, la Comunità, ossia i 12 individui componenti la stessa, si assunse l’onere della spesa cedendo l’onorario di Consolo, che era di scudi sei per ciascuno e così la Comunità rimase in possesso dei suoi diritti.

Si era rotta la campana maggiore dei frati di S. Bartolomeo, furono perciò rifatte tutte e tre per accompagnare il suono. Era Priore il Pare Giuseppe dalla Valle, che fu poi confermato per un altro triennio. La spesa di queste campane fu fatta per la maggior parte con   le sovvenzioni delle due Compagnie del Suffragio e della Cintura, erette nella chiesa di questi frati, come si legge nell’orlo della campana.

La armata austriaca si era infine radunata nelle vicinanze di Velletri. Gli Alicani e i Croati facevano in quella zona scorrerie e scaramucce a cavallo contro gli spagnoli. Una notte in novembre riuscì a questi di forzare le porte della città, riuscirono ad entrare e poi cominciarono ad introdursi altri tedeschi. Cominciò così una furiosa battaglia[50].

Il Re di Napoli, il Generale degli spagnoli ed il Duca di Modena[51], qui pernottavano placidamente, non temendo un tale fatto. Furono svegliati all’improvviso ma poi ebbero la fortuna di riuscire a fuggire travestiti. Questo perché gli alicani si perdettero a saccheggiare. Tardò poi ad arrivare la cavalleria austriaca in loro aiuto e così dovettero ritirarsi per non essere tutti sacrificati dalla moltitudine degli spagnoli che stavano reagendo.

Successe quindi, che avanzandosi la stagione, ritornarono indietro gli austriaci e fu avvisato che avrebbero in gran parte svernato nel bolognese e in Romagna. Infatti l’8 dicembre cominciarono ad arrivare a Castel S. Pietro delle truppe ed il 13 arrivò l’ultimo reggimento condotto dal Generale Marulli, che stette qui fino al 23 marzo 1745, avendo con sé parte della artiglieria guardata dal tenente Pajot ed altri artiglieri.

Il 27 dicembre fu estratto Consolo per prossimo semestre Sante Alberici che si era stabilito a Bologna, fu ricercato dalla Comunità perché rimpatriasse per compiere il suo incarico, oppure rinunciasse totalmente al posto di consigliere.

Rifiutò la rinuncia, anzi promise il suo ritorno e non acconsentì che si procedesse ad altra estrazione. La Comunità ricorse contro esso perché eseguisse i suoi doveri. A questo punto rinunciò liberamente alla carica di Consolo ed al posto di pubblico rappresentante.

 A causa dei patimenti subiti dai poveri soldati nelle passate azioni militari, molti qui si ammalarono, per cui si temeva una influenza e molti andarono al sepolcro e così si chiuse l’anno 1744.

1745 – 1749. Sacrilegio dell’eucarestia e intervento miracoloso della madonna. Fatto dell’ingaggiatore spagnolo. Paesani al servizio di vari eserciti, loro azioni. Missioni e prediche straordinarie di padre Leonardo. Storia di Agostino Torri detto Pilito. Decisione di usare sala per teatro. Esibizione giovani dilettanti del paese. Storia del miracoloso crocefisso. Compagnia del Rosario eretta ad arciconfraternita.

Avvenuta dunque la rinuncia di Sante Alberici fu estratto Consolo Francesco Dall’Oppio, recente comunista e già primo cameriere del defunto Principe Galeotto Pichi ed assunse la sua carica. Podestà fu il Conte Lodovico Bonfiglioli.

 Lunedì 4 gennaio nel campo della Baruffa, fuori di porta Montanara, di fianco alla pubblica strada che porta alla fontana della Fegatella, furono fucilati un cannoniere e un disertore, tedeschi del reggimento Marulli.

Questi poveri sventurati furono i primi arrestati dalla nostra Guardia Franca di Castel S. Pietro nello scorso anno. Per tale arresto furono premiati dal Generale. Per questo successo la Guardia condotta del caporale Giorgio Foschi si fece più ardimentosa. Lo stesso Foschi cominciò a crescere di grado, quindi si fece nominare capo squadra. Ebbe in conseguenza altri volontari del paese, fino al numero di diciotto fra i quali Antonio Varani, Giacomo Costa, Giovanni Neri detto Tassone, Domenico Passarini, Francesco Paderna detto Scanadiavolo, Antonio Camaggi detto Balatrone, Giovanni Castellari detto Mariotto e Giovanni Moretti detto Bellapunta, Giuseppe Tomba detto Pantello, con altri pezzi di carne umana cattiva.

Non passava giorno che costoro non avessero qualche novità. Avuta notizia che stavano fuggendo quattro soldati dal reggimento Marulli verso la nostra pianura, tenendo la via di Castel Guelfo, i su detti Pantello, Balatrone, Scanadiavolo con Bellapunta, armati di sola sciabola, si misero ad inseguirli.  Li raggiunsero alla Torre del Gaggio e tentarono di prenderli, ma non fu semplice essendo tutti armati egualmente di arma bianca e così due disertori riuscirono a fuggire.

Bloccati gli altri due nella casa della possessione, due della Guardia Franca vennero a Castel S. Pietro a prendere rinforzi. Intanto, essendo le forze eguali, i prigionieri riuscirono a fuggire e prendere la via di Romagna. Salirono fino alla via romana, giungendo alla via de’ Confini e si incamminarono verso la Toscanella. Qui furono raggiunti da Giorgio Toschi, Omobono Varani, Giovanni Neri Tassone e altri che li affrontarono per fermarli. I disertori dovettero cedere al maggior numero, tanto più che Tassone ne aveva ferito uno con una archibugiata. Così fermati furono condotti a Castel S. Pietro, di dove poi furono spediti a Modena.

 Furono questi poveretti svaligiati di tutto dalla Guardia, la quale oltre il bottino si divise 7 scudi avuti per ciascuno degli arrestati, che tale era la legge ed il premio.

Questo fatto avvenne nell’aprile mentre che la truppa austriaca partiva per Bologna dopo il 7 di aprile.

Il giorno 9 arrivò impensatamente a Castel S. Pietro l’avanguardia della cavalleria spagnola accompagnata dai micheletti. La retroguardia degli austriaci era composta da alquanti ussari e croati, i quali per la loro temerarietà non erano voluti partire e stavano facendo caricare in questo borgo le ultime provviste per non lasciarle agli spagnoli. Questi ussari e croati furono colti di sorpresa dai micheletti. Si accese una spietata baruffa fra loro, gli austriaci fuggirono ma furono inseguiti per l due miglia fino alla Masone, dove rimasero prigionieri in 48 fra sani e feriti, senza contare i morti che furono 40. Tra gli spagnoli ci fu un solo morto e pochi feriti perché i micheletti con rapidità presero i posti lungo la strada e le siepi, così questa retroguardia austriaca fu dispersa e privata delle biade che voleva portare via.

I prigionieri austriaci furono subito condotti a Castello e furono schierati nella pubblica piazza a sedere sopra un lungo muricciolo che esisteva parallelo alla strada maggiore, di cui se ne vedono ora solo i fondamenti. Produssero questi sventurati molto orrore alla nostra popolazione, poiché si vedeva chi senza un braccio, chi una gamba rotta, chi ambedue le braccia, chi le mani e chi colpito alla testa e tutti grondanti sangue.

Fu una fortuna che la truppa spagnola fosse stata lenta ad arrivare qua, poiché se fosse arrivata un’ora prima in questo luogo avveniva una sanguinosa battaglia. Successivamente arrivarono 7.000 spagnoli fra fanti e cavalieri.

La truppa tedesca, aveva svernato in questo posto e poi, prevedendo l’arrivo degli spagnoli, aveva sprovvisto il paese di tutti i foraggi possibili, perché il nemico non avesse sussistenza. La popolazione e tutto il paese per ciò si trovava in gravissimo pericolo. la Pubblica Rappresentanza per riparare ad un disordine funesto, spedì il suo Massaro con gli Esecutori a prendere nota in fretta del quantitativo di fieni e strami di ogni sorta presenti nel comune.

 Il 22 dopo essere passate varie reclute spagnole, ritornò a ripassare indietro in questo Borgo tutta la artiglieria spagnola e andò ad Imola con molti carri di feriti e di munizioni di guerra.

5oo ussari tedeschi a cavallo li inseguirono per varie strade fino a Castel Bolognese.

 Per la guerra passata si era rovinata la croce di questi nostri cappuccini, che era di legno, fu sostituita, come ora si vede, con un’altra di macigno il 3 maggio, giorno dedicato alla Invenzione di S. Croce. Prima di innalzarla il guardiano locale fece un erudito e dotto discorso intorno all’inalberamento delle croci. Quella in legno tolta fu la prima che qui piantarono i cappuccini allorché si stabilirono in questo luogo e contava già un secolo.

Il 9 dello stesso mese arrivò a Castel S. Pietro il Generale degli Agostiniani. Andò nel Convento, fece la solita visita, fu contento dei frati locali, poi andò in Bologna per il Capitolo in S. Giacomo.

Giovedì 6 maggio accadde un misfatto in questa arcipretale e successivamente un miracolo di Maria Vergine.  Certo Domenico Barginelli del Piemonte abitante in questo Castello, garzone da Giovanni Antonio Videtti, fornaio pubblico di pan bianco nel forno della Commenda, si portò all’altare della B. V. del Bon Gesù in questa arcipretale mentre si stava facendo la S. Comunione a diverse persone.

Qui si accostò alla S. Eucarestia superando gli altri devoti e simulando un gran fervore, prese la Santa Particola in bocca come gli altri cattolici. Poi, volendo forse commettere qualche atto sacrilego, la sputò entro il proprio fazzoletto senza che alcuno se ne accorgesse.

Dopo poco, simulato il ringraziamento, pensò di uscire di chiesa. Venuto all’atto pratico quando fu sulla porta maggiore della chiesa gli si fece contro una bella donna, lattante un tenero fanciullino, che si oppose alla sua uscita. Costui credendo essere stato visto da questa donna sputare la S. Particola, per non fare chiasso e così scoprire il suo reato, ritornò indietro e poi si trattenne un poco per aspettare che la donna se ne andasse e così potesse sicuramente uscire.

Dopo mezzo quarto d’ora tentò la sortita dalla porta laterale della chiesa, ma eccoti di nuovo la stessa donna col fanciullino che senza far parole si oppone all’uscita. Cerca di andarsene in fretta per l’altra porta, che portava nella sagrestia, dove la donna, per forza umana, non poteva assolutamente essere arrivata per la distanza e il tempo che ci voleva. Pure qui immediatamente si vide la stessa donna fronteggiarlo vietando il passo.  Si fece coraggio per uscire ma, indebolito da un tremore che tutto lo coprì, sentì, nel momento di alzare il piede sulla soglia dell’uscio, una resistenza al piede e al passo senza vedere chi impedisse la sua spinta.

Riconobbe da questi tre atti il suo enormissimo sacrilegio. Venuto in sé stesso, fece chiamare da un chierico il sacerdote custode della chiesa che era Don Luca Gordini, prete di singolarissima pietà e devozione a questa S. Immagine del Bon Gesù, che prontamente rispose alla chiamata. A lui raccontò l’accaduto cioè di non potere uscire di chiesa.

Ma perché il buon prete non era abilitato al ministero della penitenza, non volle sentire il resto del fatto, onde fu chiamato il cappellano parrocchiale Don Giuseppe Fantaguzzi. Il garzone riferì tutto l’accaduto e della particola espulsa e della resistenza avuta per uscire dalla chiesa. Restituì la particola al sacerdote, che la collocò con destrezza e senza scandalo nella pisside della cappella del Rosario. Fu poi fatta usare al sacerdote D. Sebastiano Vanti a sua insaputa.

Fu poi Interrogato il sacrilego su cosa aveva capito di questa donna e della particolarità del suo aspetto e vestito. Rispose che assomigliava tutta alla S. Immagine del Bon Gesù, anzi che credeva fermamente essere quella trasfigurata in questa bella donna che allattava il fanciullo e che lo ostacolava.  Confessò che con la particola sacramentali del suo divino figlio che aveva preso, aveva intenzione di commettere la maggiore enormità possibile, che diabolicamente gli era stata insegnata nella propria patria.

Ciò deposto in confessione, pregò il sacerdote confessore a svelare il fatto dopo che fosse partito da Castel S. Pietro, mentre già si era licenziato dal padrone Videtti per compiere la sua enormità e fuggire per non esser punito.

Volle il sacerdote assicurarsi di ciò, per non essere egli accusato di infrazione di sigillo ed a questo effetto fece confermare tutto ciò dal predetto pio sacerdote Don Luca Gordini. Divulgatosi poi, a maggior gloria di Dio, un tale fatto, crebbe la sua devozione verso la S. Immagine in modo che quotidianamente le pregava davanti e finché visse raro fu il giorno che non vi celebrasse davanti e non invitasse le persone a ricorrere a questa Santa protettrice e dispensatrice di grazie, dalla quale ognuno, che fiduciosamente vi ricorre, resta consolato.

Il capo squadra Giorgio Foschi, nel mese di giugno ebbe notizia che al ponte della Ronca sul faentino c’era un ingaggiatore spagnolo, che reclutava volontari per servizio della sua truppa. Il Foschi, con le accennate persone cioè Tassone, Varani, Bonetti, Gualtieri, Taglialopiano e Pandello, suoi fidi e coraggiosi compagni, presero il partito di portarsi là ad arrestarlo.

Quindi il 17 giugno diedero esecuzione al loro disegno. Presero con sé, come retroguardia, 17 ussari tedeschi che stavano distanti da essi un quarto di miglio ed alle volte meno secondo i luoghi. Si incamminarono poi a piedi a quel sito nel faentino. Giunti a portata del luogo, deviarono dalla via romana tanto che arrivarono di fianco all’ingaggiatore. Gli intimarono l’arresto, che egli rifiutò.

  Fu dato il segnale con un colpo di pistola agli ussari che piombarono al galoppo urlando. I reclutati si spaventarono talmente che parte fece fuoco e ma parte si diede alla fuga. Durante lo scontro fu tale l’ardore della Guardia, che l’ingaggiatore spagnolo avvilito si costituì prigioniero.

I reclutati, temendo che venisse l’armata grossa austriaca, si unirono ad altri distaccamenti spagnoli che, vedendo una così precipitosa fuga e credendo ad una falsa voce sparsa ad arte che veniva il grosso dell’armata tedesca, fuggirono fino a Rimini. Furono inseguiti dagli ussari fino ai confini di Cesena, dove erano i corpi avanzati dell’armata grossa spagnola, che era accampata a Rimini.

 Intanto l’ingaggiatore fu condotto al campo austriaco accompagnato dalla sola Guardia che oltre al plauso riportò un buon premio. I danari in possesso dell’ingaggiatore furono divisi tra i componenti la Guardia.

Dopo questo fatto il Foschi passò alla truppa di linea tedesca in qualità di caporale di una banda di italiani e tedeschi. Seguì onorevolmente l’armata e andò alla gran battaglia nella Macchia della Fajola poco distante da Velletri, che fu decisiva per la pace fra le potenze belligeranti.

 Dopo di che sloggiarono le armate d’Italia, il Foschi abbandonò con il bon servito del Generale Taun e si stabilì in Ancona l’anno 1758, dove si ammogliò bene e aprì un negozio di canape.

Estratto Consolo Alessandro Sarti il 24 giugno, entrò in carica il primo luglio. In questo tempo era divenuto vacante il posto di consigliere che era coperto da Giacomo Maria Bertuzzi, subentrò Giovanni Ventura Bertuzzi, parimenti notaio e suo congiunto col solo rescritto del Card. Legato.

Il 10 novembre morì a Ferrara il Padre Gian Francesco Castellari sacerdote cappuccino da Castel S. Pietro, molto ben considerato, che nel breve tempo in cui visse nel suo istituto, operò quello che altri in un tempo più lungo non seppero operare.  Ci risparmiamo qui di ripetere l’elogio, avendone fatta diffusa menzione nel nostro Raccolto di elogi agli Uomini e Donne di Castel S. Pietro chiari per opinione di santità.

Si cominciò nuovamente a sentire l’epidemia nei bovini, onde si replicarono ancora le precauzioni passate.

Lo spirito bellicoso e pugnace nelle persone, massime nella gioventù pronta a correre pericoli, era provocato, in questo luogo, dalle circostanze e dalle situazioni che erano in corso.

Oltre Giorgio Foschi, vi furono anche altri giovani del nostro Castello che avidi di gloria e trasportati da spirito di parte, presero le armi ed il soldo dalla Corona spagnola nel tempo stesso che il Foschi serviva l’Austria e restarono assoldati finché non terminò la guerra.

 Fra questi fu Battista Mazzanti detto volgarmente Orano, per essere stato coll’armi spagnole all’assedio e presa di quella fortezza, del quale ne parleremo a suo tempo per trattarsi di una guerra posteriore alla presente.

In questa guerra militò sotto gli stendardi spagnoli Giacomo Filippo Marchesi del nostro Castello, famiglia chiara per la sua origine ma oscura per i beni di fortuna. Questi in età di anni 17 abbandonò, la patria, la famiglia e i congiunti, con altri 2 paesani cioè Antonio Passarini e Domenico Besoli. Andarono a Cesena dove era la cavalleria leggera spagnola del Reggimento Regina, presero l’ingaggio in questa sotto il Colonnello Silva e il Capitano Marin, passarono da qui in guarnigione a Pesaro, ove dopo 15 giorni arrivò il Duca di Modena ed il Generale Gages per fare l’ammassamento dell’esercito.

 Nel mese di settembre, avendo poco distante l’armata austriaca che soggiornava in Rimini sotto il comando del generale tedesco Lobkowicz, questi principi pensarono di andare allo scontro per sconfiggerlo. Formate otto colonne di cavalleria a dodici file in formazione di battaglia, andarono alla volta di quella città tenendo la strada sopra le vicine montagne. Ma sopravennero fortissime piogge quindi, non potendo salirle come avevano previsto, ritornarono a Pesaro.

 Nel seguente novembre, cessata la pioggia arrivò l’ordine di marciare alla battaglia con 3.000 combattenti. L’avanguardia fu affidata all’aiutante Santomengo sotto cui era passato il Marchesi con i suoi colleghi Besoli e Passarini. Marciarono verso Cattolica ma giunti a mezzo miglio da quella, trovarono le avanguardie di un corpo di 2.000 ussari.

Si attaccò qui la baruffa con le sentinelle su quella strada corriera romana. Dalla parte montana calarono i micheletti e i granatieri spagnoli che attaccarono di fianco gli ussari, che già combattevano con la cavalleria spagnola. Non potendo resistere all’impeto e al fuoco spagnolo, gli austriaci dovettero abbandonare il campo. Gli spagnoli si impadronirono di tutte le vettovaglie e munizioni che potettero avere, poi inseguirono gli ussari fino al fiume Conca.  Dopo questo fatto l’esercito spagnolo ritornò a Pesaro col bottino, i feriti e i prigionieri e poi passò a Senigallia.

 In questo viaggio fu intercettato un corpo volante di 60 usseri. Gli spagnoli che erano in maggior li assalirono e li misero in fuga. Si comportò così bene il Marchesi in queste due azioni che, giunto a Loreto, fu incaricato, come capo squadra di 50 cavalieri, di condurre gli infermi, i feriti e le vettovaglie spagnole alla volta di Fermo.

Nel viaggio fu raggiunto da un eguale numero di ussari tedeschi. Scoppiò una nuova baruffa. Il Marchesi temerariamente si gettò nella mischia.  Un ussaro tedesco gli vibrò una sciabolata che gli avrebbe portata via la testa, la parò con la carabina ma fu disarcionato, non si perdette d’animo e, dato che la carabina era scarica, dette una pistolettata all’aggressore e lo uccise.

Animati i suoi colleghi e rimessosi a cavallo, proseguì con maggior ardore l’azione. Gli ussari non poterono resistere e si di diedero alla fuga, lasciandone quindici prigionieri ed alquanti morti sul campo. Le perdite degli ussari furono maggiori di quelle degli spagnoli che dopo il fatto andarono, sul far del giorno, alla città di Fermo.

Questa città era guardata da un piccolo corpo di tedeschi a protezione delle provviste. Il Marchesi chiese ai custodi l’ingresso nella città, gli fu negato, anzi gli risposero con delle archibugiate. Gli spagnoli, mandarono in aiuto un pezzo di artiglieria e, abbattuta la porta, entrarono in quella città.  Qui il Marchesi si impadronì delle provviste mentre fuggivano dalla parte opposta i tedeschi che prima della partenza diedero fuoco a tutti i foraggi e i fieni. Agli spagnoli rimasero solo le cibarie. Da qui il Marchesi passò ad Aquila con la sua truppa. Questo luogo era guardato con poche persone dal Duca Monteleoni napoletano il quale, sentendo i progressi degli spagnoli e l’avvicinamento di tutta l’armata e che già alle porte arrivava l’avanguardia Marchesi, impaurito fece aprire le carceri di quella città ed unire i condannati alla sua truppa per fare una maggior resistenza al nemico.

 Dopo ciò fece spalancare le porte e con un battaglione di napoletani, andò ad incontrare l’avanguardia che, ciò vedendo si barricò sulla strada e tenne impegnato il battaglione finché poté avere aiuto. Durò questo un giorno e mezzo osservando i nemici petto a petto, aspettando il momento di dar segno alla battaglia. Al tramonto, arrivato il rinforzo spagnolo, il Monteleoni abbandonò la città e si ritirò in un castello al monte.

Presa la città, passarono più oltre fino al ducato di Sora. Giunto a Val Montone, assieme a un corpo di 4.000 combattenti, il Marchesi attaccò 150 ussari mettendoli in fuga poi andò a Pindoli ove erano 1400 ussari e croati accampati di là del Tevere, su cui avevano fatto un ponte di barche.

Il Marchesi fece una veloce scorreria e si impadronì del ponte.  Sopraggiunse poi un corpo di 4.000 spagnoli, che si appostarono, ma vi stettero poco. Passò quindi come capo degli Stendardieri alla Fajola, ove seguì la gran battaglia nella quale, dovendo cedere al gran fuoco tedesco, l’esercito spagnolo si arrese.

Seguì in appresso la pace ed egli, avuto il ben servito di caporale degli Stendardieri, se ne tornò in patria dove finì fra non molto i suoi giorni.

L’anno che seguì 1746 fu podestà il Conte Giacomo Bolognetti e Consolo Lorenzo Graffi per la prima volta. Allo scopo di assicurare poi la salute nelle persone causato dal male che regnava nei bovini, la Comunità ordinò il 2 gennaio la visita alle bestie prima di essere macellate e si continuò per tutta la primavera.

Defunto Giuseppe Rinaldi, rimaneva vacante il suo posto di consigliere. Giovanni Alessandro Calanchi come pronipote avanzò la sua supplica al consiglio per essere sostituito al prozio. Non fu ascoltato perché non aveva l’età stabilita dalle leggi.

Fatto il Campione e la Misura della strada maggiore del Castello per essere selciata, si cominciò il lavoro.

Venuta la fine del passato semestre senza novità da rimarcare, fu estratto Consolo per la prima volta Vincenzo Mondini. Vestì la carica il primo luglio. Sotto il suo governo venerdì 8 luglio fu rotto il ciborio dell’altar maggiore nella chiesa di questi frati M.O. di S. Francesco, fu trafugata l’ostia sacrosanta ed alquante particole, senza rubare gli argenti.

Questo fatto fu di gran stupore non solo ai frati, ma anche di spavento a tutta la popolazione, tanto più che il fattaccio era accaduto di giorno sul mezzogiorno. I frati per tale misfatto fecero molte preghiere e penitenza perché fosse scoperto l’autore.

La domenica seguente fecero la esposizione del SS.mo, che stette tutto il giorno alla venerazione del popolo. La sera, dopo un breve discorso, vi fu la S. Benedizione. La domenica del 24 l’arciprete Bertuzzi fece fare anch’esso una devota processione di penitenza con l’intervento del clero secolare e regolare, del corpo della Comunità e delle compagnie le quali a capo coperto recitavano il Miserere. Andarono queste Congregazioni tutte alla visita della sette chiese. I frati francescani camminarono tutti a piedi nudi con un capestro al collo. La funzione cominciò nella parrocchiale e terminò dopo un sermone di penitenza fatto dall’arciprete e la benedizione del SS.mo eppure nulla si poté scoprire.

Ritornando a farsi sentire la epidemia nei bovini facendo strage nella Lombardia, il Papa ordinò nei suoi stati processioni di penitenza con indulgenza plenaria. In Castel S. Pietro fu eseguita il 14 agosto nel modo sopra indicato.

Essendo morto il consigliere Alessandro Sarti l’11 settembre gli subentrò il suo figlio maggiore Lorenzo col solo rescritto della Comunità senza dipendenza dal Senato.

In questo tempo cominciarono le missioni del Padre Leonardi da Porto Maurizio, stato genovese, dell’ordine dei Minori Riformati, che si dicono volgarmente dell’Osservanza o del Cavicchio, perché invece di un bottone o un uncino, per tenere chiuso il mantello sul petto, usano un piccolo bastoncino o sia bacchetto ad uso di bottone.

Queste sante missioni produssero gran profitto. Padre Leonardo era di statura piccola, ossatura grossa, canuto e di età cadente, camminava per lo più a piedi scalzi. Nelle giornate di buon tempo predicava nella pubblica piazza del Castello e nelle giornate cattive nella parrocchiale sopra di un palco che aveva davanti uno steccato per il clero secolare e regolare.

Quando saliva sul palco, attesa la sua debolezza e spossatezza di forza, doveva essere aiutato da un suo compagno di nome Padre Mario. Quando poi era sul palco non sembrava più quello di prima e superava la agilità di un giovane frate, tanto era l’ardore e lo spirito che il Signore sa somministrare.

 Tanto al principio quanto al termine cominciava con questa invocazione il suo parlare: Viva Gesù, viva Maria, Gesù misericordia e così faceva replicare al popolo. Questa giaculatoria la lasciò nella memoria del paese.

 Un giorno sì e l’altro no, prima di abbandonare il palco e terminare la sua orazione, faceva a vista di tutti la disciplina a sangue con un flagello intrecciato di frecce di ferro sulla nuda carne. In tale occasione, siccome io, scrittore di queste memorie, vestivo l’abito clericale in compagnia di altri miei coetanei e servivo nella funzione, vedevo quanto ho fin qui scritto. Prima della disciplina, per farla nell’omero sulla nuda carne, si faceva aprire l’abito dal suo compagno fino alla metà della vita, essendo tale abito stato fatto appositamente a questo scopo con tale apertura, come sono fatte le camicie degli uomini. Si batteva poi disperatamente al segno che grondava il sangue come tutti potevano vedere. Durava a battersi circa un quarto d’ora fintanto che, mosso l’uditorio a commiserazione e tenerezza, gridava basta. Si vedevano le cicatrici e i lividi. Fra tutte le volte che si batté, svenne una sola volta per cui, non bastando le grida popolari del basta! basta! fu costretto l’arciprete a salire il palco e chiedergli, genuflesso, il flagello con cui si batteva. Prima dello svenimento gridò fortemente che fra chi ascoltava c’era un impenitente indurito e che voleva per quello fare penitenza.

Terminata la disciplina si faceva ricoprire le spalle con la nuda lana dell’abito sulla carne viva. Durarono queste missioni fino al 23 settembre, al termine delle quali si fece una solenne processione col SS.mo alla quale vi intervennero tutte e tre le compagnie cappate, le tre fraterie, il clero secolare e tutta la popolazione.  

Fu fatta in questo modo. Precedevano i bambini della dottrina cristiana con la croce, gli scolari con lo stendardo della pubblica scuola con su dipinto S. Nicolò di Bari, quindi tutte le donne poi la compagnia del SS.mo, quella del Rosario, quella di S. Caterina, Cappuccini, Minori Osservanti, Agostiniani. Corpo Comunitativo, clero secolare con i parroci del vicariato. l’Augustissimo Sacramento era portato dall’arciprete sotto il baldacchino portato a destra dal Padre Leonardo aiutato da un laico suo compagno e alla sinistra da Padre Mario sacerdote, gli altri portantini del Baldacchino furono tutti uomini delle compagnie, vestiti in cotta bianca. Si operò in questa forma per evitare questioni fra le compagnie cappate e per non ledere le loro ragioni per le preminenze. La processione fu diretta tutta dai preti paesani e del Vicariato.

 In questa circostanza delle Missioni accaddero vari prodigi. Il primo avvenne entro la chiesa arcipretale, durante la predica sull’amore per i nemici. Angiolo Magnani, nemico da lungo tempo di Antonio Frassini, per cui più volte avevano fatte le archibugiate, si trovava nella cappella laterale del Rosario e Frassini nella cappella dell’altare maggiore in un angolo, in modo che non si potevano vedere l’uno coll’altro. Sentendo le parole del santo missionario, si staccarono nello stesso momento dal posto ove erano, corsero ai piedi del palco di Padre Leonardo e qui, abbracciandosi con vera effusione di cuore cattolico, fecero la pace, baciandosi tra loro.

 Appena terminato questo fatto, ne seguì immediatamente un altro ancora più luminoso. Erano sette anni che il prete Don Baldassarre Landi senior, aveva contratto un odio e concepita una inimicizia implacabile col sacerdote Don Giuseppe Fantaguzzi, cappellano di questa arcipretale, per affari di parentela, al punto che il primo si era spinto a tale disperazione che, quantunque uomo di talento, aveva cessata la celebrazione della messa. Non erano bastate le interposizioni di persone autorevoli e nemmeno dei superiori. Sull’esempio dei suddetti Magnani e Frassini, trovandosi anch’essi alla predica e distanti l’uno dall’altro in modo da non vedersi, si staccarono dal loro posto e venendosi a cercare per la chiesa, si imbatterono davanti il palco.  Il sacerdote Landi piangendo amaramente si genuflesse davanti al suo nemico Fantaguzzi e prendendogli la mano gliela baciò e si umiliò al punto di baciargli il piede. L’altro lo sollevò e si dettero reciprocamente l’abbraccio di pace a vista del clero e dell’intero uditorio.

Il Padre Leonardo a vista di questi due fatti, si riscaldò maggiormente di fuoco supremo ed animò tutti a pacificarsi assieme e con la voce alzata che sembrava un leone ruggente, atterrì i cuori induriti e la chiesa non risonava altro che di singhiozzi e sospiri, cosicché convenne al missionario accorciare la predica e terminarla. Poi ordinò che al tocco dell’Ave Maria della stessa sera, incontrandosi l’uno coll’altro, prossimo congiunto o non congiunto, dovessero abbracciarsi e, chiedendo perdono delle offese passate, si riappacificassero tra loro. Tanto fu eseguito ed il paese restò consolato.

 Il sacerdote Landi poi tornò subito a celebrare la S. Messa e, nella prima celebrazione che fece dopo questa riconciliazione, il Padre Leonardo volle assistere la messa come coadiutore ed il sacerdote Fantaguzzi volle servirla.

La soddisfazione e il piacere di Padre Leonardo fu infinito. Il popolo che ascoltava si mise in commozione, né altro si sentiva dire che il missionario era un uomo santo, poiché aveva nei quattro paesani saputo vincere miracolosamente il loro cuore.

Un altro prodigio accade in chiesa nel tempo che predicava sopra la Parola di Dio. Alcuni fra quelli che ascoltavano, nel presbiterio dell’altar maggiore, facevano un certo sussurro. Egli accortosi di questo disturbo, acceso del suo solito ardente fuoco quando udiva o vedeva cose dispiacevoli, si voltò a questa gente sussurrante e gridò ad alta voce: Olà sussuroni, olà, il demonio disturbatore è quello che fra voi ora si pascola e diverte; e tu spirito inquieto in nome del Mio Gesù, parti da questo loco, che è casa di Dio, viva sempre Gesù.

Appena ciò detto e fatto il segno della Santa Croce verso quella parte, cadde dalla soffitta della chiesa un pezzo largo di incrostatura proprio sopra il sito ove si sussurrava e bisbigliava. Cadde tuttavia in tal maniera che nessuno degli ascoltanti e bisbiglianti restò offeso. Supplicò allora il Padre Leonardo, non vi sbigottite, ve l’ho detto che era il demonio sopra di voi. È già partito. Poi replicando la sua solita giaculatoria: Viva Gesù! viva Maria! Gesù mio misericordia! ripigliò il suo discorso.

Occorre anche aggiungere che durante tutto il tempo delle missioni, visse di carità e provvidenza, nulla esso e i suoi compagni domandarono per la loro sussistenza. Ogni famiglia benestante però mandava giornalmente il pane e il vino, ma egli non prendeva che il solo pane sufficiente per quella giornata e rimandava addietro il superfluo con la sua benedizione. Molte altre cose e più minute si potrebbero di esso raccontare ma ciò sarà già stato notato da chi ha scritto la sua vita.

Lasciò per ricordo al paese la sua giaculatoria Viva Gesù, viva Maria, Gesù mio misericordia da usare ognuno nei suoi bisogni. Invitò poi a mettere sopra la porta delle abitazioni, ed anche esternamente nelle case, lo stemma col nome di Gesù impresso o dipinto o in altro modo e sotto la giaculatoria che così quella casa sarebbe sempre sicura della protezione superiore. Se qualcuno non potessero fare imprimere il Nome SS.mo, ne affissasse uno di carta stampata su la porta del suo domicilio. Così il paese e tutto il territorio di Castel S. Pietro erano insigniti di questo stemma. Se ne vedono in moltissimi luoghi questi nomi dipinti in color rosso con vernice fatta apposta per i muri.

Andò poi il Padre Leonardo a Bologna a fare le sue prediche, vi rimase fino all’ottobre seguente, verso la fine del quale ritornò qui, ove pernottò una sola notte nel suo alloggio nel palazzo Malvasia. In questo tempo, portandosi egli a Faenza a fare le sue missioni, io ebbi la sorte di portare a quella città il suo bagaglio con la bellissima sua B. V. dipinta, quando per la prima volta andai agli studi in quel primario Collegio.

Dopo essere terminate le missioni a Castel S. Pietro, attesa la canonizzazione a Santi dei Beati Fedele da Signuringa e Giuseppe da Leonessa, cappuccini, si cominciò qui il 25 settembre un quatriduo. Fu esposto alla pubblica venerazione in questa arcipretale un loro bellissimo quadro o sia pallione dipinto in tela rappresentante questi santi. Nella stessa mattina furono fatte una quantità di messe e il dopo pranzo alle ore 21 si iniziò la processione alla quale intervennero tutte le corporazioni del paese cioè le tre fraterie, le tre compagnie cappate, il ceto comunitativo ed il clero secolare. Partì quindi la solenne pompa ed immediatamente fu portato il suddetto pallione alla chiesa dei Cappuccini, nobilmente apparata, ove si cantò l’Inno ambrosiano in musica e la sera vi furono fuochi artificiali.

I seguenti giorni di lunedì, martedì, mercoledì e giovedì, mattina e sera, vi fu messa solenne e vespro in musica, benedizione del SS.mo, panegirici recitati da differenti soggetti e da dei mastri di cappella e fuochi artificiali e finalmente l’ultima sera una Accademia Letteraria in onore di questi Santi e così terminò l’anno felicemente.

All’ingresso dell’anno1747 prese il possesso di Podestà il marchese Nicolò Riario e fu Consolo Francesco Dall’Oppio.

  Si era di nuovo reso necessario selciare la via Maggiore del Castello. Fu fatta richiesta al governo perché venisse rimessa a posto. Fu per ciò mandato l’architetto pubblico Gian Giacomo Dotti che fece la livellazione e il comparto ai proprietari confinanti la strada e poco dopo si procedette al lavoro. La Comunità pagò la livellazione e diede i materiali. I frontisti pagarono la pura maestranza in ragione di l. 3: 5 la pertica.

Si era in questa occasione progettato di immettere tutte le chiaviche esterne in un solo condotto maestro sotterraneo, pure questo a spese di ogni possidente.  Ma perché in molti si opposero, altro non seguì e perciò si differì il lavoro incominciato fino 31 maggio. La Comunità si avvalse in questa circostanza del ricavato della vendita delle bestie e dei carri, che erano serviti durante il passaggio delle truppe. In questo lavoro, che cominciò dalla porta Montanara fino alla porta inferiore, furono impiegati ottocento carri di materiali. Il capo selciatore fu Giovan Domenico Calegari piemontese. Sopraintendente al lavoro e depositario delle riscossioni fu Lorenzo Graffi.

Domenica 4 giugno la Compagnia della Morte di Cesena col suo crocefisso venne a Castel S. Pietro, si portò nell’arcipretale da dove la mattina seguente se ne partì per Bologna alla visita della B. V. di S. Luca. Ritornò il 12 dello stesso mese ed arrivò alle ore 21 incontrata da tutte tre le fraterie e le tre compagnie col clero secolare. La S. Immagine fu nuovamente portata nell’arcipretale, da dove la mattina seguente, martedì 13 festa di S. Antonio da Padova, se ne partì per Imola, dando prima la S. Benedizione al popolo nella pubblica piazza.

Il 24 giugno fu estratto Consolo per la prima volta Flaminio Fabbri, fratello del segretario Alessandro dopo la sua rinuncia fatta liberamente.

Quest’anno morì Agostino Torri, di soprannome Pilita, in età avanzata, fu uomo di smisurata altezza e corporatura che sembrava un gigante. Era lo spavento dei ragazzi ed imponeva timore a tutti, aveva anche una faccia burbera che era resa più evidente da due lunghi baffi che portava sotto il naso.

 Egli nell’anno 1711 fu nella truppa del cap. Valerio Fabbri a S. Agostino contro gli imperiali. Fu preso da quattro tedeschi che volevano portarlo al loro campo. Ne abbracciò due insieme levandogli le armi, uno lo uccise e l’altro lo ferì al braccio con la sciabola. Lasciò poi fuggire i due disarmati. In questo modo si liberò da solo Di esso altro non sappiamo, lasciò due femmine di statura anch’esse gigantesche, ma povere.  Perciò elemosinavano non trovandosi mai sazie, la prima per nome Domenica si acquistò il soprannome di Plorona, per il troppo implorare e l’altra, per nome Maria, si acquistò il soprannome di Piangolona, per il troppo piangere della sua miseria. Furono donne di una grande forza, così che o da facchini, come se fossero stati uomini, portando e sollevando cose molto pesanti.

 Ebbe Pilita un altro fratello per nome Giovan Battista, uomo anch’esso di lt statura e forma gigantesca detto volgarmente Rubicano, col suo torvo aspetto imponeva timore e ribrezzo col solo sguardo. Andava in giro con una lunga scimitarra al fianco, portava anche lui sotto il naso due lunghi mustacchi, aveva il possesso delle lingue tedesche, polacche e conosceva anche qualche parola ottomana, sapeva bene il francese e lo spagnolo sebbene non avesse mai studiato.

Fu al servizio del Re di Napoli in qualità di primo sergente nel reggimento Re, militò nella Sicilia contro i tedeschi poi, abbandonata la milizia, passò per guarda portone dei Principi Carafa. Venne poi a Roma ove servì i Principi Colonna, Rospigliosi e Savelli, fu gran sicario di queste famiglie. Finalmente, tornato in patria e fornito di Ben Serviti e patenti, morì dopo il fratello sul confine della Toscana a Piancaldoli ove si era portato nel finire di ottobre.

Quando accadevano tumulti e risse egli si infrapponeva a petto scoperto fra i rissanti e con la sciabola alla mano spartiva i litiganti, li pacificava e si faceva dare la parola di non rifarlo. Non ebbe mai moglie. La altezza di questi due fratelli fu di cinque piedi e mezzo misura nostrana.

Nuovamente ricominciarono a sorgere fra le due compagnie del Rosario e del SS.mo SS.to le passate differenze a causa della questione della preminenza.

Morì quest’anno a Roma il dott. Giuseppe Fabbri detto Naso di Stucco, di cui se ne parlò un po’ in precedenza essendo egli stato coinvolto nella famosa baruffa contro gli sbirri in Bologna per l’omicidio del Senatore Graffi. Ci piace riferirne ora notizie che non avevamo essendoci giunte posteriormente.

Egli fu dunque giovane di alto talento e di spirito tale che alle occasioni, come in quella dell’omicidio suddetto, si faceva capo della scolaresca. Terminata quella vicenda passò alla pratica del tribunale civile e criminale, perfezionandosi nell’una e nell’altra. Andò per uditore cavalcante del Cardinale Marini di Ravenna, sotto il quale, fu spedito a processare Pier Paolo Budriesi di Castel Guelfo che già era stato carcerato in Imola. Questi serviva a Imola in qualità di fattore la Contessa Machiavelli, favorita del Cardinale, ed era stato da lei accusato per furti.

 L’accusa era stata fatta per vendetta perché il Budriesi non aveva voluto concorrere a trattare, in tempo dei raccolti, delle partite di grani e poi darne il ricavato alla stessa contessa.

Pertanto accadde, che riconosciutasi dal Fabbri la malignità e la insussistenza dei reati imputati, fece vedere al Legato l’enorme calunnia imputata al Budriesi, quindi che non c’era alcun motivo per la condanna. Il Legato, che voleva compiacere la Dama, fece una sgridata grande al Fabbri, il quale si risentì e prese congedo dalla Legazione.

Il Legato fece rifare il processo contro il Budriesi. Il Fabbri, riconoscendosi anche esso indagato, abbandonò immediatamente Ravenna e andò a Roma. Qui fece portare, per ordine pontificio, il nuovo processo contro il Budriesi, lo difese in tale maniera che questo povero uomo fu dichiarato innocente e gli accusatori furono condannati al pagamento dei danni.

 Non partì più da Roma ed in questa città finì i suoi giorni rispettato ed onorato. Quanto dispiacesse al Legato Cardinal Marini ed alla favorita si lascia riflettere a chi leggerà questi nostri scritti. Se ha interesse alle vicende mondane può trarne qualche considerazione sulle famiglie e le persone.

Nell’anno poi che seguì 1748 fu podestà il principe Don Egano Lambertini nipote di Benedetto XIV e Consolo fu Domenico Gordini.

Il 7 febbraio morì a Bologna Fra Giuseppe Galanti di Castel S. Pietro, laico cappuccino, fu uomo dotato di un prudentissimo silenzio, di una solitudine mirabile e di una singolare devozione che si rese lo specchio di religione a suoi coevi nel convento, onde meritò il seguente elogio che si trova annotato nel necrologio Cappuccino: Bononie 7 februari F. Josephe laicus capuccinus a C. S. P.ri, silentio, solitudini et orationi singulari. Di questo soggetto ne abbiamo fatto a parte l’elogio con altri paesani, onde qui ci risparmiamo il ripetere le sue lodi.

Nel seguente aprile fu accomodata la mura del Castello dalla parte di levante, in confine con la casa della fornace di pentole.

Il 18 dello stesso mese morì Angelo Michele Battisti fu Domenico e fu Tomasa Martelli d’anni 74 senza successione ed anche questo ramo restò estinto.

Cresceva sempre più le voci sulla epidemia nei bovini. Fu fatto credere al Legato che fosse attaccato il nostro comune. Egli spedì subito dei soldati da Bologna con dei commissari a verificare. Visitarono tutte le stalle del comune ma trovata falsa la voce se ne ritornarono a Bologna. Non per questo però il Legato e l’Assonteria di Sanità rinunciarono a produrre bandi e provvisioni per la vigilanza e gli opportuni rimedi.

Il 4 maggio, giorno di S. Monaca, si fece in questo convento di S. Bartolomeo degli Agostiniani una Congregazione Capitolare. Fu in essa eletto il Padre Agostino da Bologna.

 Essendosi, come si disse, coperto l’ingresso della porta maggiore del Castello vi rimaneva dal fondo ai coppi un altissimo vano. Fu pensato che questo luogo era idoneo per formarvi un Teatro onde divertire la popolazione. La proposta fu di Lorenzo Graffi e piacque Restava solo il problema di come farlo. Fu in seguito proposto in Consiglio la questione e si convenne dai consiglieri di rinunciare tutti al loro onorario di Consolo ed erogarlo nell’edificio. La previsione di spesa fu di 772 lire.

Ciò determinato, fu incaricato il Graffi ad eseguirne l’opera. Questi subito vi mise mano ed in breve tempo fu formata una gran sala atta appunto a fare rappresentazioni.

 Vari giovani del paese, dilettanti di musica figurata, si esibirono al pubblico per la prima volta e fu nella festa di S. Antonio il 13 giugno 1748.

L’inventore fu Angiolo Galassi, uomo povero ma di gran talento, egli fece da Maestro di Cappella, istruì moli giovani nel canto e nel suono di organo, violino ed altri strumenti musicali. Aveva due fratelli, uno per nome Benedetto è diventato eccellente suonatore di contrabbasso a Bologna, l’altro, di nome Gianfranco era suonatore di violino ma non si esibì mai e quando andò alla città preferì impegnarsi nell’arte del sarto.

Angiolo poi passò per Maestro di Cappella nella chiesa de’ Servi quindi, per le sue qualità, passò Maestro di Cappella al servizio del Re di Sardegna.

Il 24 giugno fu estratto Consolo il Cap. Francesco Antonio Vanti che il primo luglio cominciò il suo governo.

Il papa aveva concesso una indulgenza plenaria in onore di S. Antonio Abate affinché placasse l’ira divina e allontanasse la mortalità nei bovini, che faceva strage nei paesi vicini. Il 4 agosto, prima domenica del mese, si diede esecuzione a questa devozione. Il dopo pranzo si portò il SS.mo SS.to per il Castello e il Borgo con l’intervento delle tre religioni regolari, delle tre compagnie cappate, del corpo comunitativo e del clero, con infinito popolo.

In tale occasione la statua di S. Antonio Abate, che esisteva ad un altare alla sinistra della porta maggiore della arcipretale, fu trasportata all’altare maggiore onde solennizzare la festa. Poiché la epidemia si era propagata anche negli altri animali dall’unghia bipartita e spaccata, fu pubblicata una notificazione del Card. Legato che proibiva l’introduzione di bestie dalla Romagna e da Ferrara senza i dovuti requisiti di sanità. L’8 agosto si fece pure un triduo a S. Antonio da Padova da questi Padri M. O. di S. Francesco esponendo la sua statua ed ogni sera si diede col Venerabile la S. Benedizione al popolo. L’ultima sera del triduo, che fu il 13 agosto, giorno dedicato alle glorie del Santo, si fece per il Castello e il Borgo la solenne processione con la statua e terminò la funzione con la benedizione nella pubblica piazza del Castello.

Il giorno dopo questa festa, che cadde in martedì, alle ore 20 italiane, venne una piena d’acqua così spaventosa nel nostro Sillaro che, non potendola contenere, gonfiò talmente che, arrivò fino al molino, allagando tutto il vicinato da una parte all’altra coprendo e superando il lungo muraglione dalla parte di levante.  Fu scoperta per ciò la statua del Santo e fu intonato il Responsorio. Si cominciò allora a vedere il prodigio, l’acqua cominciò a diminuire in modo che presto la si vide calata per più di due terzi.

 Fu osservata l’altezza della inondazione nei muri del ponte e delle case vicine, si trovò essere stata l’altezza sopra l’alveo del fiume di 10 piedi ed in altri luoghi di 12. Tutto il fiume sembrava essere diventato un lago.

L’11 settembre la Compagnia del Suffragio, eretta nella chiesa di S. Bartolomeo, cominciò ad andare nuovamente cappata alla processione della statua di S. Nicola da Tolentino suo protettore.

Il 26 fu emesso un nuovo bando dal governo che stabiliva che ogni comunità nominasse quattro uomini pratici di bovini per visitarli, dovesse fare l’elenco di tutti i maniscalchi, mandasse sei uomini, che non fossero ammogliati, al confine del ferrarese e infine dovesse dare l’elenco di tutti gli uomini dai 18 ai 40 anni, che non fossero già aggregati alla milizia. Tutto ciò si fece tanto prontamente quanto lo richiedevano le presenti circostanze.

La Compagnia del SS.mo non fu tarda anch’essa a ricorrere al Signore per le attuali circostanze che devastavano il mondo nel bestiame. Quindi i giorni 26, 27 e 28 ottobre fece un triduo di penitenza davanti al suo miracoloso Crocefisso nel nuovo oratorio pregandolo di mantenere preservato il nostro comune dall’epidemia, come fino al presente era avvenuto.

L’anno seguente 1749 fu Podestà il Conte Pier Luigi Maria Baldassarre nipote del Conte e Senatore Francesco Marescotti e Consolo Giovanni Ventura Bertuzzi, notaio.

Don Domenico Lugatti, che era stato estratto Priore della Compagnia del SS.mo SS.to, disse alla sua congregazione che, essendo stato preservato il nostro comune dalla epidemia nei bovini, credeva fosse il momento opportuno per portare processionalmente il miracoloso Cristo alla S. Casa di Loreto per la quarta volta, dato che era molto tempo che non lo si era portato.

La Congregazione plaudì il pensiero e conseguentemente determinò di intraprendere tale viaggio nel prossimo aprile. Poi perché la S. Immagine non aveva una nicchia per riporvela e nemmeno un altare particolare nell’oratorio, così si decise contestualmente di fare un altare nella corsia alla sinistra della chiesa. Però essendo la compagnia senza fondi, fu fatta una tassa particolare per i confratelli ed in seguito, alla fine di gennaio, si pose mano al lavoro, che fu eseguito dai professori Cassiano e Antonio Quercia imolesi.

Il dottor Giacomo Conti, cognato del fratello di Don Domenico Lugatti e nazionale di questo luogo, giovane laborioso, bravo teorico di filosofia e medicina, eccellente pratico nella medicina, avendo fatta le sue pubbliche conclusioni, per cui si era meritata una cattedra medica in Bologna, fece nel seguente febbraio la pubblica anatomia nel teatro anatomico della Università di Bologna con molto applauso. In tale occasione gli furono dedicate molte poesie in stampa.

La nostra Comunità non fu restia a mostrare anch’essa il suo giubilo, tanto più che era figlio di un comunista.

 Ammalatosi mortalmente Il molto reverendo Padre Leone, cappuccino della famiglia Alberici di questo Castello, lunedì 10 marzo alle ore 23 italiane, rese santamente l’anima al Signore dopo avere condotto una vita santa nel suo Istituto e sostenuto le principali cariche. La sua malattia fu di soli tre giorni, al principio della quale fu evidente che sarebbe morto.  Fu devotissimo della Immacolata, lasciò odore di santità, ebbe il sepolcro nell’area comune dei frati ma in cassa appartata di rovere.

Di questo rispettabilissimo religioso ora non facciamo qui alcun elogio per essere alla stampa la sua vita scritta dal Padre Domenico da Faenza ed in questa città pubblicato. L’autore del Necrologio Cappuccino ha esposto laconicamente il suo carattere: Die 10 marti 1749, in Castro S. P.ri admodo R. P. Leo Concionatori, qui suavissimis moribus et relligiosis virtutibus novitios educavit benigno zelo, (..) prudentia triennio romana, sexennio nostra Provincia et instante Rinaldo primo Duce estense, cui erat acceptissimus mutinensem custodia, ut supremus Moderator gubernavit”.

Fissata la partenza per Loreto della Compagnia del SS.mo per il 14 aprile, si cominciò a suonare alquanti giorni prima tutte le campane del paese ed ogni sera si faceva uno sparo di mortaretti. Venuto poi il giorno 13 all’imbrunire si espose la S. Immagine all’altar maggiore della nuova Chiesa dell’Oratorio.

 Fa luogo sapere a questo punto quanto accadde, tempo prima, di questa S. Immagine, quale culto gli si prestava e dove si teneva. Era tenuta in una nicchia sopra l’altare dell’oratorio vecchio. Quando questo fu abbandonato dalla compagnia, fu portata nel nuovo Oratorio e la si teneva appesa nel coro ed era, la maggior parte dell’anno, coperta con una tenda.

Pochi però vi offrivano orazioni, solo una donnicciola, di nome Maria Giacoma Costa Poggipollini, quasi ottuagenaria, si portava ogni sera alla venerazione di questa S. Immagine col recitarle cinque Pater ed Ave, ed ogni venerdì, la terza parte del Rosario.

 Interrogata una volta sul perché di tanta assiduità, se per un voto o per sua semplice volontà, rispose che era per sua volontà e perché considerava meritorio il culto a quelle immagini che venivano meno considerate di altre, compiacendosi il Signore di essere egualmente onorato in tutte le sue figure.  Aggiunse che nessuno sapeva da dove venisse quella Immagine, ma aveva inteso dai suoi vecchi che era stata prodigiosa nei tempi del contagio.

L’Immagine fu levata e, poiché era divenuta scura, si decise di essere ripulirla. A questo scopo fu portata alla casa del priore Lugatti nel Borgo, ove c’era il pittore bolognese Giuseppe Chiarini.

Qui fu necessario schiodarla dalla croce, per metterla poi su un’altra croce nuova. Il Chiarini si accinse all’opera ma ecco, mentre cominciava a schiodare la S. Immagine, si sentì ricoperto tutto da un insolito gelo che divenne una specie di paralisi per cui fu obbligato a sospendere il lavoro.

Don Antonio Farnè, sacerdote e cappellano della compagnia, che era presente, credendo che fosse una lentezza naturale ed accidentale del pittore, sollecitò il medesimo al lavoro.  Questo spiegò di non potere assolutamente proseguire per una inspiegabile repulsione. Il Farnè dovette levare lui la S. Immagine e ripulirla dalla polvere incrostata e da alcune macchie che la deturpavano. A questo punto il pittore, riavutosi un poco, volle incidere l’apertura del costato, non riflettendo che l’Immagine era effigiata agonizzante.  Nello stesso momento si sentì per tutta la casa Lugatti uno scuotimento che atterrì tutti ed il povero pittore fu sorpreso da un bollore di sangue che gli produsse sudore e successivamente degenerò in una paralisi per cui dovette appoggiarsi su una sedia.

I presenti riconobbero quindi che ciò derivava da un evento miracoloso di Dio, che su quella Immagine non voleva persone secolari e mani impure. Gli inquilini, impauriti dal tremito di tutta la casa, corsero di sopra dai padroni Lugatti e, trovata tutta quella famiglia in scompiglio, non sapevano a qual partito prendersi. Tanto più che nel frattempo si era alzato un gran temporale con tuoni, tempesta, acqua e vento e nessuno aveva il più coraggio di uscire di casa.

 Finalmente, riconosciuta la causa, si corse alla casa dell’ottimo e pio sacerdote Don Luca Gordini, uomo di santa vita, affinché egli, anche come custode della arcipretale, andasse a levare la S. Immagine. Là giunto, avvolse in un velo il Crocefisso schiodato e lo portò alla parrocchiale nella sagrestia del Rosario ove erano tante altre reliquie.

Appena portato via il Cristo cessarono i lampi celesti che incendiavano l’aria, cessò del tutto il temporale, il vento e la pioggia. Riconobbero che tutto l’accaduto era stato opera di Dio. Furono presenti Don Chiarini, Don Domenico Lugatti, Don Antonio Farnè, Giuseppe Lugatti e la moglie Antonia, Matteo Farnè e sua moglie Donata Dall’Oppio, Domenico Gattia sacrestano della Compagnia, Carlo Lazzaro Andrini ed altri che la mattina seguente attestarono quanto era accaduto e che non era accidentale ma azione di Dio, che non voleva fosse profanata questa S. Immagine da mani impure.

Tutto il tempo che l’Immagine restò nella sagrestia gli si tennero sempre i lumi accesi fino al giovedì 13. Volle pure Iddio che questo fatto non restasse occulto ma fosse divulgato a tutta la popolazione. La gran pioggia e la grandine che c’era stata era caduta solo nel paese e rimase nelle strade tutta la mattina seguente fino all’ora tarda. Questo fatto fu visto da chi arrivava in questo luogo per cui crebbe maggiormente la venerazione e il culto per questa S. Immagine.

Il sacerdote Don Luca poi mise sulla nuova croce il Cristo con quella devozione e rispetto che può ognuno immaginare dovendo intervenire su un oggetto sacro. Confessò poi lo stesso Don Gordini, che nel piantarvi i chiodi, quantunque si fosse purificato, sofferse un gran calore unito ad un fastidio che mai in vita sua aveva sofferto. La sera stessa del 13 fu portato di nottetempo alla sua chiesa dell’Oratorio.

Il venerdì 15 dello stesso aprile fu esposto alla pubblica venerazione preceduto dal suono delle campane parrocchiali e da un copioso sparo di mortaretti davanti alla chiesa. Grande fu la commozione della popolazione, l’affluenza delle genti e l’ardore di voler pregare davanti all’Immagine che convenne tenere la chiesa aperta anche di notte.

Il sabato successivo che fu il 16 si cominciò il triduo e durò fino al lunedì 18. Ogni sera si dicevano cinque Pater ed Ave dopo il canto della compieta ed indi la benedizione col Venerabile. Il martedì finalmente si partì per la S. Casa. Vi andarono molti confratelli, tutti cappati e forniti di un bordone con sopra l’insegna del SS.mo SS.to di lamina di ottone. Fu accompagnato processionalmente dall’arciprete e clero con le compagnie fino alla chiesa di S. Giacomo di là del ponte Sillaro, ove fu riposta in una cassa. Prima di partire dal Castello, l’arciprete aveva fatto un sermone al popolo e poi, recitate le preci di S. Chiesa, aveva dato la benedizione al numeroso popolo, che era intervenuto alla funzione. In questa occasione fu fatta incidere a Roma la S. Immagine da distribuire nelle città e luoghi ove si fermava.

 Nel viaggio Iddio operò infiniti miracoli, come si può ricavare dal rendiconto dell’itinerario fatto, con gli onori ricevuti dalla Compagnia, e dalle composizioni scritte offerte.

Nel tempo che fece questo viaggio fu compiuto l’altare e quando, il 27 aprile, ritornò, dopo essere stato incontrato solennemente dal clero regolare e secolare e le altre corporazioni, fu esposto alla venerazione del popolo nella sua chiesa e poi collocato nella nuova nicchia foderata di tela imbottita entro la stessa cassa di legno nella quale fu portato alla S. Casa, per non essere danneggiato dall’umidità. Se si osserva bene questa S. Immagine si vedrà il taglio del costato che intese inciderle lo sciocco pittore, non riflettendo che il Cristo è rappresentato agonizzante.

 Il 5 maggio si celebrò la prima messa al suo nuovo altare. Il racconto di questo trasporto a Loreto fu scritto da Giovanni Dall’Oppio, portato a Loreto a questo scopo ed a spese del priore Lugatti.

Per assicurarsi poi dal male dei bovini forestieri, che venivano a questo mercato che si faceva nel mezzo della via corriera del Borgo, la Comunità ordinò che provvisoriamente non si facesse più lì ma entro il Castello.  Ciò fu eseguito il 2 giugno e proseguì fino al 14 luglio sotto il consolato di Giuseppe Dalle Vacche, Consolo del secondo semestre.

Perché poi nuovamente fu preservato il nostro Comune da tale male, la Compagnia di S. Antonio Abate del paese, composta nella massima parte di contadini, avrebbe voluto fare la processione col suo santo. Ma perché non aveva una statua del santo adatta ad essere trasportata a spalle, fu progettato di farne una in stucco. L’arciprete non fu tardo, anzi si preoccupò di effettuare ciò prontamente. Dette perciò l’incarico a Filippo Scandellari bolognese[52], eccellente scultore ed allievo del chiarissimo Angiolo Piò. L’altra statua che era di gesso, molto grande e non adatta al trasporto su le spalle, fu regalata alla chiesa di S. Lorenzo della Gaiana.

In questo stesso mese di luglio fu fatto il ponte di pietra sopra il Rio della Masone nella via romana presso il nostro confine, così pure furono fatti gli altri ponticelli sulla strada con i muretti di pietra alle sponde, cominciando dai confini di Dozza fino a Bologna.

Quello che è al confine fra Castel S. Pietro e il Marchesato di Dozza, che divide il bolognese dalla Romagna, fu fatto a metà dalle due comunità confinanti cioè di Castel S. Pietro e di Dozza.

La Compagnia del Rosario volendo essere distinta dalle altre due Confraternite del SS.mo e di S. Caterina, diede occultamente e con la massima segretezza, una supplica a Papa Benedetto XIV per essere eretta in arciconfraternita. Il Papa prese in considerazione la petizione presentatale attraverso Donna Imelde Lambertini, sua nipote e monaca di S. Maria nuova. Mentre ciò si macchinava a Roma fu, ad istanza della Compagnia di S. Caterina, ordinato dal superiore apostolico di Bologna che nelle funzioni pubbliche fra le compagnie non si facesse alcuna novità ma si procedesse secondo il solito.

Terminata la statua di S. Antonio, l’arciprete e la compagnia volevano produrla al culto e scansare le questioni con le altre due compagnie nel fare le funzioni e processioni con la stessa statua.  Quindi la compagnia o sia congregazione di S. Antonio fece una convocazione in casa sua della Compagnia del Rosario, che era composta nella massima parte dagli stessi individui, che compongono la Congregazione di S. Antonio.

In questa adunanza fu proposto di fare un triduo ad onore di questo Santo e di procedere alla esposizione della nuova statua mediante processione solenne. Ma la Congregazione di S. Antonio non aveva né cappa né distintivo, non alzava Croce e non formava corporazione, quindi era necessario che una qualche corporazione servisse in questa occasione. L’arciprete intendeva che tale funzione la facesse la Compagnia del Rosario e anzi egli stesso assegnava a questa compagnia non solo questa funzione ma anche tutte le altre processioni e funzioni che da qui in poi si fossero fatte con la detta statua dalla Congregazione di S. Antonio e così la direzione di essa.

Stipulò ed accettò questa determinazione il Priore della Congregazione Antonio Mattia Bergami e così fu anche accettata dalle stesse due compagnie partecipanti.

Il 15 settembre la Congregazione del Rosario andò a prendere la nuova statua che era nella chiesa dell’Annunziata con tre ufficiali della compagnia, la portò solennemente alla chiesa arcipretale e ove le fu celebrato un Triduo di messe la mattina e la sera la benedizione del SS.mo. Terminato il triduo fu posta la statua nella nicchia ove stava l’altra di gesso.

Ritornando alla Congregazione del Rosario, in seguito alla petizione da essa fatta al Papa per essere eretta in Arciconfraternita, fu segnata la grazia con bolla apostolica il 20 settembre, colmandola di grandi indulgenze e di prerogative e perfino di potere aggregare a sé altre confraternite dello stesso istituto.

Il 4 ottobre prima domenica del mese dedicata alla Gloria del Rosario, questa compagnia, divenuta Arciconfraternita, che prima portava una cappa azzurra alzata a traverso e legata con un cordone, cominciò a portare un sacco lungo coll’aggiunta della mantelletta rossa e cordone rosso. Precedette tale funzione la lettura della Bolla pontificia.

 Questo cambio di vestiario si fece con molta pompa e col rito ecclesiastico. L’arciprete dette la benedizione alla nuova uniforme davanti l’altare del Rosario nella arcipretale. Per questo fatto cominciò a salire l’invidia nelle altre due compagnie del SS.mo e di S. Caterina e molto più la discordia a motivo della precedenza che si doveva dare a questo nuovo istituto.

Si ricorse per ciò a Mons. Cattogni, Vicario Generale del vescovato, allo scopo di avere qualche provvedimento. Egli per ciò nel giorno 31 ottobre formò alcuni Capitoli che furono proposti alla compagnia di S. Caterina che era quella che faceva maggior fuoco e furono i seguenti:

Nell’accompagnamento dei cadaveri alla chiesa, se il defunto sarà confratello della Arciconfraternita del Rosario, vada avanti per primo lo stendardo con due scalchi del Rosario e poi proseguano le confraternite del SS.mo e di S. Caterina ed in fine il gruppo della Arciconfraternita del Rosario, la quale debba levare il cadavere e portarlo alla chiesa e dirigere l’accompagnamento, così pure di persone che avessero data la direzione alla stessa Arciconfraternita.

Se il defunto sarà confratello delle due confraternite del SS.mo e di S. Caterina, quella di cui è confratello vada avanti e diriga e l’altra prosegua e resti in fine l’arciconfraternita.

Nelle processioni del Rosario spettanti e cedute alla Arciconfraternita suddetta, andrà avanti il Cristo e il gonfalone con due scalchi, seguirà la confraternita del SS.mo, poi quella di S. Caterina ed in fine la Arciconfraternita del Rosario, che in chiesa dovrà sempre restare in mezzo all’altre due compagnie.

Nella processione del SS.mo, poiché l’Insegna del Cristo potrebbe dispiacere, si contenti l’Arciconfr. suddetta che vada avanti nelle processioni il Gonfalone con due scalchi e poi prosegua, diriga e comandi la confraternita del SS.mo, indi segua quella di S. Caterina ed in fine l’Arciconfraternita del Rosario, senza che nessun corpo della confraternita direttrice resti dietro alla stessa.

Che questo debba farsi in tutte le processioni, siano delle Rogazioni e del Corpus Domini o di penitenza o pro gratiarum actione, alle quali vuole il superiore che intervenga i la su nominata Arciconfraternita

Questo progetto non fu accettato dalla compagnia di S. Caterina, la quale anzi chiamò in giudizio l’Arciconfraternita nel vescovato e così andò tutto a monte.  La compagnia del SS.mo non fece alcuna mossa.

 Il principe Don Ajano Lambertini, nipote del regnante pontefice, il Senatore Conte Federico Calderini, il Marchese Alfonso Ercolani, il Marchese Luigi Tanara e il Marchese Giuseppe Banzi chiesero alla compagnia del SS.mo di essere aggregati. Il 6 dicembre, in occasione che si faceva nel suo oratorio un Triduo in ringraziamento per la preservazione dalla epidemia nei bovini, fecero la loro solenne professione, vestendo la cappa e le altre uniformi della compagnia, con una singolare funzione e messa cantata in musica, alla quale vi intervenne il Corpo comunitativo.

Il dopo pranzo, che fu l’8 dicembre, si fece una solennissima processione per il Castello e il Borgo con il crocefisso, davanti al quale si era celebrato il Triduo. Vi intervennero le tre fraterie, la sola compagnia di S. Caterina, il Clero e la Comunità in forma. La sera fu illuminato tutto il paese e vi furono fuochi di gioia. In questa occasione si distinse il priore Don Domenico Lugatti, il quale oltre aver speso del proprio, facendo suonare di allegrezza tutte le chiese del paese, fece un regalo a ogni individuo della corporazione.

l’Arciconfraternita del Rosario per non immergersi in liti per le questioni in corso, ricorse al Papa onde egli, colla pienezza della sua maestà, prendesse gli opportuni provvedimenti e così terminò l’anno.

1750 – 1754. Operai castellani al lavoro per il Cavo benedettino. Omicidio Torchi. Miracolo ossessa di Piancaldoli. Padre Angiolo invita ad intervenire sulla parrocchiale. Approvato progetto Torreggiani. Crollo torretta orologio comunitativo. Contenzioso con l’arciprete. Orologio in piazza, progetto arch. Dotti. Statua madonna su nuova torre orologio.

Il di primo gennaio entrò Consolo Lorenzo Conti e fu Podestà per tutto l’anno il Marchese Francesco Manzoli.

Fu iniziato quest’anno santamente con l’apertura dei riti di S. Chiesa che profuse largamente indulgenze, mediante la pubblicazione di un giubileo Universale. In una udienza papale, tenuta il primo gennaio fu presa in considerazione la petizione della nuova Arciconfraternita del Rosario. La risposta fu dovevano prevalere i diritti acquisiti dalle altre compagnie juxsta majoram antianitatem.

Non piacque troppo questo referto alla Arciconfraternita del Rosario e, dispiacendole, evitò di intervenire alle pubbliche funzioni con la Compagnia di S. Caterina, la quale invece voleva che vi intervenisse.  Fece anche fare vari interventi legali per congelarlo, ma furono tutti senza alcun frutto. Fra tali interventi ve ne fu uno dell’Avvocato Alfonso Periclo spagnolo, ma stabilito a Bologna.

Il 24 febbraio la compagnia della SS.ma Trinità di Pavia, per approfittare delle indulgenze del corrente giubileo in Roma, dopo aver scritto a questa compagnia di S. Caterina per l’alloggio di 25 confratelli nel viaggio col loro Cristo, giunse il 24 febbraio. Fu incontrata processionalmente dall’arciprete, la Compagnia e il clero al ponte della Crocetta fuori di questo Borgo, avendo il Cristo inalberato. Qui fu consegnato all’arciprete e poi portato alla chiesa di S. Caterina. I confratelli forestieri, procedendo in fila, camminavano a destra e quelli di S. Caterina a sinistra con i lumi. Stette alla pubblica venerazione fin al giorno seguente 25 febbraio, poi partì alle ore 13 processionalmente per la via romana accompagnato alla stessa maniera con cui fu ricevuto.  Giunta la processione sul ponte del canale, che taglia la via romana, si voltò l’arciprete col Cristo nelle mani e diede la benedizione al popolo, poi al Borgo ed al Castello.  Si congedarono così le due compagnie.

Martedì 21 aprile morì nel convento della Grazia di Rimini il Padre Gian Andrea Ronchi da Castel S. Pietro, figlio del fu Sabbatini Ronchi e di Domenica Dal Pane, in età di anni 81 e 64 di religione claustrale dell’ordine dei M.O. in concetto di santità. Di questo soggetto ne parliamo più diffusamente nei nostri Elogi alli Uomini e Donne illustri del Paese. Fu dotato non solo di virtù temporali necessarie al suo istituto, ma anche di virtù spirituali, fra le quali si distinse nella mortificazione. Fu compagno del venerabile Padre Tomaso da Sogliano, alle cui veci supplì nella educazione dei novizi. Fu sepolto nello stesso convento nell’area comune, ma in cassa separata. Prima di essere sepolto, le furono tagliate le vesti dalle persone, tanta fu l’opinione di santità nella quale finì i suoi giorni con universale dispiacere.

La Signora Caterina, figlia di Giuseppe Vacchi o Dalle Vacche, si trovava da molti anni gravemente travagliata da convulsioni, per modo che era continuamente obbligata al letto. Arrivata ormai agli estremi andò da essa il Padre Pietro Lambertini da Bologna. Era questo chiamato da tutti Petruccio, per essere piccolo e minuto di personale, ma sacerdote di santa vita e dotato di una esimia devozione a S. Diego D’Alcalà. Rare erano quelle grazie che domandava e impetrava per le persone che non le ottenesse, anche con miracoli, per la gran fede che aveva in questo suo Santo Avvocato.

L’inferma era quasi agli estremi, non dando essa altri segni di vita che quello del volto. Egli la consolò e la convinse a portare fede al Santo, poi le applicò la reliquia del santo alla testa col segno della S. Croce.  La malata si riebbe in un baleno, balzò dal letto e genuflessa esclamò: grazie Santo, gran Santo è S. Diego, Grazia, Grazia, Miracolo, Grazia. Gli altri della famiglia, che l’avevano già abbandonata al sacerdote, sentito ciò corsero tutti a vedere l’istantaneo prodigio.

Si corse immediatamente alla chiesa di S. Francesco a farne dare un segno al pubblico mediante il suono delle campane a doppio. Corsero per ciò le persone alla chiesa a ringraziare il santo con la recita del suo Responsorio. La sera dello stesso giorno la famiglia Vacchi fece dare all’altare maggiore la benedizione al Santo col venerabile. La mattina seguente si portò la giovanetta graziata in chiesa ai piedi dell’altare senza alcun sostegno, a rendere le dovute grazie al Santo e qui si sciolse in tenerissime lacrime.

 Fu dipinto il miracolo su una tavoletta dall’egregio giovinotto Ubaldo Gandolfi[53], che divenne poi quel professore celebre per le sue opere. Noi abbiamo in casa la tavola favoritaci dalla casa Vacchi, compadrona dell’altare delle Stimmate, che fece fare un sotto quadro rappresentante S. Diego, per sempre più produrre ed aumentare le glorie e il culto al santo.

Nel seguente giugno, Lorenzo del cap. Francesco Vanti prese la laurea e dottorato a Bologna nel jus cesareo. La Comunità di Castel S. Pietro, per essere figlio di un comunista, gli fece il solito onore di poesie stampate. Questi dopo due anni passò per Podestà a Castel Bolognese dove mise casa e vi stette finché visse. Giunto ad età avanzata fu giubilato per il buon servigio prestato.

Consolo del secondo semestre di quest’anno fu estratto Francesco dall’Oppio.

 Benedetto XIV sin dal principio del suo pontificato ordinò, per liberare dalle acque stagnanti il territorio bolognese al confine col ferrarese, un taglio, per effettuare il quale occorrevano grandi lavori. Per la loro realizzazione fu ordinato alle comunità del territorio bolognese di mandare alternativamente degli operai. La Comunità di Castel S. Pietro, in seguito di una notificazione pubblicata l’11 luglio, mandò per tutto agosto e settembre i seguenti soggetti: Giuseppe Sassatelli con tre compagni, Antonio Ronchi, Sabbatino Castellari, Carlo Romani, Sabbatino Marzocchi, Domenico Molinari, Bartolomeo Bergami, Marco Zuffa, Pietro Dalfiume, Alessio Damiani, Domenico Dalla Cà, Alessandro Nonini, Michele Oppi, Petronio Marzocchi, Innocenzo Galavotti, Antonio Da Valle, Angiolo Baroncini, Natale Masini e Guido Marabini. Questo taglio che fu poi detto Cavo Benedettino dal suo autore non ebbe quell’effetto che si aspettava onde col tempo diventò inutile.

Sull’entrare del nuovo anno 1751, prese il governo di Consolo l’Alfiere Lorenzo Graffi, fu Podestà il Conte Giacomo Isolani.

Il 24 marzo presso l’ora di notte fu strangolato nella propria abitazione Messer Giovanni Torchi settuagenario, ultimo della sua famiglia. Gli autori furono Antonio Bonetti detto Tejno e Lodovico Lelli detto Ghinone, tutti di Castel S. Pietro. Questi due assassini, usciti di galera, osservarono che il Torchi era solo e che l’opinione comune era che fosse uomo danaroso poiché aveva servito per lungo tempo l’arcivescovo di Ravenna in qualità di Cappa Nera e suo cameriere.

Quelli attesero che suo nipote Giuseppe Battilani uscisse secondo il solito di casa, entrarono nella abitazione. Il povero vecchio era a sedere presso il fuoco e stava recitando il rosario. Gli gettarono al collo un cappio perché non potesse chiamare aiuto, ma l’azione non riuscì poiché quello alzò la voce, gridando aiuto. Gli inquilini sentendo strepito al momento vi fecero poco caso, ma poi accorsero ma solo quando ormai era stato strangolato.

Gli assassini, sentendosi scoperti dall’arrivo di alcune donnicciole, si diedero alla fuga spegnendo il lume alle donne che però benissimo conobbero i malfattori, che non poterono far nulla e subito fuggirono dal paese né più si seppe altro di loro, lasciando così miseramente soffocato e morto quel uomo dabbene.

Poco tempo prima che accadesse questo fatto, il Torchi fece testamento e lasciò i suoi capitali alla Compagnia del Rosario, tra i quali il bellissimo Crocefisso agonizzante, che si porta in processione alle orazioni e alle funzioni. Egli fu uomo devotissimo del Rosario, mai prese moglie ed aveva un solo cugino. Questi era nell’ordine dei frati M.O. di S. Francesco in questa sua patria col nome di Padre Lorenzo, uomo di grande probità e virtù religiose che morì in Rimini.

Stante poi la cessione che aveva fatto l’arciprete Bertuzzi delle funzioni della Congregazione di S. Antonio Abate alla Arciconfraternita del Rosario, la medesima decise che ogni anno, la prima domenica del mese di giugno, si facesse la processione con la nuova statua di detto santo, in memoria della sua traslazione.

Il 15 aprile l’Assonteria di Governo, mediante una lettera, ordinò alla Comunità di eleggere sei uomini dei più pratici a visitare terreni di campagna per fare la rinnovazione dell’estimo per la revisione dei Campioni. Furono per ciò estratti i seguenti, cioè Lorenzo Graffi, Consolo, Giuseppe Dalle Vacche o Vacchi, Vincenzo Mondini, Domenico Gordini Francesco Dall’Oppio e Lorenzo Sarti, i quali in seguito presero il giuramento di fare, secondo la loro pratica e coscienza, l’estimo ai terreni di questa comunità di Castel S. Pietro e villa di Poggio.

 Fu poi estratto Consolo per il secondo semestre Domenico Gordini.

 Domenica 9 ottobre morì a Bologna il Dott. Giacomo Conti, chiaro medico, lettore pubblico ed anatomista, con dispiacere universale della città e di questa sua patria per la grande aspettativa che, con le sue laboriose cure e operazioni mediche, dava alla Università. Fu sepolto nella chiesa di S. Maria del Baraccano essendo confratello di quella arciconfraternita. Doveva fare nell’anno seguente 1752, la anatomia pubblica la seconda volta nel teatro anatomico di Bologna a richiesta della Assonteria di Studio. Questo perché si prospettava il pericolo che la Cattedra anatomica rimanesse priva di un Professore cattedratico, poiché il destinato Dott. Giuseppe Guglielmini aveva chiesta di essere dispensato per la sua salute e l’età avanzata.

In questo medesimo tempo Giovan Tomaso Nessi, nativo forlivese, detto volgarmente Tibacco o Tabbacone, bravo professore di lettere latine, dopo un lunghissimo servizio prestato a questa Comunità per anni, chiese ed ottenne la messa a riposo nel suo incarico, grato a tutto il paese. Istruì molto giovani nelle belle arti e per la sua ottima educazione molti paesani presero la via ecclesiastica. Lasciò un figlio per nome Domenico che per nulla attese allo studio ma solo al lavoro pratico e, espatriata la sua famiglia, si andò a stabilire nel veneziano con i fratelli Dalfiume. Il Nessi lasciò varie poesie stampate in ogni genere e fu grato al segretario Alessandro Fabbri, col quale ebbe stretta confidenza negli studi.

L’anno 1752 entrò Consolo per il primo semestre Flaminio Fabbri e Podestà il Conte Francesco Caprara.

 Per la nuova erezione in Arciconfraternita della Compagnia del Rosario, furono nuovamente eccitate le discordie fra le altre due Confraternite di S. Caterina e del SS.mo. Quest’ultima ritornò ad primera jura e rifece a Roma, agli atti Vitali, un lunghissimo processo di 600 carte, rogate agli atti Vanolti nel vescovato di Bologna, gli anni 1658 e 1659.  Per tali motivi il paese si trovava diviso non solo fra le corporazioni ma anche fra le famiglie per le diverse opinioni. L’arciprete pensò ad un riparo e fu di procurare una venuta di Missioni. Non fu sordo il Vescovato e prudentemente convenne di spedire, in giornate lunghe e non occupate da faccende rurali, religiosi efficacissimi per quietare gli animi.

 La Compagnia di S. Caterina, come quella che era più facoltosa e più antica nella cappazione, pensò di potere anch’essa ottenere dal Papa un privilegio conforme a quello del Rosario. Presentò per ciò una supplica a Benedetto XIV per l’innalzamento anch’essa di un Gonfalone. Il Papa, che era stato informato dai confratelli avversari, rispose solo lectum.

 Il giorno 19 marzo, ricorrendo la domenica di Passione, si fece la solenne processione del Cristo dell’Oratorio della Compagnia del SS.mo per il paese coperto con veletto, secondo la regola. Tutta questa giornata fu piovosa ma, giunto il tempo della processione, si rasserenò il cielo e si vide il patente miracolo, restò la serenità finché la S. Immagine fu ritornata alla sua chiesa e poi, data la S. Benedizione, si ammassarono le nubi e ritornò la pioggia, che durò continuamente fino alla domenica seguente.

Quantunque fossero in discordia fra di loro le Compagnie di S. Caterina e del SS.mo, ciò non ostante fecero assieme le consuete Rogazioni colla S. Immagine di Poggio, così che il 9 maggio fu ricevuta la B. V. dai confratelli di S. Caterina nella loro chiesa con tutta la decenza possibile, ed il di seguente 10 maggio, che fu il mercoledì, fu portata alla chiesa dei padri Cappuccini ove fu accolta con le solite formalità. Intanto era stata qui appositamente portata, per visitare la miracolosa Immagine, una ossessa di Piancaldoli di nome Angiola Pradini. Al momento dell’entrata in chiesa della immagine della B.V., la Pradini si dette ad alti strepiti e smanie che misero sossopra tutto il popolo. La meschina fu portata nella vicina cappella dedicata a S. Antonio da Padova presso la porta, fu convinta dal sacerdote Padre Paolo Mattioli, cappuccino da Castel S. Pietro, a confidare in quella S. Immagine, sicura che ne avrebbe avuta la grazia.

Stette la paziente quieta tutta la messa cantata, contemplando la B.V. Quando la S. Immagine, si avviò ad uscire dalla chiesa e fu davanti alla cappella ove era la ossessa, questa alzandosi furiosamente, che nessuno la poté fermare, fuggi verso l’altra cappella che non era chiusa. Si tornò quindi nella stessa situazione di prima finché la B.V. non fu uscita dalla chiesa. Nel momento in cui le passò di nuovo davanti diede due spaventosi urli a guisa di ruggito e stralunando gli occhi si gettò bocconi a terra da dove, rimasta pochi momenti, si alzò e disse che stava assai meglio.   Gridando: Viva Maria della grazia, si staccò dalla cappella e si inoltrò fra il popolo che seguiva la processione e accompagnò la S. Immagine fino alla sua chiesa, dove vedendola si mise a piangere ed a ringraziarla.

 Interrogata del suo operato e della causa, rispose che il motivo di tanti strepiti era stata una oppressione e palpitazione di petto che il demonio le cagionava, allorché la vedeva appressarsi all’Immagine di Maria e che da molti anni ella era stata invasa a causa di uno spavento sofferto in un turbinoso temporale.

Si dedusse che realmente il miracolo lo aveva fatto il SS.mo mediante la B.V. di Poggio. Per verificare maggiormente il fatto la mattina seguente, giorno della Ascensione, si portò la suddetta davanti alla S. Immagine ove stette genuflessa per lungo tempo a ringraziare la sua benefattrice, senza dar segno di essere più invasa. Se ne partì sola senza aiuto d’alcuno, manifestando a chiunque il prodigio ad essa accaduto, pensava di essersi sgravata di un gran peso e rinata al mondo.

L’arciprete Bertuzzi era l’amministratore ed esecutore testamentario di Agostina Fabbri e di Giovan Battista e aveva trovato nell’asse ereditario una casa posta nella via di Saragozza di sotto il cui frutto doveva essere applicare ai poveri della Parrocchia. Perciò, intento sempre a beneficiare la miseria delle sue pecorelle, vendette questo fondo urbano a Omobono Serantoni per 400 lire e il ricavato fu applicato all’Ospitale degIi Infermi di questa Parrocchia.

Dopo le richieste fatte all’arcivescovo per fare le Missioni il giorno 8 agosto arrivò il Padre Angiolo di Costanzo, sacerdote gesuita napoletano, con altri due gesuiti su le ore 21 circa. Prima di entrare nella chiesa arcipretale, l’arciprete condusse il popolo nel Borgo alla chiesa della Annunziata. Questa era stata chiusa alcuni giorni e all’apertura fu trovata tutta apparata a lutto. C’era un Cristo in grandezza naturale deposto dalla croce sopra un cataletto, tutto piagato e coi capelli umani. Il Cristo, in presenza del missionario, fu levato sopra le spalle del clero secolare e poi, nel modo che si usa dei cadaveri, fu accompagnato con lumi alla chiesa arcipretale ed ivi deposto.

Cominciò quindi il missionario la predicazione dicendo che il filius hominis era così morto per i peccati comuni. Seguitò il suo discorso e si infiammò parlando del rispetto alla Casa di Dio, declamando acremente contro i profanatori del Tempio. Finalmente dopo avere esortato per lo spirituale, passò a perorare anche per il materiale, dimostrando che Iddio si compiaceva avere luoghi convenienti alla sua divinità.

 Finalmente concluse il discorso dicendo che, essendo questa chiesa arcipretale simile ad un granaio perché tutta tassellata in legno, era un obbrobrio che faceva anche pena. Quindi persuase il popolo a proseguire i lavori incominciati e stimolò in tal modo l’arciprete, che si impegnò subito nel lavoro.  Tanto più che ne aveva due di progetti, uno di Alfonso Torreggiani[54] e l’altro del famoso Giancarlo Bibbiena[55], architetto reale della corte del Portogallo, che non fu poi eseguito a motivo della grande spesa. Il Bibbiena aveva fatto il suo disegnonel tempo che era venuto in casa del mio avo Pier Antonio Cavazza per affari ed interessi pecuniarie per passare l’estate

 Per maggiormente animare il popolo il missionario soggiunse che tutte le elemosine che si fossero raccolte nel corso di queste sue missioni voleva destinarle a questa fabbrica, come fedelmente fece.

La popolazione sentì con piacere tutti questi discorsi così, dopo alcune prediche, i capi famiglia del paese andarono all’alloggio del missionario, che aveva nella casa dei gesuiti, anticamente casa dei Morelli. Si unirono a questi capi famiglia i preti e la arciconfraternita del Rosario, essendo quella che aveva la sua residenza nella chiesa arcipretale ed alla quale l’arciprete aveva addossata la assistenza di tutte le funzioni di queste Missioni.

il missionario poi in appresso convocò una assemblea di tutti i paesani nel palazzo Malvasia, ove aveva trasferito il suo domicilio per maneggiare il lavoro proposto. Vi Intervennero tutti i capi famiglia del paese. Fu deputato per segretario di questa riunione il notaio Giovanni Ventura Bertuzzi. Nella assemblea fu deciso di eseguire il progetto Torreggiani per le suddette ragioni. Ognuno dei convenuti poi si tassò di una offerta a suo piacere.

La Compagnia di S. Caterina, essendo priore Domenico Antonio Vanti, si tassò per l. 300, la Compagnia del SS.mo, perché povera e perché non era stata considerata nelle funzioni di queste Missioni, non si volle tassare. Fece però notare che ella aveva dato di più degli altri nella fabbrica della cappella maggiore.

Il missionario, animato delle offerte che subito ammontarono alla somma di novecento scudi, volle, per impegnare di più l’arciprete e il popolo, incominciare il lavoro mentre era ancora qui.

 Terminate perciò le missioni con la papale benedizione la domenica 20 agosto, il giorno seguente pose egli la prima pietra fondamentale e testimoniale nel fondamento della colonna angolare alla destra della porta maggiore ove era il battistero. Nella colonna angolare alla sinistra della porta, ove era la cappella di S. Antonio Abate, vi pose la seconda pietra l’arciprete Bertuzzi. Queste deposizioni di pietra si fecero con i riti di S. Chiesa.

Nella detta assemblea furono fatti quattro fabbricieri ed un depositario per la coletta e così furono distribuiti anche gli altri uffici in modo che in breve tempo si alzò il lavoro interno della chiesa.

Nell’angolo esterno della facciata della chiesa, alla sinistra prospiciente il cimitero e la strada maggiore del Castello, vi era edificata la torre dell’orologio pubblico. Per caricarlo, come si disse, l’orologiaro e donzello della Comunità doveva passare sopra la volta della cappella del Rosario e sopra il solaio della stessa parrocchiale. Fu pensato non convenisse lasciarvi questa torretta perché avrebbe deformata la facciata della chiesa. Alcuni male intenzionati ostili alla Comunità pensavano di levare del tutto tale torretta anche per espellere la parte pubblica da questo diritto nella parrocchiale. I capi fabbricieri Don Francesco Dalle Vacche, Domenico Ronchi, Don Giuseppe Fantaguzzi e Don Francesco Trocchi unitamente all’arciprete fecero istanza alla Comunità e la pregarono di atterrare la torretta adducendo essere cosa necessaria per potere poi alzare il coperto della chiesa. Non potendo la Comunità ciò effettuare senza il permesso del Senato, rispose che avrebbe approvato, sempre che in questo posto non si fosse potuto sostenere la torre per un orologio e che il senato avesse assentito. Si dava comunque subito seguito alla richiesta.

A questo scopo si consultò intanto l’architetto Torreggiani ed il capo mastro della fabbrica Domenico Petrocchi imolese, i quali entrambi asserirono potersi benissimo sostenere la torre nello stesso posto senza gravare di ulteriore spesa la Comunità. Ciò non ostante la Comunità si offerse di prestarsi alla richiesta di levare totalmente la torre, qualora il Senato di Bologna vi aderisse. Intanto dette parte di ciò alla Assonteria di Governo.

La compagnia di S. Caterina, aveva lasciata incompiuta la cappella laterale nella sua chiesa dedicata a M. V. del Soccorso per sua brutta esecuzione e la non corrispondenza alla chiesa. Venuta alla risoluzione di fare lavoro migliore, fece intervenire l’architetto Torreggiani che risolse i difetti e fece una nuova soluzione sulle stesse fondazioni. Restava solo avere, dal Vicario Generale di Bologna, la facoltà di fare la spesa che ammontava a lire mille. Questi, per gli atti di Gaspare Sachetti del 19 dicembre, diede con decreto la facoltà alla compagnia di fare la spesa con i suoi avanzi e così si chiuse l’anno.

Nel 1753 fu Podestà il Conte Carlo Cesare figlio del senatore Antonio Giuseppe Bianchini. Consolo per il primo semestre fu Lorenzo Sarti.

Impazienti i fabbricieri della arcipretale, se non si vuole dire maliziosi, per spogliare la Comunità nel jus che aveva sopra la chiesa intorno alla torre dell’orologio pubblico, mentre si protraeva con lentezza la decisione del Senato, non presentarono più alcuna istanza alla comunità e, con alcuni complici, procedettero ad un de facto.

Quindi il 18 gennaio, mentre tutto il paese tranquillamente se ne stava al pranzo in casa e contemporaneamente pure fioccava una grossa neve per cui poche persone erano per strada, fu levata la campana dall’orologio e, fatto ciò, fu demolita del tutto la torre.

 Il Consolo Lorenzo Sarti, si portò dall’arciprete lagnandosi della prepotenza usata e dell’affronto fatto alla pubblica Rappresentanza ed alla popolazione mentre che si stava attendendo la risoluzione del Senato. L’arciprete a tali verità non ebbe che replicare se non che questa demolizione era necessaria.

Fu convocato subito il Consiglio e si ebbe su ciò non poco diverbio, ma nulla si concluse, rimandando la riflessione a piena Comunità convocata. Replicato il consiglio il giorno 21 d. furono in esso deputati quattro consiglieri a sostenere i diritti e lo jus della Comunità. Questi furono Flaminio Fabbri, Lorenzo Conti, Lorenzo Graffi e lo stesso consolo Sarti, ai quali il Consiglio attribuì ogni facoltà per agire tanto civilmente che criminalmente in ambedue i tribunali del Torrone o del Vescovato contro gli operai e i loro capi Mario Prospero Fontana e Barnaba Trocchi. Se ne diede contemporaneamente l’avviso alla Assonteria di Governo che immediatamente ottenne, avanti il Vicario Generale di Bologna Mons. Francesco Cottogni, precetto diretto all’arciprete di rimettere in pristino la torre demolita con l’orologio fatto in pezzi dai muratori. La campana fu poi restituita alla Comunità.

Per tale fatto inaspettato il paese restò privo del suono dell’ora per molto tempo. I frati di S. Francesco, mossi dal clamore del paese, fecero porre sopra il loro campanile dalla parte che guarda la loro piazza una Mostra de Ore. Gli Agostiniani imitarono lo stesso fatto nel loro campanile. I Cappuccini, che avevano una campana piccola al loro orologio, la fecero ingrandire perché fosse udita dai paesani. Insomma il paese per questo accidente restò più fornito di orologi di quello che aveva in passato.

Fu informata nuovamente l’Assonteria per dare maggior fuoco alla faccenda. Il Padre Luigi di Costanzo, sentite tutte queste novità, si impose col maggior calore possibile perché si quietasse tutto il rumore e perché fosse reintegrata la Comunità nei suoi diritti.

Ottenuta tale parola dall’arciprete, si presentò in Consiglio e promosse calma agli animi esacerbati in modo che il 28 gennaio la Comunità scrisse all’Assonteria di Governo, affinché prendesse l’affare con prontezza e approvasse i progetti dell’arciprete. Annuì l’Assonteria alle lamentazioni della Comunità, che in seguito il 10 febbraio stipulò l’atto di composizione coll’arciprete per rogito del notaio Giuseppe Nanni attuario dell’arcivescovato.

Ciò fatto, i comunisti partecipanti alla costruzione della fabbrica, che avevano dimesso il loro impegno, lo riassunsero e procurarono che i lavori avanzassero maggiormente.

 Mentre si agitavano queste cose, il Conte Senatore Federico Calderini confratello della Compagnia del SS.mo, vedendo la sua chiesa dell’Oratorio fornita di un solo altare laterale che era quello del Cristo, per accompagnarlo di fronte, fece fare l’altro e lo dedicò alla Immacolata. La decorazione fu fatta da Antonio Gamberini bolognese, la figura dall’egregio scultore Antonio Schiassi[56] ed il quadro dipinto in tela era di Antonio Rossi[57], scolaro del chiaro Marc’Antonio Franceschini[58], tutti bolognesi.

Il seguente aprile in Borgo Domenico Poli detto Babullo fu mortalmente ferito con una archibugiata, l’autore non si poté scoprire perché il fatto avvenne di notte. Accorsero i sacerdoti per confessarlo, ricusò l’indegno di prestarsi alla raccomandazione dell’anima anzi, bestemmiando il nome di Dio e i santi, col coltello che aveva nelle mani si finì da sé stesso la vita. Vomitò così la sua indegna anima in braccio al demonio, fra bestemmie eretiche e maledicendo Dio e il buon sacerdote Luca Gordini che si affaticava perché salvasse l’anima. Perciò privo di sepoltura apostolica, fu collocato il suo cadavere esternamente al Castello nel terrapieno presso la Roccazza.

 Fu uomo di statura alta, faccia furba, facinoroso e poco cattolico per la trista e male educazione materna. Questa professava l’arte di fattucchiera ed era chiamata la Morina, che stette più volte al S. Ufficio per le sue stregherie e ognuno la fuggiva. Morì anch’ella poco dopo fuori dal grembo cattolico. Le imprecazioni che uscivano dalla sua bocca furono così esecrabili, che non ne accenniamo alcuna per ribrezzo. Iddio le fece vedere l’effetto funesto delle sue imprecazioni. Infatti un giorno bestemmiò contro una sua figlia maritata a un certo Neri, che faceva il pescatore, per avere essa denigrato un pesce che quello aveva in vendita. La figlia era gravida e quando fu al termine del parto, attaccata da fierissimi dolori, partorì una creatura umana, ma col capo di un bruttissimo luccio. La Morina, che faceva da mammana, ciò vedendo prontamente lo strangolò e seppellì in casa propria che era presso la chiesa e convento di S. Bartolomeo. Veduto tale spettacolo la misera partoriente non poté che riconoscere il castigo di Dio ed il miracolo fatto vista la imprecazione ricevuta dalla malnata madre.

 Compiuto l’altare Calderini vi si celebrò la S. Messa il 26 maggio, sabato avanti le Rogazioni. Proseguiva la fabbrica della chiesa arcipretale ma con cautela da parte degli elemosinieri e d’altri contribuenti a motivo che anche il Papa non si pronunciava sul fatto della demolizione della torre. Non si concludeva se rifarla nello stesso posto della demolita oppure no. Si stava inoltre facendo il progetto di edificarne una nella pubblica piazza presso la residenza comunicativa, ma neppure questo si concludeva per il problema della spesa.  Fu infine deciso che l’arciprete pagasse cento scudi, come fece, alla comunità per l’orologio e la torre e che la torre si edificasse lontano dalla arcipretale.

L’architetto Dotti visitò il sito della torre, ne fece il disegno, ed ebbe il plauso di tutti.

Il 24 giugno fu estratto Consolo Vincenzo Mondini, sotto il cui governo fu diviso il dormitorio dell’Ospitale degli Infermi della parrocchia, con un muro ed un altare. Questo perché prima gli uomini e le donne si vedevano da letto, gli uni con gli altri. In questo tempo era il Consolo protempore, che secondo gli statuti dello ospitale, se ne prendeva cura.

Ormai si credevano risolte tutte le differenze tra la Comunità e l’arciprete per il problema della torre del nuovo orologio, quand’ecco che alcuni mali intenzionati del clero e di quelli che influivano sull’arciprete, suscitarono nuovi cavilli e contrasti, che non servirebbe stare a riferire.

Per tacitare questi, che andavano anche a disturbare la quiete del superiore ecclesiastico, il vescovo Mons. Lotanzio Sipa, delegato dal Papa al governo della Diocesi, pensò bene di venire a Castel S. Pietro, col pretesto della cresima e della visita pastorale, e venne il 2 settembre e tutto restò confermato e ritornò la pace con l’arciprete.

L’8 settembre Pietro Fontana capomastro muratore della arcipretale, dopo avere terminato i suoi lavori, andò alla volta di Imola verso l’ora di notte con quattro muratori. Quando furono giunti alla cappellina della Madonna del Cozzo nella via romana furono assaliti da individui mascherati armati. Si difesero con i righelli e gli arnesi da muratori, ma non fu sufficiente a fermare gli aggressori che cominciarono a sparare.  I muratori, vedendosi perduti contro una ciurma di assassini, gridarono alla Beata Vergine, udirono e accorsero i villani vicini, furono così salvati e solo Domenico Cassina ricevette leggere ferite.

In seguito alla concordia seguita tra l’arciprete e la Comunità sopra l’orologio, il 27 ottobre furono affissi gli avvisi del governo di Bologna per chi voleva attendere al lavoro. In seguito fu deliberato tutto il lavoro a Domenico Petrocchi capomastro muratore imolese, che assunse in sé tutta la fabbrica. Immediatamente alla fine di novembre furono fatti i fondamenti secondo il progetto Dotti e stettero posati fino ad agosto.

Padre Nicola Borgia generale dell’ordine agostiniano, confermò priore in questo convento di S. Bartolomeo il Padre Giacomo Giacomelli, fino al nuovo Capitolo Provinciale. Si cominciò in questa chiesa di S. Bartolomeo, la devozione alla B. V. di Genzano detta volgarmente del Buon Consilio, per i tanti miracoli che Iddio operava per mezzo di questa Immagine. Fu perciò l’8 dicembre, con solenne festa, esposta al pubblico il suo ritratto e fu fatto un solenne panegirico dal Padre Luigi Penacchi, che fu poi Provinciale e così terminò l’anno.

Per il corrente anno 1754 fu estratto Podestà il Marchese Giovanni Nicolò figlio del Senatore Frangiollo Tanara e Consolo per il primo semestre fu Giuseppe Dalle Vacche.

 Nella chiesa di questi Padri Cappuccini fu esposto il bellissimo quadro opera di Ercole Graziani[59] bolognese rappresentante S. Giuseppe da Leonessa deposto dal martirio e agonizzante in braccio a due angeli. Si vuole che questo quadro sia uno dei migliori uscito dal suo pennello. Fu pagato per metà dalla casa Malvasia e l’altra metà da elemosine. Codesti Padri Cappuccini di Castel S. Pietro, memori delle singolari virtù e degli atti di santità del Padre Leone Alberici, sacerdote del loro istituto, lo seppellirono nell’avello comune in una cassa separata. Quindi, curiosi di vedere come si era conservato il suo cadavere, ottenuta la licenza dei suoi superiori, lo esumarono.

Schiodata la cassa lo ritrovarono intatto, bello, flessibile, con viso sorridente ed odoroso tanto che sembrava sepolto da poche ore. Fu riposto entro una nuova cassa di rovere e ricollocato entro lo stesso avello dove era prima con ammirazione dei molti che erano venuti ad osservarlo.

Il 3 maggio fu celebrata la Congregazione capitolare degli Agostiniani in questo convento di S. Bartolomeo dal Maestro Piccini bolognese, Priore provinciale, essendo Presidente il Maestro Egidio Tirati. Questi passò la carica al Padre Maestro Nicola Pigia, provinciale eletto nell’anno scorso in Bologna dal Definitore generale Padre Maestro Francesco Vasquez.

Morì in questo tempo il sempre commendabile Giovanni Tomaso Nespoli in età di anni 88, già pubblico precettore, messo a riposo da questa Comunità dopo l’esercizio di 40 anni e fu, benché cadente di età, rimpianto da tutti.

Nella fine del seguente giugno fu estratto, per il prossimo semestre Consolo il Capitano Francesco Antonio Vanti.

Entro questo mese i dazieri del Dazio Orto di Bologna tentarono di mettere in uso tale Dazio anche a Castel S. Pietro. La Comunità ricorse per ciò al Cardinale Doria, ed ebbe il Monitorio di dovere continuare a mantenersi esente. Furono fatti in seguito alcuni atti giudiziali ma la Comunità rimase non tassata.

Lunedì 5 agosto si cominciò a fabbricare la nuova torre dell’orologio nella piazza entro il Castello.

 In questo mese facendosi le Missioni dal Padre Angiolo di Costanzo nella vicina parrocchia di S. Martino in Pedriolo, tutti li calzolai di Castel S. Pietro radunati in numero di 40, si portarono processionalmente in cappa bianca a quella chiesa cantando inni e lodi al Signore. Avevano inalberato il loro dipinto di S. Crispino e Crispiniano che si conservava nella chiesa di questi Padri Francescani nella parete laterale, ove hanno costituito il loro Juspatronato, sotto la statua della B.V. di Loreto.

I calzolai cappati avevano tutti il loro bastone in mano e quattro lanternoni attorno al santo. Fece loro da cappellano un sacerdote dei francescani. Nel partire intonarono in canto gregoriano l’inno Sanctorum meritis inclita gaudia. Nel ritorno la sera furono incontrati processionalmente da tutti i frati francescani e ricondotti nella loro chiesa col quadro dei santi, che fu esposto all’altar maggiore alla pubblica venerazione. Infine fu esposto il SS.mo SS.to col quale fu data la benedizione al popolo accorso numeroso.

 Nella chiesa di S. Francesco furono ammodernate tutte le mense agli altari, eccetto l’altar maggiore e costruite all’uso romano, levandovi i drappi arabescati che erano di scagliola.

 Nel fine di ottobre restò completata la fabbrica della nuova torre dell’orologio in piazza. In questa circostanza fu rinnovata la campana dell’orologio, era prima di 254 libbre, fu accresciuta fino a 381[60]. Il fonditore fu Domenico Fornasini di Bologna, che fece di nuovo quasi tutto l’orologio. Alla spesa della campana vi concorse tutta la Podesteria di Castel S. Pietro.  Nel bordo della campana si legge la seguente memoria Renovata et aucta pubblico aere huius (…) Castri S. P.ri anno D.ni MDCCLIV Consule Francesco Antonio Vanti. A metà della Torre fu poi collocata una immagine di M. V. Immacolata fatta di terra cotta da Fra Geremia da Bologna sacerdote cappuccino residente in questo convento. Prima che fosse collocata nella sua nicchia fu benedetta dal cappellano parrocchiale Don Sebastiano Bertuzzi. Posta che fu al suo posto seguì un copioso sparo di mortaretti. La spesa dell’orologio, campana e torre ascese alla somma di lire duemila cinquecento, soldi tredici e danari quattro monete di Bologna. l..2.500: 13: 4 come risulta nell’archivio comunitativo.

In questo tempo il chiaro pittore Angiolo Carboni[61] bolognese ornatista, dopo essere stato nel Portogallo ove fece belle operazioni, dipinse la sagrestia di questi Padri Francescani e il loro refettorio, di tutto questo poco è rimasto per la pazzia di un guardiano, che fu poi mandato via. Contemporaneamente si cominciò la fabbrica dello scalone nel loro convento, sul disegno dell’architetto Antonio Ambrogi[62] bolognese, dove era già la scala a due rampe. Tutte queste novità le fece il Padre Giuliani da Bologna che indebitò molto il convento. Perfino la libreria ove erano anche dei codici, fu levata dal suo sito, che era in faccia all’ingresso di detto scalone. Sconvolse tutto il bell’ordine di quel convento, facendo anche imbiancare molti dipinti interni di buona mano nella loggia inferiore ove erano dipinti molti miracoli di S. Antonio con gli stemmi delle famiglie che ne avevano fatta la spesa. S i vedono ancora in alcuni luoghi nella parete i segni degli affreschi.

1755 – 1759. Sistemazione chiesa madonna di Poggio. Inizio spianatura piazza. Lite con i frati di S. Francesco sul passaggio dei portoni. Marchese Ercolani fa una nuova chiusa per suo mulino, non resiste alla piena. Continua vertenza tra frati e senato. Costruzione ringhiera teatro comunale per: separare grano dal loglio. Conte Stella chiede spostamento mercato dei maiali.

Anno 1755, fu podestà il Conte Giuseppe Maria Marsili e consolo il Notaio Giovanni Ventura Bertuzzi.

Dopo avere abbellita la piazza con la nuova torre, si pensò anche ad accomodare la residenza consolare per le assemblee comunitative. Fu avvisata l’Assonteria di Governo, che non si oppose. Restava solamente di ridurre la piazza ad un piano comodo per trasferirvi il mercato dei pollami, erbaggi ed altri commestibili. Allora quella era un prato, senza scoli, così che quando pioveva non era praticabile. La Comunità perciò fece richiesta al Senato non solo per metterla a livello ma anche per selciarla.

Fu presa in considerazione la richiesta, che fu accompagnata dalle premure del Conte e Senatore Cesare Malvasia. A questo effetto fu mandato il perito pubblico e architetto Bartolomeo Bonaccorsi, il quale il 17 aprile, prese la livellazione e riferì favorevolmente anche perché le acque della via di Piazza Liana non si potevano scolare se non si abbassava la superficie della piazza che era più alta

La chiesa della madonna di Poggio, per la sua antichità, abbisognava di restauro.  Il beneficiario Don Giovanni Battista Ballarini, riuniti i compadroni degli altari esistenti perché li accomodassero, la abbellì e la trasformò nell’aspetto che ora si vede. In conseguenza di ciò pose sopra la porta interna la seguente iscrizione in luogo dell’altra già perduta perché dipinta sul muro

Templum hoc

ex fide obblationibus

et altaria a suis compatronibus

restaurata fuere

Anno D.ni MDCCLV

Rectore

D. Sa. Bactista Ballarini

Nell’occasione che si faceva a Bologna il Capitolo Generale dei Domenicani, venne a predicare a Castel S. Pietro per la quaresima il Padre Luigi Clerici domenicano, nobile milanese già Vicario del S. Ufficio di Pesaro. Albergò in casa Calderini. Il 17 febbraio, primo giorno di quaresima, cominciò con gran fervore le sue apostoliche fatiche. Terminata la quaresima passò a Bologna al Capitolo, da dove ritornato si fermò alquanti giorni a Castello. Qui, visti certi imprecisioni nelle funzioni della Arciconfraternita del Rosario, insegnò ed ordinò a quella il modo giusto di onorare la S. Vergine. Fra le cose che promosse ci fu che, ogni sabato mattina, si facesse un piccolo discorso al suo altare e, recitate le orazioni dei quindici Misteri con tre Ave Maria per ciascuno, si dovesse dare la benedizione al popolo, almeno con la reliquia della B. V., se non la si dava con il SS.mo SS.to. Tanto fu eseguito e si proseguì abitualmente finché visse l’arciprete Bertuzzi.

La campagna si trovava molto bisognosa di pioggia ma non si era potuto ottenere la grazia sebbene si recitasse nella chiesa il pro pluvia. Allora molti abitanti nel borgo di questo Castello, mossi da straordinario fervore verso il loro antico crocefisso esistente nella chiesa della SS. Annunziata, lo esposero il 25 aprile all’altare maggiore di questa chiesa facendovi celebrare davanti molte messe. Il terzo giorno, che fu sabato 26, fu portato processionalmente per il Borgo e dopo fu data la benedizione al popolo. Tale funzione non si ricordava a memoria d’uomo quantunque fosse vecchio.  Terminate le cerimonie la notte seguente si vide il miracolo mediante una abbondante pioggia, che innaffiò abbondantemente tutto il nostro comune.

Nelle memorie di Domenico Gordini e Giuseppe Amadesi si legge che erano più di 150 anni che non si era mossa questa santa Immagine dal suo posto.

Il 24 maggio il P. Giuseppe Maria cappuccino di Castel S. Pietro della famiglia Venturoli, dopo il corso di sessanta anni di sacerdozio, rinnovò solennemente il suo primo Sacrificio in questa sua chiesa dove suo fratello Antonio fece fare grandissime allegrezze per il paese.

Lorenzo Conti era stato estratto Consolo il 24 giugno e assunse la carica il primo luglio.

 L’8 giugno il Padre Petruccio M.O., andando a Bologna ed essendo stanco per la sua età, salì sopra un carro carico di frumento condotto da Alessandro Brini. Giunto che fu presso l’osteria del Gallo, i buoi attaccati al carro si impaurirono e cominciarono a fuggire. Il povero fraticello si rivolse al suo gran protettore S. Diego, ma nell’atto che voleva estrarre la sua reliquia dal mantello per segnare le bestie fuggitive, cadde giù dal carro, che con le ruote gli passò sopra di traverso. Avrebbe dovuto restare se non segato a mezza vita almeno stritolato.

Cominciò a gridare con la reliquia in mano, salvami Diego! salvami Diego! Al suono di tali parole le bestie all’istante si fermarono e non proseguirono la fuga. Levatosi il fraticello da sotto al pericolo da se solo, fece vedere ai villani quanto era potente Iddio per mezzo di questo santo. Portatosi nella vicina osteria, si spogliò tutto per farsi curare almeno i lividi e le ammaccature, ma nessun segno si trovò sulla sua persona. Quindi lodando sempre più Iddio nei suoi santi, proseguì il suo viaggio a Bologna. Questo fatto fu dipinto in una mediocre tavoletta, che fu poi posta all’altare del santo in questa chiesa di S. Francesco.

Il 10 agosto si cominciò a spianare la piazza maggiore del Castello ed a metterla a livello. Il lavoro fu affidato a Barnaba Trocchi. Il terreno che era in più doveva essere trasportato fuori del Castello e collocato nella fossa dalla parte di levante entro la intercapedine di due lunghi muri fatti fabbricare dal Conte Cesare Malvasia quattro anni prima.

I frati di S. Francesco, come confinanti col Conte Malvasia, cominciarono lamentarsi perché prevedevano la sua idea, di chiudere il passaggio di dietro al loro convento ed ai palazzi vicini. Qui era la migliore veduta che guarda il Sillaro, la collina, la pianura e la via romana ed era il passeggio del paese. Perciò Padre Giuliano Giuliani bolognese, attuale guardiano del convento, ricorse ad un ripiego per impedire passaggio dei trasporti del terreno. Sotto il vicolo che sta tra la chiesa e l’orto dei frati, fra i due portoni, c’era una conserva per la neve, la cui cupola poggiava da un lato il campanile e dall’altro una stalla degli stessi frati. Egli di notte tempo fece rompere la volta della conserva sull’apice, onde essendosi avuto un crollo, fu necessariamente sospeso il trasporto del terreno. Face anche intendere anche che tale rovina era accaduta per l’eccessivo passaggio delle birocce cariche del terreno dello sterramento.

Sdegnato il Cavaliere per questo sotterfugio si rafforzò vieppiù nella sua idea e cominciò a far passare tutte le birocce cariche per la loggia del suo palazzo, corrispondente appunto alla destinazione prevista. Restò quindi beffato il guardiano ed adirati gli altri frati. A quasi tutti dispiacque un tale contrasto perché prevedevano la perdita delle tante elemosine che gli faceva quel signore. Comunque i frati dovettero tacere e obbedire al guardiano, il quale fece subito chiudere entrambi i portoni e quindi nessuno poteva più passare per quel vicolo. I paesani vedendo chiuso questo transito, protestavano. Il Senato, venuto a conoscenza di quanto accadeva, trattandosi di un passaggio pubblico, chiamò in giudizio i frati ed il convento e fece sospendere alla Comunità la elemosina di l. 26 annue per il voto fatto a S. Bernardino in occasione del contagio. Il guardiano, oltre avere fatto rompere la volta sud. fece pure mettere una iscrizione sopra il primo portone ove annunziava spettare quel vicolo al solo uso dei frati, non contento di ciò sopra questo portone fece edificare un muro di traverso, che collegava le mura dell’orto al muro della chiesa e fece altra pazzia, che a suo tempo descriveremo[63].

Il 22, essendo terminata la volta della chiesa parrocchiale, i muratori fecero festa con gli attrezzi ed arnesi murari come la cazzuola, i martelli, i caldarelli e fu scoperta al popolo, che si unì ai loro Evviva!

Le impetuose piogge che in ottobre giunsero in alcune città d’Italia, recarono non pochi danni alle campagne ed ai fabbricati.

I frati di S. Francesco intanto proseguivano la lite col Senato sul passaggio dei portoni.

Spaventarono molto i terremoti accaduti in vari luoghi e provincie. Fra tutti il più disastroso fu quello di Lisbona al quale vi si aggiunsero gli incendi e grandi rovine delle quali il curioso se ne può sincerare dalle relazioni stampate presso il Saffi in Bologna. Fu talmente forte questo castigo, che si sentì qualche scossa non solo nella nostra Italia, ma anche nella nostra provincia.

Così terminò l’anno, alla fine del quale fu estratto Podestà per l’anno avvenire il Marchese Raffaele Riario e per il primo semestre, essendosi rinnovata la imbustazione dei consoli, il capitano Francesco Antonio Vanti.

Entrato il 1756 i Tribuni della Plebe di Bologna vennero in visita a Castel S. Pietro per gli alimentari e l’annona. Pretesero e tentarono di sottomettere il paese alla soggezione delle Arti di Bologna. Quindi prima furono denunciati al magistrato i gargiolari per la inosservanza dei bandi dell’Arti della città e per la mancanza della obbedienza o sia licenza di poter lavorare in quel tal mestiere.

La Comunità si mosse contro il magistrato e ne riportò la vittoria come risulta negli atti del Tribunale, presenti nell’archivio della Comunità.

Il 18 maggio nella chiesa di questi Padri di S. Francesco fu esposto alla pubblica venerazione, all’altare del Beneficio Graffi, il quadro rappresentante S. Antonio Abate e S. Pietro d’Alcantara, opera di Pier Andrea Giorgi di Castel S. Pietro con il paesaggio dipinto dall’egregio pennello di Paolo Dardani bolognese[64].

L’arciconfraternita del Rosario aveva ottenuto dal Papa la grazia dell’erezione del Gonfalone come suo particolare distintivo. Temeva però dalle altre compagnie un qualche sfregio ed ostacolo. Per ciò l’Arcivescovo Card. Vincenzo Malvezzi, al quale era stata affidata la esecuzione del Privilegio, l’8 maggio, in occasione della sua visita pastorale, diede esecuzione alla Grazia di potere innalzare il Gonfalone in tutte le processioni. Poi, per maggiormente dimostrare il suo affetto alla Confraternita, volle essere accompagnato alla chiesa arcipretale   dagli stessi confratelli nel loro abito di penitenza, facendosi precedere dal Gonfalone.

Tanto fu il giubilo comune che di questo primo innalzamento della Insegna ne venne dato pubblico annuncio con il suono di tutti i sacri bronzi del Castello.

Il Cardinale inoltre volle che gli arciconfrati, così vestiti, assistessero a tutta la sacra funzione, che tenne nella Chiesa.  Quindi poiché i fedeli erano alla sacra adorazione della miracolosa Immagine del SS.mo Rosario, ordinò che si facesse una devota straordinaria processione per il Castello e il Borgo con l’intervento numeroso del clero secolare e delle tre Religioni claustrali del paese. Egli assistette a tale funzione, che terminò con la benedizione della S. Immagine nella pubblica piazza del Castello sopra un alto parco preparato a questo scopo.  

Erano in lite il Marchese Marc’Antonio Ercolani, padrone del mulino di Medicina ed il Marchese Sigismondo Malvezzi, padrone del mulino di Castel S. Pietro a motivo della chiusa che immette le acque del Sillaro nel canale di Castel S. Pietro e vanno al mulino di Medicina. l’Ercolani non voleva concorrere alla manutenzione della chiusa quantunque ne usasse il beneficio.

 Perciò l’Ercolani al fine di esimersi dal pagare al Senatore Malvezzi la sua parte di manutenzione, pensò di farsi un’altra chiusa e prendere le acque del Sillaro presso il ponte sulla via romana. Quindi fece un nuovo sbarramento ed un nuovo canale che attraversando i terreni detti della Boldrina, si collegava al canale che va a Medicina.

 Data esecuzione a questa sua idea, si cominciarono a immettere abbondanti acque dal Sillaro.  Per la spinta dell’acqua che qui veniva diretta, cominciò una minaccia alla sponda della strada romana e dello stesso ponte. In breve tempo seguì una vistosa corrosione e smottamento del terreno. Fu necessario dare un immediato avviso al Governo di Bologna.

 Per riparare a questo disordine, che minacciava di tagliare la strada e prendere in mezzo il ponte, furono spediti due professori di idrostatica, Giacomo Gambarini e Giacomo Dotti a fare il sopraluogo. Proposero entrambi di fare un muraglione difensivo a sostegno strada a differenza dell’altro che porta obliquamente le correnti all’occhio del ponte.

 Fu questo loro pensiero una svista assai grande, infatti il nuovo muraglione era contro il flusso dell’acqua che quindi facevano un gorgo ai suoi piedi. Ciò non fu totalmente una svista, ma si credette che fosse stato così progettato per fare un servizio all’Ercolani. Se si fosse fatto diversamente le acque sarebbero state respinte e non avrebbero potuto essere così facilmente incanalate nel canale di Medicina passando in mezzo ai suoi terreni.

Vennero alquante piene dopo che si era incominciato a scavare le fondazioni lungo la strada, lo scavo franò in alcuni punti ed il fondamento si riempì d’acqua. Non si potevano sostenere le sponde perché il terreno era ghiaioso né bastavano gli assi e i puntelli a sostenerle sponde tanto più che l’acqua vi sorgeva dentro. Convenne per tanto abbandonare questo progetto e patirne il danno.  In più le acque, scorrendo rapide in questa posizione, portarono via anche il nuovo sbarramento. A questo punto tutto il progetto andò a monte.

Non passò molto tempo che lo stesso Ercolani fece fare un altro sbarramento dalla parte di sotto del ponte distante quaranta pertiche e costruì un nuovo canale, ma pure questo lavoro fu inutile ed andò anch’ esso a monte.

Il primo luglio entrò Consolo Giovanni Ventura Bertuzzi, notaio, sotto il cui governo fu fatta la chiavica di scolo della fossa pubblica lungo i muraglioni di sopra. Questa sottopassò la via circondaria mediante un ponticello fatto a spese del Conte Cesare Malvasia, poi passando sotto il canale si immise nel Sillaro sopra i beni del Mulino di Castel S. Pietro. Alla spesa di questa chiavica concorse anche la casa Malvezzi, padrona del mulino.

 L’Arciconfraternita del Rosario per dimostrare a Benedetto XIV la su riconoscenza per la grande Grazia e Privilegio del Gonfalone fece porre nel presbiterio della sua cappella una lapide in ricordo.  Questa iscrizione sembra incise su marmo tanto è bella, ma è in scagliola marmorata, fatta dai fratelli Quercia imolesi.

La pubblica piazza entro il Castello fu di nuovo livellata.

I gargiolari di Castel S. Pietro, avuto in appello la sentenza favorevole, fecero nel paese festeggiamenti ed onorarono il loro santo protettore S. Vincenzo martire, esponendo la sua insigne reliquia alla venerazione dei fedeli nella arcipretale.

In questo anno, io Ercole Cavazza, scrittore delle presenti memorie, fui fatto Notaio di Bologna all’uso dei Fumanti[65].

Il 13 ottobre la gran pioggia caduta al monte produsse improvvisamente una enorme piena nel Sillaro, che circondò Francesco Conti, ragazzo di 12 anni, in mezzo all’alveo del fiume.  Non poteva guadarlo da nessuna parte. La gente tutta, che era corsa a vedere la gran fiumana, lo vedeva perduto.

Mossa a pietà, la Contessa Anna Stella, che era qui in villeggiatura, fece immediatamente scoprire la Immagine di S Antonio da Padova a questi francescani che, al suono delle campane intonarono il suo Responsorio. Animato da questo il ragazzo, prese un grosso bastone che la fiumana gli aveva portato contro, lo appoggiò sul fondo e resistette alla spinta del fiume per una buona ora con l’acqua a metà vita. Intanto si raccomandava al santo, che i Religiosi stavano pregando per lui.  Fu infine salvato e si comprese il miracolo.

L’anno che seguì 1757 fu podestà il nobil uomo Girolamo Fontana Bonolli e Consolo per il primo semestre Giuseppe Dalle Vacche.

 Don Domenico Lugatti, estratto priore della compagnia del SS.mo SS.to, propose al Corporale la gita alla S. Casa di Loreto col miracoloso crocefisso. La compagnia plaudì la proposta e fu decretato il viaggio nella prossima primavera e, in segno del compiacimento, dopo la recita dell’officio, si intonò il S. Maria Lauretana e tutto il popolo rispose lietamente: Ora pro nobis.

Rimessa la casa della Comunità in buon stato, i pubblici rappresentanti per migliorare e rendere più comodo il primo piano, chiesero all’Assonteria di Governo la licenza di abbellirla e trasportare nella sala di sopra il luogo per i Comizi Consolari. Aderì l’Assonteria e concesse la licenza, per gli atti del Notaio di Governo Ippolito Villa, nel mese di marzo con la facoltà di spendere i redditi e gli avanzi della Comunità.

Il 19 aprile la compagnia del SS.mo, attuando la risoluzione presa al principio dell’anno sopra la gita a Loreto col suo Cristo miracoloso, intraprese in questo giorno per la quinta volta il viaggio con la S. Immagine che operò infiniti miracoli per la strada.

 Le funzioni e i passaggi furono gli stessi della volta passata e ritornò dopo tredici giorni in patria, che fu il giorno di S. Croce. Fu incontrato al ponte del Sillaro da tutte le corporazioni ecclesiastiche e secolari del paese, vi intervenne anche il Corpo comunitativo che regalò alla S. Immagine due torce. La Compagnia di S. Caterina e quella del Rosario regalarono un mazzo di candele. Quindi la S. Immagine fu condotta alla sua residenza.

Il 5 gennaio di questo anno Roberto Francesco Damiens francese aveva macchinato di uccidere il Re cristianissimo di Francia Lodovico XIV mediante coltellate.  Fu questo assassino fatta la giustizia dovuta, come si legge nella relazione stampata per il Saffi di Bologna.

Questo fatto produsse amarezze tali che, col progredire del tempo, animarono i malcontenti ad una funesta rivoluzione, che produsse anche una enorme persecuzione della chiesa.

Nel mese di giugno si terminò la sala della residenza comunitativa alla quale si aggiunse anche il quartiere per il Giusdicente.

Vennero nello stesso tempo le Missioni del Dott. Don Rolando Dal Monte, prete bolognese, che dal 20 maggio durarono fino al 5 giugno con molto profitto e fu la prima volta che egli venne qui a predicare.

Il Cardinale Fabbrizio Serbelloni nuovo Legato a Bologna, desideroso di vedere i mercati di grani e bestiami che si fanno in Castel S. Pietro, venne in questo stesso giorno nel paese, alloggiò in incognito nella casa dei Conti Stella nella via che porta al fiume di fronte alla fossa pubblica.

 Il primo luglio entrò Consolo per questo secondo semestre Flaminio Fabbri, sotto il cui consolato non abbiamo altro degno di memoria, se non che i comizi comunitativi si cominciarono a fare nella nuova residenza.

Giunto l’anno 1758 fu Podestà il Senatore Primaldo Beccadelli e fu Consolo Lorenzo Sarti, sotto il cui consolato Domenico Ronchi, Giovan Alessandro Calanchi ed Ercole Cavazza, scrittore di queste memorie, fecero richiesta di entrare in consiglio nei posti vacanti, furono accettati dal Consiglio ed il Senato fece poi l’approvazione.

Il pio sacerdote Don Luca Gordini, aveva formate due devote unioni nella arcipretale di cui ne era il Tabulario (archivista), una dedicata a S. Luigi Gonzaga, composta di tutti giovanetti e l’altra di S. Maria Maddalena de’ Pazzi, composta di donne coniugate e nubili. Il 2 febbraio fece la festa solenne ad onore di questa Santa per la prima volta con Panegirico e messa solenne in musica e così proseguì fin che visse.

 Sabato 11 marzo, avanti la domenica delle Palme, la Contessa Ghini di Cesena regalò al miracoloso Crocefisso della Compagnia dell’Oratorio un bellissimo diadema d’oro del valore di dieci zecchini romani. Fu il buon servo di Dio Don Luca Gordini, ad incoronarlo in quanto che nessuno ardiva avvicinarsi a toccare la S. Immagine per le accadute passate circostanze.

Il 3 maggio ad ore tredici morì in Roma Papa Benedetto XIV Lambertini.

 Il 14 i Padri di S. Francesco tolsero in questa loro chiesa il quadro della Concezione già dipinto da Alvaro da Ferrara nel 1612, come si leggeva in cartello, e lo sostituirono con un altro quadro dipinto per carità da Pier Andrea Giorgi che rappresentava S. Pascale Rajlon e S. Francesco Solano. Nel mezzo del quadro tra i santi vi fu fatta una nicchia per la statua di M.V. Immacolata con la quale si facevano le novene di Natale e stava riposta nella sagrestia vicina. Questo altare era della famiglia Mondini, che lo donò ai frati.

Il 25 maggio entrarono in consiglio per la prima volta i suddetti tre soggetti Ronchi, Calanchi e Cavazza e fu il giorno del Corpus Domini. Nello stesso giorno celebrò la sua prima messa in questa arcipretale il sacerdote Don Luigi di Pietro Conti che fu poi arciprete di S. Agata.  Si fecero perciò grandi festeggiamenti.

Avvenuta l’emigrazione dal Paese del Capitano Francesco Vanti che andò con la famiglia nel ducato di Sora essendo stato eletto Capitano del Paese, Lorenzo Graffi volle il 4 giugno fare la sua prima rassegna a tutta la truppa. Dopo di che la fece accompagnare tutta la processione del SS.mo con la bandiera spiegata di due colori, verde e bianco. Terminata la funzione, al momento che fu data la benedizione col SS.mo, seguì la scarica di tutta la fucileria militare schierata nella pubblica piazza.

Il 6 Julio fu eletto al soglio pontificio il Card. Arcivescovo di Padova Carlo Rezzonico veneziano col nome di Clemente XIII in età d’anni 65.

 Proseguendo ancora la vertenza tra i frati di S. Francesco e il Senato di Bologna per il passaggio dei due portoni, fu necessaria la visita del Vicario Gen. di Bologna Mons. Francesco Cattogni, quale venne col suo segretario D. Girolamo Galerati imolese e Gasparo Sachetti Not. Attuario nel vescovato. L’esito di questa visita non si poté conoscere, tanto più che il frate guardiano, per intorbidire maggiormente l’affare, oltre il muro fatto per traverso, come si scrisse, aveva anche sopra tale passaggio trasferita la cappella di S. Antonio da Padova e, col trasporto della mensa, vi faceva celebrare le messe.

L’8 ottobre terminato l’altare di S. Vincenzo Martire nella arcipretale, giuspadronato dell’Arte dei Gargiolari del paese, fu in esso esposto il quadro rappresentante il martirio del Santo dipinto da Giuseppe Marchesi pittore bolognese detto Sansone[66].

Il 28 dicembre questi cappuccini di Castel S. Pietro fecero levare il coretto esistente in corno evangeli ove era il deposito del Principe Galeotto Pichi sopra terra e lo fecero inumare ove presentemente sta nel presbiterio con la sua lapide nella parete superiore.

Il primo gennaio 1759 entrò Consolo il capitano Lorenzo Graffi e podestà il Conte Guido Ascanio Orsi.

Per evitare le impertinenze che erano pronunciate dalla plebaglia nella platea del Teatro della Comunità in tempo di rappresentazioni e per evitare che le persone pulite si debbano frammischiare con ogni sorta di persone, fra le quali vi erano anche degli ubriachi, il Consolo Graffi pensò di costruire nel contorno della sala una ringhiera alta, ed in questa separare, come si suol dire, il grano dal loglio. Il progetto fu proposto in consiglio, fu da tutti approvato e subito si diede mano all’opera e fu terminato prontamente il lavoro. L a ringhiera oltre che servire di abbellimento al teatro permetteva di fare entrare più persone e quindi fu cosa da tutti lodata.

Il 17 maggio i francescani cominciarono a fabbricare sopra l’orto un pezzo di dormitorio per comodità della Contessa Maria Felice Ghini di Cesena che abitava in questo luogo e dopo poco tempo fu terminato il lavoro fatto a sue spese. 

Il Conte Giuseppe Stella bolognese, villeggiava ogni anno in questa sua casa nella via che lungo la fossa pubblica porta al Sillaro dove si faceva il mercato dei maiali. Fece richiesta alla Comunità per il trasferimento di tale mercato dalla parte opposta, offrendosi di fare selciare tale strada a sua spesa. La Comunità rinviò la risposta al nuovo Consolo che fu Vincenzo Mondini. Questi passò la richiesta al Legato.

Contemporaneamente fu fatto un ricorso alla Comunità affinché prendesse provvedimenti sulle riscossioni del grano che faceva il ministrale dai contadini, che raccoglieva fino a 20 corbe, mentre doveva solo averne sedici, come risulta nei Capitoli e Statuti dalla Comunità. Questa prese in considerazione il tutto e conseguentemente fece rinnovare il Riparto della coletta del grano della quale ne fu fatta la copia nel Campione degli estimi nell’archivio della Comunità.

 Sul ricorso fatto dal Conte Stella per lo spostamento del mercato dei majali, la Comunità scrisse all’Assonteria di Governo per la approvazione. Questa il 6 luglio scrisse favorevolmente, fu comunicato ciò al Conte Stella perché pensasse lui ad ottenere la approvazione del Card. Legato.

Il 15 agosto, giorno della assunzione di M.V., fu messo alla pubblica venerazione il quadro dell’altar maggiore di questa arcipretale che fu la prima operazione del celebre Ubaldo Gandolfi[67]. Rappresenta l’assunzione di M.V., S. Pietro, S. Nicolò di Bari, S. Luigi Gonzaga e S. Maria Maddalena de’ Pazzi. Questi tre ultimi santi vi furono fatti dipingere dalle tre Unioni cioè di S Luigi, di S.M. Maddalena e dalla Scolaresca del paese che concorsero alla spesa. Costò il quadro lire duecento, o sia scudi quaranta.

Il permesso ottenuto per lo spostamento del mercato dei maiali fu pubblicato in stampa il primo settembre.

Fu in questo tempo ricostruita e rinnovata la capella o sia oratorio della Pulcina nel nostro confine verso Bologna, che fu beneficio di Benedetto XIV. Questo papa fu famoso perfino presso gli scismatici dove nella galleria di Milord Walpole[68] e di Milady d’Orford, fu eretta una sua statua con sotto la seguente iscrizione che ci piace qui riportare a sua gloria ed onore tanto della sua nobilissima famiglia che della nazione bolognese.

A Prospero Lambertini / Vescovo di Roma col titolo di Benedetto / il quale benchè Principe Dispotico /regnò con la moderazione di un Doge di Venezia / Ristorò il Lustro della Tiara / solo con quelle arti / per mezzo delle quali unicamente le attiene / cioè / colla sua virtude / Amato da Cattolici, Stimato da protestanti / Prete senza superbia e senza interessi / Papa senza nepotismo, Scrittore senza  vanità / Il figlio / d’un Ministro favorito ma che non adulò / Un principe / Offerisce in un paese libero e protestante / questo ben meritato incenso / al miglior di tutti li Papi.

In questo tempo fu dipinta la volta della Cappella del Rosario nella parrocchiale dal pittore Pietro Scandellari[69] a spese della Compagnia.

 Contemporaneamente il 6 ottobre si accese un grande incendio alla possessione della Peschiera in questo comune di Castel S. Pietro che distrusse tutti gli edifici.

1760 – 1763. Selciatura piazza con sassi. Frati M. O. costruiscono cappella nel vicolo. I tribuni di Bologna pretendono di fermare i gargiolari castellani. Terminati i lavori in piazza. Padre Lavagna chiede e ottiene sostegno per Ospitale infermi. Continua lite a Roma tra frati e senato su chiusura vicolo. Comunità sospende elemosina a frati S. Francesco. Intervento tribuni avvenuto su richiesta 12 paesani, tentata rivolta contro di loro. Gioco del pallone in piazza infastidisce i gesuiti delle case Morelli.

Anno 1760. Il primo gennaio entrò podestà il Conte Annibale de’ Bianchi e Consolo Francesco Dall’Oppio e entrarono per la prima volta in Consiglio Domenico Ronchi, Gian Alessandro Calanchi, ed Ercole Cavazza, sebbene fossero stati eletti i 25 maggio 1758. Il motivo fu che i vecchi consiglieri vollero fosse prima terminata la loro imborsazione di Consoli.

Poiché la piazza era tutta a terreno erboso, la Comunità aveva ottenuto dal Senato la grazia di potere selciare la piazza a sassi. Ottenne pure la permuta della inghiarazione in tanta sabbia e sassi dalle comunità soggette alla podesteria cioè il comune di Liano, Casalecchio e Varignana.  Ottenne inoltre la facoltà di levare il terreno superfluo e trasportarlo nella fossa dietro il palazzo Malvasia, passando con le birocce nello stradello detto dei Portoni che passa tra la chiesa e l’orto dei frati francescani.

 Non avendo però la Comunità danaro per le spese, fu compensato il trasporto del terreno superfluo con l’impegno per l’inghiarazione e il pagamento delle maestranze con la spesa per il trasporto della ghiaia.

 Si praticò la stessa procedura alle altre comunità soggette alla podesteria nella riscossione della campana dell’orologio, nella quale sta impresso nel suo contorno la memoria. L’anno successivo fu tassata la comunità di Castel S. Pietro al pagamento della inghiarazione assieme alle comunità, come si rileva dal riparto fatto dall’agente di Camera Felice Marchi, esistente presso il Capitano Lorenzo Graffi al quale fu addossato l’impegno, tanto delle riscossioni e pagamenti, quanto della sopraintendenza al trasporto dei materiali.

 Riparto per la seliciata della piazza di Castel S. Pietro:

 Il comune di Castel S. Pietro deve fare: inghiarazione pertiche 249 e carra 4 de sabbia p. ghiara, detratti li esenti sono 937. La piazza è pertiche 176 quadre. Per il trasporto del tereno furono tassati birozzi 5 per ogni carro di sassi e sabbia.  Così fu ordinato: quelli che pagarono la spesa a ragione di sc. 2 la pertica seliciata furono poi le seguenti comunità:

Casalecchio de Conti di sotto……………………………l. 77: 8: 4

Casalecchio de Conti di sopra…………………………..l. 127: 5: 8

Liano di sopra ………………………………………………….l. 138: 12: 9

Liano di sotto………………………………………………… ..l. 79: -: 11

Importò la maestranza adunque…………..…………l. 422: 12: 8

Capo mastro muratore fu nominato Pietro Canetti, che aveva poi altre maestranze sotto il suo governo.

I frati di S. Francesco mal sopportavano il transito della terra superflua nel vicolo tra il loro orto e la chiesa, sotto cui era una loro conserva per la neve e vedevano di malavoglia che il Senatore Conte Cesare Malvasia intendeva allargarsi dietro al suo palazzo, con animo pure di chiudere quel passaggio ai frati ed al paese.

 Di notte tempo rovesciarono un pezzo di muro che era sopra l’arco esterno della via, verso la fossa del Castello.  Su questo muro, che serviva da parapetto ad un piccolo terrazzo, c’era in macigno lo stemma del Senato di Bologna. Anche questo fu gettato a terra. La caduta del muro rovinò di nuovo la volta della conserva. Così per questa rottura intenzionale, ma che però si voleva far credere accidentale, fu precluso il trasporto del terreno.

Dispiacque troppo questo sottomano al Sen. Malvasia, il quale tuttavia portò avanti il suo progetto e fece passare il trasporto del terreno attraverso la loggia del suo palazzo.

Ne vennero in seguito amarezze tali tra i frati, la Comunità, il paese ed altri nobili amici del Malvasia, che furono sospese molte elemosine ed il convento ne patì molto. La selciatura restò, per questo incaglio, sospesa per molti mesi. Si accese pure lite a Roma fra la Religione ed il Senato ed in seguito nacquero vari fatti che si diranno a suo tempo e luogo.

Il 25 aprile fu celebrata in Castel S. Pietro nel convento di S. Bartolomeo degli Agostiniani la Congregazione Capitolare dal Padre M.ro Egidio Tirati Provinciale, fu presidente il Padre M.ro Piccini, qui fu eletto capo di tutto l’ordine Agostiniano il Padre R.mo Vasquez.

In questa Congregazione fu eletto priore a triennium di questo convento il P. Baciliere Giuseppe Vechi di Castel S. Pietro e così fu rotta la lunga serie dei priori Giacomelli e Dalla Valle, che per moltissimi anni di seguito durarono a coprire la carica priorale e la situazione del convento andò di male in peggio per le loro baldorie. Durò questo Capitolo per tre giorni continui con musica e panegirici

I padri che intervennero, non potendo stare nel convento per mancanza di comodità, furono in molti alloggiati nelle case dei paesani.

Essendosi fatta la nuova imborsazione dei consoli, il 24 giugno fu estratto Consolo Domenico Ronchi per il secondo semestre ed il primo luglio si insediò.

Il Conte Giuseppe Stella possedeva un lungo casamento in questo Borgo nella via che porta al Sillaro ove veniva ogni anno a villeggiare. Poiché desiderava avere una larga piazza davanti alla sua abitazione, da dove l’anno scorso aveva fatto togliere il mercato dei maiali, chiese alla Comunità il terreno della fossa lungo il fosso di scolo delle immondizie del paese, cominciando dal Cassero e proseguendo fino al Torrazzo a levante.

La Comunità deputò il nuovo Consolo Ronchi, il cap. Graffi e Gian Alessandro Calanchi a trattar l’affare con l’obbligo di farvi poi costruire il selciato e coprire la fossa con un volto di pietra e fare ciò che avessero creduto per la bellezza del paese e l’interesse pubblico. Il conte, viste le pretese del consiglio, dopo aver trattato, rifiutò l’acquisto.

Il lavoro della piazza, che fino al 29 luglio era rimasto sospeso, fu ripreso con la assistenza del Capitano Graffi ed Ercole Cavazza dopo parere del Consiglio.

Fino dall’anno scorso la chiusa nel Sillaro che portava le acque che vanno a macinare in questo mulino, era stata portata via dalla veemente fiumana. Quindi fino a questi giorni non si era potuto macinare i grani e si era dovuto andare a macinare fuori provincia, per lo più ai mulini d’Imola. La chiusa fu ricostruita dal molinaro Giuseppe Banzi e costruita in modo diverso da quella precedente.  Fu fatta con una forte battuta di agucchie e legnami come una fortificazione militare, cosa bella da vedersi e ottima al ricevimento delle acque in proporzione al canale per cui molti molinari forestieri ne vennero a prendere il disegno.

Non è meraviglia poiché quest’uomo in fatto di lavori meccanici aveva pochi eguali e possedeva molte capacità. Inventò e si fece colle proprie mani un organo da fiato con spinetta, con il quale si poteva suonare facendo sentire anche il suono del clavicembalo sia contemporaneamente sia separatamente.  Era uno strumento che dava singolare diletto ai professori di musica e ammaestramento ai giovani che volevano imparare a suonare il clavicembalo e l’organo.

Questo strumento passò nelle mani del cap. Graffi, poi nelle mani della famiglia Savini. Da qui i maestri di cappella Zanotti, Badiali ed altri lo portavano a Bologna per suonare le loro composizioni.

Si cominciò dunque a macinare il 28 agosto con concorso di molte persone e così fu risolto l’incomodo di dovere andare negli altrui Stati.

 Questi frati M.O. facevano giornalmente delle cose nuove. Una fra le altre una fu che fecero fare una statua di S. Antonio da Padova di legno, grande al vero, e fu riposta la piccola antica fatta fare tempo fu da Carlo Antonio Graffi. Questa nuova statua di legno riuscì poco gradevole ai confratelli della Compagnia di S. Antonio, sia perché Antonio Filippo Colicci, napoletano, l’aveva fatta con poca naturalezza, di un gusto cattivo e sproporzionata, senza che la compagnia fosse stata informata, sia perché la compagnia amava di più la piccola vecchia. Quando fu esposta quella nuova vi fu qualche perplessità e scontentezza.

Molto più poi queste aumentarono perché in una notte i frati innalzarono una lunga cappella sopra il famoso vicolo, che fu tutta apparata e trasformata in chiesa. Pensavano così di risolvere la lite col Senato sopra il transito fra i due portoni. A ciò si aggiunse la demolizione dell’altare vecchio di S. Antonio che esisteva alla sinistra dell’ingresso maggiore della chiesa per aprire, dove era la mensa, l’ingresso alla nuova cappella appena fatta. Per poi maggiormente sostenere il loro punto di vista vi si cantò messa solenne e tutti gli altri giorni venne santificato questo luogo dagli offici all’altare e dalla S. Benedizioni del SS.mo.  Tutto ciò si faceva continuamente per fare dispetto al Senato.

Intanto che si facevano queste pazzie dai frati, capo dei quali era certo Padre Giuliano da Bologna che inoltre indebitò assai il convento, il Senato agiva con fervore giudizialmente.

  La Comunità proseguì a fare la selciata della piazza che fu compiuta il 12 settembre, avendo però lasciato indietro il tratto di strada che dalla piazza dall’Oratorio del SS.mo, davanti alla casa dei gesuiti, va fino alla discesa che mette nella via dei Pistrini.

Il Magistrato dei Tribuni della Plebe di Bologna, essendo venuto in visita con i suoi esecutori in questo castello, pretese di fermare i gargiolari del paese.  Fu quindi dato inizio al giudizio nel loro foro. la Comunità, unita con i gargiolari e gli altri artisti, ricorse a Roma e fece sospendere tutti gli atti. Vedendo il magistrato non di poter far colpo si rivolse al Tribunale della Grascia[70], che dipendeva totalmente dal Legato, perché la decisione fatta in quello era inappellabile.

Vennero per ciò gli sbirri di questo tribunale e trovate lane grezze e lavorate nel mercato, arrestarono i proprietari.  In questo caso convenne pure alla Comunità comparire per la difesa.

La Compagnia del Rosario che aveva ottenuto dal Papa Clemente XIII la conferma delle sue prerogative riguardanti il Gonfalone. La prima domenica di ottobre, giorno della festa di Maria SS. del Rosario, mostrò pubblicamente la sua Bolla e da qui cominciò a farla portare nelle processioni pubbliche davanti al Gonfalone da un fanciullo cappato. All’altare maggiore nella parrocchiale, che finora era stato senza alcun ornato, fu fatta fare la decorazione da Gian Matteo Canepa milanese. Così si fece poi pure negli altri altari.

Il 4 settembre fu portato via tutto il terreno superfluo della piazza e gli altri materiali inutili nella fossa dietro il palazzo Malvasia, passando di nuovo attraverso la loggia, stante la chiusura dei frati francescani del vicolo tra la loro chiesa e orto.

 Non cessavano gli sbirri e gli esecutori della Grascia di disturbare i forestieri che venivano a questo mercato, sia per i lavori delle nostre manifatture che per le robe agricole che dovevano circolare liberamente. Quindi la Comunità fu costretta a rispondere legalmente. Replicò nell’ufficio della Grascia tanto che il 17 novembre si ebbe il rilascio dei catturati.

Ottenuto e messo in sicuro l’interesse dei privati e consultati i legali, intraprese poi un giudizio a Roma. Prima però di effettuare questo, si premunì di due documenti estremamente interessanti e furono la Bolla di Eugenio IV sopra gli uomini di Castel S. Pietro e il Breve di Paolo III. Spese per queste copie più di 74 scudi.

Giunto l’anno 1761 entrò Podestà il senatore Mario Casati e Consolo Ser Ercole Cavazza scrittore della presente storia.

Il 14 gennaio arrivò un nipote del papa di nome Carlo Rezzonico, che fu poi senatore a Roma, e la sua consorte Maria Savoiniani e si fermò a pranzo a casa del sig. Lorenzo Conti ove fu trattato splendidamente. I figli del Conti, cioè Carlo, Domenico e Francesco furono cortesemente ricambiati dal detto principe. Nel tempo che soggiornarono qui furono ossequiati dal Corpo comunitativo e serviti con le guardie militari del paese sotto la condotta del cap. Lorenzo Graffi e suoi ufficiali tutti in gala. I principi furono contenti e, con atti di sensibile gratitudine, mostrarono compiacenza e, rese le grazie per tali complimenti, se ne partirono per Roma.

 Il Conti poi, per mostrare la sua amorevolezza verso la Compagnia del SS.mo SS.to della quale era confratello, fece dipingere a proprie spese al chiaro pennello di Francesco Orlandi[71], rinomato pittore bolognese, l’ornato e il prospetto ad architettura dell’altare maggiore della Chiesa ed Oratorio della Compagnia. Ai fianchi della base del dipinto furono messi gli stemmi della sua famiglia.  Oggi, 1797, furono levati questi stemmi e messe negli scudi le iscrizioni seguenti Ex Munificentia Laurenti Conti e Anno D.ni 1760.

Nel giorno 22 fu esposto nella parrocchiale il Martirio di S. Vincenzo all’altare dell’Arte dei Gargiolari dipinto su tela dall’egregio e rinomato Giuseppe Marchesi detto Sansone, discepolo del famoso Marc’Antonio Franceschini, gran discepolo dell’Albani. Questo quadro è situato nel primo altare alla destra dell’ingresso dell’arcipretale ed assai bello.

Alla metà del successivo aprile fu totalmente terminato il lavoro della piazza. il giorno 25 fu esposto alla pubblica venerazione nell’Oratorio del SS.mo la Comunione degli Apostoli, un grandioso quadro dipinto dal Sansone e fu collocata nell’ornato dipinto da Francesco Orlandi.

Proseguivano le persecuzioni del paese da parte dei Tribuni della Plebe, della Grascia e del gabelliere locale Domenico Sarzechi figlio del fu Nescit. La Comunità fu in necessità di ricorrere a Roma. I ricorsi per via economica si mandano sempre pro informatione e la informazione va sempre preceduta dalla fornitura di danaro, giusto il detto di Lucrezio Arbitro che: Quiquis abet numos secura navigat aura / Justitiam suo temperat arbitrio.

Così fu deciso in Consiglio che la Comunità dovesse rimettersi alla via contenziosa in questi tribunali. Quindi fu istruito il pregiudizio coram A. S. per la conferma dei privilegi e delle esenzioni. Sul principio di maggio, iniziò la lite, alla cui assistenza furono deputati i due pubblici rappresentanti Lorenzo Conti e Domenico Ronchi.

Al 30 di maggio venne per la terza volta il Padre Don Gian’Andrea da Lavagna, uno dei Signori della Missione a fare le sue apostoliche predicazioni e fu chiamato da tutti l’Apostolo dei nostri tempi. Cominciarono domenica 31 e durarono fino a sabato 13 giugno, giorno di S. Antonio da Padova, con una comunione generale. Per effettuarla fece fare un altare tutto apparato in faccia alla piazza del Castello sotto l’alto portico della casa Fabbri. Vi fece fare la messa cantata con musica alla quale seguì un fervoroso discorso sopra il SS.mo SS.to, terminato il quale, fece schierare il popolo in due lunghe file.  Gli uomini arrivavano fino alla Chiesa di S. Bartolomeo, le donne dalla piazza fino alla porta maggiore del Castello.  C’erano dodici fanciulli che portavano le torce, la veliera e la purificazione per chi ne voleva. Vi erano quattro sacerdoti, che comunicavano di mano in mano, uno per ciascuna fila ed altri sacerdoti portavano le ombrelle sopra il SS.mo. Si comunicarono in questa funzione quindicimila anime fra paesani e forestieri, anche di Romagna, per godere della Indulgenza. Mentre che si faceva la S. Comunione, si cantavano inni in musica del Porge linguam. Terminata la funzione seguì un piccolo sermone. In questo tempo sopraggiunse un temporale di vento e pioggia così che ci si dovette spostare per la S. Comunione sotto i portici.

 Il dopo pranzo nella Arcipretale si cantò il Te Deum in musica e si diede la S. Benedizione col SS.mo da Monsign. Vescovo Rondinelli ferrarese, ma ordinario di Comacchio. Questi era albergato in casa Malvasia e qui stette per gli otto giorni alla Missione. Ascoltava le confessioni sulla sacrestia parrocchiale e diede al popolo la benedizione in abito pontificale in accordo con l’arcivescovo di Bologna. Quella funzione chiamò a Castel S. Pietro un infinito popolo e riuscì di culto a Dio ed onore al paese, in modo che ne fu contentissimo il missionario.

L’Ospitale degli Infermi di questa parrocchia, eretto ad istituzione fino dal 1735 da questo missionario, si trovava in condizioni quasi disperate mancando di sostentamento e sussistenza. Padre Lavagni non mancò di infervorare non solo i paesani per il suo sostegno, ma anche a finanziarlo animando i paesani a concorrere con le elemosine e le opere perché non solo si erano intiepiditi ma totalmente quasi dimenticati dalle sovvenzioni a motivo che l’arciprete e i suoi preti volevano dispoticamente decidere essi sopra l’ospitale e la sua amministrazione. Fu perciò intimata dal Lavagni una riunione, che si tenne in casa del pubblico rappresentante Domenico Ronchi, ove alloggiava il missionario con i suoi colleghi.

Vi intervennero, il giorno 15 giugno, i pubblici rappresentanti la Comunità e molti capi di famiglia e benestanti.  Qui si riformarono le Regole, in seguito delle quali la Comunità andò in giro per il paese e fece una buona coletta di danaro e robe per i malati. Si presero poi altre provvidenze che, con i dovuti permessi e approvazioni, sono già state stampate per il Longhi.

Contestata la lite a Roma contro la Gabella, si fece il mandato a Domenico Faraga. Per mantenere poi questa lite, non avendo forze sufficienti questa Comunità da sola, chiamò in consigliò i principali capi famiglia del paese. Questi fecero fra loro una tassa particolare ed una obbligazione di concorrere alla spesa della lite di competenza della Comunità. Furono deputati fra loro Giovan Battista Gianoli speziale e Gerolamo Poggipollini per collettori e loro depositario fu Giuseppe Farnè.

Il 24 giugno fu estratto Consolo per il secondo semestre Domenico Gordini, che intraprese il suo officio il primo luglio.

Sotto questo Consolo si comincio a battere la campana dell’orologio in occasione della estrazione dei consoli e per tutte le altre pubbliche funzioni alle quali doveva intervenire il Corpo Comunitativo.

Quantunque fosse aperta la lite in Roma fra la Gabella di Bologna e la Comunità per il mantenimento delle sue immunità e privilegi del mercato, non si cessava di inquietare il paese e i partecipanti al mercato. Il 6 luglio, giorno di lunedì in cui si fa il solenne mercato a Castel S. Pietro, il magistrato dei Tribuni della Plebe, capo de quali era il Conte Ugo Albergati ed il suo notaio il Dott. Carlo Maria Negrini, pretesero di sequestrare la roba ad alcuni venditori di pollami provenienti dalla Romagna. Questi si appellarono alla Comunità che fece intendere al magistrato che si rilasciassero i polli sequestrati.  I tribuni rifiutarono di farlo.

La Comunità immediatamente si citò a Roma, coram Prefecto Justitie Signature, rivendicando la nullità degli atti e la sospensione di ogni altro fatto compiuto in spregio della pendenza della lite e delle inibizioni di Roma. In vista di ciò il magistrato resto incerto sul da farsi.

 Si irritò la plebe del paese, capo della quale si fece Domenico Campeggi detto Balatrone con quattro suoi figlioli. Il magistrato circondato nella piazza, per timore della folla ostile che lo sovrastava, si avviò alla volta del convento di S. Francesco. Un valletto del Conte Albergati, che volgarmente si dice lacchè, volle fare lo spiritoso e dette un colpo frusta ad uno dei ragazzi che seguivano il magistrato. A tale sferzata crebbe l’ira negli ammutinati che, dato di piglio ai sassi, cominciarono una sassaiola contro i serventi del magistrato.  Lo stesso magistrato e suoi serventi per salvarsi fuggirono tutti nella chiesa di S. Francesco ove si rinchiusero per ripararsi dal furore popolare. Ricorse poi il magistrato alla Comunità per sedare il tumulto. Questa si infrappose a patto che il magistrato non facesse alcuna denuncia contro gli insorti e viceversa la Comunità garantiva il magistrato per quella giornata da ogni insulto popolare.

Ciò si fece e tutto fu composto, riducendosi la cosa solo ad una fischiata. In questo fatto il magistrato aveva anche leso la immunità apostolica.  Poi, con la rinuncia alla querela, furono quietati anche i tribunali del Vescovato e del Torrone e assolti gli insorti.

Essendo poi in Proservato la causa delle esenzioni a Roma, la Comunità ricorse alla protezione divina per averne un esito favorevole. Il 21 fece esporre l’immagine miracolosa del Cristo della Compagnia del SS.mo e vi fece celebrare molte messe e poi la sera fu data la Benedizione col SS.mo SS.to.

Continuando la lite a Roma tra i frati di S. Francesco ed il Senato per la chiusura del vicolo dei portoni, il Senato spedì il 22 agosto il suo architetto Gian Giacomo Dotti col notaio Gaspare Sachetti del Vescovato ed un mazziere con l’ordine da Roma da fare eseguire ai frati. Si presentarono al convento, furono respinti ed il giorno seguente, domenica 23, all’alba, si videro spalancati i portoni dalla parte entro il Castello e alla estremità del vicolo un altare con la statua di S. Antonio da Padova fatta recentemente dal Collicci. Era tutto apparato questo luogo di damasco e la mattina sul mezzogiorno vi si cantò la messa solennemente e un certo Padre Elia, carmelitano scalzo, vi celebrò le lodi del Santo con Panegirico.

Nella stessa giornata i Cappuccini di questo luogo esposero alla pubblica venerazione il quadro dipinto in tela del celebre Ercole Graziani bolognese rappresentante S. Giuseppe di Leonessa agonizzante in braccio a due angeli.

I frati agostiniani di S. Bartolomeo ammodernarono la loro chiesa con la scultura all’altar maggiore fatta da Cesare Giloni bolognese.

Mancando alla Comunità il primo fondamento ed origine dell’esenzione del mercato che settimanalmente si fa qui ogni lunedì, ne potendosi avere dall’archivio segreto del Senato, fu necessario, mediante compulsoria a Roma, costringere i giudici della Gabella a produrre il processo del 1638 sopra questo affare fatto agli atti di P. Dal Bono notaio della Grascia.

 Si ricorse al vescovato e per gli atti franchi furono emanate le comminatorie, in seguito delle quali fu prodotto solamente il decreto del Cardinale Midosio del Titolo di S. Cecilia del 1510 col quale si provava la sola introduzione e traslazione del mercato dal Borgo al Castello.

Dal mese di agosto continuava la pioggia fino al presente giorno 19 novembre, in modo che i villani non potevano fare i lavori agricoli e si seminava malamente.  Si fecero perciò orazioni e poi si fece un devoto triduo a Maria SS.ma del Rosario e la domenica seguente si portò l’immagine nella piazza e qui si dette la benedizione al popolo che vi era concorso. Dopo pochi giorni si cominciò a rasserenare il tempo.

Domenica 22 novembre, perché la macelleria di carne grossa era stata chiusa dai macellai e non si vendevano carni, si radunarono coll’arciprete i capi delle religioni con 74 capi di famiglia e fecero istanza alla Comunità per avere non solo carni grosse in una macelleria, che spesso era mancante di tale genere, ma anche perché ne fosse aperta un’altra, in modo che essendo mancante una, supplisse l’altra. Non fu sorda la Comunità, spedì la supplica con relazione al Governo e in seguito il paese fu provveduto.

Il 24 arrivò da Roma il nuovo Legato Card. Girolamo Spinola, che pernottò in incognito a Castel S. Pietro nel palazzo Calderini e partì la mattina seguente.

I macellai di carne grossa tornarono non solo a lasciar sprovvisti i loro banchi, ma rifiutarono anche di continuare a macellare. La Comunità di nuovo stimolata, deputò due consiglieri, cioè Lorenzo Conti e Lorenzo Sarti a fare quanto serviva. Questi intanto fecero misero in vendita carni per conto della Comunità, poi passarono le richieste al nuovo Legato, il quale tosto provvide al bisogno e fu quietato il paese.

Il 17 dicembre Gio. Alessandro Calanchi fu estratto Consolo del venturo prossimo semestre 1762 e così terminò il 1761 a gloria di Dio.

L’anno 1762, entrato il nuovo Consolo Calanchi e estratto per Podestà il Conte Girolamo Ranuzzi, con suo giusdicente il notaio collegiato Dott. Pier Paolo Rugani, conferì provvisoriamente la sua carica al notaio Ser Ercole Cavazza, al quale poi successe il notaio Giovanni Bertuzzi.

Terminato il restauro alla chiesa di S. Bartolomeo, fu dipinto la soffitta della cappella maggiore dal chiaro abate Giovanni Anderlini discepolo del sig. Antonio Bibbiena.

Terminata pure la fabbrica della residenza comunitativa, la Comunità venne in sentimento di edificarvi nella sala una cappellina onde ascoltarvi la S. Messa. Si decretò questo e fu cominciato il lavoro il 19 febbraio da due fondamenti all’angolo della colonna settentrionale verso la piazza. Vi fu posta la seguente iscrizione incisa in macigno a lettere romane: XII VIRI CSP COSS. / IO CALANCHIO / XVIIII PRIM. FIN. (..)

 La Comunità era solita, quando andava in forma nelle sue pubbliche funzioni, lasciare che ognuno si vestisse con i propri abiti. Pensando che ciò non fosse conveniente perché chi si vestiva di un colore, chi di un altro e secondo le proprie possibilità, decretò che da qui in avanti, ogni consigliere dovesse farsi l’abito nero con collare all’uso civico di Bologna e poi vestire il donzello con livrea paonazza con passamano bianco e verde. Ciò fu attuato con comune compiacimento.

I frati di S. Francesco rinomarono gli stalli del coro e l’intagliatore fu Francesco Obrici bolognese, come risulta dai miei rogiti.

I frati continuavano a litigare col Senato sopra l’accennato vicolo da essi ridotto a chiesa. La Comunità che si vedeva anch’essa privata del comodo di questo passaggio e senza alcun suo vantaggio, decretò che la consueta elemosina delle lire 26 annue, per il voto a S. Bernardino fatto per la pestilenza nel 1630, fosse sospeso, come pure la visita all’altare della Comunità esistente nella loro chiesa, tanto più che era spirato il centenario del voto. La Comunità fece tale risoluzione anche perché la elemosina ed offerta era diventata da obbligatoria in volontaria infatti, oltrepassato il termine di cento anni senza interruzione, poteva passare in prescrizione Su ciò ci fu pure l’accordo del Senato. Così fecero pure la compagnia di S. Caterina e del SS.mo, che cessarono anche loro nell’offerta che facevano di una torcia ciascuna all’altare di detto santo, che veniva visitato processionalmente ascoltando la S. Messa la Domenica in Albis o altre feste.

Sul principio di marzo il Sig. Lorenzo Conti fece dipingere a proprie spese dal citato Orlandi le laterali della Cappella del Rosario prima scoperte. 

Il Padre Maestro Nicola Zagatti agostiniano si distinse nelle predicazioni in questa quaresima.

Fu fatta dorare la Cappella del Rosario nei bassi rilievi a spese della Compagnia.

L’ 11 aprile, giorno di Pasqua, in cui in ogni chiesa si espongono le reliquie e le immagini dei santi, nella chiesa dei frati di S. Francesco fu esposta la statua piccola di S. Antonio che era stata nascosta dai padri Giuliani e Giacomo da Veggio e da questi la si voleva eliminata quando fu fatta l’altra statua del Collicci. Il motivo di questa esposizione fu che la compagnia di questo santo, che si era da sé quasi distrutta per lo spostamento dell’altare nella cappella, fatta clandestinamente dai frati, si era ricostituita alla sua primitiva funzione e quindi tutto fu ripristinato.

Il fonte battesimale in questa arcipretale, che finora era stato portatile e provvisorio e posto in vari siti della parrocchia, fu collocato nella sua nicchia fra la cappella di S. Vincenzo martire e quella di S. Vincenzo Ferrer della famiglia Vachi. L’abate Don Francesco Vachi, a proprie spese fece fare tale fonte in marmo rosso venato.

Il primo nato che si battezzò a questo S. Fonte il 12 aprile, secondo giorno di Pasqua, fu una figlia di Sabatino Gallanti detto per soprannome Paradiso a cui fu imposto il nome di Pascalina ed ora è maritata nella famiglia Ponti di questo Castello.

Anni fa la signora Teresa Benazzi Vanti di questo luogo, per rogito di Vincenzo Mazza notaio di Bologna, aveva fatto dei legati a favore dell’Ospitale degli Infermi di questo Castello che furono accettati dai suoi amministratori.

 La Comunità e rappresentanza pubblica a proposito delle accennate determinazioni sugli abiti, il giorno 10 giugno, dedicato al Corpus Domini, uscì per la prima volta in cappa nera all’uso di città col suo donzello in livrea alla solenne processione del SS.mo. I rappresentanti che intervennero furono Giovanni Calanchi Consolo, Domenico Gordini, Francesco Dall’Oppio, cap. Lorenzo Graffi, Domenico Ronchi, Lorenzo Sarti ed Ercole Cavazza. Il medico Dott. Antonio Maria Fracassi era in toga nera, gli altri due ministri, chirurgo e maestro di scuola, in abito nero alla francese.

Fu questo Corpo comunitativo, ricevuto dalla Congregazione del SS.mo cappata con quattro trombettieri e due tamburini, fu condotto all’Oratorio ad ascoltare la S. Messa, quindi si andò nella arcipretale ove era il suo banco con tappeti paonazzi. Poi la processione partì dalla chiesa, fece il solito giro e si diede al popolo la S. Benedizione.  La cerimonia riuscì a tutti gradevole ed onorevole.

Entrò Consolo Francesco Dall’Oppio.

L’ offerta ai frati di San Francesco per la festa di S. Bernardino era stata sospesa per le vertenze col Senato, essendosi queste composte, l’Assonteria di Governo il 7 luglio ordinò che si passasse nuovamente a questi frati la elemosina a S. Bernardino, non più a titolo di voto ma di devozione.

Nessuno ormai osservava più il bando dei rifiuti e dei maiali, in modo che il paese era divenuto un immondezzaio. La Comunità ricorse al Governo per la rinnovazione del Bando coll’aggiungervi pure la situazione della pescheria.

 Furono deputati a questo affare i rappresentanti Domenico Ronchi e Giovanni Calanchi i quali, presentatisi al sovraintendente della Comunità Senatore Vitale de’ Buoi, ottennero il 7 luglio l’approvazione del Governo e del Card. Legato. Fu esclusa la visita delle botteghe, riservata al magistrato di Bologna. Il Bando emanato in data 12 settembre chiarisce il tutto.

Intanto si era scoperto che, l’intervento della Gabella e dei Tribuni della Plebe era avvenuto perché c’erano stati 12 paesani che, istigati ed ingannati dal gabelliere Domenico Sarzocchi, avevano deposto ed attestato a favore della stessa Gabella e dei Dazieri. Questi paesani furono Giovanni Grandi speziale, Pietro Conti, detto della Bottega nuova, Giuseppe Calanchi, Giuseppe Farnè, Antonio Facendi, Francesco Monti ed altri.

 Furono tutti dal popolazzo marcati per traditori alla patria e molti popolani si portarono alle loro case e botteghe con sassi e bastoni in modo che dovettero chiudersi in casa e così accade anche al gabelliere Sarzocchi. Questi temendo, come doveva il popolo, se ne fuggì a Bologna il due settembre con il servizio di posta. Si fece presentare, dal sindaco della Gabella, al nuovo Legato Spinola e gli raccontò l’accaduto. Il cardinale ordinò la carcerazione dei capi popolo.

Furono questi Domenico Nimbeni, ultimo della sua antica famiglia, uomo di alta e gigantesca statura, coraggioso ed astuto, Domenico Campeggi detto Balatrone con tre valentissimi figlioli, da farsi temere da chiunque, cioè Silvestro, Giuseppe ed Adamo e finalmente Domenico Paderna detto Scannadiavolo, con i suoi tre figli e due generi.

 Il tenente degli sbirri, che era Giacomo Castrosini, trovandosi alla Molinella venne al volo a marce forzate a Castel S. Pietro. Prese le porte con vari Saliari, detti comunemente Guardiani, e cercò di catturare tutti i suddetti rivoltosi, però ne prese pochi e furono solo Domenico Campeggi e Domenico Nimbeni. Gli altri non si poterono arrestare perché si eclissarono, onde gli sbirri condussero solo i due carcerati a Bologna. Contro di essi non si poté fare processo perché nessuno volle presentarsi a deporre sebbene fossero andati, armati di spiedi, bastoni e sassi, con molta ciurmaglia alle abitazioni e botteghe dei supposti traditori e così in breve uscirono dal carcere.

I frati di S. Bartolomeo che avevano accomodata la chiesa internamente, esternamente fecero selciare la piccola piazza davanti e levarvi molto terreno.

La Contessa Maria Felice Ghini cesenate, che era madre dell’E.mo Chiaramonti vescovo di Imola e prozia del Pontefice Pio VI, si era stabilita in questo Castello. Qui faceva vita privata votata a S. Francesco di Paola, la cui immagine collocò e donò ai frati all’altare dei Malvasia.  Per potere con più comodo ascoltare la S. Messa, perché non camminava e si faceva continuamente portare in una portantina, si fece costruire un alloggio presso la chiesa dei frati di S. Francesco sopra i portoni accennati fin dall’anno 1759.  

Questa quando se ne andò da Castel S. Pietro, donò, per mio rogito del 20 settembre 1762, ai frati i locali ove ora sono le stanze danno su via Framella, con la condizione che vi si apponessero all’interno una iscrizione in memoria.

Questa aggiunta di dormitorio costò trecento scudi e fu fatta per carità dalla Contessa che diede ai frati per devozione a S. Francesco altri beni.

Il chirurgo condotto della Comunità di Castel S. Pietro Simone Gordini, avendo presa la laurea in medicina nella Università di Cesena, per esercitare la professione si fece approvare il 28 settembre anche dal Collegio dei Medici di Bologna.

La notte di questo stesso giorno, alle ore 3 il guardiano dei frati di S. Francesco fece demolire totalmente il terrazzo che esisteva sopra il portone esterno del vicolo oggetto della lite col Senato.

Il primo ottobre i frati decisero di rimettere la mensa dell’altare di S. Antonio da Padova al suo posto di prima, da dove era stata levata per l’apertura del passaggio dalla chiesa alla nuova cappella costruita nel vicolo dei portoni. Fra Felice Capelli da Budrio laico, che stava pregando davanti all’immagine di S. Antonio, nell’appoggiare la mano alla mensa questa gli cadde tutta addosso, lo coprì fino a mezza vita e rimase mezzo sepolto per più di mezz’ora. Avrebbe dovuto rimanere stritolato, ma invocò il nome del Santo, di cui era gran devoto, e restò illeso grazie al suo miracolo.

 Gli fu levato il gran peso di dosso dai Trocchi ed altri e tutto il paese corse a vedere questo prodigio.  Si cantò, con tutti i frati, presente lo stesso Fra Felice, il responsorio al Santo liberatore. Il miracolato non andò nemmeno a letto per avere qualche medicazione. Ne fu fatta la tavoletta della grazia e posta a fianco dell’altare come ancora si vede.

Il mercato dei maiali, che continuava ancora nella strada che porta al Sillaro, davanti alla abitazione dei conti Stella, fu di nuovo proibito con bando del 18 novembre 1762.

 Essendo nate questioni in Consiglio sopra la conferma degli stipendiati, fu sospesa la ballottazione dalla Assonteria di Governo. La mozione sulla questione fu presentata da Giovanni Calanchi, uno dei rappresentanti.

Il 22 dicembre fu estratto consolo Giovanni Bertuzzi, notaio, che andò a sedere il primo gennaio 1763, Podestà fu il Conte Giovanni Zambeccari.

Giunto l’anno 1763 codesti Cappuccini, che in passato seppellivano i defunti, che volevano essere sepolti nella loro chiesa, ora qua ora là rompendo la pavimentazione, decisero di ricavare nella chiesa alla destra della Cappella di S. Felice due avelli, uno per gli uomini e l’altro per le donne. Lo scopo era anche quello di ottenere elemosine e contributi dai benefattori. Il 26 febbraio intrapresero il lavoro, che fu poi perfettamente realizzato.

A proposito della sospensione della elemosina ed offerta ai frati di S. Francesco per la festa di S. Bernardino la Comunità si trovò ad avere in deposito il danaro e quindi decretò di passare questa offerta ai Cappuccini col peso di celebrare alcune messe, fatta salva però l’approvazione del Governo al quale si fece la richiesta.

Vertendo la lite a Roma per le esenzioni, fu chiamato in giudizio anche il Senato e la causa fu portata in Rota e, per che fosse meglio patrocinata la causa, la Comunità elesse come Protettore il Cardinale De Rossi, prefetto del Concilio, il quale di buon grado accettò la Protettorìa.  Il consigliere comunitativo Lorenzo Conti, avendo affari in corso a Roma, spedì suo figlio Ser Francesco a quella capitale. La Comunità, approfittò dell’occasione per affidargli la sollecitazione e la guardia della causa comunitativa.

I Cappuccini, avendo in cattivo stato la pavimentazione della loro chiesa a motivo dei depositi sepolcrali sparsi qua e là, decisero di rinnovarla. Fra i depositi c’era anche, sotto il pulpito, quello del Conte Pompeo Ramazzotti e c’era pure, verso l’altar maggiore, anche quello del Padre Bernardino Bonfini da S. Felice che assistette i poveri contagiosi l’anno 1630. Questo cadavere, messo in una cassa, fu di nuovo sotterrato nella platea della chiesa in cornu evangeli fuori del Sancta Sanctorum, facendosi rogito di tale deposito per me Notaio scrivente le presenti memorie. 

Al di sopra poi di questo deposito fu fatta la seguente iscrizione su macigno dal Padre Giulio Ferraresi, fratello del Padre Innocenzo, guardiano attuale. La iscrizione fu poi sostituita da un’altra in marmo, simile a quella in cornu epistole, sopra la salma del Conte Ramazzotti, come diremo a suo luogo.

D.  O.  M.

Pat. Frat. Bernardini a S. Felice Sacer. Capuc.

Qui relicta huius Conventus Edificab. cui praebat

et gentibus huius. Castri dira pesto opressis

MDCXXX

Septimu Septembris sacra solus pene max charitate

ministranda, sanctis eo conflichi in D. incoavit dies

Hic anno 1763 essa transferi benem populos curavit.

 Il Senato, poiché mal sopportava di sentirsi rampognato nel tribunale di Roma per le grandi angherie che facevano i suoi ufficiali per indebolire sempre più la forza pecuniaria delle Comunità mediante i Tribuni della Plebe, fece molestare maggiormente ora l’uno ora l’altro artista del nostro paese. Non si sgomentò la Comunità, anzi sempre più si incoraggiò e citò in Roma il Senato unitamente al Magistrato dei Tribuni. A questa lite concorsero tutti gli artisti del paese tassandosi per la causa comune.

Il commercio dei bovini con la Lombardia fu sospeso, per la influenza scoperta nel mantovano e si pubblicarono i relativi editti.

 Il 10 aprile, domenica in Albis, in questa chiesa dei cappuccini celebrò la sua prima messa il Padre Giuseppe figlio del fu Giuseppe Gattia, religioso di una pietà singolare, di modestia santissima, che per la vita austera che praticava finì mentre era guardiano in patria e, fra i predicatori del suo ordine, si distingueva nello zelo apostolico.

La causa delle esenzioni fu proposta in Rota il 18 aprile, ed il 25 fu decisa a sfavore della Comunità.

Il 25 arrivò a Castel S. Pietro l’Immagine miracolosa del Cristo di Varlungo, stato di Toscana, accompagnato da molti fiorentini. Fu ricevuta processionalmente nel Borgo dalla Compagnia di S. Caterina con lumi che lo trasportò nella sua chiesa entro il Castello ove stette, alla pubblica venerazione, fino al giorno seguente. Levata dal nostro clero secolare e dalla Compagnia, fu portata nella pubblica piazza e l’arciprete diede al popolo la S. Benedizione. Si andò poi al Borgo e di fronte all’oratorio della SS. Annunziata si replicò la S. Benedizione. La S. Immagine fu riconsegnata a quei confratelli di Varlungo che rimisero la S. Immagine in una cassa e si incamminarono alla volta di Loreto.

La gioventù di Castel S. Pietro era solita divertirsi ogni sera al gioco del pallone nella pubblica piazza del Castello.  I giovani furono fermati dai gesuiti, padroni delle case Morelli, a motivo che il pallone infastidiva gli inquilini e, per sostenere di più il divieto, fecero piantare nel muro, come ancora si vede, tanti ramponi di ferro.

 La gioventù ricorse alla Comunità per avere un luogo adatto a questo suo divertimento. Ascoltò la Comunità la istanza e assegnò il suolo della fossa alla sinistra dell’ingresso maggiore del Castello. Questo terreno in breve fu adattato al gioco appianando la fossa ed una parte del terrapieno fino al torazzo, in cui fu messa la seguente epigrafe incisa su macigno, che poi fu levata dai Conti Stella, cui dispiaceva il rumore davanti la loro abitazione.

Hic ubi cum rabide luctans victoria (..)

sollicibus taderat milesia arma necem

hastunc duodena cohors florenti pace, juventae

laeta pugillati ludere folle tedit

Anno 1763.

Era usanza sull’alba del giorno, nella chiesa dei Padri Agostiniani di S. Bartolomeo dare ogni giorno la benedizione con la S. Pisside al popolo lavorante ed operaio, onde ogni lavoratore poi potesse durante la giornata attendere alle sue occupazioni. Ciò era fatto in vigore di un legato di Francesco Vanti. Il Padre Nicola Giacomelli, essendo in questo tempo priore del convento, cambiò l’ora della benedizione portandola al mezzogiorno.

Non essendo piovuto da molti mesi a questa parte, il 13 maggio venne improvvisamente un temporale grandissimo sopra le nostre montagne. Fu tanta la quantità dell’acqua che portò via legnami, sradicò alberi, annegò bestie che, portate dalla corrente del Sillaro fece compassione a chi le vide. Crebbe la fiumana a tal punto che tutto l’alveo del fiume non poté contenerla e si estese nella vicina campagna coprendola fino ad un’altezza di due piedi.

 Durò in seguito poi a piovere giornalmente in modo che le faccende rurali non si potevano fare. La gente preoccupata fece fare un devoto triduo a questo miracoloso Cristo della Compagnia del SS.mo.  Giovedì 9 giugno, venne una pioggia così copiosa che il Sillaro salì sopra le pile del ponte e sopra il muraglione difensivo la via corriera, stendendosi fino al mulino e inalveandosi nel canale.  Fece moltissimi danni e fu misurata l’altezza dall’alveo del fiume fino a dove lasciò il segno e fu di tre uomini. Durò due ore la alluvione e la pioggia simile ad un diluvio.

Rovinarono i lavori fatti nel Sillaro, si scoperse il lungo fondamento di un antico muraglione che, staccandosi dal primo occhio del ponte dalla parte di levante, arrivava alla sponda del terraglio vicino. È largo 3 piedi abbondanti e di quando in quando, secondo le fiumane, si scopre per qualche tratto.

Il 24 giugno fu estratto Consolo il sig. Giuseppe Dalla Vacche, che intraprese il suo ministero il primo luglio. Pretese questi, al principio del suo governo, che la offerta della elemosina a S. Bernardino dovesse nuovamente essere data ai frati M. O.

Vi fu in Consigliò chi si oppose, onde subito si scrisse al Governo per averne la determinazione, tanto più che si trattava anche di salvare l’interesse pubblico per le vertenze sul vicolo. Il 16 l’Assonteria di Governo rispose che se alla Comunità piaceva fare la festa di S. Bernardino, la facesse pure e però si elargisse la elemosina a tutt’altri fuori che ai francescani, almeno per quest’anno.

Sul principio di questo mese morì Giovanni di Domenico Ronchi, uno de pubblici rappresentanti. Il giovane fu di grande aspettazione per le virtù che possedeva di lingua latina, di poesia e prosa, morì in età d’anni 26. Sua madre fu Domenica Morandi cittadina di Bologna, fu di brutto aspetto, di vista breve, di personale piccolo e la sua morte causata dallo lo studio dell’astronomia.

Il Senato di Bologna, per avere un esatto conto della sua popolazione, col pretesto di volerla esentare dalle imposte o almeno alleggerirla, ordinò ad ogni massaro e capo di Comunità di dovere denunziare tanto i maschi che le femmine, i sacerdoti e i regolari. La notificazione fu emessa dall’agente di Camera Felice Marchi nel giorno 2 agosto 1763.

La volta del coro dei frati minori, che era poco sicura, fu modificata e fatto di nuovo l’arco con la vela sopra l’altar maggiore.

Il 22 dicembre fu estratto Consolo Flaminio fu Giovan Paolo Fabbri, fratello del segretario Alessandro Fabbri, celebre poeta e scrittore in prosa come si rileva dalla sua opera stampata.

1764 – 1768. Gesta di Lorenza Mazzanti al soldo degli spagnoli. Comunità ripristina elemosina ai frati di S. Francesco. Spostamento più verso monte della chiusa sul Sillaro. Collocata l’inferriata della cappella del rosario. Vittoria a Roma contro le arti di Bologna. Morte del chiaro poeta Alessandro fabbri. Scontro armato in Borgo tra i contrabbandieri di Casale e gli sbirri. Arrivano e sono alloggiati a castello dei gesuiti espulsi dalla spagna.

Nella prima seduta che fu il 2 gennaio 1764, il Consolo espose il desiderio di vedere riattata la mura del castello, di cui aveva anche parlato col nuovo Podestà estratto Marchese Andrea Bartazza.  La questione non poté essere risolta in consiglio per mancanza del numero legale.   Fu differita la proposta il 9 gennaio e si scrisse al Governo, ma questi nulla rispose.

Scopertasi nella Dalmazia l’influenza pestilenziale nei corpi umani, l’Assonteria di Sanità ordinò che si vigilasse sulle persone, robe e bestiami provenienti da quella parte.

Il Senatore conte Cesare Malvasia era molto scontento dei contrasti che gli avevano fatto i frati zoccolanti per il passaggio sui due portoni e per le provocazioni, che sentiva giornalmente, dai chiacchieroni. Per ciò pensò di chiudere il transito esterno sopra il terraglio dietro il suo palazzo e quindi fece alzare i due muraglioni, che ora si vedono, di traverso alla fossa e li congiunse al suo palazzo.  Questa cosa spiacque a tutta la popolazione.

I Cappuccini paesani, avendo terminato la pavimentazione della loro chiesa, vi misero le seguenti memorie. Sopra le ossa del Padre Bonfini, levando l’altra che già trascrivemmo,

P. Bernardini a S. Felice

exuvic.

huc delate Anno 1737

qui anno 1630 conventum hunc excitans

et Populo Castri S. P.ri

crassunte peste succurrans

charitatis victima occubuit

abibi in edicula tumulatus.

L’altra lapide sepolcrale al Conte Ramazotti fu la seguente, scolpita in egual marmo:

Co: Pompejo Ramazzotto

Huius Convent. Cappucinor. C.S. P.ri

Fundatori

Et post numus Junera huc excepto

Benefactor perpetuo

Capucini ad huc merented

P.  P.

Anno 1763.

L’8 marzo si pubblicò un Indulgenza in forma di Giubileo per le angustie che soffriva la chiesa per la premeditata oppressione della Religione dei Gesuiti[72] e per le altre contingenze.

 La popolazione soffriva molto della penuria di grani, il cui prezzo ordinario era di 30 paoli la corba. Il Senato non potendo intervenire alle tante necessità, concesse il 9 aprile la facoltà a tutte le Comunità del contado di potere prendere danaro a frutto per provvedere al bisogno.

 Perché poi i raccolti si presentavano male, il Card. Arcivescovo il 20 aprile ordinò che si facessero le processioni e benedizioni alla campagna per le feste comandate. Mancando la farina nel paese il popolo cominciò a tumultuare, onde fu necessario ricorrere ai Tribuni perché sforzassero i farinotti a mantenere il paese.

Il 14 maggio la Comunità spedì a Bologna due consiglieri che, uniti al Consolo Flaminio Fabbri, operarono in modo che fu provveduto subito all’ inconveniente.

Il Rev.mo P. Abate Don Stanislao Vachi, canonico regolare di S. Giovanni in Monte, nativo di questo Castello e figlio del fu Girolamo Dalle Vache, ora detto Vachi, fratello del Consigliere Giuseppe Vachi, fu eletto in questo mese Visitatore Generale dei monasteri della sua Religione.

Stante il timore di essere attaccati dalla pestilenza dalla parte della Marca, il Papa ordinò che si guardassero le spiagge. Furono subito usati i soldati delle fortezze distribuiti nelle città marittime. L’Assonteria di Milizia di Bologna ordinò alla Comunità di Castel S. Pietro che nel mese di giugno provvedesse dell’occorrente un distaccamento di 50 soldati, provenienti da Fort’Urbano, che erano destinati alla guardia di Senigallia per la fiera e per guardare la spiaggia marina. Si unirono poi con 100 soldati di Ferrara là spediti con altri militari papalini.

Venero il giorno 20 giugno, la metà si albergò nella osteria del Portone in Borgo e l’altra metà entro le osterie del Castello. Il loro capitano pernottò in casa Calderini, ora Ghiselieri, e partirono il 24 di buon mattino.

Il 24 giugno fu estratto Consolo Vincenzo Mondini, che il primo luglio si insediò.   

Il 6 agosto fu esposto in questa Cappella Vachi nella parrocchiale il quadro rappresentante S. Vincenzo Ferrer che resuscita un fanciullo, opera di Carlo Gennari, figlio del rinomato Gennari da Cento[73] cognato del Guercino.

Lorenzo di Gianbattista Mazzanti, detto volgarmente Loreno, morì in questi giorni avendo lasciato dopo di sé 4 figli, un maschio per nome Battista e tre femmine delle quali ne vive solo una di nome Maddalena. Il detto Lorenzo l’anno 1742 si arruolò nel reggimento italiano al soldo del re di Spagna per la guerra che aveva qui in Italia contro l’Austria per i ducati di Parma e Piacenza, una volta feudi della chiesa.

Questi si trovò nella famosa battaglia avuta sotto Velletri nella Fajola dove avvenne quel fatto d’armi in danno degli spagnoli ove era anche il Re di Napoli.  I tedeschi non portarono però a termine la vittoria. Infatti una notte riuscirono ad entrare nella città, dove appiccatasi una battaglia, il Re poté appena fuggire fra le archibugiate che si davano gli spagnoli, gli ussari tedeschi ed il reggimento Italiano che proteggeva quel Re.

Lorenzo, che era nella guardia del Capitano Camos, si comportò, con altri suoi compagni di qui cioè Omobono Varani, Giorgio Spinetti e Francesco Passarini, in modo tale che salvarono la vita a diversi ufficiali ed aiutarono la fuga del Re. Per questo suo valore il Mazzanti fu promosso al posto di sergente nella colonna del Camos.

 Partito l’esercito spagnolo da Velletri e inoltrandosi verso gli stati napoletani, fu fatta un’imboscata ad un distaccamento spagnolo di 200 uomini, fra i quali vi era il Camos col Mazzanti. Fu fatta non poca resistenza, tanto che questa truppa poté riunirsi ai suoi, ma il Camos restò morto, ucciso dagli ussari tedeschi.

Parve in questo fatto d’arme l’occasione opportuna al Mazzanti per disertare con i suoi compagni.  Aveva visto le cose della Spagna andar male, ed approfittatosi di ciò, svestì l’uniforme e si incamminò verso la Francia col Passarini mentre gli altri due paesani lo abbandonarono.

Si assoldò in quella truppa che teneva bloccata la piazza di Orano ove, dopo alquanti mesi di assedio, andarono all’assalto. Il Mazzanti, che era giovane di alta statura, robusto e coraggioso, entrò con l’arma bianca, fra i primi assalitori e fu premiato col posto di caporale di 50 fanti sotto il sergente maggiore francese Chemis, che restò di presidio in questa fortezza per alquanto tempo.

In questo periodo gli accaddero diversi scontri dove si comportò valorosamente e riportò onore e premi. Una volta che era egli di guardia con una pattuglia di cacciatori, ebbe notizia che un gruppo di 40 persone, parte disertori e parte contrabbandieri di Orano, portavano polveri, tabacchi ed altre merci fuori dal presidio.  Si mosse, con un distaccamento di 50 francesi, alla volta dei contrabbandieri col suo sergente Chemis.  Si appiccò una focosa baruffa che durò per ben quattro ore non volendosi arrendere i fuorusciti, finalmente questi dovettero cedere, essendone caduti 30 fra morti e feriti, e furono fatti prigionieri. Dalla parte del Chemis ne caddero con quelli feriti 23. Condotti i prigionieri nella città, la merce, esclusa la polvere fu bruciata nella piazza, il resto delle spoglie suddiviso fra soldati. Il Chemis da sergente avanzò di grado ed il Mazzanti occupò la sua carica.

Stanco di guerreggiare, una notte del mese di maggio 1754 calò dalle mura della città con altri cinque soldati e tornò alla sua patria, come fecero gli altri nelle loro. Le lettere patenti che aveva dei posti ottenuti le conservò fino a che visse, come ho io riscontrato con la sua famiglia.

 I frati M.O. di S. Francesco vedendo andare le cose di male in peggio per la vertenza del vicolo dei portoni, demolirono il fabbricato fatto, e il 22 agosto riaprirono il passaggio come prima.

I soldati di Forturbano che erano andati alla guardia della spiaggia verso Sinigaglia, ripassarono e tornarono al loro presidio al termine di questo mese.

Il 9 settembre il sig. Giuseppe Vachi, priore dell’Ospitale degli Infermi di questo Castello, a richiesta del Padre cappuccino Gian Domenico Trochi, fece dire per la prima volta la S. Messa nell’Ospitale. Messa che fu ascoltata da quegli infermi.

Il 16 fu tutto ripristinato nel passaggio fra i due portoni di S. Francesco e levato via quel pietrisco, mediante l’accordo seguito col Senato. Era guardiano un certo Padre Domenico da Bologna detto volgarmente Lupelio, uomo veramente religioso e nemico dei contrasti. Così si guadagnò l’amore di tutti e reintegrò il convento in tutte quelle elemosine che erano state sospese e levate.

Il 7 ottobre, domenica del SS.mo Rosario, per esporre alla venerazione il servo di Dio Padre Leonardo di Porto Maurizio[74] dell’ordine degli Osservanti, si presentò un sacerdote di nome Padre Ilario che fu compagno dello stesso padre Leonardo e che da giovinetto lo aveva servito quando fu in questo paese a fare la missione l’anno 1746.

 Disse, su un palco fatto apposta nella piazza del Castello, di essere venuto da Roma, accompagnato con lettere credenziali della Rotaria, per raccogliere elemosine in quei luoghi ove aveva predicato il padre Leonardo allo scopo di esporlo al culto per la sua beatificazione, tanta era la copia di miracoli che faceva a Roma. Predicò al popolo e dopo la processione diede la benedizione con la S. Immagine del Rosario e fece una abbondante raccolta. Il lunedì seguente, la sera, dopo aver narrati in parrocchia i prodigi che Dio operava per mezzo di questo suo venerabile servo, se ne partì il martedì 9 ottobre per Bologna.

Cominciò poi una grossa pioggia, che durò per lungo tempo e proseguì fino al 17 novembre per cui si sentirono di rotture di condotti e fiumi.

Il 16 dicembre fu estratto per Podestà del 1765, l’avvocato Giuseppe Albini.

Il 20 del mese venne a Castel S. Pietro l’architetto pubblico Gian Giacomo Dotti per ordine del Senato a verificare l’apertura e il passaggio ripristinato fra i due portoni di S. Francesco. Alla visita intervennero pure quattro consiglieri del Corpo Comunitativo locale cioè il Capitano Lorenzo Graffi, Gian Alessandro Calanchi, Lorenzo Sarti ed il cancelliere Ercole Cavazza. Fatta la verifica, se ne partì e così fu terminata ogni questione.

L’anno che seguì 1765, entrò consolo Lorenzo Conti e per Podestà il Dott. Paolo Ragani, che sostituì Gio. Ventura Bertuzzi.

Non ostante la pendenza della lite in Roma per la impunità delle Arti, il magistrato di Bologna condannò il tintore del paese Antonio Gardi.

Poiché in ogni luogo vi sono sempre invidiosi e traditori, così molti gargiolari lavoranti all’uso di Bologna ai quali dispiaceva che altri lavorassero le canape alla schiantina, fecero istanze al magistrato perché venisse vietato questo modo di lavorare. Si oppose la Comunità e fece unire questa questione alla lite in corso a Roma per tutte le altre arti, ma poco servì.

Il 14 aprile venne una gran galaverna, che fece seccare la maggior parte dei pampini delle viti, come avvenne il 19 aprile 1725, onde ci fu carestia d’uva. La stessa sera alle 3 di notte si vide dalla parte settentrionale ed occidentale il cielo tutto rosso che illuminava il mondo. Il fenomeno durò due ore e fece spaventare tutti.

Essendo terminate tutte le controversie fra il Senato e i frati di S. Francesco per la questione del passaggio, la Comunità di Castel S. Pietro deliberò di ritornare alla chiesa di questi frati per farvi, come in passato, la festa ed offerta a S. Bernardino.   Ciò fu fatto sotto diversi patti come appare dalla scrittura i cui punti più interessanti sono i seguenti:

 1) che li frati debbano il giorno della festa celebrare all’altare della Comunità la messa cantata in terzo, alla quale interverrà la Comunità e secondo la intenzione della med.

2) Che ogni festa domenicale dell’anno li frati debbino prestare al d. altare una messa di presenza.

3) che, quando si farà la funzione sud., sia adornato l’altare di sei candelotti accesi, che la messa sia accompagnata dal canto gregoriano e coll’organo e a qual messa dovrà assistere il Corpo Comunitativo in forma, sicorando li frati li soliti riti di S. Chiesa cioè assenso ed amplesso di pace da reciprocarsi poi fra essi comunisti, che il giorno precedente a tale funzione debbano li frati fare sonare ed alzare il doppio delle loro campane poi, il giorno in cui interverà la Comunità alla loro chiesa, sia ricevuto il Corpo comunitativo alla porta della chiesa da un secolare colla stola e cotta e presenti l’aqua benedetta così  pure, terminata la funzione, debbano li frati accompagnare la Comunità fino alla porta della loro chiesa, alzando il doppio delle campane tanto nell’arrivo che nella partenza dalla chiesa dove deve la pressidenza del convento preparare il genuflessorio e sedile per comodo de Comunisti.

Che alla mutazione di ogni guardiano debbino li frati addomandare alla Comunità il prosseguimento di tale funzione ed elemosina annua di Lire ventisei, (…)

 Fatta tale convenzione il 13 giugno cominciò ad effettuarsi la funzione e fu molto plaudita sia dai frati che dalla popolazione e dalla Comunità stessa.

Il 24 giugno fu estratto Consolo Lorenzo Sarti, che intraprese il suo ufficio il primo luglio.

In principio di questo mese cominciò a piovere fortemente e durò di continuo per tutto il mese in modo che si bagnarono i grani nei campi e nei barchi, in modo che si temevano incendi e la raccolta fu di cattivo odore. Il 18, mentre pioveva, si levò un turbine così grande che portò via i coperti a molte case, levò in aria pagliai, sradicò grosse querce, alzò uomini e bestie da terra. Le persone per salvarsi si sdraiavano a terra. Un tale turbine, che fu detto bisciabura venne anche il giorno di S. Lorenzo nel quartiere della Lama e portò in alto un biroccio con una coppia di bestie attaccate che erano di Guido Serantoni, lavoratore della possessione della compagnia di S. Caterina detta La Laura. La casa delle Mascarelle fu, con la vicina del Valesino, tutta scoperta.

 Il 31 agosto anno morì a Ferrara il Padre Mariano Gallanti di Castel S. Pietro le cui prerogative stanno così descritte nel mortologio dei Cappuccini 1765: “31 augusti obiit P. Marianus a Castro S. P.ri  concionator, guardianus et episcopi Comaclensis actualis theologus in nilus pari studio, et de propria vita perfectione et animarum salute avidus et sollicitus.”

La chiusa dell’acqua nel nostro Sillaro, che fino ad ora era a poca distanza dal Castello contro la Valetta e la Fornacetta, fatta tutta di legnami, fu portata più in alto tra la possidenza di Croce Coccona e il Dozzo e fu edificata di pietra.  Il progetto e la direzione furono di Giuseppe Tartaglia, fattore del Senatore Marchese Piriteo Malvezzi proprietario del mulino di Castel S. Pietro. Ciò avvenne il 15 settembre, ma poi i lavori furono interrotti dalla pioggia.

Il 6 ottobre, sabato prima della festa del SS.mo Rosario, la compagnia del Suffragio di S. M. della Morte di Bologna diede alla zitella scelta la dote di l. 150, secondo il legato Villa, perché puntualmente i suoi genitori paghino le pigioni della casa da essa abitata.

 Stante le vertenze che regnavano fra la compagnia del SS.mo e quella di S. Caterina sulle precedenze, il 10 ottobre venne a Castel S. Pietro il Vicario Generale vescovile, Monsig. Sante Coroluggi, oriundo di questo luogo.  Fece convocare la Congregazione di S. Caterina e prima di tutto le ordinò il riattamento e l’ammodernamento della chiesa, giusto il disegno di Giovan Battista Canepa. Ordinò poi che, nelle funzioni con la congregazione del SS.mo, secondo l’uso antico, le prioresse del SS.mo andassero anch’esse in processione, ma dietro agli uomini che seguivano le immagini o il Santissimo. Prima esse seguivano per prime il clero.

L’11 di questo stesso mese venne una grossissima piena nel Sillaro, che superando i muraglioni che difendevano la via consolare, allagò le vicine campagne e durò tre quarti d’ora a crescere.

In virtù dell’ordine del Monsig. Vicario si era posto mano al restauro della chiesa di S. Caterina, essendo priore Pietro Gattia detto l’Avvocato. 28 confratelli scrissero un memoriale diretto al Vicario col quale, chiedevano la sua conferma nel priorato per il prossimo 1766. il Vicario ordinò che quella proposta fosse regolarmente deliberata. Tanto seguì ma il Gattia non fu riconfermato.

Il primo dicembre, essendo giorno dell’Invito statutariodella Compagnia, il dopo pranzo si fece una nuova congregazione questa volta fu confermato come priore per il 1766 il Gattia. Ci fu un nuovo ricorso al Vicario per l’annullamento di questa risoluzione, fu portata nel Vescovato la causa ad viam juris per gli atti Franchi. L’esito fu che il Gattia restò escluso.

La Comunità avendo in vista i disordini che accadevano i giorni di mercato nella via corriera in mezzo al Borgo dove si faceva quello dei bovini, fece richiesta alla Assonteria di Governo affinché questo mercato di bovini fosse trasferito alla destra dell’ingresso maggiore del Castello ove si faceva il mercato dei maiali.

 L’Assonteria ricevette la richiesta, ma non si ebbe alcuna conclusione. Si ottenne invece dal Governo i materiali, sassi e sabbia, mediante la permuta della inghiarazione del nostro comune per il riattamento della via maggiore del castello tutta rovinata.  Questo mese si incominciò a ripararla, pagando le maestranze i rispettivi possidenti.

Erano restie le prioresse della Compagnia del SS.mo a cambiare nelle processioni il loro antico posto.  Però alcuni nemici della compagnia fecero istanza di nuovo al Vicario che decretò, per gli atti di Ser Antonio Franchi, la modifica del loro posto così come si è detto e ciò sotto la pena della soppressione del loro officio.  Quindi furono obbligate ad adattarsi al volere superiore, che non volle rispettare la consuetudine.

Essendo stato estratto per podestà di Castel S. Pietro per il prossimo anno 1766, l’avvocato Lodovico Montesani e per Consolo il Cap. Lorenzo Graffi, questi investirono il loro ufficio servendo di sostituto per il primo il notaio Bertuzzi.

Aveva il teatro pubblico di questa comunità una ringhiera ad uso di palco, che girava attorno alla platea.  Questa veniva spesso occupata da chi non vi doveva entrare perché era stata costruita per comodità dei soli comunisti e loro famiglie. Il Consolo Graffi pensò di dividerla in tredici palchi e fece noto il suo progetto alla Comunità.

Lorenzo Conti si oppose e il Graffi non riuscì a fare altro. Però, come uomo abile e facoltoso, aspettò un tempo migliore per realizzare il suo progetto. Intanto, nella propria casa e poco alla volta, preparò i divisori in legno per i palchi, aspettando il momento opportuno e la buona disposizione dei pubblici rappresentanti che, convincendosi della convenienza del progetto, aderissero alle sue idee come poi avvenne.  

Il Graffi poi, assieme a suo fratello Dott. Don Ercole, sacerdote e protonotaio apostolico, eresse un beneficio semplice laicale in questa parrocchia all’altare di S. Rosa di Lima, già dei Marchesi Locatelli, ora pure sotto l’Invocazione di S. Francesco di Paola. Qui vi fece dipingere il bel quadro del Calvi di Bologna, detto il Sordino[75]. Questo beneficio ha per dote una porzione di casa posta in Castel S. Pietro nella via di Saragozza di sotto chiamata il Conventino. Il Rettore ha l’obbligo di celebrare o far celebrare molte messe nell’Ospitale degli Infermi di questo luogo e allo stesso altare. Il Rettore deve essere uno di Castel S. Pietro, di onesti parenti. Il primo rettore fu Don Francesco Dalfiume, vecchia famiglia del paese.

In questo tempo regnava una influenza febbrile putrida e di cattivo carattere. Il chirurgo era sovraccarico di lavoro essendo cresciuti i malati.  Perciò la Comunità accrebbe al medico il suo salario a cinquanta lire annue. Non bastò la disgrazia di questa influenza nei corpi umani infatti se ne scoprì un’altra nei bestiami detta cancrena volante ed era una piccola vescica che si formava sotto la lingua. Venne perciò fuori un bando e la ricetta per medicarla.

La Compagnia di S. Antonio Abate, composta di tutti villani, non avendo una uniforme venne in testa a certuni di capparla e darle il titolo di Suffragio. Non piacque questa novità ai frati di S. Bartolomeo per avere essi una Compagnia dello stesso titolo. Fecero alt e resero noto che per decreto di Clemente VII non si poteva erigere sotto lo stesso titolo più di una Compagnia in un medesimo luogo. Si procurarono una inibizione papale per gli atti di Antonio Gotti. Quindi, essendo stata eseguita, non si fece altro.

 La Compagnia di S. Caterina, per rendere più decorosa la sua chiesa, comprò dagli eredi Locatelli un piccolo tratto di terreno posto dietro la loro chiesa largo quattro piedi e lungo come la parete della chiesa. Così la chiesa diventò più lunga e guadagnò quell’ambiente che ora forma il coro dell’altar maggiore. Anche la cappella fu ammodernata con il soffitto a vela, che prima era a crociera.

Michele Marabini detto Prati, essendosi per pazzia gettato nel pozzo pubblico di S. Bartolomeo, fu miracolosamente salvato da un fanciullo che gli gridò di chiamare in aiuto il S. Crocefisso e calò una corda. Il Marabini la afferrò e si sostenne sopra l’acqua finché giunse gente per sostenerlo e sollevarlo.

In maggio Giuseppe Gattia figlio di Pietro, bravo suonatore di violino, volendo smorzare il fuoco acceso in un camino di casa sua, corse sui coppi con dell’acqua, ma sdrucciolò e cadde sopra un pozzo della vicina corte. Nel cadere invocò Maria SS.ma del Rosario, non morì e scansò il pericolo dell’acqua corso per il fuoco che voleva smorzare.  Se ne vede la tavoletta dell’ex voto nella Cappella del Rosario.

Il 24 giugno fu estratto Consolo per il secondo semestre Ercole Cavazza sotto il cui consolato poco e nulla di importante avvenne, se si toglie la miseria e la scarsità di generi per la povertà che era molto angariata. Il Cavazza si occupò dell’archivio patrio.

Compiuta la cancellata della Compagnia del Rosario sul disegno del celebre Casal Grandi bolognese, il 14 ottobre fu collocata al suo posto nell’ingresso della cappella e costò più di settemila lire.

 Essendosi fatta una scarsissima raccolta di grano e di ogni altro genere, il Senato di Bologna il 5 dicembre accordò alla Comunità di poter prendere danari a prestito.

Vertendo la lite fra la Comunità e le arti di Bologna a Roma avanti il Prefetto della Segnatura, comparve l’Arte dei Fabbri e dichiarò di non volere agire contro Castel S. Pietro, ma bensì contro le altre comunità subordinate alla sua giurisdizione. Su ciò fu fatto il decreto che fu, da entrambe le parti, accettato e così restò assicurata la immunità dei fabbri entro il Castello e nel suo comune.

Cresceva di giorno in giorno il prezzo di grani e biade, onde fu inventato una certa specie di pane tutta di formentone, come fanno i contadini e furono perciò chiamati zalett (gialletti). Uno di questi valeva mezzo bajocco, gli fu dato il peso dai magistrati e creata la forma in legno per bollarli. Il formentone si vendeva a 16 paoli la corba ed andò fino a 30 alla fine di quest’anno. Il grano 36 paoli ed andò fino a 40, la fava e il miglio 26 paoli la corba. Questi due generi si macinavano assieme con la marzola e l’orzo che in ottobre si vendettero 20 paoli la corba. Il vino, benché nuovo, si vendeva a 19 paoli la corba.

Dalli 17 novembre fino al 13 dicembre piovve sempre tutti i giorni.

Il 16 dicembre fu estratto per Podestà dell’anno avvenire 1767 il Conte Antonio Gandolfi, che sostituì il Dott. Paolo Pagani e il 22 fu estratto Consolo Francesco Dall’Oppio.

Nel mese di febbraio del 1767 morì il consigliere Lorenzo Conti. Tra i suoi tre figli Carlo, Domenico e Francesco, fu eletto quest’ultimo nel mese di marzo per essere notaio e pure informato delle cause litigiose pendenti in Roma.

 Il 25 febbraio si pubblicò a Bologna l’Indulto delle carni per la prossima quaresima per anche così sollevare la povertà.

Il 2 marzo, stante la facoltà data dal Senato di potere prendere danari a frutto per erogarli in sovvenzione alla popolazione, il cap. Lorenzo Graffi propose al Consiglio di prendere un prestito di cinquemila lire e di usarle nell’acquisto di tanto formentone, oppure altra sorta di granelle, e dispensarlo poi ai bisognosi,

 Il Consiglio approvò il progetto e incaricò il Graffi ed il collega Domenico Ronchi a prendere tale somma a frutto e fare ciò che avessero creduto in beneficio della nostra popolazione. A questo scopo il Consilio fece loro un’ampia procura.

 Il 13 marzo a Roma la Rota decise contro la Comunità la lite della esenzione dai dazi.

 Il 25 morì a Roma il Card. Gallo, di famiglia originaria di questo castello, come affermò tante volte avendo abitato i suoi antenati nella via Framella davanti al palazzo Malvasia.

In questo stesso mese i suddetti due deputati presero a frutto le dette l. 5.000 da certo signor Canè a rogito di Ser Giovanni Monsignani di Bologna.

Essendo vacante l’arcipretale di S. Agata nel bolognese di collazione della Mensa di Bologna, il 13 aprile fu fatto arciprete di quella pingue chiesa Don Luigi Conti figlio di Pietro, nostro compatriota e fratello di Franco Conti e del Padre M.ro Filippo Conti dell’ordine de’ Servi. Era egli in questo tempo cappellano domestico dell’arcivescovo di Bologna Card. Vincenzo Malvezzi.

Il 25 giunse l’avviso che erano stati cacciati dalla Spagna i gesuiti, per avere tentato, come si vociferò, una insurrezione a Madrid contro il loro sovrano.

A questo nostro confine, dalla parte di Firenze, furono sospese le comunicazioni per una influenza epidemica, per la quale quel duca si era portato a Livorno. A Parma regnava discordia fra i locali e i francesi lì domiciliati negli istituti cattolici, onde furono presi in sospetto i gesuiti, per cui fu accelerata la loro espulsione da quello Stato[76].

Il 17 cadde una gran grandine nel quartiere di Granara ed in parte nel quartiere della Lama, grossa come le noci che schiantò alberi, pampini, canape ed ogni raccolto e si ammucchiò alta un piede, con essa si riempirono le conserve. Mentre cadeva faceva orrore, perirono molti polli, porcelletti ed altre bestie minute.

Il 22 maggio il magistrato dei Tribuni della Plebe di Bologna venne nuovamente a perturbare la tranquillità degli artisti di Castel S. Pietro, fece catturare i calzolai del Borgo. La Comunità allora citò il magistrato nella Curia a pagare per i soprusi e a rilasciare liberi i lavoranti. Il magistrato per ciò il 25 rinunciò alla carcerazione, ma senza pregiudizio di agire a Roma.

Nel giorno di mercato, il grano si vendette 40 paoli la corba, il formentone paoli 30, il pane era di 18 once per ogni quattro soldi, la farina di formentone si vendeva due bajocchi la libbra e quella di grano soldi due e mezzo e poi ad arbitrio.

Gli abitanti del Borgo fecero richiesta alla Comunità per selciare quella parte del Borgo che dalla chiesa della Annunziata introduce nel Castello e di volerle concedere i materiali mediante la permuta della inghiarazione e che essi pagheranno le maestranze. La Comunità spedì la richiesta a Bologna al governo il quale niente decise.

Essendo 163 anni che le acque morte pregiudicano il territorio bolognese, il governo di Roma, nel mese di giugno, ordinò un taglio reale dopo gli infiniti che erano già stati fatti, ora con un progetto, ora con un altro.

Il 9 giugno, ultima festa delle Pentecoste, mentre si faceva la processione con la immagine di Maria SS.ma sotto il titolo del Soccorso dalla Compagnia di S. Caterina per il Castello e il Borgo, improvvisamente si alzò un temporale di vento e pioggia che, non potendosi andare avanti, fu necessario fermarsi sotto il portico destro nel Borgo, avanti l’ingresso del Castello, ove stette mezzora su le spalle dei confratelli. Fu poi portata come si poté all’arcipretale e qui fu data la S. Benedizione a quel poco di popolo che la poté accompagnare.

Il 20, la notte del sabato venendo alla domenica, si fece sentire alle ore sei italiane il terremoto che poi replicò altre due volte senza però fare alcun male. Ciò fu creduto effetto della lunga e grossa pioggia che, dopo una gran siccità, venne e durò più di quindici giorni continui. Quindi fu necessario mettere fuori la coletta ad Petendam Serenitatem in Missa, perché non si poteva mietere e tutti i grani e biade erano stesi a terra e giacevano sepolti nell’erba. Per tale motivo il 22 si espose alla pubblica venerazione la immagine di Maria SS.ma del Rosario, alla quale si fece un triduo di messe e benedizioni col SS.mo ogni sera.

Il 24 fu estratto Consolo Domenico Ronchi, che durò poco nel suo consolato poiché nel primo mese finì i suoi giorni. Per tale morte fu fatto ricorso alla Assonteria di Governo affinché la Comunità facesse l’estrazione di un nuovo Consolo, stante la decrepita età del Proconsolo Francesco Dall’Oppio e le sue corporali indisposizioni. Si venne perciò alla nuova estrazione e fu estratto nuovamente io Ercole Cavazza.

Essendo vacante la pubblica scuola di umane lettere per la rinuncia di Padre Lodovico Dall’Oppio, la Comunità elesse il chierico Don Alessandro Camaggi, faentino, giovane ma bravo in ogni genere di lettere. Venne al suo incarico alla fine di settembre.

Essendosi rotto il campanello della Comunità esistente nel campanile presso l’arcipretale, questo fu rifuso. Non lo si volle riconsegnare all’arciprete Bertuzzi se prima non confermava la legislazione sopra lo jus di nominare il campanaro. Stette questi molti mesi perplesso e negativo, ma sentendo la volontà della Comunità di voler unire il campanello all’orologio pubblico per fargli battere i quarti, si prestò subito e, sottoscritti i patti, fu consegnato il campanello e posto nel suo precedente posto l’8 ottobre.

Il 16 dicembre la Segnatura di Roma decretò, nella lite della Comunità col Senato di Bologna, che si osservasse il Monitorio dell’Alta Corte di Roma imponendo che si conservassero e mantenessero gli uomini ed artisti di Castel S. Pietro nel loro pacifico possesso della immunità ed esenzione dalla obbedienza all’Arti di Bologna sia virtualmente che pecuniariamente e personalmente. Tale decreto fu fatto con 8 voti favorevoli e due contrari.

Il 22 fu estratto Consolo il Cap. Lorenzo Graffi che investì la carica il primo gennaio 1768 e così pure fece il nuovo Podestà Cavaliere Lorenzo Antonio Sampieri.

Il 19 febbraio ad ore 21 morì la signora Ginevra Fabbri fu Valerio Fabbri Capitano, vedova del fu Giovan Battista Dalla Valle notaio di Castel S. Pietro. Fu l’ultima discendente della antichissima famiglia civile e nobile di Bologna, che si stabilì qui fin dal 1200 a causa delle lotte tra le fazioni Geremee e Lambertazze. Fece testamento due anni fa, lo confermò in forma segreta al Notaio Giovanni Bertuzzi e fu pubblicato per lo stesso Notaio il giorno d’oggi.

 Fece molti legati pii a favore del paese ed ordinò tra la erezione di un ritiro per le oneste zitelle del paese. Istituì erede delle sue proprietà il Dott. Annibale Bertolucci poi i suoi eredi, estinti i quali, le proprietà passerebbero all’Ospitale per poveri infermi di questo castello.

Dal medesimo testamento si rilevano tanti altri obblighi e disposizioni delle quali il lettore di questi nostri scritti può informarsi. Lasciò pure l. 100 per l’ornato della chiesa arcipretale che l’attuale arciprete trascura e intanto si tiene il contante in mano.

Ottavio Fabbri, nel suo testamento rogato l’anno 1637 per il notaio Scarselli, lasciò per fede comessa alla compagnia del SS.mo SS.to, di cui ne era confratello, tutta la sua eredità affinché con i suoi redditi si estraessero ogni anno tante doti per le zitelle del paese. Così essendovi ritrovato nello Intro della divisione Fabbri che la casa abitata per detto testamento era lasciata per la costruzione di un conservatorio, la Compagnia del SS.mo, prese tosto giudizialmente il possesso della eredità.

Il 22 febbraio fu aperta la lite nel vescovato di Bologna dove si istituì il giudizio di possesso, che poi fu ridotto a partitorio in Roma dagli eredi Bartoluzzi.

Il 25 Gaetano Rondoni, ultimo della sua antica famiglia di questo Castello, essendo a Bologna, cadde precipitosamente da una scala, fu portato nell’Ospitale della Morte e qui, col finire i suoi giorni, finì anche il suo casato, chiaro per quattro secoli nel suo paese.

  Si facevano dicerie nella città e nel territorio di Bologna sopra il passaggio, che doveva seguire fra breve della Arciduchessa Maria Carolina d’Austria[77] figlia dell’imperatore Carlo che andava a Napoli sposa al Re delle due Sicilie[78]. Il motivo era dovuto al fatto che lettera della Corte Imperiale che avvisava il Senato del prossimo passaggio era indirizzata alla Repubblica di Bologna. Per tale titolo alcuni supponevano un richiamo alle memorie antiche di autonomia. Avvaloravano queste loro opinioni l’essere il Papa poco ben visto alla corona per la questione dei gesuiti e quindi era facile pensare anche ad un sottinteso alla smembrazione di Bologna dalla soggezione a Roma.

 Pervenuto ciò a notizia della corte romana questa ordinò ai senatori la rinnovazione del giuramento di fedeltà e di ciò fu incaricato il Card. Legato Spinola, al quale fu anche ingiunto con breve apostolico, che in nome pontificio ricevesse la nuova sposa a Bologna.

Intanto essendo giunto l’avviso che a giorni sarebbe giunta in città, il Cardinale, ordinò che ci si preparassero a ricevere questa signora e a scortarla fino fuori lo Stato.

Il Cap.no Lorenzo Graffi il 13 agosto partì con l’ufficiale Giovan Francesco Andrini, l’alfiere che portava la bandiera del paese bianca e verde, il sergente Fedele Gattia e 185 uomini e il 14 si portarono a tamburo battente e zufoletti alla volta di Scaricalasino. In questo stesso giorno passarono da Castel S. Pietro 160 cavalieri spediti dal Papa dalla Marca e Romagna per fare da equipaggio alla Regina.

Il martedì 15 giunse a Bologna la Regina, fu ricevuta al confine modenese da Mons. Millo, Nunzio pontificio e Mons. Boncompagni vice Legato. Alloggiò in casa Pepoli e partì la mattina del mercoledì alla volta di Firenze.

A Sesto, luogo distante da Bologna 6 miglia, ricevette un nuovo omaggio dal vice legato che l’aveva preceduta.  Qui c’era un distaccamento di 50 militari bolognesi. Il Nunzio Apostolico l’aveva invece preceduta ai confini ove era la nostra truppa di Castel S. Pietro a Scaricalasino prima di entrare nella Toscana, nuovamente omaggiò. I nostri soldati, dopo averle presentata l’arma e fatto il Gioco di Bandiera come si usava la abbassarono a terra.  Quella sovrana gradì una così cortese ossequio dandone il segno col baciamano ai nostri ufficiali. Prima del suo arrivo furono sparate sei cannonate dai cannonieri bolognesi fra i quali servì per coadiutore il nostro Angiolo Tomba, cancelliere della milizia nazionale, che era qui col Cap. Graffi.

Ritornarono le nostre truppe a Bologna tutti gloriosi e ricevettero dalla Assonteria della Milizia le meritate lodi.

Il Nunzio pontificio Mons. Millo, diede anch’esso segni di gratitudine ai nostri ufficiali, che rivide con piacere prima della loro partenza. Ritornarono in patria l’ultimo di aprile con un ottimo attestato di benservito fatto dal Vice legato Mons. Boncompagni.

Antonio di Angiolo Palassi di Castel S. Pietro in età di anni 20, dopo un singolare studio di contrappunto in musica fatto nella città di Bologna, sotto Angelo Santelli, inimitabile cembalista, venne condotto nel teatro del Re di Spagna come cembalista e contrabbassista. L’uso di quei strumenti lo aveva appreso dal padre.  Fu assunto con l’emolumento di l. 280 annue e poteva restare in quella capitale di Madrid fin che voleva come poi fece avendo là piantato la sua famiglia.

La Comunità di Castel S. Pietro, memore delle gloriose grazie fatte da Maria SS.ma mediante la S. Immagine di Poggio alla nostra popolazione, voleva mostrare a tutti la sua devozione alla S. Immagine, sopra tutto nelle S. Rogazioni che si fanno annualmente. Quindi decise di portarsi in forma col Corpo comunitativo il giorno 8 maggio, che fu la domenica prima delle Rogazioni, a ricevere la S. Immagine nel Borgo all’oratorio della SS. Annunziata.  Così il giovedì, giorno dell’Ascensione dopo il vespro, la Comunità decretò che si dovesse incontrare la S. Immagine al Borgo e rinnovare le consuete benedizioni alla condizione però che la Comunità avesse salve i suoi vantaggi.

Le amarezze nate nella Spagna, Francia, Portogallo e in altre monarchie a causa delle insurrezioni tramate dai gesuiti, erano state fatte istanze al Papa perché intervenisse ma questi aveva sempre tenuto l’orecchio chiuso. Da qui nacque un funesto effetto, poiché, in spregio alle immunità ecclesiastiche, alcuni potentati cacciarono i gesuiti, altri li carcerarono ed altri si impossessarono dei loro beni. Il Duca Filippo di Parma, nipote del re di Spagna, seguendo il suo cattivo esempio, sequestrò tutte le rendite beneficiali e le pensioni che andavano allo Stato ecclesiastico, pretendendo che dovessero essere date solo al clero locale.

Queste cose mossero il papa a scomunicare il Duca Filippo e la sua corte. La Spagna prese la difesa del nipote e si impadronì quindi di Ronciglione e Castro, feudi della chiesa. Poi i francesi si presero Avignone e Benevento. Il Re di Napoli, per il patto di famiglia borbonica, si premurò di assistere il Duca Don Filippo e per questo chiese che al Papa di revocare il Monitorio di Scomunica ma il Papa rifiutò, il che partorì un male maggiore.

Il 21 giugno, lunedì notte venendo al martedì, morì in età di anni 78 il chiaro Alessandro Fabbri di Castel S. Pietro, segretario del Senato, fu chiaro poeta e lasciò non poche opere inedite. Nel primo tomo di quelle stampate per Dalla Volpe in Bologna c’è la sua vita scritta dal Cav. Conte Giovanni Fantuzzi.  Le sue opere sono indicate dallo stesso Fantuzzi nel suo libro scritto sugli scrittori bolognesi stampato in Bologna dalla stamperia di S. Tomaso sotto la lettera F, articolo Fabbri. Dopo lungo servizio al Senato fu messo a riposo il 16 agosto 1762. Il pensionamento gli fu dato, senza richiederlo per le sue vere prerogative. Tutta la città, e suoi colleghi, fu dispiaciuta nonché la nobiltà per essere uomo faceto e tagliato sul modello antico. Gli fu fatto il ritratto da diversi intagliatori, specialmente dal Ferri e dal Benedetti su disegno di Jacopo Calvi chiaro pittore detto volgarmente il Sordino delle Madonne.

Io, che avevo stretta amicizia col Fabbri e pratico delle sue sembianze, dirò che la migliore stampa e naturale è quella del Calvi. Fu sepolto nella sua parrocchia di S Michele, in un deposito a parte, nel pavimento della chiesa. Una iscrizione simile fu affissa e murata in questa chiesa di S. Bartolomeo in cornu epistole dell’altare di S. Stefano juspatronato della famiglia Fabri il cui tenore è il seguente:

Alexandro Fabris

Bononiensis Senatus Cancellario emerito

cantaque probitatis vivo

quem suis ipse

in epistoles, in orationibus, in carminibus

sive italicis, sive latinis

 scriptor vero candilus referebat

Flaminius Scarsellius Senatum secretis

Monumentum hoc observantis et amoris

collega suavissima

inscripsit

filii plorentis patri amantissimo

Posuerunt

vix vita LXXVI menses V dies XV

obiit XI Kal. Julii MDCCLVIII.

 Nacque a Castel S. Pietro il 4 febbraio 1692 dal matrimonio tra Giovan Paolo Fabri e Maria Vittoria Nicoli, famiglie antiche e patrizie del Castello. Fu battezzato con la sola acqua dall’arciprete Ottavio Scherlatini ma le funzioni e i riti di S. Chiesa furono poi fatte a Bologna per usufruire dei vantaggi della cittadinanza come usarono tante altre famiglie del paese, motivo per cui se ne sono perdute molte espatriate.

 Il 24 giugno fu estratto Consolo Vincenzo Mondini, che investì il suo ufficio il primo luglio.

In questo mese il Duca di Modena[79] accodandosi al Duca di Parma e alla Spagna, abolì molti conventi nei suoi stati. In agosto espulse gli Agostiniani forestieri e tenne solo i nazionali dei suoi stati, poi si mise in armi. Il Re sardo fece lo stesso.

Il Papa vedendo andare male le cose della chiesa a causa dei Gesuiti, deputò una Congregazione di quattro teologi per la revocazione della scomunica comminata a Don Filippo duca di Parma, e intanto cominciò a prendere seriamente in considerazione e con la maggior sollecitudine la soppressione dell’Ordine dei Gesuiti.

Usavano i farinotti e i contrabbandieri di Casalfiumanese portare farina di grano nel nostro mercato, soprattutto durante il tempo estivo a causa dei problemi della macinatura, infatti il nostro Sillaro scarseggiava d’acqua mentre il Santerno ne è sempre copioso e costeggia la via di Casale ove ci sono i mulini. I farinotti del paese sopportavano ciò di malavoglia e presero l’espediente di osservare e notare i contumaci dalla giustizia di Bologna e ne informavano gli sbirri. Così procurarono delle catture, ma inutilmente perché i contrabbandieri, fedeli fra di loro, accortisi di ciò vennero sempre armati ed in buon numero. Ciò non ostante, essendo la tenacia degli sbirri grande e il coraggio degli altri maggiore, chiaramente, se questi non avessero rinunciato ci sarebbe stato un gran bordello. Tanto accadde.

Lunedì 22 agosto, vennero molti da Casal Fiumanese muniti di armi e bravi all’archibugio.  Erano pure presenti due squadre di sbirri condotte una dal tenente Giacomo Casalini e l’altra dal tenente Peregrino Mei detto Vajna, uomo assai cattivo terrore di ladri e contumaci,

 Gli armati di Casal Fiumanese fecero intendere agli sbirri che non arrischiassero disturbare il loro mercato, altrimenti si sarebbe fatta una carneficina.

 Sprezzò il Vajna l’avviso, quindi spianate le armi vennero nel Borgo allo scontro. Circondarono quelli di Casale dalle ore 10 fino alle 11 della mattina e li fecero arretrare dalla chiesa della Annunziata fino allo stradello morto. Ai contrabbandieri restava solo il vicolo storto[80] fra la casa Landi e Bolis in faccia alla strada della chiesa di S. Pietro.

Durò con ardore la baruffa, vennero feriti alcuni sbirri. Giovanni Nardi, detto Nanino di Casale, giovane coraggiosissimo e abituato alle baruffe, prese la strada che dalla porta del Castello porta in Borgo e di mano in mano, a tempo a tempo, ed a salto a salto, prese le colonne del porticato Facenda, Dalfiume e delli Landi finché giunse all’ultima che fa angolo al vicolo storto.

Quindi, tenendosi basso, riuscì a dirigere l’archibugio al petto del Vajna, ma mentre che si appostava, gli fu data una archibugiata da uno sbirro, introdotto nell’ultima bottega dei Landi vicina allo stradello, che lo colpì al fianco destro.

 Il Nanino, rimasto ferito con una palla infetta, lasciò così l’attacco. Gli sbirri erano intanto entrati da un portone nella casa Landi e da lì, al coperto, disturbavano i contrabbandieri, che erano allo scoperto. Si inasprirono i contrabbandieri e volevano incendiare le case attorno ma si interposero i paesani e fatti allontanare gli sbirri, si cominciò a dare la campana a martello e finì la guerra.

Il povero e valoroso Nanino fu portato nello Ospitale degli Infermi ove cominciò a divenire tutto nero ed in meno di 10 ore, resa cancrenosa la coscia e la gamba, morì tutto enfiato. Certo è che se allo sbirro detto Corbolo, non si fosse dato l’occasione di intervenire alle spalle del nemico, nessuno degli sbirri si salvava.

Si sospese quindi tutto il mercato ed il paese era molto arrabbiato per le farine che non stavano più arrivando. Fu fatto ricorso dai popolani alla Comunità perché si interponesse presso il vice Legato Boncompagni onde provvedesse per moderare la volontà interventista degli sbirri. Non mancò di intervenire ed il 26 agosto ne fece la richiesta, ma senza frutto perché gli sbirri, essendo Ministri del Tribunale, non dipendevano dai suoi ordini.

Il Duca di Modena, per la sua alleanza col Duca di Parma contro la chiesa, minacciava lo Stato ferrarese. Il Papa fece fortificare la città di Ferrara, temendo in quella qualche tradimento, quindi il 28 spedì il Capitano Costa di Imola con 100 soldati da Faenza, che andarono ad unirsi ai se mila uomini già spediti a Ferrara. Furono poi spediti i miliziotti di S. Giovanni, quelli di Crevalcore, di Bazzano e di Castel Franco a presidiare Forturbano.

Mentre che si facevano questi preparativi l’Imperatore, che prevedeva uno scompiglio grande negli Stati e nella Cristianità, fece una solenne dichiarazione di neutralità col Papa. Il Duca di Modena, vedendosi mancare questa sponda, richiamò le sue truppe e così fece il papa, che alla metà di settembre licenziò anch’esso i suoi soldati.

La chiesa o sia oratorio della Madonna del Cozzo, ubicato nella via romana verso la Romagna in un sito detto anticamente Croce Pellegrina, era angusta e piccola in modo che poteva ricoverare poca gente ad ascoltare la S. Messa. Poiché Dio operava molteplici grazie mediante questa S. Immagine scolpita in rilievo su macigno col Cristo morto sulle ginocchia, le monache di S. Caterina di strada Maggiore di Bologna, proprietarie del fondo su cui esiste l’oratorio, fecero ampliare la cappella nella parte posteriore per un tratto di 15 piedi a forma il coro, poi la corredarono di decenti suppellettili, arredi e vasi sacri per la messa.

La compagnia del SS.mo, che aveva accesa la lite a Roma contro il Dott. Bartolucci per la eredità Fabbri, patì decreto contrario.

 In questo tempo, colpito da male improvviso, il primo ministro del Duca di Parma, promotore e autore delle ostilità verso la chiesa, morì miseramente senza sacramenti e scomunicato. Fu sostituito da un soggetto francese per nome Monsu Ditelioff, che facendo anche lui parte del complotto morì scomunicato miseramente in pochi giorni.

Ai parmeggiani questo caso fece molta impressione e perciò cominciarono a mormorare per avere l’assoluzione dalla scomunica, ma fu sempre sordo il Duca che per la sua ostinazione non andò poco tempo che fece una infelicissima morte.

Essendo già stati espulsi i gesuiti dalla Spagna e mandati negli Stati della Chiesa, furono distribuiti di mano in mano nelle abitazioni papaline e molti vennero a Castel S. Pietro. Il 19 settembre Antonio Vaccari Mastro delle Poste di Bologna venne espressamente mandato a Castel S. Pietro dal Vice Legato Boncompagni, con ordine diretto allo scrivano pubblico di fare l’elenco di chi vorrà ricevere a dozzina dei gesuiti espulsi dalla Spagna. Ci sarebbe stata la esenzione del Dazio del Vino e la paga di cinque scudi per ogni frate.  Doveva essere fornito il pasto due volte al giorno e cioè la mattina: minestra, lesso e frutta; la sera: zuppa ed insalata, biancheria da tavola e letto fatto. I primi che giunsero provenivano dal Messico.

Il 26 giunsero i primi in numero di trenta, furono alloggiati nella locanda del Portone nel Borgo per alcune sere poi si divisero, venti andarono in casa dei fratelli Giovan Francesco e Giulio Andrini in Borgo con il loro rettore e qui formarono collegio, gli altri dieci, col vicerettore, rimasero per 4 sere nella osteria poi passarono in casa di Carl’Antonio Giorgi, vicina alla chiesa dell’Annunziata. Il 29 ne giunsero altri 54, trenta dei quali andarono a Castel Bolognese ed il rimanente si sparse in alquante case del paese. Ogni trenta avevano il loro Rettore e fra essi vi erano signori di rango, nobili e anche principi.

Stabiliti settanta e più messicani nel paese, il 16 ottobre vennero visitati nei rispettivi quartieri da Mons. vice Legato Boncompagni.

Il 19 si sentì una grande scossa di terremoto su le sei della notte, durò mezzo quarto d’ora e rovinò il Castello di S. Sofia sopra Forlì con la morte di 100 persone. Qui a Castel S. Pietro il maggior danno fu nei camini. Tutta la gente fuggì fuori dalle abitazioni.

30 ottobre 22 gesuiti che si erano stabiliti nella osteria della Corona in Borgo, non potendo godere la quiete per il passaggio dei forestieri, si stabilirono nelle case di Annibale Dalfiume e Sante Facenda nella via maggiore del Borgo facendovi una comunicazione da una casa all’altra.  La pigione fu di scudi 65 all’anno.

Essendo già partito il Card. Spinola Legato di Bologna e sostituito dal Card. Lazzaro Opiaro Pallavicini, questi passò da Castel S. Pietro in incognito. Sabato 5 novembre i gesuiti qui domiciliati fecero un anniversario funebre nella cappella maggiore della arcipretale, apparata tutta a lutto, per i defunti gesuiti del Messico con l’invito generale a tutti i preti e sacerdoti.

La strada consolare che da Castel S. Pietro porta a Bologna, essendo montuosa e rovinata per un tratto di 15 pertiche contro la possessione Marazzo, fu fatta appianare dalla Comunità per comodo dei viandanti.

Il 13 due gesuiti messicani per nome uno Don Antonio Galindo e l’altro Don Pietro Svarez vollero fare la loro solenne professione di religione gesuitica. Fu questa così eseguita: si cantò la messa da tre sacerdoti gesuiti messicani col canto di cantori e strumenti del paese.  Quando il celebrante fu prossimo alla consumazione dell’ostia, si rivolse verso il popolo tenendo fra il dito medio ed il dito anulare della mano con cui teneva la S. Ostia la carta con la formula del giuramento. Fu questa letta in latino dai due professanti concordemente a chiara voce, poi fu dai due candidati confermata col tatto della mano destra. Ciò fatto il celebrante si rivoltò con l’ostia alla mensa e fece la consumazione.  Furono presenti, col lume acceso in mano, cento venti gesuiti.

Fu in questi giorni pubblicato per le stampe di Lelio Dalla Volpe in Bologna, il poema della concezione di Maria in versi liberi, opera del Dott. Don Ercole Antonio Graffi, protonotario apostolico e mio zio materno.

Il 10 dicembre, i gesuiti, in memoria della loro portentosa Immagine di Maria SS.ma di Guadalupe, ne fecero in questa arcipretale la festa solenne.

Il 28 il pubblico Maestro di Scuola Don Alessio Camaggi fece per la prima volta una solenne accademia letteraria con 14 suoi scolari ad onore del loro protettore S. Nicolò di Bari nella arcipretale di questo Castello. Egli ne fece la elegante orazione poi, oltre alla scolaresca, recitarono composizioni altre persone del paese, alle quali si unirono anche molti gesuiti e così, con molto onore al Santo e decoro al paese, terminò l’anno 1768.

1769 – 1670. I gesuiti ospiti celebrano messe nelle chiese castellane. Imboscata al tenente Vajna. Deliberazione di dividere la ringhiera del teatro in palchi. Padre Perez, gesuita messicano si comporta male. Pesta grande dei cappuccini per la santificazione di due confratelli. Partecipazione di nobili bolognesi e romagnoli. Storia dell’omo del cesto. Padre remigio Giorgi ripudia il suo ordine, sue vicende e della sua famiglia.

L’anno 1769 entrò Podestà il Conte Enrico Ercolani e Consolo Flaminio Fabbri, estratti l’anno scorso secondo la consuetudine alle giornate statuite.

Nella prima notte di gennaio, venendo al secondo giorno su le ore otto si sentì sensibilmente il terremoto.

Il 16 partirono da qui ventidue gesuiti messicani per Forlimpopoli, ove si fecero ordinare al sacerdozio da Mons. Antonio Maria Colombani, vescovo di Bertinoro delegato dal Papa.

Nell’appianare la via consolare, come si disse, contro la possidenza detta Marazzo, era stata da me scoperta in una colonna di pietra serena lì sepolta la seguente inscrizione,

M. AEMIL

LEPID

C.

Il 18 di questo mese fu trasportata a Bologna nella specola ed unita agli altri monumenti di antichità nell’atrio della sala della Accademia Clementina, ove la notte si esercita la gioventù nel disegno del nudo.

Una simile colonna, o sia termine miliare, piantata ai tempi di Augusto, si vede troncata e poggiata alla sponda del fosso presso la via consolare a sinistra, andando verso Bologna, di là dal nuovo ponte sopra la nuova Varena inalveata.

Il Senato di Bologna il 26 gennaio comandò ai contadini del Comune di Castel S. Pietro che andassero con 70 carri a portare frumento da qui alla città per conto della Annona, avendo essa comprato dai negozianti Barbieri di Castel Bolognese 12 mila corbe di grano.

I contadini, per la lunghezza del viaggio, ricorsero alla comunità, affinché intervenisse presso il nuovo Legato per avere dimezzato il percorso.  La Comunità ascoltò i suoi contadini, scrisse al Legato ed ottenne la grazia.

Fu contemporaneamente affissato un bando papale che imponeva il pagamento del Dazio alla Macina, ma il governo pubblico di Bologna non volendolo accettare, passò in silenzio il comando, né altro si fece.  Questo fu l’ultimo bando pontificio che Clemente XIII intimò a Bologna, poiché il giovedì 2 febbraio, dopo aver retto la chiesa pochi anni, alle cinque di notte finì inaspettatamente i suoi giorni.  Il giorno stesso della Candelora aveva assistito al dono delle solite torce dalle Religioni e Basiliche di Roma.

La sera stessa non aveva dato alcun segno di malattia ed indisposizione, ma postosi in letto, fu sorpreso dal suo solito affanno al petto, perché era asmatico, e in poco tempo mancò, senza che vi potessero giovare due solleciti e consecutivi salassi.

Il 4 fu portato dal Quirinale, con la solita lugubre pompa a S. Pietro e, posto dentro la cappella Paolina, fu esposto per breve tempo alla popolazione romana.

Nello scorso mese di gennaio ebbe una solenne ambasciata dagli ambasciatori di Francia, Spagna e Portogallo perché sopprimesse la Religione dei Gesuiti, lasciando pochi giorni per decidere, con la minaccia in caso di rifiuto di vedersi invadere tutti i suoi Stati da truppe straniere.  Si accorò moltissimo per questa ambasciata.

Mercoledì 18 febbraio otto gesuiti, che abitavano nel Borgo in casa di Carl’Antonio Giorgi, celebrarono la loro prima messa in questa arcipretale di Castel S. Pietro.

La Compagnia del Rosario cappata con sedici bastonieri e il maestro dei novizi, al suono di tamburo, li andarono a prendere e, messi nel mezzo, furono condotti alla Chiesa. Qui, apparati tutti coll’abito sacerdotale, uscirono dalla sagrestia ed entrarono per la porta maggiore con i calici e i chierici che li precedevano, attorniati dai confratelli cappati. Si distribuirono ai vari altari col rispettivo padrino assistente e due confratelli per ciascuno. Cominciarono le loro messe a suono di violini ed organo. La funzione riuscì bella e vi fu grande approvazione.

Il 19 altri otto gesuiti, che abitavano nell’ospizio della loro religione presso la piazza del Castello, celebrarono la messa nella chiesa di S. Francesco dei M. O. Il guardiano, che era il Padre Giacomo da Veggio, con quattro suoi sacerdoti e sedici bastonieri, ad imitazione della funzione parrocchiale, con la cappa della loro Compagnia di S. Antonio da Padova, andarono a prenderli.

Li accompagnarono alla chiesa, ove i celebranti furono preparati, quindi uscirono processionalmente in pianeta per la porta del convento e, entrati per la porta maggiore nella chiesa, ciascuno di essi andò al rispettivo altare e celebrarono le loro messe.

Il celebrante destinato all’altare maggiore, apparato con ili diacono e il suddiacono andò all’altare maggiore. Quindi il sacerdote dell’altar maggiore cominciò l’Introito e tutti gli altri cominciarono il proprio nello stesso punto e momento, la messa in terzo fu cantata con strumenti e musica coi riti di S. Chiesa. La voce però solo l’alzarono quelli dell’altar maggiore. La cerimonia fu degna di ammirazione e santo spettacolo.

Terminata tutta la S. Messa, i celebranti, tutti vestiti in cotta e stola si presentarono alla balaustrata dell’altar maggiore e sedendo dettero le S. Mani da baciare al popolo, che qui in grande numero era concorso. La tenerezza e la devozione fu tale e tanta che tutti lacrimavano di consolazione.

La sera stessa poi si diede la S. Benedizione con l’augustissimo SS.to da uno di detti celebranti, precedendo prima il Tantum Ergo in musica e poi l’Inno ambrosiano in ringraziamento.

I frati francescani ebbero per il loro incomodo una particolare elemosina in cera, oltre l’avere pagate tutte le altre spese.

Sabato 12 marzo alle ore 17 l’Imperatore romano Giuseppe II su le ore 17 venendo da Bologna passò in incognito alla volta di Roma sotto il nome di Principe d’Amburgo, seguito da quattro cocchi con quattro cavalli per ciascuno. La sua carrozza aveva un tiro di sei cavalli con corrieri al fianco e staffette che precedevano. Le guardie alla carrozza portavano sguainate le sciabole.   Quando fu al nostro Borgo gettò denaro alla povertà, poi arrivato sul ponte del Sillaro si fermò, scese, ammirò e si compiacque molto della veduta del Castello familiarizzando con alcuni del paese che erano qui per ossequiarlo, fra quali il Consolo della Comunità, il Cap. Lorenzo Graffi ed altri. Poi risalì in carrozza e partì.

Venerdì 17, giorno dedicato alla passione e morte di Cristo nostro Signore, l’arciprete Bertuzzi benedì la chiesa o sia oratorio della Madonna del Cozzo essendosi terminata la fabbrica.  Vi celebrò poi la S. Messa.

Nel riassettamento della via romana dalla parte di ponente fino al nostro Borgo, fu interamente demolita la celletta che esisteva nella sponda della strada alla destra presso l’incrocio della strada che è chiamata comunemente della Crocetta.  Ne conservano tuttora la denominazione i terreni e la possessione vicina denominata la Crocetta. Era questa una celletta in cui comodamente vi poteva stare un altarino, ma dentro da molto tempo si introducevano persone cattive. Servì molte volte di asilo a donne di malavita. Era dedicata a Maria SS.ma. C’era dipinta in essa la B. Vergine, S. Giuseppe e i Santi Stefano e Bartolomeo, nel muro a fresco. Era stato eseguito da Domenico Dalfoco, nostro compatriota sul gusto del Bagnacavallo e probabilmente doveva essere una copia.

I Conti Cesare e Massimiliano Gini pretendevano avervi diritti sopra, ma la Comunità non prese ciò in considerazione e totalmente la spianò e portò via i materiali. I Gini infatti non ebbero prove concludenti, ma solo la poca distanza dalle loro proprietà.

A fare i conti e ad altri affari della Comunità era stato deputato il Senatore Conte Filippo Gregorio Casali. Il dott. Pier Paolo Pagani, giusdicente di questo paese, fece istanza al Corpo comunicativo per avere nella pubblica residenza la reintegrazione del suo quartiere ed ufficio. La Comunità ne fece tosto la proposta all’Assonteria di Governo che la prese in considerazione nel mese di aprile.

In questo stesso mese essendo stato preventivamente indetto il Capitolo Provinciale degli Agostiniani, venerdì 14 aprile si cominciarono nella chiesa e convento di S. Bartolomeo le sessioni e furono terminate domenica 16 con la elezione del Provinciale nella persona di Padre M.ro Reggente Florido Panetoni riminese, zio materno della signora Barbara Cerè moglie del nostro concittadino Giovanni Calanchi.  In tutti a tre questi giorni vi fu messa solenne in musica nella chiesa di S. Bartolomeo e la sera la Benedizione del SS.mo. Il primo giorno si intonò il Veni Creator, il secondo giorno, cioè il sabato, si celebrarono in chiesa, con una orazione accademica fatta e recitata dal Padre Lettore Amoratti, le lodi dei chiari religiosi che aveva dato questo paese alla Religione agostiniana.  Fra questi si celebrò il Padre M.ro Cherubino Ghirardacci, autore della Storia di Bologna, frate del convento di quella città ma originario del nostro Castello e figlio del notaio Ser Andrea Ghirardacci.  Quindi fu lodato l’attuale Padre Reggente Nicola, di questo paese, in fine si elogiò il Padre M.ro Ignazio Andriaz, che servì lungamente il magistrato dei novizi a Bologna da giudice di quel convento. Questi finché visse, ordinò quell’archivio che era in stato deplorevole, con ammirazione dei suoi superiori massime del Padre Torelli, autore degli annali agostiniani, al quale comunicò infiniti dati e documenti attinenti ai monasteri della provincia.

Il sabato fu fatta un’altra orazione accademica dal Padre Lettore Agostino Fornasari, figlio di questo convento e qui residente, in lode dei religiosi recenti e così terminò la domenica seguente il tutto. Lo stesso giorno il Padre Lettore Agostino Mariani fece un elegantissimo panegirico ad onore di S. Nicola da Tolentino, nel quale, inserendovi la protezione dell’anime purganti, encomiò ancora la nostra Compagnia del Suffragio, eretta in questa chiesa di S. Bartolomeo, sotto la protezione di S. Nicola.

 Fu onorata questa funzione anche da Mons. Sante Corduggi Vicario Generale del vescovato di Bologna, che si era qui portato apposta con i curiali Dott. Nicola Minelli e Dott. Filippo Tacconi, eletti dai confratelli della Compagnia di S. Caterina, per risolvere la divisione che c’era tra loro sopra il riattamento ed abbellimento della loro chiesa.

 Fu il detto prelato trattato da questi agostiniani a proporzione del suo merito. Il dopo pranzo poi il Monsignore si occupò del suo incarico con il dott. Minelli che interveniva per Rocco Andrini, capo di una parte ed il Dott. Tacconi per Pietro Gattia, capo dell’altra parte, e con essi il notaio attuario vescovile Gaspare Sacchetti.

Entrarono tutti nella chiesa di S. Caterina dove stava radunato tutto il corporale della compagnia. Qui fu messo in discussione quale progetto doveva eseguirsi, se quello dello scultore Gianbattista Canepa prodotto dal Gattia, oppure l’altro dell’architetto Tadolini. Seguì una tale gazzarra che poco mancò che non si venisse alle mani alla presenza del superiore.

La conclusione fu che si facesse la fabbrica ed abbellimento su quel progetto che era meno costoso e per essere certi che non avvenisse qualche mangeria sopra questa chiesa, fu deputato economo il confratello Ottavio Dall’Oppio. Però non si decise se si dovesse eseguire il primo o il secondo progetto e quale fosse di minor spesa.

I contrabbandieri di Casal Fiumanese, non si erano dimenticati della baruffa avuta con gli sbirri della squadra del Vajna. Quindi usarono l’amicizia che avevano con alcuni castellani, che trafficavano in farina e grano, per fare una imboscata al tenente Vajna

Il primo giorno di maggio su le 4 e mezzo di notte gli fecero la posta nel tempo che era all’osteria della Corona. Mentre il tenente andava a letto accompagnato da uno sbirro gli spararono da uno spiraglio della porta davanti. Furono entrambi colpiti nella loggia della osteria e il Vajna restò gravemente ferito in faccia e nella spalla destra. Fu dato l’allarme ma nessun paesano accorse né al momento si poté scoprire l’autore di questo fatto.

Gli altri sbirri fuggirono alla città e giorno seguente ne vennero altre due squadre che formarono un corpo di 20 uomini che giravano solo di giorno con l’archibugio sempre spianato temendo per la loro vita,

Nello stesso giorno in cui vennero li sbirri, passò un picchetto di 50 soldati di Macerata al comando di Carlo Giovanardi di Bologna, che accompagnarono due birocci con due casse, entro le quali c’erano centomila pezzi messicani d’argento, e parecchi bauli con cinquantamila scudi in oro provenienti dalla Spagna per la sussistenza e le pensioni dei gesuiti trasferiti nello stato di Bologna.

Maria Teresa, di Giuseppe di Bolis, o sia Bolia di anni 20 circa, era da due anni inferma e obbligata nel letto a causa di una mammella che, per lo spasimo che le dava, le produceva di quando in quando delle convulsioni. Dopo 50 giorni, il 9 maggio, perdette la sensibilità al braccio destro e le si chiuse l’occhio destro con il timore che fosse del tutto perduto non potendolo aprire né vedervi il male per curarlo. Era in condizioni tali da essere dai professori abbandonata totalmente ai sacerdoti e aveva già avuti i sacramenti di penitenza ed eucarestia. L’inferma sentendo passare sotto la propria finestra la processione con la S. Immagine di Maria di Poggio esclamò: Regina del cielo che vi ho fatto mai che sono due anni che vi chiamo per mia adjutrice e non ho la consolazione di potervi mirare essendo inchiodata in questo letto. Ho perduto un occhio e nemeno con questo che mi resta non potrò io più vedervi; Vergine almeno liberate me e la mia familia dal mio incomodo ed in grazia del vostro divin filio fate che chiuda ancor quest’altro. Poi, cosi piangendo, le venne una convulsione che la assopì interamente per mezz’ora. Svegliatasi aprì entrambi gli occhi e, vedendosi diminuire il gonfiore che la copriva, gridò con voce chiara: Grazia! grazia! I circostanti e tutta la famiglia, con gran meraviglia, videro cosa le era successo.

Il giorno seguente, che fu della Ascensione, la stessa Teresa voleva andare in chiesa a rendere testimonio il popolo di una tanta segnalata grazia e ringraziare la B. V., ma i suoi genitori e familiari si opposero, né vollero che neppure si alzasse dal letto. Il dopo pranzo della Ascensione la S. Immagine, partì da Castello per andare al suo soggiorno a Poggio e ripassò davanti la casa della Teresa. Questa, che si era preparata, corse da sé sola alla finestra e senza alcun appoggio a ringraziare la B. V. ed a mostrare alla infinità di popolo, che era accorso alla S. Benedizione, quanto Maria sia prodigiosa verso chi la tiene per Avvocata.

Il Re di Spagna fece sapere ai Cardinali che erano riuniti nel Conclave per la elezione del nuovo Pontefice che prima della elezione voleva che fossero accettate le seguenti condizioni:

 1°, che si approvi l’abolizione della Religione dei Gesuiti. 2°, che per l’avvenire Parma non sia più feudo di S. Chiesa e si rinunci ad ogni diritto sopra la stessa. 3° che si richiami il Monitorio della scomunica fulminato contro essa. 4° che siano esclusi dal pontificato tutti quei Cardinali che concorsero alla emissione del Monitorio.

 Se non fossero state accettate queste condizioni la Corona di Spagna non avrebbe riconosciuto il Papa che avrebbero eletto. Molti cardinali rifiutarono di accettare tale pretesa della Spagna come lesiva della autorità ecclesiastica

 La Compagnia del SS.mo, che vestiva il sacco bianco con mozzetta turchina, cominciò in questo giorno a portare il collare bianco diviso al collo e sopra la mozzetta, e fu il 7, prima domenica di maggio.

Il 19, primo venerdì dopo le pentecoste, alle 2 di notte, fu eletto pontefice il cardinale Lorenzo Garganelli figlio di un medico condotto di S. Arcangelo di Rimini dell’ordine dei Conventuali, nato il 20 gennaio 1705, fatto poi cardinale da Clemente XIII il 24 settembre 1759. Assunse il nome di Clemente XIV. La sua elezione avvenne in un Conclave adunato di 42 Cardinali preti, egli era il solo frate. In appresso si diedero i soliti segni di festa negli Stati della Chiesa.

Il 4 giugno, prima domenica del mese, giorno destinato alla processione di S. Antonio Abate, i Cappuccini del paese, dopo avere terminato la funzione nella parrocchiale, fecero cantare in questa loro chiesa un solenne Tedeum in musica figurata con strumenti da fiato e corda in ringraziamento dell’Altissimo per la assunzione al soglio pontificio del Card. Garganelli dell’ordine francescano. Al termine della funzione e della benedizione con l’Augustissimo SS.to, seguì un copioso sparo di mortaretti e la sera si fecero fuochi di gioia.

I giorni 7 e 8 giugno il Marchese e Senatore Filippo Pregadio Casali, unitamente al segretario Marchioni e all’architetto pubblico, vennero a Castel S. Pietro a visitare la residenza della Comunità per accomodarvi la abitazione del Podestà e la scuola pubblica.

Il 9 la Comunità deliberò di eseguire il progetto del Cap. Graffi per il teatro pubblico, cioè di dividere la ringhiera in tanti palchi da assegnarsi ogni anno ai consiglieri pro tempore secondo la loro anzianità. Fu subito eseguito e la spesa fu di scudi settanta pagata dal capitano e da alcuni comunisti, che rinunciarono al loro onorario di Consolo.

Fu anche restaurato il Teatro e dipinti due teloni, non essendovi che un semplice tendone e l’autore fu Francesco Parmegianini, bolognese. Davanti al parapetto del palco di mezzo, destinato al Consolo, fu fatta la seguente iscrizione in verso elegiaco in cui si allude alle origini del Castello, fabbricato nelle guerre civili.

Hic ubi dum Veterum civilia bella calebant

omnia solliciti preda latronis erant

hic sibi jacerunt nostri Pugnacula Patris

hostis inofensi ne foret usque locus

Pax modo cum placidas nobis fuger extulit alas

hic dederunt dodecem laeta Theatra Viri

Anno Cas. condita DXLVIII

et D.ni nostri MDCCXLVIII

Kalendis Octobris

Lo stesso giugno i frati M. O. di S. Francesco, fecero anch’essi il ringraziamento al Signore per il nuovo pontefice nel modo che fecero i Cappuccini.

Lo stesso giorno del 9 giugno, fu adunato il Consiglio per ordine del Consolo Flaminio Fabbri. Alla presenza dei consiglieri Domenico Gordini, Francesco Dall’Oppio, Cap. Lorenzo Graffi, Ser Giovanni Bertuzzi, Lorenzo Santi e me Ercole Cavazza si presentò il segretario Giuseppe Marchini del Senato di Bologna, con lettera credenziale del Governo, che ordinava di ricevere nella sessione comunitativa il Senatore Casali, deputato agli affari di questa Comunità. Letta la lettera tutti i consiglieri si portarono a ricevere il senatore alloggiato in casa del Dott. Annibale Bartolucci in faccia alla piazza del Castello. Questi fu introdotto nella stanza del Consiglio e fece in nome del Governo le seguenti ordinazioni.  Si dovevano presentare al giudice Castelli i Capitoli della Comunità per essere riformati. Quindi, previa accettazione della Comunità, essere stampati. Per quanto riguardava la riparazione della abitazione del Podestà e l’ampliamento della scuola pubblica, si era riconosciuto ascendere la spesa a ottanta zecchini e che la spesa per riattare il campanile pubblico era di circa otto doppie, come riferito l’architetto Dotti.

Dal Consilio poi si fecero altre richieste che non ebbero effetto, come a suo tempo si dirà. Ciò fatto e decretato con altre cose di lieve importanza, il senatore si congedò dal Consiglio e fu accompagnato al suo albergo da tutti i rappresentanti. Il dopo pranzo si portò alla visita della strada dei Medazzoli, che era diventata impraticabile per le acque immesse dai gesuiti. Fu concordata col Dott. Bartoluzzi, padrone della possessione Medazzoli, la costruzione di un fosso di scolo e di spostare la strada più avanti di quella rovinata dai gesuiti. In seguito fu poi sistemata per permettere il passaggio di tutti.

Il 24 giugno fu estratto Consolo per il secondo semestre Lorenzo Sarti. in questo Consiglio furono deputati Flaminio Fabri e il Graffi alla formazione dei nuovi Capitoli.

 In ogni luogo ove regna l’avarizia e la invidia vi sono anche i suoi nemici che cercano di smascherarla.  Si era scoperto un occulto, ma fine imbroglio, di un capo di questi Gesuiti. Questi per lucrare e avere profitto sulle pensioni dei suoi colleghi, trovò la maniera di intervenire sul loro cibo.

Codesto Padre Dionigi Perez, messicano della città di Zacatecas, per angustiare i suoi frati e convincerli a lasciare il paese per confinarli in un luogo segreto, lontano dalla società secolare e civica, trovò il modo di diminuirgli la sussistenza. Gli fece diminuire il mangiare riducendolo a solamente mezza libbra di carne per ciascuno, quattro tocchi di pane al giorno e tre bicchieri di vino. La carne si pagava tre bajocchi la libbra, quindi voleva che vivessero con sei bajocchi il giorno, profittandosi esso del di più che era loro concesso.

 Ciò si seppe da alquanti paesani e dagli altri gesuiti che erano a dozzina, che con cinque scudi al mese erano trattati bene il doppio. Fecero una supplica alla Comunità perché la trasmettesse al Vicelegato Boncompagni, per far rimanere questi poveretti angustiati dal loro ministro, che voleva far credere che tutto era a carissimo prezzo e che non si poteva vivere se non miseramente.

 I paesani nella supplica fecero constatare due vantaggi, uno per la popolazione perché, girandosi nel paese più di 700 scudi al mese, era tutto danaro a vantaggio dei paesani, l’altro era che, levato un tal ignobile capo, molti si sarebbero offerti di avere a dozzina i frati nelle proprie case Però questo frate, ciò inteso, corse subito a Bologna dal senatore Conte Filippo Ercolani e stabilì con esso l’affitto della sua casa di villeggiatura, fuori di S. Stefano in un luogo detto Azzolino. Intanto la Comunità fece gli opportuni passi dal Vice legato, ma furono troppo tardivi, così che non si poterono fermare i frati in paese.  Il 27 luglio il Perez con 26 studenti, che abitavano nel Borgo nelle case Dalfiume e Facenda, partì e andò alla suddetta villa. Di 160 messicani che erano qui ne rimasero solo 134.

Il 22 agosto si cominciò a vedere una stella cometa verso l’orsa maggiore, aveva una coda che appariva lunga più di una pertica rivolta al meridione. Nasceva tra le 4 e le 5 di notte dalla parte di levante e poi svaniva fra le 8 e le 9 [81].

La Comunità in questo tempo fece fare le piante del Castello e del Borgo al perito Vittorio Conti che le incominciò il 2 settembre.

Essendosi santificati il Beato Serafino di Montegranaro ed il Beato Bernardo da Corleone, cappuccini, questi religiosi di Castel S. Pietro pubblicarono l’avviso per un triduo festivo l’11 settembre.

In tale occasione venne in pensiero alla Comunità, per fare venire gente al paese, di portare una compagnia di comici nel Teatro.  Fu subito fatto e si fece una tragicommedia in musica intitolata Le vicende del caso. Le rappresentazioni durarono 13 giorni.  Si mandarono i manifesti stampati ai vicini Castelli e Città. In tale occasione si accomodò tutto il teatro.

Il giorno 9 settembre al triduo dei Cappuccini si incominciò così la funzione. Sabato alle ore 10 si levò dalla parrocchiale il pallione rappresentante S. Serafino che esorcizza un ossesso. Davanti nella processione ci fu la Compagnia di S. Caterina, che era stata quella che per prima aveva prestato la sua chiesa quando nel 1608 si stabilirono qui i cappuccini. Seguirono le tre religioni di regolari, secondo la loro anzianità, cioè i cappuccini, i francescani e il clero secolare. Si fece la processione per il Castello e il Borgo e poi fu portato il pallione alla chiesa dei Cappuccini, apparata sontuosamente con rami e fiori come una brillante galleria dal valente Antonio Cevolani, apparatore bolognese.

 Il soffitto della chiesa in centro era tutto coperto da un dipinto che rappresentava le gesta del santo e del beato. In mezzo alla chiesa, nel fornice, vi si vedeva dipinta la loro storia con i trofei delle loro virtù, dipinti dall’egregio pennello di Nicola Bertuzzi bolognese con gli ornati del chiaro Francesco Orlandi. Le pareti erano coperte di damaschi cremisi con festoni di velo a cascate.

 Entrata in chiesa la solenne processione, fu cantato in musica, da valenti professori, l’inno Iste confessor. Poi, data la benedizione colla reliquia di S. Serafino, si cantò musicalmente il solenne Te deum, terminato il quale seguì uno sparo di 600 mortaretti.

La mattina seguente, che fu la domenica 10 settembre, fu consegnata la chiesa e la porta del convento alla Guardia Nazionale del paese comandata dal cap. Lorenzo Graffi, alfiere Giovan Francesco Andrini e primo sergente Nicola Bernardi. Anche il teatro fu guardato dai militari e così la casa dei Conti Stella ove soggiornava il Vice legato Boncompagni.

Nella chiesa vi era il recinto per la nobiltà, che concorse numerosa. La messa solenne, su musica del celebre abate bolognese Lanci, fu cantata dai primi professori della provincia ed anche da forestieri cioè i famosi soprano Potenza e Manferdini, il contralto Cicognani e il tenore Bonifaci. C’erano due orchestre fornite d’ogni strumento musicale. Il dopo pranzo vi furono solenni vespri e benedizioni con l’augustissimo SS.mo.

Il lunedì seguente si celebrò la solenne messa battuta in musica dal famoso maestro bolognese Angelo Sandrelli. La sera, dopo il solenne vespro e la benedizione del SS.mo, vi fu una accademia letteraria di 20 scelti oratori per le lodi a entrambi i glorificati servi di Dio. Fu oratore il Padre Lettore Agostino Fornaciari di Bologna, il conte Giuseppe Malvasia, i senatori Bartolomeo Bolognini, Vitale de Buoi, Guastavillani, conte Giuseppe Stella oltre a moltissimi altri nobili di Bologna e della vicina Romagna.

Martedì 12, ultimo giorno, la mattina fu esposto all’altare maggiore dei cappuccini il quadro del Beato Bernardo opera del valente Bianconi, ma poco decente a motivo che rappresentava un miracolo fatto ad una partoriente nell’atto del puerperio, cosi che poi il quadro fu tolto alla veduta del popolo. La messa fu battuta in musica dal maestro di cappella Mazzoni, attuale maestro della cattedrale di S. Pietro di Bologna, fu accompagnata dagli accennati professori. La sera vi fu la benedizione col SS.mo dopo il vespro solenne. In questi tre giorni ogni mattina vi furono distribuzioni di stampe. La prima fu delle Immagini dei santi, la seconda del compendio della loro vita e l’ultima finalmente di ovazioni e giaculatorie a loro dedicate.

La prima giornata celebrò la messa l’arciprete Bertuzzi, la seconda il priore degli Agostiniani Padre Giuseppe Dalla Valle e l’ultima il guardiano di questi francescani M.O. Padre Giacomo da Veggio. Ogni sera del triduo vi furono fuochi e macchine artificiali, l’ultima sera vi fu un bellissimo oratorio. Questa ultima macchina artificiale fu collocata sopra il terrapieno del Castello in faccia alla piazza dei cappuccini.

La macchina rappresentava due grandi baluardi che battevano una fortezza, i fuochi erano tutti diretti a quella con le batterie che di quando in quando le sparavano contro per fare la breccia. All’improvviso si alzò un impetuoso vento che scompigliò tutto nel più bello e fu grazia del cielo riuscire riparare all’incendio della macchina che minacciava il vicino abitato.

Avuto l’ordine da Bologna intorno all’intervento nel fabbricato delle residenze pubbliche, si cominciò il 4 ottobre a lavorare per la Podesteria e la nuova scuola.

Il 17 novembre si cominciò a rinnovare il Campione delle Possidenze, stante la richiesta fatta dalla Comunità per i tanti errori che si erano accumulati nel tempo.  

Il 28 il nuovo Legato di Bologna Card. Branciforte passò dalla Romagna a questo Castello, ove si riposò per poche ore in casa Malvezzi, che presentemente è la mia.

Il 30 dello stesso mese l’alfiere Giovan Francesco Andrini, sentendo che si assoldavano dal nostro brigadiere Sante Monti soldati e persone, per ben guarnire la Corsica sottomessa al Re di Francia, si arruolò nel reale reggimento italiano comandato dal detto Monti.

Erano tali le dissolutezze nella infima plebe di Castel S. Pietro che, avute varie istanze, il 15 dicembre il Dott. Don Bartolomeo Dal Monte mandò a fare in questo luogo le missioni. Accadde che, venendo il missionario dalla villa di S. Biagio di Poggio con comitiva di persone, l’arciprete imprudentemente fece dare il segnale della sua venuta con la campana. Padre Floredo Panettoni, provinciale agostiniano, che era qui come predicatore dell’Avvento nella parrocchiale, sentendo questa novità, fece sapere all’arciprete ed al missionario che, prima che si cominciassero le missioni, voleva terminare il suo ministero. Il missionario Dal Monte acconsentì a questa giusta pretesa e se ne ritornò a Poggio dal curato D. Alessandro Dal Bello e vi stette fino al giorno 27 dicembre. Ritornando a Castel S. Pietro fu ricevuto con somma piacere dal popolo per la seconda volta avendo già fatto qui un’altra missione nel giugno del 1757.

Il primo gennaio 1770 entrò consolo Domenico Gordini, e così fece il Dott. Paolo Ragani come sostituto del Marchese Carlo Pepoli, Podestà estratto per l’anno presente.

Partita la Contessa Ghini di Cesena da questo luogo e ceduto il suo alloggio ai frati di S. Francesco, questi lo unirono al dormitorio su progetto ed esecuzione di Vincenzo Parozza capo mastro muratore di questo Castello.

La Missione del Dott. Don Bartolomeo Dal Monte durò fino a domenica 12 gennaio, nella quale cessò le sue apostoliche e zelanti predicazioni. Predicò con molto calore contro il furto per cui ne seguirono restituzioni per più di mille lire, parte fatte a Bologna, parte fatte a Castello e parte altrove, senza le tante altre restituzioni fatte in mano dei suoi coadiutori confessori e di confessori del paese.

Nel corso di queste missioni, per gli scandali, gli sconcerti e gli inconvenienti che accadevano fra i confratelli nella Compagnia di S. Caterina, Don Luca Gardini, tabulario della parrocchia, Don Alessandro Dal Gallo, parroco di S. Biagio di Poggio, Don Francesco Trocchi, l’arciprete Bertuzzi e due nostri secolari presentarono al missionario istanze perché le presentasse al Card. Malvezzi.

 Nel medesimo tempo, il giorno 16, 17, 18 corrente gennaio, si vide in cielo, dalla parte di borea, un fenomeno di color rosso, che cominciava alle due di notte e terminava alle quattro, che illuminava tutto. Aveva quattro colonne, due per ogni parte, tendenti più al color bianco che al rosso. Alcuni dissero che era una aurora boreale. Sembrava bruciasse il mondo, poi le colonne sparirono all’interno del fenomeno che si dileguò a poco a poco verso l’oriente.

Il fenomeno si mostrò come la cometa che si vide l’anno scorso, ma di un colore più acceso, e durò poco. Per tale apparizione il missionario Dal Monte fece grandi discorsi e predisse prossime disgrazie al mondo. Terrorizzò molti e, prorompendo in un fervore lacrimoso, annunciò che alla fine di questo secolo si sarebbero sentiti e visti castighi di Dio, sopra tutto nel grembo di S. Chiesa.

Partì il giorno 23 da Castel S. Pietro accompagnato dal proconsolo Lorenzo Sarti nella cui casa abitava presso la facciata di S. Francesco. Lo accompagnarono anche gli altri capi del Consilio cioè Giuseppe Vachi, Lorenzo Graffi e Flaminio Fabbri. Il missionario aveva con sé per compagni i dottori bolognesi Don Natale Dalgini, Don Luca Bartolotti e Dott. Grassi, preti valentissimi.

Domenica 14 febbraio, la notte venendo al lunedì alle ore 5, in casa di Bartolomeo Giorgi morì un esemplarissimo sacerdote spagnolo e gesuita messicano di nome Don Giuseppe Mirandola. La sua malattia fu l’asma. Due mesi fa predisse la sua morte ad Aurelia Fabi di questo Castello, donna di cristiana virtù, con la quale venne a discorso delle sue vicende e delle costumanze del Messico nella sua religione. Il P. Mirandolale le disse: Figlia mia si sono fatte belle funzioni e voi poveretta non le avete potuto vedute. Prega forte Dio per me, che in me ne vedrà la funzione per non molto in questo loco coll’abito che io ora porto di S. Ignazio e non con quello di militare, che del 1743 io portavo in questo paese nella truppa spagnola col padre mio, che era capitano.

Ciò era vero, infatti i vecchi del paese ricordarono che veramente egli fu militare e albergava nella locanda del Portone, con l’esercito del Generale Conte di Montemar. La Compagnia di S. Caterina cappata, precedette la sepoltura con i sette salmi penitenziali poi, unita a tutto il clero secolare, venne a prendere il cadavere alla casa del Giorgi. Erano stati preparati 80 lumi, trenta dei quali erano distribuiti fra i cappati, gli altri 50 erano tutti portati dai gesuiti ordinati in lunga fila e raccolti davanti al clero.

Levato il cadavere da 4 gesuiti, tutti nobili, fra i quali c’era il conte Giacomo Aguir e il Maestro Giuseppe Castagnizzo, fu portato fino alla metà del viaggio. Arrivati all’ospizio dei nostri gesuiti bolognesi, uscirono alquanti Reverendi Padri dalla porta e intonarono il deprofundis. Quindi fu lasciato nuovamente agli spagnoli e portato alla parrocchia dove gli fu cantato l’oste di requie e la messa di morte assistita da tutti gli spagnoli con torcia sempre accesa. Fu sepolto nell’arca dei sacerdoti.

Fu deputato come presidente agli affari di questa Comunità il senatore Conte Giuseppe Malvasia.

 Il 30 febbraio in occasione dei lavori nella casa pubblica fu distrutto il carcere che dava sotto il portico e vi si fece l’ufficio dell’esattore camerale e inoltre fu tolto l’ultimo occhio del portico.

In questo tempo si scoperse il male epidemico nei cani pumeri[82] che gli marciva le glandole jugulari in modo che ne morirono infiniti. Dopo poco il male si propagò in diverso modo nei bovini.

Il 7 marzo alle ore 16 morì Domenico Gordini Consolo della Comunità,

Il 15, attese le critiche circostanze della chiesa per l’espulsione dei gesuiti e per il loro abbandono da parte delle Corone, il Papa ordinò un’indulgenza amplissima, con la facoltà a tutti i confessori, per 15 giorni, di assolvere tutti i peccati con l’obbligo di tre giorni di digiuno. Era escluso il voto solenne di religione e il peccato di scomunica in usum fori.

In questo stesso giorno 15 marzo, il concittadino Giovanni Francesco Andrini ritornò dal servizio francese in Corsica, con il titolo e la patente di commissionario dei reggimenti di Francia in Corsica, come da diploma firmato il 19 gennaio da Bartellet console francese e riconosciuto il primo marzo dall’Ambasciatore Giuseppe Marchese di Barbantar.

Il giorno 20 di questo mese Francesco Dalfiume figlio di Annibale con Lorenzo Giorgi, Domenico Aloisi e Matteo Lasi, carcerati da maggio dell’anno scorso per il sospetto archibugiate di avere sparato contro il tenente Vajna e per l’omicidio dello sbirro all’osteria della Corona, uscirono dal carcere condannati all’esilio dallo stato. I primi due avevano sofferto anche un’ora di tortura.

Antonio Marzocchi da Dozza, detto comunemente Quello del cesto o l’Omo del Cesto, a motivo che usava raccogliere il rusco nella strada con un cesto, era considerato una famosa spia che indagava e riferiva alla Curia tutte le mancanze altrui. Questi si era impegnato per far carcerare Domenico Soglia, detto Furberia, uomo valentissimo nell’archibugio e abile nelle risse, e corse poi il pericolo di essere da questo scannato. La storia è questa. Il Marzocchi aveva portato cinque sbirri alla abitazione dei figli del Furberia che abitavano, in qualità di garzoncelli rustici, in un fondo rurale dei Vachi detto Cabianca.  Costoro imprigionarono tutta la famiglia e stettero tutta la notte in agguato. La mattina due ore avanti giorno il Furberia, secondo il solito, bussò alla porta. Gli fu aperta e uno sgherro tento di afferrarlo, questi si svincolò e, spianata una pistola, lo fermò tanto che poté arretrare dall’uscio e alzare l’archibugio per sparare. Gli sbirri spararono ma inutilmente. Il Furberia, messa in sicura la vita, minacciò gli sbirri e li invitò ad arrendersi altrimenti li avrebbe bruciati vivi. Durò il contrasto fino a giorno chiaro. Il Furberia però non poteva incendiare la casa, perché gli sbirri avevano in ostaggio i suoi figli. Si venne a patti. Doveva essere cacciato fuori l’Omo del Cesto. Fu fatto andare avanti fino alla chiesa di S. Maddalena mentre gli sbirri fuggirono. La spia fu legata in modo di non potersi girare indietro e minacciato di archibugiata, se avesse tentato di voltare la faccia. Così restò libero un uomo bravo e la spia vigliacca e traditrice ebbe tanti pugni e calci, che restò ammalato più mesi. In seguito sloggiò da Castel S. Pietro resto ancora poco tempo in vita.

Il 23 aprile fu pubblicato il Bando per l’Epidemia nei bovini scoperta nel Trentino e che stava avanzando nel bolognese. Il morbo si presentava come una piccola vescica che veniva sotto la lingua, infiammava la trachea ed espandendosi alle glandole jugulari, uccideva le bestie. Si riparò poi al male con precauzioni e facendo espurghi alla lingua.

Essendo vacanti due posti di consigliere nella Comunità per la morte di Domenico Gordini e Francesco Dall’Oppio, nacquero questioni civili in Consiglio sopra gli eligendi che avrebbero dovuto essere Ottavio Dall’Oppio figlio del defunto Francesco e Luca Gordini figlio del defunto Domenico. Furono portate le difficoltà alla Assonteria di Governo. Questa Intimò il termine di tre mesi per la nomina ed intanto fece le veci di Consolo Lorenzo Gattia proconsolo.

Era molto tempo che c’era solo freddo e pioggia in modo che arrivata la metà di maggio si andava vestiti d’inverno e la cosa peggiore era che non si vedeva ancora alcuna spiga. Il 4 giugno, festa di Pentecoste cominciò a rasserenarsi il cielo, poi la campagna cominciò a fiorire.

  Il 24 giugno fu estratto Consolo Giuseppe Dalle Vache.

 Su la fine di questo mese si vide nel rio della Scania un serpe con lunga coda e le orecchie di gatto, gli fu fatto l’agguato ma invano. È da notare che questa serpe si lascia vedere ogni tanti anni.  Sono passati 15 anni dall’altra volta che si vide, viene chiamato volgarmente Magnano, ha quattro zampe ed è grosso come un pesce salmone.

Una stella oltremodo grande si vide dalla parte di borea, senza coda ma assai risplendente e durò fino al 7 luglio.

Il tenente Giovan Francesco Andrini fece, per comodità dei borghigiani, una meridiana nel suo portico, con l’occhio verticale posto sopra il mezzo dell’arco del suo portico.

In questo mese si fece il Campione delle strade del territorio di Castel S. Pietro con una pianta dimostrativa di tutti i loro percorsi.  

Nella chiesa di questi agostiniani di S. Bartolomeo al primo altare a destra c’era la immagine di S. Stefano a mezza figura dipinta dal famoso poeta Giampietro Zanotti[83], questa fu levata e sostituita con il grande quadro che ora si vede del Padre Agostino Levoli agostiniano, scolaro di Ubaldo Gandolfi, ove si vi riscontrano alcune pennellate del Maestro. Vi fu però notato un errore ed è quello della figura di S. Paolo apostolo, dipinto come un vecchio che custodisce i panni dei manigoldi. Invece abbiamo dalla storia che S. Paolo, ai primi giorni della chiesa, era un giovine scapestrato e che cercava di scoprire i seguaci Cristo.

Il vecchio quadro, fu restituito al segretario Alessandro ed a Flaminio Fabbri. Questo fu dipinto l’anno 1722 e si conserva ora nella casa di Floriano Fabbri.

Durante la formazione del Campione delle strade, venne in animo al notaio Francesco Conti di invalidare la elezione dei deputati pretendendo che la delega fatta alla Comunità fosse nulla e che si dovesse invece fare da una assemblea di tutta la popolazione, come se il governo presente fosse democratico. Si agitò la causa legalmente nell’Assuntoria dell’Acque e la pretesa fu respinta.

 Antonio e Francesco Dalfiume, essendo esiliati per il fatto del tenente Vajna e pure per complicità con Domenico Soglia detto Furbaria, erano domiciliati fuori dal paese. Bartolomeo a Dozza e Antonio a Castiglione dei Pepoli.  Il 4 settembre vennero qui armati e con 8 sicari per portare via i loro capitali e le robe. Si trovò per caso in paese il tenente Casalini con cinque sbirri, volle fare resistenza ma fu costretto a ritirarsi alla osteria del rio della Masone.

Il Notaio Conti avuto, il 15 settembre, il decreto contrario per la causa del Campione delle strade, si appellò al Legato ma non fu ascoltato e così si procedette alla formazione del Campione.

Il 12 ottobre 1766 ad ore 20 il Padre Remigio Giorgi di Castel S. Pietro, sacerdote cappuccino, residente in questo convento, essendo malcontento della sua Religione e anche col conforto dalla madre Maria Madalena Rondi, ricorse all’espediente di fuggire e ripudiare il suo ordine religioso andandosene fuori dagli Stati pontifici.

 Si comportò in questo modo. Chiese licenza al Guardiano di andare alla chiesa di Monte del Re a celebrare in compagnia del Padre Felice Vachi di Castel S. Pietro, sacerdote attempato e di poca salute. Vi andarono per la strada della vicina Romagna per il territorio di Dozza. Fino a che furono sulla la via romana andarono benissimo, ma cominciando a salire la collina il frate attempato non poté tenere dietro al giovane. Arrivati alla vicina boscaglia non si vide più Padre Remigio, perché uscì dalla strada dalla si imboscò nella selva delle Pianelle ove era atteso da un certo Antonio Cembaloni, familiare della casa di Lorenzo Sarti, cognato del frate.

Il frate si tolse l’abito cappuccino, si radette la barba con rasoio e specchio appeso ad un alberello, si pose in testa una parrucca poi, vestito da abate, tornò sulla via romana diretto alla volta di Imola. Era ora impossibile ravvisarlo per un frate.

Tutti gli abiti da frate e per fino le ciabatte furono dallo stesso Cembaloni portati alla casa del Sarti, ove soggiornava anche la madre Maria Maddalena Rondi. Questa per maggior dileggio ai cappuccini, fece un bel fagotto con gli abiti e lo mandò per lo stesso Cembaloni al Padre Paolo Mattioli, facente le veci del guardiano in questo convento, il quale restò molto stupito da un tale fatto.

Il povero padre Felice Vachi, giunto a Monte del Re, dove aveva in quel Convento dei Minori Conventuali un fratello, cercò del padre Remigio e, non vedendolo, diede in un dirottissimo pianto e nessuno riuscì a consolarlo.

 Il Padre Remigio intanto si trasferì a Napoli da una sua sorella maritata con Antonio Bassi di Castel S. Pietro.  Di là poi chiese l’assoluzione al Papa e nello stesso tempo il Breve col quale essere dimesso da frate.  Col patrimonio datogli dal Sarti stette alquanti anni e poi ritornò a Bologna finché fu provveduto anche di una chiesa, che fu S. Antonio della Gaiana.

Sono da notare ed ammirare molte cose accadute in questa contingenza, nella quale si vide la mano suprema che toccò tutti quelli che vi avevano avuto parte.  Appena fuggito dunque da quell’ordine la madre corse a Bologna a procurarsi protezioni onde evitare probabili procedimenti. Infatti una sorella del genero aveva qualche aggancio con la casa del Marchese Albergati.

Giunta in città, Dio la lasciò cadere a terra e si ferì alla coscia destra, senza speranza di guarigione.  Sono 4 anni che sta miseramente inchiodata in un letto. La figlia Francesca, sorella dell’apostata e moglie del Sarti, allora si recò subito a Bologna a visitare la madre, vi stette un mese e poi, rimpatriata, divenne pazza e fino a questi giorni prosegue con una estrema cupezza.  Il massimo della sua pazzia durò fino a Natale, da quando mostra appena lucidi intervalli.  Il marito cominciò il 24 giugno del presente anno, giorno del Corpus Domini, a decadere in funesti reumatismi.

Lo stesso Lorenzo Sarti in questo stesso giorno, 12 ottobre anno 1770, dopo 4 anni di malattia morì nel giro di 4 mesi. La sua malattia produceva vermi che lo rodevano vivo e quanto più medicamenti corrosivi gli somministravano tanto più duplicavano e fu da questi divorato prima vivo che morto. In letto poté stare solo per due mesi e gli altri due dovette stare per terra sopra paglia coperta di lenzuoli. Perdette presto l’occhio destro, nelle gambe aveva tre fori, oltre le piaghe, che emettevano solo pus. Non poteva nemmeno sentire camminare i presenti per la stanza al punto che questi dovevano andare senza scarpe. Cosa che stupì enormemente tutti. 

Il cadavere fu portato di nascosto alla chiesa la sera stessa della sua morte, che avvenne il 12 ottobre, nella stessa ora, le 21, in cui apostatò il cappuccino. Gli fu immediatamente data sepoltura per il gran fetore che emanava.  Il suo corpo non poté ricevere nemmeno la funzione di S. Chiesa.

Anche Antonio Cembaloni non andò esente, fu attaccato da reumatismi che dopo si trasformarono in consunzione. Così accade allo stesso Sarti che finì i suoi giorni cadendogli in meno di 20 giorni, ad uno ad uno tutti i denti. Stessa cosa successe al Fabri.  I medicamenti usati dal chirurgo furono prima il precipitato, poi i fiori di zolfo, ma tutto fu vano.

Si trovavano a Civitavecchia alquanti di Castel S. Pietro condannati alle galere per il fatto del tenente Vajna, cioè Antonio Cava detto Monfrone, Pietro Lasi detto Pavaresi, Battista Fiorini detto l’Ussarino, Sebastiano Giorgi detto Pirischino e Cristoforo Ronchi fabbro ferraio di grande ingegno. Questi tramarono una sollevazione contro il capitano della loro galera.

 Il tentativo fallì e il 23 agosto furono messi ai ferri nella stessa città di Civitavecchia nel loro serraglio.  Cristoforo Ronchi con una lima riuscì a liberarsi e unito ad altri prigionieri, con accette ed altri strumenti, liberarono molti altri prigionieri, corsero all’armi e vennero a battaglia con la guardia. Si dovette fare intervenire i cannoni.

 Durò 24 ore l’attacco. Erano già riusciti a fare una breccia per fuggire ma, per la mitraglia sparatagli contro ed il fuoco che si faceva, dovettero arrendersi. La sconfitta dei carcerati fu dovuta alla scarsità di munizioni da fuoco non essendosi potuti impadronire dei magazzini.  Restarono uccisi il Manfrone ed il Pirischino, restarono illesi Cristoforo Ronchi, Battista Fiorini detto l’Ussarino e gli altri feriti.

Codesti cappuccini avevano una immagine Maria SS.ma lasciatagli dal Padre Fedele da Castel S. Pietro della famiglia Gallanti, già missionario, della quale se ne serviva nelle sue predicazioni apostoliche durante le quali la esponeva al pubblico culto.

 Domenica 21 ottobre, avendo fatto addobbare la loro chiesa, il dopo pranzo la levarono dall’altar maggiore e la portarono in processione per il Castello e Borgo coll’intervento del clero secolare. Quindi, data dall’arciprete con quella la S. Benedizione al popolo, fu trasportata alla sua chiesa nella cappella di S. Felicejuspadronato della Casa Malvasia, fra suoni e canti musicali, dove tutt’ora si vede. Fu omaggiata con panegirico del padre cappuccino Lorenzo da Bologna e tutt’ora si venera col titolo di S. Spei. Furono distribuite sue immagini in carta con orazioni e ogni sera festiva, quando la chiesa non è impegnata da altre funzioni, gli si recitano le laudi di S. Chiesa.

Il 21 novembre la Comunità di Budrio chiese a Castel S. Pietro la unione per avere due macellai di carne grossa. La Comunità aderì con lettera al volere di Budrio.

La famosa torre di Facciolo Cattani posta nel confine fra Liano e Castel S. Pietro nella vicina collina, oggi detta la Torre dei Moscatelli, durante l’intervento di restauro, fatto duecento anni fa, da certo Abate Ercole Moscatelli romano, venne in parte demolita e ribassata al pari del tetto della unita casa padronale.  Oggi è in possesso della signora Francesca Santini Cingari Cevenini,

 L’edificio è posto a levante del versante che guarda il Sillaro e la opposta collina e montagna. La Torre era alta 47 piedi da terra, larga dentro 26 piedi, le sue mura sono grosse 3 piedi. Vi erano dentro le sue carceri e camini sopra le scale, le sue bombardiere guardavano a oriente il Sillaro, a settentrione Castel S. Pietro e a meridio la parte montana di Sassoleone, Liano ed altri luoghi superiori. Dispiacque a molti aver fatto una tale sciocchezza.  Sopra la porta della abitazione padronale c’era la seguente iscrizione senza data:

CENIA

GENTIA

BLANCHINIA

Nel tetto a coppi c’era, nei tavoloni che la coprivano, scomposti dai muratori, la seguente iscrizione in caratteri corsivi e scorretta:

Lontan da voi

sia ogni rissa miei fiol

Perch il fio pagherete poi

al Signor se non a noi.

 Vi erano altri tavelloni di terracotta con motti ed iscrizioni che, nel rifare il tetto, furono definitivamente infranti e mischiati con altri materiali.

I gargiolari Sabbatino Gallanti e Sebastiano Tomba non sopportavano che i lavoratori di canapa alla schiantina lavorassero la materia a questa maniera e perciò dettero un memoriale al Card. Legato affinché, con Bando abolisse, questa Arte. Non passò molto che i postulanti furono accontentati. Proclamato il Bando, gli schiantini ricorsero alla Comunità. Questa, vedendosi ledere gli interessi comunitativi, fece subito presentare citazioni camerali alla segnatura di Roma dirette ai Massari, alle Arti e ai Tribuni della Plebe di Bologna perché non applicassero tale Bando. Quindi furono lacerati tutti i bandi che erano stati affissi in paese.

Nello stesso tempo essendo stato affisso un Bando che proibiva ai pizzicaroli del contado di investire le carni porcine, il popolo ricorse alla Comunità onde ottenere la moderazione di questa nuova legge. La Comunità prese in considerazione la supplica e scrisse alla Assonteria di Camera e la popolazione fu accontentata.

Il 16 dicembre fatta la estrazione degli uffici utili e delle podesterie del contado, fu estratto per Castel S. Pietro il Marchese Antonio Pastorini nel cui officio fu sostituito dal Dott. Pier Paolo Ragani, che nominò il notaio Francesco Conti.

Nello stesso tempo a Roma Mons. F. Carara pronunciò la sentenza in favore della compagnia del SS.mo contro il Dott. Annibale Bartolucci.

Dopo la morte di Lorenzo Sarti che aveva lasciato dietro sé un fanciullo, la Comunità elesse al suo posto di consigliere Giovan Antonio Bolis e ne spedì la nomina al Senato di Bologna.

Perché Sebastiano Tomba e Bartolomeo Gallanti non cessavano di disturbare la Comunità e i suoi componenti il Corpo comunitativo dovette procedere criminalmente contro di loro. Furono citati avanti il Prefetto della Segnatura di Roma Carlo e Francesco Monti, padre e figlio, i detti Tomba e Gallanti con Ottaviano Ronchi perché cessassero di perturbare gli schiantini.

Il 17 dicembre fu estratto Consolo Giovanni Alessandro Calanchi che accettò l’officio sebbene fosse molto sordo.

1771 – 1772. Morte santa di Don Luca Gordini. Problemi per la questione degli Schiantini Morte dell’arciprete Don Giovanni Bertuzzi. Festa di accoglienza del nuovo arciprete Don Bartolomeo Calistri. Caccia alla lupa. Arcivescovo Malvezzi sopprime la Compagnia di S. Caterina. Fratelli S. Caterina ricorrono a Roma. Requisiti beni, suppellettili, campane. Vari segni di ribellione nel paese. Presentazione di varie suppliche per il reintegro. Questione della collocazione dei banchi in chiesa.

Il primo gennaio 1771 entrò nel suo officio di Consolo Giovan Alessandro Calanchi e avuta notizia della elezione fatta di Giovan Antonio Bolis in Consiglio, convocò i pubblici rappresentanti il 14 gennaio e poi insediò il Bolis al posto vacante di Lorenzo Sarti.

Questa famiglia Bolis proveniente dal milanese, che fino al secolo scorso si fece chiamare Bolia, fu abilitata agli uffici pubblici del paese. Si rileva ciò dagli Statuti della Comunità fatti l’anno 1713 nei quali risulta tra i consiglieri Giovan Giacomo Bolia, prozio dell’accennato Giovan Antonio.

Agli affari di questa Comunità per l’anno presente fu eletto il Senatore Conte Giuseppe Malvasia.

I frati di S. Francesco, mediante supplica, chiesero alla Comunità la elemosina di S. Bernardino.

Il 16 gennaio si fece sentire il terremoto preceduto prima da lampi e tuoni.

Il 13 febbraio, primo giorno di quaresima, su le ore 13 e mezzo, il sacerdote Don Luca Gordini, prete in età di anni 61, morì con dispiacere di tutto il paese.  Era stato uomo di Dio, religioso illibato e che, con la sua esemplarità e buon esempio, teneva in soggezione tutti i preti e la chieseria del paese. Da ragazzo fu chierico impertinente, nemico giurato della Compagnia del SS.mo. Dopo il 1730, al principio del governo dell’arciprete Bertuzzi, fu bastonato nottetempo da un certo Giuseppe Beltramelli per modo che perdette quasi la vita.  Dopo questo fatto si dette tanto alla bontà che fu specchio di ammirazione in ogni ceto.

Fu caritatevole, specialmente verso chi era abbandonato, spogliandosi delle vesti e del vitto, ridusse molte donne di mala vita al ben vivere senza pubblicità. Fu per tutto il tempo del suo sacerdozio sagrestano e tabulario di questo arciprete, al quale furono consegnate le superbe sacre suppellettili e le ricchezze della Compagnia del Rosario della quale era confratello jus corato e devoto di Maria SS.ma.

Quantunque fosse stato messo nelle imbustazioni dei Priori di questa compagnia ogni volta che si rinnovava, mai fu estratto.  Diceva nelle sue arguzie cattoliche che quando sarò Priore morirò. Questo fu ciò che gli accadde. Il primo giorno dell’anno si suole collocare sull’altare alla pubblica venerazione la miracolosa S. Immagine del Rosario.  Mentre assisteva alla messa solenne in qualità di Priore cappato con molta tenerezza ed effusione di lacrime, gli fu chiesto dal Capitano Lorenzo Graffi suo cugino, se aveva il suo solito dolore di calcoli.  Rispose: no cugino io non so che mi abbia, poi si rivolse ai due compagni vicini e così gli parlò: Possibile che questa mia Madonna sia si bella agli occhi di tutti questi che sono in chiesa come alli miei? Questa è l’unica volta che me la godo con quiete.

Egli fu promotore delle due compagnie di S. Luigi Gonzaga e di S. Maria Maddalena de’ Pazzi erette all’altar maggiore di questa arcipretale. Egli durante i lavori della chiesa provvide, con generosità, a tutti i gessi e le scagliole che abbisognarono. Fu non solo conservatore, ma puntuale e fido esecutore dei sermoni che lasciarono i missionari Lavagni e Padre Costanzo. La sera d’ogni festa di precetto, dopo le S. Funzioni, ne riproponeva alcuni facendone poi la sua interpretazione e commento.

Nell’ultima lezione che egli fece nel terzo giorno dopo Natale, cioè dei S. Innocenti, e che fu prima del suo ingresso nel priorato del Rosario, predisse agli ascoltatori chiaramente la sua morte dicendo: Questa è l’ultima lezione che io vi faccio fratelli e sorelle. Sento la morte su le spalle, Dio non vole che più l’offenda, preparate ascoltanti cari per me l’ultima domenica di carnevale, che fu il 10 di febbraio.

 Replicò similmente l’avviso della sua morte prossima, essendo in letto, all’arciprete Bertuzzi che lo visitava in questi termini: Signor arciprete quante volte vi fu mai fatto inquietare, finiranno le mie debolezze più presto di quel che mi lusingate. Voi veniste a questa vostra Chiesa Sposa l’ultimo dì di carnevale, il primo di quaresima andaste a visitare la stessa sposa, ed io andarò in tal giorno all’eternità a rendere conto, Oh conto, oh conto, al mio creatore, sit nomen Domini benedictus.

Quantunque l’arciprete fosse di animo intrepido, non poté resistere alle lacrime, confortò il malato volendo lasciarlo con espressioni di sensibilità e coraggio. Riprese l’infermo e che, caro il mio padrone, così partite?  e non mi benedite? datemi la S. Benedizione. Lo compiacque l’arciprete piangendo teneramente.  Ricevuta la benedizione gli volle baciare la mano dicendo: Questa è l’ultima volta che ti baccio la mano e ciò detto si compose serenamente. A chiunque andava a visitarlo ammoniva essere volere di Dio la sua malattia e, invece di essere consolato, consolava gli altri a prepararsi sempre alla partenza dal mondo per cui si può dire essere egli stato uomo giusto e uomo di Dio.

Il 15 febbraio, primo venerdì di quaresima ad un’ora e mezza di notte, Rocco Andrini, mentre andava a casa, fu assalito da due e bastonato davanti all’ospitale dei Pellegrini. Fu attribuito il fatto agli uomini di Sebastiano Tomba a motivo della lite vertente a Roma per la causa dei gargiolari alla schiantina.

Dovevano soggiacere il Cap. Lorenzo Graffi ed altri del Consiglio ad un simile attentato? Andò subito una relazione al tribunale con gli indizi di chi fossero i malfattori.

Il 20 dello stesso mese furono affissi alla porta superiore del Castello dei cartelli che dicevano: Non più bastonate, ma schiopettate, perciò il 28 furono arrestati Domenico Campeggi detto Balatrone con i suoi due figli Adamo e Silvestro.

Venerdì 2 marzo, in seguito alle istanze e premure fatte da Bastianone Tomba e Sabbatino Gallanti, per questione degli schiantini e per contrariare tutta la Comunità nella gestione delle Arti, vennero a Castel S. Pietro sul far del giorno i Tribuni della Plebe con due squadre di sbirri.  Questi si appostarono uno per ciascuna bottega sia dei lavoranti la canapa che di altre botteghe, ed a tutti furono fatte sanzioni in modo da portare via dal paese più di quaranta scudi. Pure i pescivendoli furono colpiti, pretendendosi il pagamento del Dazio quantunque incamerato, in modo che nessuno andò esente dalla soperchieria.

Il 4 marzo la Congregazione di Gabella unitamente alla Assuntoria di Camera, spedì due architetti ed agrimensori al confine del Comune di Castel S. Pietro verso la Romagna, a visitare se vi era posto per edificarvi una piccola dogana per l’ufficiale della Gabella e dei Dazi, perché si commettevano frodi introducendo roba e merci non daziate.  Questo succedeva anche perché Pellegrino Coppi e Lorenzo Graffi, cognati, avevano nella vicina Toscanella aperto un buon negozio di tutti i generi e cibarie. I periti furono Giacomo Dotti per il Senato e Agostino Ciotti per la Dogana.

Il 22 marzo, venerdì di Passione, si scoprì la Immagine di Maria SS.ma Addolorata nell’oratorio ricostruito ed ampliato detto della Madonna del Cozzo. Vi fu un gran concorso a visitarla e vi si celebrarono molte messe, la sera vi furono le litanie ed il canto in musica dello Stabat Mater.  La funzione finì con spari di mortaretti dopo la benedizione con la reliquia di Maria Vergine

 Il 28, giovedì santo, fu pubblicato un amplissimo Giubileo, senza obbligo di digiuno, per otto giorni, con facoltà a tutti i confessori di assolvere ogni peccato eccettuati i peccati pubblici che meritano pena o assoluzione pubblica.

Questo tesoro di Indulgenza è stato emanato dal sommo pontefice, per quanto comunemente si pensa, per non leggere il giovedì santo la Bolla in Cena Domini, consueta funzione pontificia, dato che molte potenze secolari non vogliono ammettere nel Pontefice, quale capo visibile della chiesa, tanti diritti che appartengono alla sua autorità pontificia.

Il 7 aprile era stata fatta ed instituita a Bologna la privativa degli olii d’oliva. Per comodità dei nostri sampierani fu aperto nel Borgo da Nicolò Giorgi il negozio al quale ognuno deve ricorrere per il suo bisogno.

Fu presentato contemporaneamente all’Ufficio dell’Imposta il Campione delle strade del territorio di Castel S. Pietro e così pure all’Ufficio dell’Acque. Nello stesso giorno 25 aprile vennero ad abitare ventidue gesuiti di Spagna, nella casa del fu Lorenzo Fabbri, già una volta palazzo del principe Pico.  

Il 29 il Senatore Conte Giuseppe Malvasia avendo questa mattina sposata la Marchesa Eleonora figlia del Marchese Giacomo Zambeccari, venne a Castel S. Pietro a fare le sue nozze. Fu accompagnato dal Sen. Conte Girolamo Legnani, dal Marchese Zambeccari, da Don Giovanni Lambertini, cognato della sposa, dalla Contessa Ginevra Gozzadini madre dello sposo ed altri nobili. Arrivati a Castello andarono alla arcipretale a visitare la B.V. del Rosario, che fu scoperta, gettarono poi danaro alla povertà ed al popolo.

Il Cap.no Lorenzo Graffi, per la servitù che aveva con la Casa Malvasia, dispensò varie poesie stampate da lui fatte fare. La sera si fece in casa Malvasia una brillante festa da ballo. Il giorno seguente vennero molti altri nobili a corteggiare la sposa, fra i quali il Sen. Conte Odoardo Pepoli zio della stessa, il Conte Giuseppe Malvezzi, il Sen. Conte Gaetano Beccadelli, il Conte Carlo Malvasia e tanti altri.

Martedì primo maggio, Bastianone Tomba portato davanti alla Camera per la vicenda degli schiantini e le bastonate date all’Andrini e fu poi liberato con una garanzia di 200 scudi, la parola regia di non offendere e di presentarsi con i suoi fratelli al tribunale tante volte quanto necessario durante il processo. I Balatroni accennati furono poi con parola regia scarcerati.

I capi di bottega, lavoranti la canapa all’uso tradizionale, per fare nascere tumulto nel popolo e far credere di patire incalcolabili danni a causa dei lavori fatti alla schiantina, sostennero che restava invenduta la loro manifattura fatta alla nostrana.  Battista Castellari detto il Pretino, Giuseppe Magnani detto Barattino, Bastianone Tomba ed altri chiusero i loro negozi e licenziarono i lavoranti in modo che crearono più di 50 famiglie senza lavoro.

Fu fatto constatare all’autorità lo stratagemma.  Questa ordinò che immediatamente si riaprissero i negozi sotto pena ai negozianti di mantenere del proprio le famiglie e i lavoranti licenziati. In vista di tale provvedimento preso dal Legato si riaprirono le botteghe.

Vittorio del fu Dott. Giacomo Conti, pubblico perito, idrostatico ed agrimensore, per la sua virtù in tale professione, fu dichiarato dal famoso Padre Lecchi capo degli altri professori sopra il taglio dell’acque stagnanti del ferrarese.

Don Giacomo Giorgi, già apostata cappuccino, ottenuto il Breve di assoluzione celebrò la sua prima messa a Bologna il giorno 26 maggio festa della SS. Trinità.

In questo tempo fu eletto Consigliere della Comunità di Castel S. Pietro Ottavio Dall’Oppio in posto di suo padre Francesco defunto e così pure Agostino Ronchi in posto del suo padre defunto Domenico Ronchi.

Il 15 giugno il Colonnello Salvioli della truppa di Castel S. Pietro aveva indicato all’Assuntoria di Polizia come alfiere Fedele Gattia, calzolaio. Poiché questi mancava di quelle prerogative che richiede la costituzione militare, molti ufficiali della stessa compagnia di Castel S. Pietro rinunciarono al loro posto domandando il ben servito. Il Capitano Lorenzo Graffi l’ottenne il 18 con deliberazione del Senato.

Dal 15 fino a tutto il 19, si alzò un impetuoso vento montano che sgranò una infinità di frumento nelle nostre colline, stralciò le viti e fece gran danno alla campagna. In seguito seguì una pioggia che produsse un gran freddo, tanto che le persone vestirono da inverno e portarono i tabarri.

Luca Gordini pretendeva di coprire il posto paterno nella Comunità. La richiesta fu impugnata essendo debitore della Camera di oltre 400 scudi. Volle tentare la sorte giudizialmente ma patì decreto contrario e fu escluso dal Consiglio.

Il 24 fu estratto consolo Vincenzo Mondini, che prese il possesso il primo luglio. Il 7 di questo mese furono ammessi alla prima seduta in Consiglio i due nuovi consiglieri Ottavio Dall’Oppio ed Agostino Ronchi.

 La notte del 9 luglio venendo al 10 su le ore sei notturne, morì dopo breve infermità, in età di anni 79, l’arciprete Don Giovanni Bertuzzi, Dottore di S. Teologia, Esaminatore Sinodale e prete veramente cattolico.  Fece testamento a rogito di Ser Francesco Conti, nel quale, non ostante sia stato il promotore dell’Ospitale degli Infermi e della fondazione di un ritiro per le oneste zitelle del paese, niente lasciò a questi due luoghi pii.

Lasciò ai suoi fratelli un patrimonio di dieci mila scudi e forse gliene avrebbe lasciati di più se non avesse pagati i loro debiti.  Aveva governato per 41 anni questa parrocchia ricca di rendite per mille scudi l’anno, senza spendere e facendo una vita miserabile. 

Altri legati pii non fecero se non quello di lasciare 17 corbe di grano in tanto pane per una sol volta ai poveri della parrocchia ed uno staro di grano in altrettanto pane ai poveri di ciascuna parrocchia di questo suo plebanato. Lasciò l’oratorio vecchio del SS.mo al nuovo arciprete, che ora serve da fienile sopra le sue stalle nella via maggiore alla condizione di non fare alcuna perizia ai suoi eredi.

 Ma fu deluso perché l’arciprete nuovo accettò il legato e poi fece la perizia e da questo inizio la popolazione cominciò a dubitare che avrebbe avuto un felice governo. Fu sepolto nella sua arcipretale e fu il primo che entrò nella sepoltura nuova dei preti che è quella di mezzo nella cappella maggiore.

Il 17 luglio gli furono fatte solenni esequie, alle quali intervenne il corpo comunitativo in forma. La chiesa fu tutta apparata a lutto, all’ingresso maggiore della porta c’era la seguente iscrizione:

Joanni Battista Bertuccio

Archipresbitero S. M.ra majoris huiusce Castri

S. Theologie Doctori, Sinodali examinatori

Viro in omni scientiaras genere

Inseractissimo

Qui post Rectoratus hujus eclesia

Magna cum Laude fortitudine et piatade rexerit

Per Annos XXXXI

Plenus meritis obiit VII Ides Julij MDCCXXI

Frates Nepotes et Amici

Optimo patrono viduati

Justa persolvunt

Si cantò la messa in musica. Il celebrante fu il Dott. Don Giuseppe Baldi bolognese, uomo insigne che era qui deputato per economo della chiesa e dopo pochi anni divenne arciprete di Borgo Panigale. Fu assistito dai due curati più anziani di questo plebanato cioè il parroco Cavallari di S. Maria della Cappella e il Parroco Butelli di Casalecchio de Conti. Il catafalco grandioso faceva meraviglioso spicco in mezzo ad un contorno di 50 torce e gli stemmi gentilizi della famiglia. Le messe furono numerose.

Alla fine della messa il sacerdote Don Alessio Camaggi pubblico Precettore della scuola del paese, prete faentino dottissimo nelle belle lettere, recitò una orazione funebre, illustrando le lodi e le gesta del defunto e del suo casato, nel quale vi sono stati alcuni prelati.  Furono distribuite anche poesie del med. Camaggi sotto il nome anagrammato di Alfiseo Latonio e del Padre Prospero Maria da Bologna M. O. della Accademia degli Improvvisi a cui era aggregato.

Gli amici che assisterono a tutta la funzione, oltre il Ceto comunitativo ed un gran concorso di popolo, di sacerdoti e di regolari, furono il parroco di Linaro, quello di Sellustra, d’Imola, di S. Martino del Medesano, di S. Maria di Varignana, di S. Giorgio di Varignana, quello di S. Giovanni de Boschi, l’arciprete di Tossignano, il prevosto di Dozza, l’arciprete di S. Lorenzo di Dozza, il Vicario del S. Uffizio e priore di Monte del Re, il priore di S. Maria del Sabbioso ed altri parrochi al numero di 27.  Questa funzione la si può paragonare a quella per un vescovo tanto fu amato finché visse e considerato anche dopo morto.

Fu vacante la chiesa fino al primo di agosto, in cui a mezzora di notte comparve il novello arciprete Don Santo Bartolomeo Calistri, figlio del notaio Antonio Calistri, di Boschi di Granaglione, dottore di Santa Teologia e Jus Canonico, di 26 anni di età, che neppure era stato abilitato al confessionario.

L’unico merito che lo portò a questa chiesa fu di essere stato nella corte dell’arcivescovo Malvezzi in qualità di cappellano. Il possesso gli fu dato dall’arciprete Cervellati di San Martino di Pedriolo incaricato mediante credenziali dell’arcivescovo dirette all’economo Baldi, il quale se avesse concorso a questa chiesa, per la sua dottrina, merito, età ed esperienza, sicuramente le sarebbe toccata.

L’arciprete nuovo in abito semplice da prete ascese l’altar maggiore, lo baciò nel mezzo della mensa, vi batté la destra sopra. Discese poi i gradini dell’altare e gli furono presentate le chiavi del Ciborio e della chiesa in una bacinella d’argento.  Passò alla sacrestia e poi al campanile, ove dati due tocchi alla campana ritornò in chiesa e con un segno di croce benedisse il popolo e, recitato il salmo De profundis con voce dimessa, se ne andò nella sua canonica.

Essendo in questo tempo priore della Compagnia di S. Caterina Prospero Orsolini, ultimo della sua chiara famiglia giunta due secoli fa da Tossignano, dichiarò di volere con la sua compagnia intervenire nuovamente alle funzioni pubbliche con le altre due compagnie del Rosario e del SS.mo con le quali erano anni che non si univa per le questioni di preminenza. Il nuovo arciprete ascoltò ma non decise nulla, da qui nacquero poi presto quei fatti funesti di cui si scriverà ai suoi tempi.

Intanto l’arciprete organizzava le sue cose. Il giorno 30, essendo incorsa la Compagnia del SS.mo nella censura per non avere versato l’annuo deposito pecuniario per la estinzione dei debiti contratti in occasione della fabbrica del nuovo Oratorio, si recò là e a chiesa chiusa con 22 confratelli, recitò il salmo Miserere e diede loro l’assoluzione col Confiteor in cotta e stola, come delegato dal Card. Arcivescovo.

 Il 2 ottobre fece una elemosina a tutti i poveri grandi e piccoli della parrocchia con un pane a testa, che furono 2.300 pani di farina di grano. il popolo gradì molto di questa sovvenzione volontaria. Si adirò invece contro i due commissari testamentari del fu arciprete Bertuzzi, cioè Ser Francesco Conti e Lodovico Montini per non avere rispettato il legato delle 17 corbe di grano lasciate in tanto pane, onde furono costretti poco dopo ad adempierlo.

Il 7 ottobre, prima domenica dedicata alle glorie di Maria SS.ma del Rosario in questo Castello, vi fu la prima funzione del nuovo arciprete. Questa popolazione espresse il suo giubilo per la elezione fatta di tale soggetto con una bella e festosa partecipazione.

 La mattina la funzione fu incominciata dal numeroso clero, unito al Corpo della pubblica rappresentanza in abito da magistrato in cappa nera, assistita da vari bastonieri della Confraternita del SS.mo Rosario.  Al suono di trombe e tamburi misti ad un copioso sparo di mortaretti, fu ricevuto il novello pastore nella propria canonica e da questi corpi accompagnato alla chiesa arcipretale apparata dai sacri arredi. Qui assistito dai parroci del plebanato fu cantata da esso la messa solenne avanti la S. Immagine di Maria del Rosario esposta all’altar maggiore della chiesa, con squisita musica suonata da eccellenti professori bolognesi qui condotti dalla arciconfraternita del Rosario.

Terminata la S. Messa si fece la generale processione col venerabile per il Castello.  Preceduti dal gonfalone del Rosario, condotto dagli scalchi della Confraternita del SS.mo SS.to, sfilarono i Corporali della Arciconfraternita del Rosario, del SS.mo SS.to e le tre religioni claustrali del paese, cioè Cappuccini, MM. OO. ed Agostiniani secondo la loro anzianità poi il Corpo della pubblica Magistratura col suo regalo di cera con lo stemma pubblico, infine il numeroso clero coi parroci del vicariato plebanale e tutti con lumi portati da riguardevoli personaggi e nobili bolognesi, che in questa circostanza erano al palazzo dei Conti Stella.

Essendo la processione alquanto lunga l’arciprete fece sosta nella chiesa di S. Caterina ove fu Incontrato e ricevuto da molti confratelli cappati e da fanciulli vestiti da angeli che, incensando il SS.mo, spargevano fiori davanti, fra suoni di trombe e tamburi e dallo sparo di mortaretti. Quindi cantato un solenne tantum ergo in musica, la processione, con solenne Te deum in ringraziamento, se ne andò alla arcipretale, ove data la benedizione col venerabile seguì una copiosa sparata di mortaretti preparati della compagnia del SS.mo SS.to.

Il dopo pranzo fu fatto cantare dall’arciconfraternita del Rosario il vespro solenne in musica e poi seguì la processione di Maria SS.ma del Rosario che fu condotta su un palco nella piazza pubblica. Qui il nuovo arciprete fece una erudita orazione alla S. Immagine e poi con essa diede la S. Benedizione al numeroso popolo.  Poi ci fu il successivo sparo di mortaretti. Durante il tempo della S. Messa furono distribuite dalle compagnie, da benevoli ed altri favorevoli all’arciprete moltissime stampe di poesie.

Tanto la sera del sabato precedente quanto questa sera, fu illuminata la torre maggiore e il palazzo della Comunità con fuochi artificiali di gioia, che illuminarono il paese e il Borgo, in ringraziamento per la elezione di questo soggetto. La funzione riuscì così decorosa e bella, conforme l’aspettazione comune, e portò in questo luogo Mons. Ignazio Boncompagni Vice legato con moltissimi nobili cavalieri, senatori e dame di Bologna e della vicina Romagna, nonché infinito popolo dai paesi circonvicini.

 I Conti Stella che si trovavano qui a villeggiare, pieni di giubilo, fecero anch’essi le loro singolari dimostrazioni tanto al nuovo arciprete con fuochi artificiali e poesie, quanto anche alle dame e nobili ed a tutti i maggiorenti del paese, dando la sera stessa una pomposa e brillante festa da ballo nel loro palazzo, onorando ciascuno di rinfreschi.

Le famiglie nobili bolognesi furono il senatore Don Giovanni Lambertini nipote di Benedetto XIV, il Sen. Malvasia, il Sen. Angelelli, i Conti Tedeschi, il Conte Caprarini. il Sen. De’ Buoi, i Marsili, i Ghisleri, i Cospi, gli Orsi di Imola, i Sassatelli, i Genasi, i Machiavelli ed altri. Le poesie furono 15, delle quali ne fece raccolta in buon numero Gio. Battista Fiegna.

Il 19 ottobre il nuovo arciprete ordinò che tutti i sabati dell’anno, la mattina di buon’ora, si dovesse dire il Rosario alla B.V. nella sua chiesa poi recitare le sue virtù quindi fare la S. Messa, ed infine, dopo un breve sermone, dare la benedizione con il SS.mo con la S. Immagine scoperta.  Oggi tutto ciò fu eseguito per la prima volta.

In seguito dei reclami che faceva la povertà per rispetto del legato delle 17 corbe di grano fatto dal defunto arciprete, il 26 ottobre gli esecutori testamentari Ser Francesco Conti e Lodovico Mondini fecero la elemosina dando due bajocchi di pane ad ogni povero del paese.

l’Ospitale degli Infermi di questo Castello abbisognava di una lavanderia per la biancheria e i panni. Ottenuta una fetta di terreno dietro alla casa del Sen. Conte Federico Calderini il giorno 3 novembre si diede inizio al recinto delle mura. Alla spesa di questo fabbricato concorse Don Alessandro Dalbello, curato di S. Biagio di Poggio con 4.000 pietre, al resto supplirono le famiglie ricchissime del paese, cioè Vachi e Graffi. Don Francesco Trochi e Barnaba suo fratello si impegnarono assai e anche i paesani vi concorsero con elemosine.

Dopo la morte dell’arciprete Bertuzzi due commissari Lodovico Mondini e Francesco Conti avevano spogliato l’archivio parrocchiale. Furono chiamati il 20 novembre dall’arcivescovo Malvezzi e dal suo vicario generale Sante Corolugi, furono sottoposti ad un giuramento ed in breve riportarono quello che mancava.

Il 3 dicembre Floriano di Flaminio Fabbri avendo ottenuto un posto nella guardia del Re di Spagna partì subito per Madrid, capitale di quel regno.

Il 16 di questo mese fu estratto per Podestà di Castel S. Pietro il Senatore Adriano Magnani che per suo notaio nominò il Dott. Paolo Pagani. Il 27 fu estratto Consolo per il primo semestre Ser Francesco Conti. Questi era ben voluto dalla Comunità e dal paese, ma fu sedotto da Pietro Gattia e da altri suoi compagni e cominciò a farsi avversario ai suoi colleghi, come si dirà a suo tempo.

Il 18 dicembre Prospero Orsolini, priore della Compagnia di S. Caterina, dopo avere messo al suo posto Nicola Bernardi nel priorato per il 1772, ripropose le antiche questioni sopra la anzianità contro le altre due compagnie del SS.mo e del Rosario, pretendendo la preminenza nelle funzioni pubbliche. I confratelli si riunirono in numero di 42 e fecero diverse ipotesi. Non prevalse il partito dell’Orsolini e quindi fu deciso che prima si ricorresse all’arciprete e gli si esponesse il tutto. Furono per ciò furono delegati Conti, Orsolini e Gattia. Esposero all’arciprete le richieste della compagnia e specialmente di volere costantemente intervenire alle processioni mensili del SS.mo nel primo posto. L’arciprete rispose che tali processioni erano sue e non della Compagnia del SS.mo, ma che però doveva soggiacere alla sua autorità. Se ne andarono sconsolati ma decisi a riprendere le ragioni antiche, e mai sopite, della loro compagnia.

Entrato il nuovo anno 1772 si sentirono tremori nella terra. La notte della Epifania, cadde un pezzo di mura del Castello dalla parte di levante per un tratto di 30 piedi circa che serviva da recinto all’orto dei frati di S. Francesco.

 Il giorno 8 dall’ora di notte alle 2 cominciò a lampeggiare grandemente dalla parte meridionale e verso Monte del Re.  Tutti si spaventarono sebbene la neve fosse alta un piede nella vicina collina e montagna.

La Compagnia di S. Caterina, scontenta della risposta avuta dall’arciprete sopra l’intervento alle processioni, ricorse a dei sotterfugi. Citò nel Vescovato, per gli atti Sachetti, i priori delle altre due compagnie cioè Domenico Conti, priore del Rosario e Mariano Manaresi, priore del SS.mo, perché fosse rispettato il Rescritto di Benedetto XIV. Tale citazione era stata notificata per eludere le altre determinazioni fatte dall’Arcivescovato. Il priore Manaresi ricorse con supplica all’arcivescovo affinché riparasse a tanto disordine che ostacolava la quiete. La supplica fu accompagnata anche da una raccomandazione del nuovo arciprete, che prevedeva brutti avvenimenti in futuro come poi accadde.

Il 19 gennaio nei nostri dintorni circolava una lupa di smisurata grandezza con figli ed audace al punto di venire dal Sillaro sotto il Castello e fin dietro le mura presso il torresotto Locatelli. Questa, non ostante la neve che copriva il territorio, fu inseguita dai cacciatori paesani seguendo le orme impresse nella neve, ma inutilmente.

Girò dalle parti del Quartiere della Lamma, andò al fondo Colombarina ed al Valesino, ove trovati i ricoveri chiusi, cominciò a rodere l’uscio. I villani, sentendo il rumore, uscirono credendo ci fossero dei ladri, ma non la inseguirono. Andò alle Mascarelle e trovata una pecora sepolta la dissotterrò e la mangiò, poi si fece la tana nella vicina boscaglia di un mio fondo detto il Rio poi passò nei prati bassi del Cereto. Fu posta una taglia di 6 scudi morta e 10 viva.

Due nostri cacciatori e cioè Sebastiano Magnani e Francesco Neri, tenendo dietro alle orme, riuscirono a prenderla nel mezzo dei prati della Commenda di Malta, presso il rio della Masone.  Sebastiano Magnani, che gli aveva fatto la posta in una fossa, la uccise con una archibugiata. Fu portata al Castello dai due cacciatori che ne guadagnarono la taglia. I lupacchiotti furono inseguiti fino al Medesano ma invano.

Il 4 febbraio l’arciprete pubblicò l’avviso della visita pastorale dell’Arcivescovo Malvezzi. In tale frattempo fu ordinato che si sospendessero le commedie e le feste da ballo nel paese. Si ubbidì prontamente a differenza dei Budriesi che, in questo caso, non vollero ubbidire. Successe poi che gli furono sospesi per quindici giorni i divertimenti carnevaleschi ed alcuni furono carcerati per essersi impertinentemente rifiutati di levare il cartellone delle rappresentazioni adducendo avere avuto dal Legato la licenza necessaria.

Il governo secolare aveva da poco inventata la privativa per la vendita dell’olio. La cosa funzionò malamente e dispiacque alla popolazione perché l’olio era ancora alto di prezzo, mentre l’olio mezzano si vendeva per ottimo e l’altro non bruciava nemmeno nelle lampade.

L’arcivescovo ricorse per ciò a Roma ed ottenne dal Papa la facoltà di potere fornire una licenza olearia per gli ecclesiastici. Ottenne la grazia e si procurò gli attestati dalle religioni claustrali e dai parroci dei castelli. Ma in tutte le belle opere c’è sempre chi non le sopporta ed è pronto al tradimento. Mons. Becadelli, fratello del sen. Gaetano, per contrastare l’Arcivescovo, procurò contro attestati dalle monache della Badia, dalle Cappuccine, dai frati della Carità e da altri conventi al N. di sei contrari agli attestati prodotti dall’Arcivescovo.

Sentì egli con amarezza questo fatto, per ciò fece carcerare in casa per alquanti giorni il prelato Becadelli per avergli cospirato contro. Fu pubblicata in seguito la Notificazione del vescovato sopra la nuova concessione olearia ecclesiastica per lo stampatore dalla Volpe. Questo fatto creò turbamento nella città onde ne nacquero odi e vendette.

Per sostenere l’arcivescovo Il tesoriere abate Pietro Odorici gli mise a disposizione 100 mila ducati per agire contro Antonio Gnudi inventore e capo della olearia secolare, che voleva bloccarlo in Roma. Ne derivarono anche per questo fatto inimicizie fra le famiglie.

L’8 febbraio su le ore 21 arrivò a Castel S. Pietro l’E.mo Card. Arcivescovo Vincenzo Malvezzi per la visita pastorale programmata. Aveva con sé un seguito ristretto, il suo segretario di visita fu il dott. Gio. Battista Palmieri, bolognese parroco di S. Michele.

Fu incontrato da quattro comunisti e dal nuovo arciprete. Il giorno seguente, S. Apollonia, fu visitato dai quattro comunisti deputati dal Consilio che furono Francesco Conti notaio e Consolo, Giovanni Calanchi. Ercole Cavazza ed Ottavio dall’Oppio tutti vestiti in cappa nuova. Furono ammessi, in casa dell’arciprete ove era alloggiato, al bacio della S. Porpora con particolar distinzione e poi licenziati per dar luogo alle altre visite dei capi delle Religioni, che accolse con particolare affetto.

Appena fatto ciò, passò alla cresima e in meno di un’ora ne cresimò 136. Finita la cresima fece chiamare i quattro comunisti. Andarono i due più anziani che erano presenti, cioè Flaminio Fabbri e il Cap. Lorenzo Graffi, a motivo che i primi quattro rappresentanti erano partiti. Gradì l’omaggio ma volle che ritornassero i quattro di prima che rappresentavano la Municipalità. Questi ritornarono prontamente. L’Arcivescovo preso per la mano il Consolo Conti lo introdusse con gli altri nella canonica con l’arciprete Calistri ed il dott. Palmieri, segretario di visita. Ciò fatto disse queste parole:

Voglio beneficare questo vostro Castello, provedere alla quiete e sollevare la povertà, la compagnia di S. Cattarina è troppo torbida e infesta alla mia tranquillità da lungo tempo ed alle familie del paese. In questo punto io la soprimo. Le rendite della med.  le voglio dare all’ospitale de vostri poveri infermi di questa parochia che è tanto bisignosa. Questa è la beneficenza che vi faccio. Manderò periti per la separazione de fondi, farò procuratori ed amministratori li principali del vostro paese. Quanto prima ne vedrete l’effetto.

Intanto voi Consolo e coleghi pubblici rappresentanti fate noto alla vostra popolazione questa mia determinazione. Voi arciprete fate ciò noto alli componenti la Compagnia di S. Cattarina onde non alleghino ignoranza.

Il Consolo Conti, siccome era sostenitore della compagnia, volle sottrarsi alla ingiunzione con la scusa che come Consolo non entrava negli affari della compagnia. Disse anche che non credeva che questa compagnia avesse tanto demerito se non su quello di avere intentata lite contro le altre due compagnie nel foro del Vescovato per la questione delle processioni.

 Dopo questa risposta sconveniente, il Cardinale riprese: Così voglio, così sarà e li rumori di questo Ceto per le funzioni, massime del SS.mo SS.to, dovranno cessare.

Dopo avere così parlato da Principe, licenziò i Comunisti con la benedizione. Poi, senza ammettere altre visite, disse all’arciprete di andare ad altre visite pastorali, escludendo la chiesa di S. Caterina.

Preso il capello cardinalizio andò alla chiesa ed oratorio della Compagnia del SS.mo accompagnato dai comunisti, non ostante fossero stati licenziati, col clero e sei bastonieri cappati della compagnia del Rosario e sei della compagnia del SS.mo. Fatta la visita a questo luogo andò all’Ospitale degli Infermi.  Non volle nemmeno osservare la chiesa di S. Caterina, sulla cui porta vi erano i suoi caporioni cappati, cioè Rocco Andrini, Nicola Bernardi, Pietro Gattia, Prospero Orsolini ed altri.

Visitato l’Ospitale, mentre ritornava, fu invitato dai suddetti ad entrare nella loro chiesa. Li respinse dicendo che nelle chiese da lui soppresse non entrava. Ritornando alla parrocchia, veduto l’altare bene ornato di argenti e sacre suppellettili invitò i confratelli a spendere il danaro ad onore di Dio e non nelle contese. Si vantò di avere favorito questa compagnia nell’avere, a fronte di tante ostilità, concluso la grazia dell’uso del gonfalone conferitole da Benedetto XIV.

 Biasimò acremente l’amministrazione e la condotta della compagnia di S. Caterina enumerando le liti recenti tra di loro, fra le quali la lite per una mensa d’altare di scagliola che costò 56 scudi. La lite che non si voleva per priore un sagrestano, sebbene imborsato nella borsa dei Priori. La lite sopra la riparazione della chiesa. La lite per il conferimento della cappellania ultimamente fatta, dopo la morte di Don Gregorio Conti. La lite per dare la dote alle loro consorelle. La lite per la distribuzione del pane fra loro invece della bracciatella. La lite per la cappellina nuova della loro S. Immagine del Soccorso e infine la lite che oggi viene promossa contro la Compagnia del Rosario e del SS.mo che è stata l’ultima goccia che ha dato l’impulso al Cardinale per la soppressione.

A questa soppressione fu un forte stimolo anche avere lo stesso Arcivescovo prescritto, a capo del consueto calendario annuale, un metodo intorno alle processioni riguardo alla compagnia del SS.mo SS.to, ordinando la preminenza a questa giusto le determinazioni della S. Congregazione dei Riti.

L’11 febbraio Rocco Andrini e Nicola Bernardi si portarono a Bologna per opporsi al decreto. Ritornarono il giorno seguente e riferirono che il Cardinale era fermo nel suo operato e non voleva sospendere le sue pastorali risoluzioni.  Lo stesso aveva fatto il Vicario generale.  Non si volle ammettere la richiesta di perdono, anzi fu intimato di portare a Bologna i libri dell’amministrazione. Non ottennero altro che la chiesa non rimanesse inofficiata.

Ciò non ostante non stettero con le mani in mano, ma scrissero a Roma.  Ritrovarono poi nella segreteria dei memoriali dati al Papa un memoriale del nuovo arciprete Calistri che chiedeva di punire la compagnia. Altro non mancò ai soppressi per rivolgere tutta la loro ira ed odio contro di quello. Se ciò l’avessero saputo prima forse l’arcivescovo non sarebbe arrivato al fatto di sopprimere la Compagnia.

In questo tempo accadde nel comune di Campiano sopra Bologna una gran slavina, originata dal torrente Sambro che formò un lago di circa due miglia, con gran danno di quel paese.

Il 13 giunse ordine dall’Arcivescovo all’arciprete che si spedissero a Bologna libri, documenti e tutti i recapiti della soppressa compagnia per fare la dovuta distribuzione delle sue rendite. Il 15 giunsero due squadre di sbirri, una del vescovato e l’altra del foro laicale detto del Torrone, spedita dal Vice legato Ignazio Boncompagni, in aiuto agli sbirri del vescovato.

L’ordine che aveva l’una e l’altra famiglia armata era di carcerare chiunque che, con fatti o con parole ed anche con cenni, osasse parlare della oppressione subita dalla compagnia in dispregio al superiore volere. Tutta la notte stette il paese in sospetto e molti emigrarono.

Il 16, terza domenica del mese, si fece una solenne festa in musica all’altare di S. Vincenzo martire nella parrocchia. La festa fu spostata in questo giorno a causa delle differenze nate fra i lavoranti le canape alla schiantina e i lavoranti le canape alla nostrana, come si disse.

In questo giorno, mentre il prete Don Giovanni Tomba celebrava la S. Messa all’altare di questo santo in presenza di un numeroso popolo, l’arciprete Calistri si presentò, prima della lettura del S. Vangelo, e mostrò al popolo il decreto della soppressione della Compagnia. Fatta tale lettura e spigata la sua sostanza nel nostro dialetto toscano (l’italiano) se ne andò.

Quali fossero gli ultimi confratelli della compagnia si riscontrano nel Mandato di Procura, fatto l’anno scorso dal Notaio Ser Francesco Conti. Con tale soppressione venne abbassata l’alterigia di un corpo potente per le sue rendite che, o poco o molto, teneva in disturbo le famiglie del paese onde si può applicare il versetto: Deposuit potentes de sede et exaltavit humiles.

Perché poi i due capi della Compagnia soppressa, cioè Nicola Bernardi priore e Roco Andrini suo direttore, tardavano a consegnare all’arciprete le chiavi della chiesa all’ora fissata, si volle usare la forza. Furono chiamati gli sbirri per abbattere le porte. Vedutisi alle strette, i soppressi consegnarono le chiavi.

Il giorno seguente che fu il 16 febbraio, non ostante la pubblicazione fatta del decreto di soppressione, i due capi finsero l’ignoranza del medesimo e, nell’atto della consegna delle chiavi dell’oratorio, ne vollero la documentazione legale di tale consegna nella quale fosse allegata la loro ignoranza. L’arciprete dovette fare il documento richiesto.

Furono in seguito requisite tutte le suppellettili, i damaschi, le cappe, i vasi sacri ed altro di cui se ne fece l’inventario a rogito del detto Conti. Si fece pure l’inventario, dallo stesso notaio, di tutti i capi e le robe destinati all’Ospitale degli Infermi e si inventariarono anche le robe dell’Ospitale dei Pellegrini in Borgo.

Per tale fatto si cominciarono a vedere satire, cartelli e pasquinate contro l’arciprete, contro i frati e loro amici ed anche contro l’arcivescovo in rima e in prosa.

Domenica primo marzo Francesco, figlio del notaio Lorenzo Conti, prese in moglie Ausonia del notaio Ser Giovanni Bertuzzi, fratello del defunto ultimo arciprete. Perché erano nate discordie fra il notaio Conti e l’arciprete Calistri, i due sposi non vollero celebrare il matrimonio in questa sua parrocchiale e quindi andarono a Varignana ove la sposa aveva dei parenti.

In questo stesso giorno si pubblicò l’Indulto di uova e burro per la quaresima

L’11 marzo fu proclamato che il Card. Arcivescovo aveva ottenuto dal Papa la facoltà per gli ecclesiastici di potere provvedersi d’olio ove volessero e, se fossero stati molestati dal foro secolare, si sarebbe proceduto secondo le disposizioni dei Sacri Canoni. Ciò pose in giubilo la città e tutta la diocesi.

Allo scopo poi di essere ricostituiti, i confratelli soppressi di S. Caterina ricorsero a Roma, intendendo impugnare il decreto. Ma per fare liti la prima base è il contante, così si riunirono in casa di Nicola Bernardi e decisero di tassarsi per cento zecchini.

 Interposero in Roma la autorità del Card. Alessandro Albani e colla sua protezione domandarono al Papa la reintegrazione ex Grazia. Fu dato alla supplice un semplice lectum. L’arciprete Calistri, venuto a conoscenza della richiesta, ricorse anche lui con una supplica affinché nessuna novità accadesse e tanto seguì.

Si vide poi affisso alle porte dell’oratorio dei soppressi il seguente versetto che molto li amareggiò: Fecit flagellum de funiculis et ejacit foras. Pure alle case di Pietro Gattia, di Francesco Conti, di Nicola Bernardi e Rocco Andrini si videro gli stessi versetti.

Il Cardinale Arcivescovo, oltre ad avere riparato agli scandali, alle profanazioni della casa di Dio e alle appropriazioni dei redditi della compagnia, voleva, usando del proprio, fare una carità al paese. Scrisse all’arciprete che facesse sapere al popolo che lo aveva incaricato di trovare una fanciulla povera, la più dotta nella dottrina cristiana, e così pure un fanciullo, nati da onesti parenti.  Entrambi li voleva dotare e beneficare e che fra breve tempo avrebbe realizzato pubblicamente la cosa. Piacque molto alla povertà una tale decisione.

Il giorno 11 morì l’alfiere Giuseppe Bartolucci in Castel S. Pietro, fu uomo di somma pietà, fu l’erede dei famosi Fabri estinti a Ginevra come si disse e fu sepolto nella chiesa dei Cappuccini.

Domenica15 l’arciprete impose a tutti i maestri e le maestre della dottrina cristiana di dare l’elenco dei loro fanciulli e ad istruirli bene per ottenere la beneficenza dell’arcivescovo. Una volta che fossero stati esaminati, si sarebbe fatta una imbustazione per poi farne la estrazione.

Perché furono attribuiti i versetti contro i soppressi ai preti e ai dipendenti dell’Arcivescovo, si vide la mattina del 20 marzo affisso alla chiesa parrocchiale la seguente iscrizione in contrapposizione  ai versetti.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  

Vincentio Malevitio Bononie Archiepiscopo

Maximo societatum persecutori

Qui nedum Societatis S. Catharinae Castri Sampetri

Sed societatis quoque Jesu Bononie, eiusque

Pastorali abhorrente sollecitudine

Assidua abolitionis Audacia

Apud Ponteficem Promotor magnus extiterit

Societates Lugentes

Eximio Destruetionis Piorum Patrono

Mem. Eter. hoc argumentum esto

Fu subito levata e spedita al Cardinale, che montò vieppiù in ira e si confermò nella sua volontà. Il 28 fece il decreto sugli Amministratori delle robe e i beni della soppressa compagnia che furono l’arciprete Calistri e i signori Savino Savini, attuale priore della compagnia dell’Ospitale, Don Francesco Trochi, li sig. Giuseppe Dalle Vache o Vacchi, il capitano Lorenzo Graffi, Giuseppe Forni, Mariano Manaresi, ai quali furono aggiunti anche due del corpo dei soppressi, cioè Ottavio Dall’Oppio e Francesco Conti, i quali però rifiutarono l’incarico.

Il 19 si fece la imbustazione di 14 zitelle delle 14 classi della dottrina cristiana. Furono poi estratte tutte ad a una a una per evitare l’accusa di parzialità e l’ultima che venne estratta fu Tomasa di Battista Castellari, alla quale fu data la dote di 60 scudi. Si procedette nello stesso modo con i fanciulli di 17 classi. Estratto per ultimo fu Giuseppe Bergami al quale il porporato fece dare eguale donazione. Poi fu spedito a Bologna ove il Cardinale lo raccomandò ai frati teatini che lo presero per loro chierico, quindi dopo poco passò presso il dott. Palmieri che lo fece istruire nel latino.

Il 5 aprile, domenica di Passione, nella compagnia del SS.mo SS.to si benedirono 54 donne fra le quali vi furono quelle di tutte le migliori case del paese cioè Maria Cappi Graffi, Caterina Bochettoni Cavazza nipote del Mons. Gio. Antonio Bachettoni vescovo di Loreto e Recanati, Maria Mazzanti Farnè, Caterina Lugatti Andrini, Antonia Tobatoi Giordani ecc.

Perché negli scaffali dell’Oratorio di S. Caterina molti confratelli vi avevano ancora la loro cappa, furono invitati a riprenderla. Rifiutarono per non dar motivo all’arcivescovo di avere accettata la soppressione. Quanto poi all’altre cappe che erano della compagnia, furono levate e portate all’Ospitale degli Infermi.

La compagnia aveva due campane sopra il tetto della chiesa con le quali si invitava il popolo e la compagnia ai divini offici. La mattina del 25 furono levate entrambe, ma poiché la chiesa doveva restare aperta, si rimise la piccola al posto della grande, come si vede oggi giorno. Gli armadi della sagrestia, manifattura particolare degli Alberici di Castel S. Pietro detti per soprannome Li lavori per la ingegnosità dei loro manufatti, furono trasportati nella sagrestia della parrocchia che una volta era la cappella di S. Caterina.

Mentre si trasportavano questi mobili dalla chiesa di S. Caterina alla parrocchiale non mancarono insulti agli operai, prima con urla poi con sassate da persone nascoste. Fu attribuito ciò a Nicola Bertuzzi, detto Niccolone o Nicolazzo, abitante in faccia a S. Caterina e confratello, uomo popolare.  Per questo fu carcerato dagli sbirri del vescovato.

Il senatore Marsili, uno della Assonteria di Governo, venne a visitare il Sillaro che minacciava la via romana.

Non passava giorno che non si sentissero insolenze, provocazioni e attacchi provenienti dai soppressi, contro gli aderenti all’arciprete. Si vedevano continuamente satire e cartelli specialmente contro l’arciprete e contro i superiori.

Intanto ricorsero di nuovo i soppressi al Papa con supplica, che fu raccomandata al Card. dall’arcivescovo.

Il Papa a questa sollecitazione fece il seguente rescritto Ad prefectus S. Concili qui scribat E.mo Archiep. pro intructione et noto. Ottenuto tale rescritto il prefetto della Congregazione adempì prontamente perché i soppressi temevano che il Card. Arcivescovo potesse nasconderlo e dissimulare di averlo ricevuto. 

Frattanto proseguirono i disturbi, in modo che si dovette spedire una cavalcata a Castel S. Pietro che stette qui alquanti giorni e partì il 30 aprile.

Furono attribuite le satire al Padre Giovan Maria da Bologna M. O. presente in questo convento di S. Francesco e al maestro di scuola Don Alessio Camaggi.

In seguito il 5 maggio furono carcerati Rocco Andrini per avere infranto il precetto avuto dal Tribunale criminale vescovile di non sparlare dell’arcivescovo, con lui il fratello Giovan Francesco Andrini e Bartolomeo Giorgi. Questi si erano vantati di volere diffondere scritti sopra la inutilità del fare elemosine all’Ospitale dei Poveri Infermi e contro il levare dalla parrocchia le due congregazioni di S. Luigi Gonzaga e S. Maria Maddalena de’ Pazzi per trasportarle alla chiesa di S. Francesco.

Era ormai più di un mese che continuamente pioveva, dalla metà di aprile al 13 maggio. Fu quindi fatto un triduo alla B. V. del Rosario con la esposizione della S. Immagine. Terminato questo fu portata processionalmente dalle due compagnie del Rosario e del SS.mo nella pubblica piazza e si ottenne la sospirata serenità. Le piogge erano cadute sia di giorno che di notte in modo che non solo gli uomini ma nemmeno le bestie potevano procacciarsi il vivere, i lavori rurali non si effettuavano, i frumenti che già c’erano erano coperti dalle erbe. 

Il giorno seguente 14 maggio furono scarcerati dal vescovato Rocco Andrini con la condanna di 60 scudi, Bartolomeo Giorgi di 10 e Gian Francesco Andrini di 20. Questi due ultimi rimasero in Bologna per alquanti giorni a confronto con il Padre Giovan Maria Panbiani M. O. per le satire da esso fatte e ritrovategli.

Lo stesso giorno su le ore 24 venne un all’improvviso temporale e una saetta colpì questo Ospitale degli Infermi nel dormitorio delle donne danneggiando il solo tetto senza fare alcun male alle inferme. Per tale incidente non mancarono i soppressi di fare schiamazzi e vieppiù insolentire sfruttando la suprema volontà divina.

Il 25 maggio si intese che la lite pendente in Roma fra la Compagnia del SS.mo ed il dottore Annibale Bartoluzzi era stata da questo superata in Rota.

La S. Immagine di M. V. detta del Soccorso che si venerava nella chiesa di S. Caterina fu trasportata nel dormitorio dell’Ospitale degli Infermi e collocata sopra l’altare in una nicchia ben custodita, più di come lo era nella sua chiesa di S. Caterina che stava appesa a un chiodo da cavallo.

Questa Immagine è lavoro del celebre pennello di Lorenzo Casinelli, scolaro del famoso Guido Reni. La madonna è appena abbozzata, ma lo spiritoso puttino, che tiene su le ginocchia sinistra scherzando con la benda e la croce, è finito. Posta che fu nell’Ospitale nessuno dei soppressi andò a guardarla.

In questi giorni cominciò nuovamente e continuamente a piovere. Il 17 crescendo sempre più la pioggia, la compagnia del SS.mo determinò di andare processionalmente alla visita delle altre chiese ove è il SS.mo SS.to per implorare la serenità. Il 18 cominciarono il triduo ed ogni sera nell’oratorio, scoperto il miracoloso Cristo, si dette la benedizione col SS.mo SS.to. Non furono negligenti neppure i contadini componenti la compagnia di S. Antonio Abate che, terminato il triduo fecero essi pure il loro davanti il loro protettore. Ciò non di meno cadevano piogge dirottissime mischiate anche a grandine.

Il grano e i marzatelli si alzarono di prezzo per più di un terzo, il pane da paoli 17 la corba andò in pochi giorni a 24, il formentone da 10 andò a 17 paoli.

 Nicola Bertuzzi che fino ad ora era stato detenuto in carcere nel vescovato, colla condanna di cento lire fu messo in libertà sotto rigorosissime condizioni.

Il 13 si videro fuori nuove satire contro l’arcivescovo e sua nipote, che era stata allontanata dal marito, il senatore Scappi, contro l’arciprete e il capitano Graffi.

Il 10 maggio morì donna Ida Baldazzi di Castel S. Pietro, al secolo Lorenza, figlia della fu Camilla Cavazza ed Antonio Bertuzzi, monaca del monastero di S. Leonardo di Bologna, dopo avere sostenuto più volte tutte le cariche primarie di Badessa e Camerlenga del monastero con somma lode e piacere di ognuno.

Il Reggimento di Bologna, dopo avere fortemente procurato la sospensione degli atti giudiziali in Roma contro questa Comunità sopra gli artisti col pretesto di una composizione, diede di soppiatto una supplica al Papa implorando la definizione a suo favore.  Per ottenere ciò cercò di fare constatare il danno che provocavano i lavoranti le canape alla schiantina di Castel S. Pietro a tutti i lavoranti canape all’uso tradizionale. Il Papa, considerata la pendenza giudiziale, non volendo strozzare auctoritati supremae la causa, rimise la istanza al tribunale pro infirmatione ut de jure.

Vedendo i soppressi che le loro cose andavano di male in peggio, per spaventare gli avversari cominciarono ad andare in giro armati ed a formare squadre. Per poterle fare, evitando l’accusa di ammutinamento, presero dal legato la licenza di potersi unire e formare corpo. Ottennero il permesso ma non impaurirono l’arcivescovo che mosse anch’esso la sua famiglia armata che di quando in quando si faceva vedere a Castel S. Pietro.

Intanto dettero una nuova supplica al Papa per la revisione della loro causa. in seguito a ciò il 3 giugno arrivò una lettera all’arcivescovo pro infirmatione. Perché questa lettera non fosse ignorata Francesco Conti il 13 corrente, con l’Avvocato Ruggieri, la presentò all’arcivescovo. Il contenuto della lettera imponeva che si dicesse la causa e le ragioni per cui si era soppressa la compagnia.

L’arcivescovo si adirò contro il Conti e gli promise che avrebbe sostenuto il suo operato fino alla morte. Si interposero gli arcipreti Don Luigi Conti, curato di S. Agata, e l’arciprete Don Domenico Cervellati, curato di S. Martino in Pedriolo, al fine di calmare lo sdegno del porporato. Poi l’arcivescovo ordinò all’arciprete e ai nuovi amministratori di preparare i documenti contro l’operato dei soppressi.

Il giorno 15 venne l’arciprete di S. Agata a Castel S. Pietro perché aveva, per la parentela, conoscenze nella soppressa compagnia. Propose che dessero una supplica al Cardinale per conciliarsi e la sottoscrivessero i capi. Fu steso il testo dall’arciprete, fu accettato, poi fu scritto tutto all’opposto.

 Chiesero questi in primo luogo la reintegrazione, poi la restituzione ex integro di tutto quanto mancava e la liquidazione di danni, la facoltà di fare le funzioni senza canone al parroco. E ahimè! per avallare queste richieste chiesero attestati, per fino alle tre Religioni locali. Queste li negarono e solo il guardiano di S. Francesco Padre Simone da Reggio attestò sulla utilità di questa compagnia. Gli amministratori intanto raccolsero notizie che furono date all’arcivescovo e che da me furono preparate le copie.

 Dovendo poi l’arcivescovo rispondere a Roma non ritenne bastevoli le notizie avute, ordinò quindi nuovamente agli amministratori di preparare un preciso elenco senza il quale non poteva fondatamente rispondere.

 L’arciprete Conti, in adempimento del suo incarico, presentò all’arcivescovo la supplica dei soppressi. Ma poiché la riteneva troppo dura e vergognosa per il porporato, la segnò con un Lectum.  L’arcivescovo, dato che vedeva in qualche modo umiliati i soppressi, pensò di fare alcune proposte.

Domenico Soglia detto Furbaria, contumace dalla giustizia di Bologna, frequentava la Toscana e, avendo ottenuto dalla Reggenza della Toscana un salvacondotto per 18 mesi, faceva trasporti di grano unitamente ad altri contrabbandieri di Casalfiumanese. Il 17 giugno fu arrestato a Barberino mentre andava alla fiera di Prato. Però alla squadra armata non fu agevole la cattura.  Mentre era chiuso nella stanza di udienza davanti a quel giudice, non avendo che un piccolo coltelluccio ed un cane di piccola taglia, fece una tale resistenza alle guardie che fra i morsi del cane e le ferite del coltello, furono feriti in cinque. Quello che gli aveva messo il laccio al collo fu il più maltrattato di tutti dal cane.

Il giudice che si trovò presente a tutto ebbe molto da fare per non essere colpito. Per la paura si pose sotto il banco della udienza finché fu finito il rumore. Fu carcerato a Prato con una condanna di 80 giorni poi fu consegnato a Bologna.  Qui gli fu fatto il processo per il fatto del tenente Pelegrino Mei detto il Formidabile Vaina.  Giustificò il fatto con una finissima furberia e il tribunale non poté che condannarlo a vita alla galera.

Intanto per la vertenza degli schiantini era avvenuta la consegna del materiale al Papa e da questo rimesso al tribunale. Fu decretato che si permettesse la esenzione dai bandi fino all’exitum litis. Però, giunta questa decisione, il Senato ricorse alla segreteria di Stato, che in seguito ordinò al Legato di fare rispettare il bando del dicembre 1770 che vietava la lavorazione del garzuolo alla schiantina.

 Li 20 giugno l’arciprete Don Luigi Conti, ritornato a Castel S. Pietro per ordine dell’arcivescovo, chiamò i capi dei soppressi e gli presentò una proposta di compromesso sopra le loro richieste steso in accordo col Cardinale. I punti più importanti furono che non si parlasse più di cappazione, che la amministrazione dei beni rimanesse secondo il decreto, che quanto alla officiazione della chiesa e sua apertura si dovesse stare alle leggi del diritto vescovile, che tutti i contumaci sarebbero stati assolti da ogni pena e colpa nel suo tribunale.

Essi non vollero accettare alcun punto, dicendo che le loro principali richieste erano troppo giuste e che la cappazione doveva essere il primo punto di accordo.  L’affare fu lasciato indeciso per alquanti giorni spirati i quali il 27 fecero una assemblea in casa di Nicola Bernardi, nella quale furono fatti i seguenti punti da presentarsi al porporato in ossequio anche della venerazione a lui dovuta.  La chiesa deve essere aperta come prima sotto il titolo di S. Caterina.  La immagine della Madonna, trasportata nell’ospitale, deve essere riportata dai soppressi con piena libertà nella sua prima cappella e chiesa.  L’amministrazione dei beni doveva ritornare in mano dei soppressi ed essi avrebbero passato un annuo contributo all’Ospitale a piacere del superiore, detratti gli obblighi e gli altri assegni per la chiesa. Che ogni giorno festivo fosse celebrata la messa nella loro chiesa. Che la terza domenica di ogni mese si desse la benedizione del SS.mo nella loro chiesa conforme l’uso e si fosse restituita la campana.

Il 28 queste richieste furono presentata dall’avvocato Ruggeri al Cardinale. Questi in seguito dichiarò che accordava la chiesa aperta col suo primo titolo, le messe e le funzioni domandate, che la campana sarebbe restituita, che l’amministrazione dei beni restava come dal decreto, ma che avrebbe immesso nel numero degli amministratori sei dei soppressi infine, per quanto riguardava il trasporto della immagine dall’Ospitale alla sua primitiva chiesa come pure l’apertura della chiesa, voleva che la funzione fosse fatta dall’arciprete. Questa fu l’ultima risoluzione del Cardinale.

Fu estratto Consolo per il prossimo secondo semestre Gio. Alessandro Calanchi che si presentò il 5 luglio al Card. arcivescovo che si era fermato qui per un’ora dall’arciprete prima di partire per S. Martino in Pedriolo in visita pastorale.

In questo frattempo i soppressi si procurarono dal Card. Albani una commendatizia per essere ascoltati dall’arcivescovo che era troppo irritato. Non avendo essi il coraggio di presentarla interposero il Senatore Bartolomeo Bolognini che non volle prestarsi all’impegno sapendo tutto.

Finalmente Pietro Gattia, uno dei soppressi, si fece coraggio e, portatosi ad Ozzano dove era andato l’arcivescovo a benedire quella chiesa, fece l’istanza di potersi presentarsi al porporato. Questi rifiutò la richiesta ma, perché colà vi erano l’arciprete Cervellati e l’arciprete Calistri, concesse al primo di ricevere l’ambasciata con la lettera. La sua lettura lo ammorbidì e lo portò in sentimento di buona grazia. Approfittando di questa, incaricò l’arciprete di proporre ai soppressi la sottoscrizione di una nuova capitolazione.

 Fra i capitoli più importanti ci fu che non si parlasse di cappazione, ma di applicazione dei beni, che si riaprisse la chiesa, che si trasportasse la Madonna nei termini già dichiarati, che tutte le feste vi fosse la celebrazione della messa, che la benedizione del SS.mo si desse le domeniche prescritte secondo l’uso antico e che si facessero gli anniversari per i loro morti e che le sepolture, esistenti nella parrocchiale ove ora è la sagrestia, servissero per i confratelli e le consorelle dei soppressi.

Pochi giorni dopo venne a Castel S. Pietro l’arciprete di S. Martino col foglio della capitolazione per farla sottoscrivere a tutti i soppressi e li convocò per questo.  Nessuno si volle prestare eccettuato Don Lodovico Oppi, perché prete e cappellano della parrocchia, e Francesco Conti, costretto dall’arciprete di S. Agata Don Luigi Conti, che sottoscrissero. Quindi li portò a Francesco Conti capo e direttore dei soppressi, che era a letto con la erisipela[84], per rinnovarlo all’impegno. Egli si rifiutò. L’arciprete gli fece una gagliarda strillata a nome del cardinale aggiungendo per fino che l’arcivescovo aveva tanto in mano nel suo tribunale contro di lui che poteva farlo marcire in carcere. il Conti replicò di essere egli notaio e stipendiato dei soppressi, questo faceva in loro nome e l’arcivescovo per giustizia non poteva impedirlo. Crebbero le altercazioni in modo che le repliche divennero quasi rischiose.

Il cardinale, di ciò informato non la passò sotto silenzio.  Il Conti d’altro canto, avendo avuto notizia che le squadre armate dell’uno e dell’altro tribunale di Bologna venivano a Castel S. Pietro, per il timore fuggì nel convento dei cappuccini con Pietro Gattia, a questi tennero dietro quasi tutti i soppressi in numero di 30.

Intanto l’arciprete di S. Martino ritornato da Bologna, vedendo i soppressi rifugiati in chiesa per le minacce fatte, notificò loro da parte del Cardinale che, sebbene fossero in luogo immune, quando li avesse voluti, li avrebbe avuti anche se fossero stati dentro il Tabernacolo, perché lui comandava anche nelle chiese e nei monasteri. Perciò potevano tutti ritornare alle loro abitazioni e famiglie che esso li garantiva dalle supposte e temute molestie.    

I rifugiati, non fidandosi di simili parole, vollero in iscritto la garanzia a nome del cardinale. Egli la fece e ne rogò l’atto il notaio Giovanni Bertuzzi con parola regia. Ciò ottenuto i rifugiati, preso un poco di respiro, aggiunsero che volevano farne inteso di tutto il Card. Albani e che intanto supplicavano il Card. Arcivescovo di ascoltarli, che avrebbero umilmente presentato le loro istanze.

 Non ostante che il calmiere del grano fosse a 11 scudi la corba, a causa delle grandi piogge passate, si temeva una scarsa raccolta quindi il prezzo passò a scudi 14, 15 la corba. Il legato temendo che i grani potessero andare in Toscana, fece sigillare tutti i magazzini di grano di Castel S. Pietro. Poi il 17 agosto mandò fuori il Notaio della Grascia Bernardo Monti ad aprire i magazzini.  Come pena ai contrabbandieri d’avere alterato il prezzo del grano fino a 17 scudi la corba, ne volle 40 carri per uso della città, poi fece vendere all’incanto una quantità considerevole di formentone al prezzo che gli piacque.

Fu un miracolo che non si sentisse di ammazzamenti tra gli sbirri e i contrabbandieri. Poi il 26 luglio fu pubblicato un bando del Card. Legato in cui si ordinava che sia i grani che i marzatelli, di qualunque persona anche del contado, fossero introdotti nella città, stante la presente penuria.

Per tale bando si sentì gran mormorio nella popolazione. Tale bando ordinò pure che tutti i contadini dovessero immediatamente battere perché si voleva terminare la introduzione delle granelle entro il 15 agosto.

Poiché poi si prevedeva vi fossero grani nascosti nel contado fu concesso alle sbirraglie ed ai soldati di fare ricerche e requisizioni nel territorio. La miseria era tanto grande che il vescovato ordinò a tutti i consoli dei castelli di fare una questua di grano e di danaro per i mendicanti e per il riscatto dei cristiani schiavi del turco.

I soppressi, più abili dell’arcivescovo, informarono subito il loro protettore Card. Albani e avvisarono il loro legale in Roma Gio. Battista Pasanisi affinché prendesse egli le misure opportune e gli spedirono la scrittura iniziata con l’arciprete di S. Martino.

Il legale appena venne il momento opportuno si presentò con scrittura legale al Cardinale de Rossi prefetto della Congregazione del Concilio e lo indusse a scrivere al card. arcivescovo, come fece, a nome della Congregazione chiedendo nuovamente di dar conto delle cause e ragioni della soppressione, perché i soppressi volevano difendersi dalle calunnie e dalla oppressione fatta dall’arcivescovo.

Il Cardinale de Rossi fu alquanto restìo a condiscendere a così ardita petizione ma dovette seguire la procedura della giustizia, però lo fece con tutta la lentezza possibile per dar campo all’arcivescovo di premunirsi. Comunque per lettera urgente fu avvisato di cercare e preparare le carte, come di fatti fece.

 Scrisse all’arciprete che le informazioni che gli erano state date non erano sufficienti e che potevano essere impugnate. Per questo impose a me erede Cavazza di fare uno spoglio di tutte le infrazioni dei confratelli della compagnia passate e presenti e della loro mala amministrazione, i litigi fatti, le inquietudini sia particolari che generali del paese con corredo di documenti ed in fine autenticando il tutto col segno pubblico di notaio.

Siccome poi gli sbirri e la squadra armata del Card. Arcivescovo, essendo pendenti queste questioni, si trattenevano qui, cominciarono ad andare alla campagna del nostro territorio a questuare frumento e grano, cosa che non era più praticata da tempo.

I contadini male la sentivano, onde ricorsero alla Comunità. Questa sentendo le giuste lagnanze si rivolse al nuovo arciprete che, come vicario foraneo, impedisse una tale birbanteria. Egli scrisse all’arcivescovo, ma con tale freddezza, per non inimicarsi, che poco fu curata la istanza e solo al termine di luglio gli sbirri cessarono, dopo avere già fatto il loro interesse. 

I soppressi avevano ottenuto, come si disse, la parola del cardinale Prefetto della Congregazione del Concilio per l’imposizione all’arcivescovo di rendere ragione del suo operato. Fu anche a loro spedita la lettera della Istruzione. Rocco Andrini ed il notaio Conti, avuta in mano la lettera originale, subito il 13 agosto andarono di volo dal cardinale e si presentarono facendogli nota la lettera del Cardinale Prefetto.

Li ricevette, con aria di principe, aggiungendo che la udienza gli veniva concessa in grazia dell’amicizia fra lui ed il Prefetto.  Aggiunse poi che esponessero quello che volevano, egli si sarebbe prestato a farlo purché non si trattasse dei due punti primari della soppressione e della utilizzazione dei beni. Era pronto piuttosto perdere la porpora, che recedere da quello che aveva deciso.

Non seppero che aggiungere i due ambasciatori, se non che avrebbero comunicato il tutto al resto dei soppressi e ne avrebbero dato sollecitamente precisa risposta, sempre che esso Cardinale avesse accordato di fare la convocazione di tutti i confratelli.  Acconsentì per assicurarli da un procedimento di ammutinamento.

Il 20 morì a Castel S. Pietro, in casa di Bartolomeo Giorgi presso il palazzo del sen. Malvezzi, il Padre Gioachino Calano, ex gesuita spagnolo di nazione messicana, di anni 80 della città di Angelino, rettore e capo degli ospiti in quella casa.  Fu ordinato un solenne funerale dal Padre Giuseppe Silva a tutte sue spese.

Così la sera di questo giorno con 200 lumi, fu trasportato il cadavere alla parrocchiale accompagnato dalle tre fraterie e la compagnia del SS.mo, esclusa quella del Rosario a causa della predicazione dell’arciprete, e vi andarono solo otto cappati della prima, non ostante che l’invito fosse per tutto il corporale. Tale ordine era venuto dal vescovato di Bologna procurato dall’arciprete Calistri.

L’accompagnamento riuscì pomposo e la estensione dell’apparato funebre cominciava dalla porta maggiore del Castello e si estese fino alla porta della chiesa arcipretale. Tutti i gesuiti avevano il lume in mano come lo avevano tutti gli altri regolari. Lo splendore era tale che pareva bruciasse il castello. La mattina seguente che fu il 21 agosto si fecero le esequie con una gran pompa come se fosse stato qualche prelato. La chiesa fu tutta apparata a lutto, assistettero alle esequie i gesuiti sempre con lume acceso in mano fino alla fine della funzione fatta con un gran numero di messe.

Saputosi dell’arcivescovo che i soppressi operavano di nascosto, fece sapere ai due deputati Andrini e Conti che dessero subito la risposta promessa. Ubbidirono prontamente e fu che i soppressi volevano la reintegrazione di tutto.

Allora il vescovato spedì i suoi sbirri a Castel S. Pietro col pretesto di vedere se si osservava il bando sopra l’osservanza delle feste, tanto più che si doveva fare il giorno 24, festa di S. Bartolomeo, la consueta fiera a Castello. Cominciata la fiera, quando si giunse all’ora dei divini offici furono fermati tutti i mercanti e scompigliato il tutto dalla squadra armata. Sembrò il paese messo a sacco, si videro tutti fuggire, chi qua chi là, paesani frammischiarsi ai forestieri, chi correva nelle case, chi nelle chiese e dove si potesse.

Il card. Arcivescovo poi non volendo stare con le mani in mano, finalmente il 25 agosto fece la sua risposta all’E.mo Prefetto de Rossi, e la corredò di una lista di ragioni da me preparata e autenticata col segno pubblico di Notaio.

 Avvenendo queste cose e mancando danaro ai soppressi per proseguire la lite intrapresa, questi sparsero la voce che quanto prima si sarebbe vista la chiesa di S. Caterina aperta, officiare come prima e gli aderenti dell’arciprete carcerati e sottoposti al rimborso di ogni danno, spese ed interessi.  Per ciò occorreva danaro per supplire alle enormi spese correnti a Roma per i tre legali Lippi, Pasanisi e Zucchini, famosi avvocati.

Furono perciò convinti gli ex confratelli e le loro famiglie, anche le più miserabili, a privarsi dei loro ornamenti in oro ed argento, anche perché venivano loro data la speranza di essere reintegrati quando la compagnia riavesse i suoi beni con l’indennizzo dei danni e il rimborso delle spese che a loro doveva l’arciprete, il Cap. Graffi ed altri coinvolti in questa causa.

Accrebbe la loro speranza e la donazione di danaro e il vedere che il primo settembre partirono per Bologna l’arciprete ed il Graffi chiamati dal vescovo. Il motivo fu che l’arcivescovo e il vicario generale volle altre informazioni. Vedendo però che la permanenza a Bologna dei due soggetti oltre passava il consueto, si accrebbe la voce, che quelli erano confinati in città fino a nuovo ordine da Roma. In questo stato di cose accrebbero le ostilità all’arciprete.

 Perciò quando gli Agostiniani il primo settembre fecero la processione della B. V. della Cintura per il Castello e Borgo che si faceva senza l’intervento del clero secolare, si volle farla con maggiore e più solenne pompa del passato.  Furono per ciò invitate le altre due fraterie di S. Francesco e Cappuccini, la Compagnia del SS.mo SS.to e alquanti cappati della Compagnia del Suffragio eretta nella chiesa di S. Bartolomeo e si fece una processione più pomposa del solito.

L’arciprete, che soffrì amaramente questa cosa, promosse avanti l’arcivescovo una calorosa istanza. Lo ascoltò il Cardinale al segno di scrivere a questi capi Religioni che nell’avvenire si astenessero da simili novità e quindi crebbero le amarezze in paese.

I soppressi volevano far valere sempre più le loro lamentele e fare pesare le soperchierie del nuovo arciprete.  Il 5 settembre fecero girare per il Castello un attestato nel quale si dichiarava che nella chiesa di S. Caterina si era sempre officiato con funzioni  edificanti e decorose, che i soppressi non avevano mai dato alcun scandalo, che essi facevano elemosine ai poveri del paese ed esercitavano quegli offici di pietà che mai l’arciprete aveva usate con alcuno, né in pubblico né in privato, e che troppo era necessaria la riviviscenza della compagnia per il  bene della popolazione sia  nel spirituale che nel temporale.

 Venute a conoscenza le tre Religioni paesane che l’arciprete nuovo faceva ricerche per colpire i loro capi e limitare le loro funzioni, fecero fra di loro una lega per andare sempre assieme ed uniti nelle processioni e che in avvenire nessuna Religione sottoscrivesse materiali od attestati senza la comune intelligenza e consenso, dovendo sempre esserci prima la firma degli agostiniani.

In prova di ciò il 14 settembre, che fu la festa consueta di S. Nicola da Tolentino, si fece solenne processione degli agostiniani, essendo priore del convento il Padre Giuseppe Dalla Valle di Castel S. Pietro, alla quale intervennero le due fraterie, la compagnia del SS.mo e i cappati del Suffragio, non ostante il divieto su esposto e l’arciprete dovette suo malgrado vedere amplificarsi le funzioni che esso cercava di diminuire.

Dopo queste cose si sentirono nuove satire e si videro cartelli denigratori sparsi per il Castello e il Borgo. L’arciprete poi, per dissimulare l’odio concepito contro i frati, correndo, il 20 settembre, la festa anniversaria trasferita dagli Uniti Devoti a S. Luigi Gonzaga, ordinò che il si facesse con maggior lustro e incaricò per il panegirico il Padre Lettore Cristiano Cristiani agostiniano presente temporaneamente in questo convento di S. Bartolomeo. Questi dopo pochi anni ebbe la dignità di prelato nella corte pontificia.

Il 21, facendosi la festa di S. Maria Maddalena de Pazzi dalle donne unite nella parrocchiale, fece il panegirico il Padre Giovan Maria da Bologna M. O. ospitato in questo convento di S. Francesco, poeta singolare, che si scoperse poi autore di satire.

 Il 26 settembre la fama di Don Antonio Rubbi, parroco e prevosto di Sorisola nella Lombardia transpadana, di essere uomo miracoloso, portò a quel luogo il nostro Consolo Giovan Alessandro Calanchi per essere liberato dagli insulti della epilessia, ottenne la grazia e fu liberato.

La mura del castello, all’orto dei padri di S. Francesco, era diroccata. La comunità la fece rimettere a posto con la spesa di 25 scudi.

Il raccolto dalla canapa era andato male al punto che si vendeva il gargiolo a sette soldi la libbra. Questo fu il motivo che molte botteghe furono chiuse nella città e nel contado. Non solo fu scarsa la raccolta nella canapa, ma anche negli altri generi, così che al principio di ottobre il grano si vendeva a 30 paoli la corba, il formentone 20, il miglio 20, la fava 21, gli altri marzadelli 18 e l’uva 70 scudi la castellata nel contado, nella città andò fino a 100.

Stante la penuria di viveri e la mancanza della canapa, ci furono molti disoccupati. Il V. Legato Ignazio Boncompagni pensò di impiegarli, quindi mise fuori un proclama per cui chi voleva andare al taglio benedettino, purché avesse vanghe e badili, sarebbe stato subito impiegato.

Il sempre ricordevole Barnaba Trocchi, uomo sagace e industrioso, era amante di scoperte oltre la professione che aveva di macchinista. Era semplice e chiaro nelle sue invenzioni e abile nella loro esecuzione. Dopo che si era fabbricato una decente casa nella via di Saragozza di sopra, si fabbricò anche un mulino da olio. Gli mancavano però le macine.  Scoprì nella vicina collina, sotto il Castelletto in luogo detto la Ghisiola o la Chiesola, una durissima vena di sasso adatto a fabbricare macine e moli. Ottenuta la licenza dal proprietario del fondo ne cavò due macine bellissime per grandezza e qualità, che si fece portare a Castello su un attrezzo di sua invenzione. A questo soggetto siamo anche in obbligo di questa trovata. Le ruote si conservano nel suo molino o pistrino da olio presso casa sua in questo Castello.

Aveva la Comunità determinato di andare ad ascoltare le prediche tanto di Quaresima che di Avvento e sedere nel proprio banco a fianco dell’arciprete. Il 14 novembre accadde che il notaio Nicolò Bernardi, già priore dei soppressi, avendo la propria banca in vicinanza del banco della Comunità, pretese che non si dovesse muovere dal suo posto. Si ricorse per ciò al Vicario Generale di Bologna per avere il suo parere. Rispose che si osservasse il solito.

Il 25 novembre, giorno dedicato alla gloria di S. Caterina V. e M. la chiesa dei soppressi che, fino a questo punto era stata chiusa, fu aperta per ordine dell’arcivescovo e si fece la festa con la celebrazione di sei messe, ma l’oratorio stette chiuso.

Da molti mesi la corrente del Sillaro minacciava la via romana. Dopo le due visite del Senatore Marsigli col perito Agostino Ciotti, si cominciò l’intervento con costruendo tre pennelli verso ponente a fronte del macero e della via romana. Fu incaricato il Cap. Lorenzo Graffi e la spesa ammontò a 2.000 scudi.

Il Padre M.O. Francesco del fu Giuseppe Canetti di Castel S. Pietro era stato promosso al provincialato della Lombardia ma rifiutò solennemente tale carica.

 La Comunità, aveva deciso di andare alle prediche nei banchi posizionati a fianco dell’arciprete e vi doveva sedere la prossima domenica di Avvento. I soppressi malsofferenti dell’onore mostrato all’arciprete ed anche per disturbare il suo governo e la quiete, si unirono sopra la questione dello spostamento dei banchi. Quindi il dott. Sincero Gordini, suo fratello Antonio Gordini, Nicola Bernardi e Bartolomeo Giorgi, che avevano i banchi nella zona ove si dovevano mettere i sedili per la Comunità, fecero fare da Roma inibizione all’arciprete e al sagrestano Don Francesco Trocchi, a rimuovere dal loro sito i loro banchi. La inibizione fu spedita da Roma per gli atti Giacobucci.

Non fu però rispettato questo divieto e l’arciprete proseguì a fare lo spostamento di tutti i banchi per comodità delle predicazioni. Si agitò la causa e fu vinta dall’arciprete per due ragioni, perché non si ledevano diritti e perché i banchi non erano fissi ma mobili.  Quindi il parroco poteva adattare i banchi al comodo della chiesa, come si legge nella sentenza sul dubbio Bononiensis Scamnor. E così il 29 novembre la Comunità andò al suo posto.

Nello stesso giorno si fece la rassegna della truppa locale di Castel S. Pietro dal nuovo colonnello Toniolo Savioli, lo servì l’aiutante Giuseppe Marchesini.   Abitarono in casa del Senatore Conte Federico Calderini. Questa rassegna fu fatta per organizzare la truppa di Castel S. Pietro, la quale era tutta sconvolta per la rinuncia fatta dal capitano Lorenzo Graffi e dal tenente Giovan Francesco Andrini perché si era messo nei primi ufficiali Fedele Gattia, calzolaio, invece di altri soggetti più meritevoli.

Il primo dicembre, per spaventare le persone semplici, fu inventato che di notte si sentivano voci presso la chiesa ed oratorio di S. Caterina.  Fra le molte persone troppo credulone, vi fu una certa Francesca Sarti detta volgarmente la Cagadina, ottima cristiana e donna pia, abitante a poca distanza da quella chiesa. Sentì ella, a notte avanzata, uno strepito di catene e poi susseguenti singhiozzi, poi voci lamentosamente gridare: misericordia vindica sanguine nostrum, vindica, vindica. Sbigottita e con una palpitazione al petto non riuscì chiamare aiuto, solo bussò nella vicina parete.  Fu udita dagli inquilini vicini che cominciarono anch’essi a impaurirsi e a farsi coraggio l’un l’altro.

 Durò poco la scena ma la mattina seguente, alzatasi di buon’ora, la signora si portò dal vicario del S. Ufficio locale Padre Giuseppe Dalla Valle, priore degli agostiniani, che le fece coraggio e le fece fare la deposizione giurata del fatto. Fu subito spedita al tribunale di Bologna ed una copia fu data ai soppressi che la spedirono a Roma. Si riconobbe poi questo fatto come una spiritosa invenzione del vicino Nicola Bertuzzi detto Nicolone Reale. Quindi si argomentò essere questo una delle solite agitazioni contro l’arciprete.

Il 6 il Lettore Padre Agostino Fornaciari, frate di questo convento di S. Bartolomeo e predicatore dell’Avvento, pubblicò dal pulpito una indulgenza plenaria di sette anni concessa dal regnante pontefice a chi tutti i sabati del corrente Avvento cantava le laudi di M. V. nelle parrocchiali per i torbidi in cui si trovava la S. Chiesa.

li 12 dicembre la suddetta Francesca Sarti fu chiamata legalmente al S. Ufficio di Bologna per il formale processo di ciò che le era accaduto.

Il 16 fu estratto per il prossimo anno 1773 come Podestà di Castel S. Pietro il consultore pubblico Avvocato Lorenzo Casanova. Il 22 fu estratto Consolo per il prossimo primo semestre Ercole Cavazza scrittore delle presenti memorie.

Perché la corrente del Sillaro minacciava fortemente la via romana dalla parte di ponente e non si erano potuti terminare i lavori prescritti dal perito Ciotti per la stagione avanzata con piogge e fiumane, fu necessario lavorare anche i giorni festivi di precetto. A questo scopo il Vicario Generale del Vescovato concesse licenza al Capitano Lorenzo Graffi, sopraintendente ai lavori, di poter far lavorare le persone anche nei giorni festivi, per l’urgente bisogno e così terminò l’anno 1772.

 1773 – 1775. Problema spostamento buca postale. Arresto dei Lugatti per molestie al curato di S. Martino del Medesano. Approvazione papale alla soppressione di S. Caterina. Presentazione ufficiale del decreto di soppressione dell’ordine ai gesuiti a Castello. Loro nomi ed elenco. Richiesta di ripristino legati Morelli. Sistemazione Ospitale dei pellegrini in Borgo. Decisione spostamento mercato bovini dal Borgo. Fare la processione del Corpus Domini nei vari quartieri. Interventi per il loro restauro ed abbellimento. Lavori al campanile della parrocchiale. Questione dell’appalto del pan bianco.

Il primo gennaio 1773 fu convocato il Consiglio da Ser Ercole Cavazza, Consolo estratto per questo semestre.  Fu reso noto che Angiolo Tomba detto Fischino aveva rinunciato alla carica di scrivano di questa Comunità, si volle indire il concorso si decise per tanto la affissione dell’avviso. Fu anche messo in discussione la richiesta del senatore Malvasia che voleva essere esentato dalla manutenzione della via della Collina. Si doveva decidere però se la Comunità volesse succedergli o abbandonasse la strada. Su ciò niente si risolse per mancanza del numero legale in Consiglio.

Fu altresì presa in esame la lettera di richiesta di Pier Paolo Nanni, appaltatore della posta d’Imola e di Carlo dal Pozzo, mastro di posta della stessa città. Questi, che avevano in gestione questo nostro ufficio di posta alla Corona, volevano spostarlo all’osteria del Portone, ove altre volte era stato e ciò a richiesta dei Corrieri.

 Francesco Conti con suo suocero Giovanni Bertuzzi, Ottavio Dall’Oppio, Agostino Ronchi e Giovanni Calanchi, impugnarono tale permesso dicendo che ciò non spettava alla Comunità, non ostante che essa paghi 23 scudi all’incaricato Matteo Farnè e più 3 scudi di regalia al portalettere oltre il quattrino per ogni plico, che si dà al portatore di lettere a casa.

Il Consolo Cavazza insistette volendo darne parte all’Assonteria di Governo per averne un parere per evitare confusione, anche perché i suddetti Nanni e Dal Pozzo volevano che tale spostamento fosse fatto e sistemata ogni cosa all’osteria del Portone per il primo corso di posta 1773. Ciò non ostante il Conti e gli altri insistettero. il Cavazza però non poteva operare in nome della Comunità perciò, a tutela del proprio officio e come Consolo, ne diede avviso al Senatore Marchese Prospero Marsigli, deputato a questa Comunità.

Lunedì 4 furono affissi gli avvisi per il concorso degli scrivani.

L’anno scorso il Cap. Lorenzo Graffi aveva rinunciato al capitanato di questa truppa pedestre di Castel S. Pietro a motivo che il Colonnello Toniolo Salvioli, senza parere del capitano, aveva fatto passare dal sergentato all’alfierato Fedele Gattia di professione calzolaio, decisione che molto spiaceva al resto dell’ufficialità. Anche il tenente Giovan Francesco Andrini aveva rinunciato al tenentato della Compagnia. Così oggi 8 gennaio, per impegno del Conte Camillo Malvezzi, con Senato Consulto è stato creato capitano di questa truppa Pier Andrea Giorgi, mio cognato e nipote del Capitano Graffi e del Capitano Francesco Vanti, predecessore del Graffi.

 Il dimesso capitano Lorenzo Graffi mandò la mattina di domenica 10 a riverire, con il suo paggio e i due tamburini, il nuovo capitano a casa.  Gli mandò il bastone o sia il segno di comando e in più il suo bello spuntone tutto dorato, che fu quello che usò nel passaggio della Regina Carolina di Austria moglie del Re di Napoli. Tale atto fu gradito molto e piacque nel paese e ne seguì un particolare applauso dopo il saluto dei tamburi alla casa Giorgi in Borgo.

La notte del 9 d. la notte venendo a 10, giorno di domenica, morì a Bologna il Sindaco del Senato Francesco Delli Pistorini, con dispiacere delle comunità del contado per essere stato uomo capace di ragione e amante della pace. Spiacque anche alla Comunità di Castel S. Pietro per essere cognato del Sig. Giuseppe Dalla Valle, nostro comunista.

In questo quadrimestre entrò nel Collegio di Porta Ravegnana per godere della cittadinanza il Dott. Annibale Bortolucci rimpatriato in questo Castello.

Il 7 gennaio fu convocato il Consiglio al quale, riunito in numero sufficiente, fu esposto essere stato eletto per il corrente anno per Senatore presidente a questi affari comunitativi il Sen. Marchese Prospero Marsigli Rossi Lombardi.  Poi siccome Angiolo Tomba aveva rinunciato alla carica di scrivano il Consolo Ercole Cavazza propose per tale incarico Teodoro Vecchi. Poi furono letti i memoriali per la concessione della esattoria del Libro Camerale di Castel S. Pietro che annualmente frutta scudi 300 d’emolumento.  Nei richiedenti c’era Domenico Giordani chirurgo condotto di questo luogo, il quale offriva alla comunità 100 scudi entro un anno, con la garanzia di Antonio Inviti, se gli si concedeva tale Libro. Giovanni Giorgi mediante Ottavio Dall’Oppio, uno dei consiglieri, offrì fino a scudi 130. Quindi essendo aumentate le offerte fu deciso che le dessero in iscritto per intanto riflettere, perché tali danari andavano una volta a beneficio del Consolo pro tempore.

Poiché nelle liti per il mercato e per le Arti erano state fatte spese gravose, per le quali Lorenzo Conti, Domenico Ronchi, Lorenzo Graffi, Giovanni Calanchi ed Ercole Cavazza avevano preso a frutto la somma di 500 scudi, così, per estinguere questo debito, fu pensato bene di usare il profitto del Libro. Ciò fu da tutti approvato.

Francesco Conti con Ottavio Dall’Oppio, Agostino Ronchi e Giovanni Calanchi avevano in idea di cacciare Don Alessio Camaggi, maestro di questa pubblica scuola, perché si era difeso dalla calunnia di essere l’autore delle satire fatte dai sostenitori dei soppressi di S. Caterina, incolpando invece Francesco Conti. Poiché non poteva questo essere un motivo per levargli l’incarico di maestro, si opposero il Consolo Ercole Cavazza, Graffi, Vachi e Bolis sostenendo intanto che questa questione non si poteva nemmeno porre a partito oggi, per essere cominciato l’anno. Infatti lo statuto comunitativo dispone che il licenziamento degli stipendiati pubblici deve essere deciso due mesi prima della fine dell’anno e ciò sarebbe spettato al console precedente, quindi c’era stata una tacita proroga.

Il Conti contestò fortemente, ma fu deciso che l’ultima domenica di ottobre si dessero le conferme alle esclusioni e che fosse ciò scritto nei verbali.  Inoltre si decise di fare la votazione con qualunque numero di presenti. Questo è irregolare e nullo, ciò non ostante fu fatto per ovviare ai clamori del Conti. Io però come Consolo ne informai il Senatore Marsigli.

 Il 22 gennaio fu spedita la patente a me Ercole Cavazza per vice governatore di Casalfiumanese e sue comunità dal Card. Antonio Branciforte Legato di Bologna.

Il 28 gennaio fu fatta la Congregazione dell’Ospitale dei Poveri di questo Castello ove, essendo priore il sig. Giuseppe dalle Vacche, fu esposto esservi molti dei congregati che avevano ricusato e ricusavano le elemosine mensili di 5 soldi all’Ospitale. I ricusanti erano per la maggior parte dipendenti dei soppressi e soppressi stessi.  l’Ospitale ora si trovava in buona condizione, anche per le risorse giunte dai beni della compagnia. Tuttavia, anche per ovviare a disturbi intestini che avrebbero potuto promuovere gli stessi soppressi per l’amministrazione di tali beni e perché i ricusanti erano tutti di animo nemico della pace, fu deciso che, spirato l’anno, chi non avessero pagato fosse perpetuamente escluso né più invitato alle assemblee.

Il 29 gennaio Ercole Cavazza con lettere patenti del Protomedicato di Bologna viene dichiarato Vicecancelliere di quel Collegio per fare formale processo a Girolamo Rossi chirurgo di Sassoleone per avere ecceduto dai limiti della sua professione.

Il primo febbraio da una squadra di sbirri furono carcerati in questo Castello i fratelli Antonio e Giacomo, figli di Giuseppe Lugatti, per ordine supremo papale. Appena carcerati furono condotti a Bologna, ove contemporaneamente fu catturato Sebastiano Lugatti, altro fratello di quelli che lì stavano a studiare, e furono portate nel Torrone tutte le carte che aveva in casa.  Il motivo fu perché questi non lasciavano vivere il curato di S. Martino del Medesano e lo disturbavano scandalosamente fino in chiesa col pisciarvi pubblicamente, metter corna sull’altare e mille altre insolenze. Il parroco vedendo di non poterli far frenare dal Vicario generale del vescovato Sante Corolupi perché loro amico, ricorse al Papa e fu perciò emesso l’ordine di carcerazione contro tutti. Vittorio che era il secondo fratello si ritirò nell’ospizio della Crocetta con lo zio D. Domenico. Il 5 febbraio fu spedito perciò un notaio a Medicina a fare la causa formale.

Il 6 giunse a Castel S. Pietro sull’Ave Maria il Card. Vitaliano Borromei Legato di Ravenna che andava a Bologna dal Vicelegato Boncompagni per lo sposalizio del Duca Grilli. Alloggiò in S. Bartolomeo ed il priore di questo convento Padre Gaetano Giacomelli impetrò la grazia per Bartolomeo Dal Fiume di potere camminare sicuro per la legazione di Ravenna, stante che era sospetto complice dell’omicidio tentato al tenente Pellegrino Alesi, detto Vajna e per occultatore di furti.

Il 7, all’ore 16, partì il Cardinale per Bologna dopo avere ascoltato la messa.

L’ 8 si pubblicò la notificazione dell’arcivescovo in cui si faceva noto al popolo come N. S. Clemente XIV dispensava dal digiuno l’ultimo giorno di carnevale, vigilia di S. Matteo.

Il 24 febbraio, giorno di S. Matteo e primo di quaresima, fu pubblicato l’indulto da uova e latticini e, perché l’anno era calamitoso, era concessa ai parroci della Diocesi la facoltà di concedere ai poveri bisognosi l’indulto della carne, qualvolta gliene facessero richiesta, procedendo con facilità e senza rigorosi esami.

Il predicatore quaresimale in questa parrocchia fu il dott. Petronio Guarini prete secolare.

Nicola Bernardi, priore dei soppressi di S. Caterina, Sebastiano Gordini, Bartolomeo Giorgi e il Dott. Simone Gordini, detestavano il parroco perché supponevano avesse promossa la loro soppressione istigato dal Cap. Lorenzo Graffi e da Ercole Cavazza.  Questi soppressi avevano ottenuto una inibizione all’arciprete a spostare i banchi per le prediche fino dall’inizio dell’Avvento scorso 1772.  Si erano poi premuniti, con la mediazione di Francesco Conti, di una nuova proibizione consecutiva al decreto ottenuto a Roma, che invitava a risolvere qua la questione. Ciò venuto ad orecchio del Graffi e del Cavazza, fecero venire per la posta da Bologna un grosso plico e sparsero la voce che fosse un decreto ed ordine che il parroco fermasse tutto. I contrari credendo il vero sospesero le loro impugnazioni e così il parroco pose il banco della Comunità, per comodità dei Comunisti, al fianco destro, ed al sinistro quello dei regolari ed ecclesiastici come più nobile per la vicinanza all’altare. Restarono quindi delusi i contrari e la Comunità ebbe salva la sua convenienza. Per tale fatto poi si accese con più calore la lite in Roma.

 Il 12 marzo essendo morta Maria Andrini vedova del fu Pietro Tomba consorella di S. Caterina, i soppressi uniti in numero di 12 con Antonio e Francesco, fratello e figlio, Bartolomeo Giorgi, Giocondo Oppi, Antonio Dalmonte, Marco Mazzanti, Mariano Ponti, Giuseppe Ponti, Pietro e Giuseppe, padre e figlio, Gattia, Giacomo e Floro, padre e figlio, Tomba andarono col cappellano alla casa della morta.  La portarono dal Borgo, dalla tintoria Vachi, senza cappa però con lumi accesi dandosi il cambio fra loro a S. Francesco, ove fu sepolta. Il cappellano era Don Lodovico Dall’Oppio che serviva la chiesa arcipretale non ostante fosse fratello e cappellano di S. Caterina. Tale fatto produsse molto stupore benché eseguito dopo l’ora di notte e di soppiatto.

In questo tempo furono affissi avvisi nei luoghi pubblici per i contadini poveri che potevano prender formentone dal Pubblico di Bologna al prezzo di 24 paoli, con garanzia dei padroni abitanti nel territorio o, pagandolo in contanti, a 23 paoli.

Pure a Bologna si faceva pane di assegnazione pubblica e questi bottegai di Castel S. Pietro ne andavano a prendere birocciate e qua lo portavano, come pure il formentone, senza dazio, gabella, pedaggio al ponte e senza pagare nemmeno alla porta della città.

A questa pubblica cura presiedeva in persona indefessamente il Sen. Conte Giuseppe Malvasia, pur essendo un giovinetto di poco meno di 26 anni, e si meritò gran lode ed amore dal popolo di Bologna e del contado.

 Il 21 furono pubblicati bandi per ordine del Legato e degli Assunti di Sanità sopra gli abiti ed altre robe che fossero state usate dai malati di tisi. Questo perché questo male si era fatto molto frequente nel contado.   Col bando si ordinava e imponeva, sotto pena di carcere, ai consoli, ai massari ed altre persone incaricate del contado di andare, in accordo con i chirurghi, a denunciare all’Ufficio di Sanità i morti di tale male e le case delle loro abitazioni.

Il 22 il grano si vendeva 34 paoli la corba, il pane bianco era di 17 once ed il nero di 25. Perché il pane commerciabile di Castel S. Pietro è cattivo e brutto, così Rocco Andrini, commerciante, ne mandò a prendere a Bologna dei birocci di 500 pagnotte l’uno ai forni di pubblici e venne portato qua da Bologna senza dazio e gabella.  Lui, d’accordo col pubblico, vi guadagna il cinque per cento nella vendita. Il pane è bello e buono e si vende nel Borgo alla casa dei Villa, ora della Compagnia della Morte di Bologna.

Il 2 aprile arriva la notizia come sua Santità ha risposto alla supplica dell’E.mo Arcivescovo per l’approvazione della soppressione della compagnia di S. Caterina e della incamerazione dei suoi beni.  La risposta approva in tutto e per tutto il decreto della visita pastorale dell’arcivescovo riguardante all’accennata soppressione e avocazione dei beni. Intanto l’arcivescovo ha ordinato di spendere il contante ricavato dalle vendite dei beni della soppressa compagnia in beneficio degli Ospitali della parrocchia e dei forestieri.

 Il 10 aprile, Sabato Santo, aveva fin qui il paese goduto ab immemorabilis del diritto di potere qualunque scortichino (spellatore) macellare agnelli per il Castello e venderne a tutti senza pagamento di dazio. Domenico Bellisi, genero di Mariano Manaresi detto Carozzino, oste del Portone, avendo questo il dazio retaglio di Castel S. Pietro pretendeva riscuotere due soldi per ogni agnello dagli scortichini. Il notaio Francesco Conti, uno dei comunisti, li aveva assicurati che potevano macellare liberamente senza pagare.  Però poiché il bando del 12 aprile 1759 dell’E.mo Serbelloni non parlava del contado per il dazio su gli agnelli, così gli sbirri arrestarono Giuseppe Andrini, uno dei macellatori. Fu gran bisbiglio e rumore nel Castello, fu fatto ricorso alla Comunità e, tenutosi Consiglio, si risolvette di esaminare il bando e poi intervenire per mantenere l’esenzione di tale dazio.

Il 13 giunse avviso come il Papa aveva scritto all’arcivescovo che quanto egli aveva fatto nella visita pastorale circa la soppressione di S. Caterina e il sequestro dei beni, tutto era stato fatto bene, che quindi procedesse nell’esecuzione del decreto e la distribuzione delle rendite e delle cariche degli amministratori.

In seguito di ciò l’arciprete, dietro richiesta del cap. Lorenzo Graffi, propose che la cappella dei soppressi nell’arcipretale fosse usata come sagrestia, che l’ornato profilato d’oro, già esistente nella chiesa di S. Caterina, sia collocato nella arcipretale in un capellone alla sinistra, ponendovi il bel quadro che alcuni vogliono di Prospero Fontana, che si accomodi l’Ospitale per i viandanti del Borgo, che si facciano le tende e le coperte ai letti dell’Ospitale della parrocchia.

Nello stesso giorno, essendosi convocato il consiglio, dopo avere accompagnato il predicatore quaresimale alla questua, fu riproposto l’affare degli scortichini per cui era stato carcerato Giuseppe Andrini. Fu discusso l’interesse locale, precipitato per causa di Francesco Conti che, senza dirlo alla Comunità, aveva animati gli scortichini ad ammazzare agnelli dicendo che li avrebbe difesi lui. Fu deciso che gli scortichini facessero essi la lite e che la Comunità gli avrebbe dato una mano.

All’uscita dalla residenza vi erano 22 scortichini in tumulto con le famiglie che furono quietati dicendo loro che si sarebbe cercato di fare il ben comune. Il 18 fu scarcerato l’Andrini.

Il 21 furono scarcerati i fratelli Lugatti, avendo pagato in Curia 60 scudi per le loro colpe, oltre le spese del cibo. Di altre colpe erano stati denunciati l’anno scorso e furono di ladronerie, d’armi proibite, incesti, prepotenze ed erano stati condannati alla galera, ma l’intercessione della Marchesa Cospi, moglie del Conte Ercole Orsi, favorita del Card. Legato Branciforti Colonna, gli aveva procurato la assoluzione. Per questo le regalarono due bellissime cavalle di razza ed un bellissimo orologio, in tutto del valore di duecento zecchini.  Però il Marchese Filippo Ercolani e il curato Lorenzo Antonio Corticelli di S. Martino del Medesano ciò mal soffrendo fecero nuovi ricorsi per l’uscita dal carcere a loro insaputa e senza cauzione.

L’esenzione del retaglio per gli agnelli come sopra si è estinta per che né il Conti volle soccombere, né i querelati e neppure la Comunità.

Il 10 maggio le suore terziarie di S. Domenico di Bologna presero possesso di tutte le case della Compagnia del SS.mo di questo Castello per essere creditrici di certi debiti non pagati, come agli Atti di Gaspare Sarchetti nel vescovato.

Il formentone vale 26 paoli la corba ed il grano 34 perché le piogge sono state continue ed hanno ridotti i seminati di grano in molta erba e si prevedono, Dio ci guardi, altre calamità.

Il 16 arrivò dall’arcivescovo all’arciprete e Cap. Graffi l’ordine di andare, dopo le rogazioni a Bologna a ricevere le sue determinazioni riguardanti la soppressa compagnia di S. Caterina, stante che il Papa per suo Breve in data 8 maggio 1773, ha approvato l’operato dell’arcivescovo

Il 17 maggio fu affissa la Notificazione che era stato deputato il nostro V. Podestà a ricevere la denuncia delle bestie disputate in questo mercato, che prima si riceveva nella cancelleria del Legato.

I frumenti patirono molto e si trovarono nelle pagnotte piccoli vermi, come pulci, che le mangiavano.

Il 20 il Card. Arcivescovo chiamò a Bologna l’arciprete Calistri e il Capitano Graffi per ultimare l’affare di S. Caterina. Partirono il 21. Ritornati a casa il 23, l’arciprete chiamò Rocco Andrini, Nicola Bernardi e Pietro Gattia ordinando loro che andassero a Bologna.

Rifiutarono tutti, eccetto l’Andrini, dicendo che non potevano servire il Cardinale, ma se li voleva gli facesse il processo. l’Andrini invece vi andò e gli fu letto il Breve. Con una nuova ordinanza gli altri furono convocati a Bologna a sentire le determinazioni del Cardinale, che gli fece sapere che se volevano la grazia gliela domandassero, purché non andasse a ledere il Breve. Essi ciò non ostante rifiutarono tutto.

Il 2 giugno venne a Castel S. Pietro il Senatore Marchese Giovanni Luigi Marescotti, con il presidente alla nostra Comunità, sostituto del defunto Marsigli, a visitare i tre pennelli difensivi fatti nel Sillaro sul disegno del perito Agostino Ciotti, che era con loro. Visitati i tre pennelli, che costarono 400 scudi, passò a Castello accompagnato da me console e Graffi e poi fu introdotto in Comunità dove gli furono resi noti alcuni abusi. Fu richiesta la distruzione del muro dell’orto verso l’oratorio del SS.mo, ed esso la ordinò, fu richiesto il riattamento del campanile e lo riservò all’Assuntoria. Fu informato che, vertendo la lite per i banchi della Comunità, i comunisti Agostino Ronchi e Ottavio Dall’Oppio, si erano attestati contro la Comunità.

Il 5 giunse notizia che il card. Arcivescovo aveva intimata ai gesuiti italiani la dismissione dell’abito. Qualcuno col rettore aveva rifiutata l’ubbidienza all’ordine datogli a nome pontificio. Perciò la notte del 4 venendo al 5 furono introdotti i miliziotti di Marino e con la sbirraglia e gli svizzeri circondarono il collegio di S. Lucia in questo modo. Al torrazzo di Castiglione fu mandata la sbirraglia vescovile, alla porta dei carri la sbirraglia del Torrone, le truppe di Marino una parte nella piazza della chiesa e l’altra parte dalla parte del collegio di S. Luigi, gli svizzeri entro il monastero col vicario Generale, Uditore Criminale e Notaio vescovile con sostituto.  Prese le porte delle stanze dei chierici e quella del rettore, furono tutti fatti prigionieri e, in tante carrozze con soldati dentro e fuori ad armi spianate, furono condotti fuori di porta Mascarella al palazzo Casaralta sotto buona guardia. Il rettore fu condotto alle carceri, l’intervento del popolo fu grande e tumultuante, ma non seguì alcun atto pericoloso.

L’8 giugno Rocco Andrini si presentò all’arcivescovo e riferì, a nome dei soppressi, che essi non credevano al Breve e che se il Cardinale voleva la ricomposizione doveva ridare loro l’amministrazione totale dei beni e la restituzione delle cappe. Avrebbero poi accettati tutti gli obblighi che esso avesse voluto imporre. Il Cardinale congedò l’Andrini ed ordinò al Vicario generale la pubblicazione del Breve a Castel S. Pietro col Notaio.

 Il 12 giugno la chiesa arcipretale di S. Nicolò di Calcara fu conferita al Dott. Luigi Antonio Guirini, già nostro predicatore nella quaresima scorsa. Questa chiesa era prima governata da Don Francesco Stiatti da Castel S. Pietro, compatriota, che era morto il 19 maggio dopo il corso di 76 anni di vita e anni 40 di cura ecclesiastica. A questa chiesa fece molto bene, la rinnovò quasi tutta, ammodernò la canonica e l’arricchì di apparati e fu bravo oratore avendo predicato in patria con molto plauso.

Il 16 a Bologna furono chiuse le chiese dei gesuiti di S. Ignazio e di S. Lucia e fu portato il SS.mo nelle parrocchie di S. Giovanni in Monte e della SS.ma Maddalena.

 Nello stesso giorno fu ordinato al Consolo di questa Comunità di convocare il Consiglio d’ordine del Card. Arcivescovo per il giorno di domani alle 12. L’ordine fu subito eseguito e i consiglieri Vacchi, Graffi, Bertuzzi, Calanchi, Bolis, Dall’Oppio e Ronchi dalla Comunità si portarono al palazzo Malvezzi a sentire da Mons. Vicario generale le determinazioni del Sig. Card. Arcivescovo.

Il 17 d. all’ore 11 giunsero qui vari notai del vescovato ed andarono da tutti gli inquilini dei gesuiti ed alla campagna a prendere il possesso dei loro beni a nome dell’arcivescovo come delegato apostolico. Sulle 12 arrivò Mons. Vicario Generale Sante Corolugi, il Prevosto canonico Lucio Natali, Cancelliere dell’Arcivescovo, il notaio Gaspare Sachetti, l’Avvocato Rugero Rugeri, avvocato dei poveri nelle cause civili del vescovato, l’architetto Tudalini e il canonico Zanolini con molti altri ed andarono al palazzo Malvezzi. In appresso io, come Consolo, in compagnia degli altri colleghi Francesco Conti e Ottavio Dall’Oppio andammo da Monsignore riunito con l’arciprete, il curato Don Alessandro Del Bello di S. Biagio di Poggio, il curato Don Domenico Cavallari di S. Maria della Cappella, tutti di questo plebanato.

Monsignore fece un elogio a questa comunità a nome del Sig. Card. Arcivescovo e poi, fatta spiegare una larga pergamena, lesse il breve del papa sopra la soppressione di S. Caterina, ingiunse poi ai consiglieri di far sapere ai soppressi di star lontani da conventicole e frenare la lingua sotto pena di indignazione del Superiore.

Ciò fatto ringraziammo il Vicario Generale supplicandolo di interporsi presso l’E.mo di conservarci la sua alta protezione, giacché con tanta gentilezza aveva guardato questo nostro Ceto. Francesco Conti non volle venire da Mons. A causa del suo astio, così partì per la Crocetta col pretesto di andar dal cognato Lugatti e non si volle trattenere a sentire Monsignore. Così fu ordinato al cancelliere Bertucci di verbalizzare del ritiro del Conti.

 Io pertanto, come capo di Comunità, scrissi al Porporato a nome comune: E.mo Principe, all’altissima clemenza della E.mza V.ra R.ma con cui gli è piaciuto di abolire li torbidi perniciosi che aumentavansi e di cooperare al sovenimento de poveri infermi di questo nostro popularissimo paese, medesimamente la supressione della Compagnia di S. Cattarina aplicando li beni di quella al povero nostro Ospitale, per cui ne riscuoterà continui ringraziamenti e merito presso Dio e ne risulterà una tranquilla pace, non sapiamo contrassegnarla la nostra più viva riconoscenza se non con contestarle le maggiori obligazioni e le più distinte grazie. A tali luminose comprove dell’ecelso Animo di V. E. verso noi altro le è piaciuto aggiungere, che è stata quella di parteciparci il Breve pontificio a cui del pari ce ne riconosciamo in particolar modo tenuti. E sicome il dover nostro verso l’E.nza V. non restringesi tutto in questo rispettosissimo Atto, così a quello vieppiù soddisfarà la Deputazione del nostro Ceto che si daranno l’onore di umiliarsi all’E.nza V.

Quello che grandemente ci sta a cuore si è che continui l’E.nza V. coll’autorevole alto suo Patrocinio riguardare questo nostro Ceto e poveri onde avremo tutto il motivo in ogni circostanza di tempo di vieppiù assicurarla della profondissima venerazione e rispetto con cui ossequiosamente ci umiliamo al Bacio della S. Porpora.

Tanta della pubblicazione del Breve che del sequestro dei beni dei gesuiti ne fu da me spedita la relazione allo stampatore Novelista di Firenze che le stampò.

Il 19 la strada che dalla sinistra del Castello, davanti la casa Stella, va al canale, detto dei Mori, fu appianata a spese dei Conti Stella.

Questa sera è giunto uno sbirro con ordini scritti che chiamavano Francesco Conti con Ottavio Dall’Oppio, Nicola Bernardi e Pietro Gattia a Bologna dal Card. Arcivescovo.

Il 22 Francesco Conti andò dal cardinale e si prese una orrida strillata e un precetto per il carcere, in vista di ciò si gettò a terra piangendo e chiese perdono e tanto disse e pregò che fu salvato dal carcere con il comando però di non parlare più né di S. Caterina, né dell’arciprete.

 Il 23 il Consolo Ercole Cavazza, Flaminio Fabri, il capitano Lorenzo Graffi e Giovanni Calanchi, tutti comunisti, si presentarono al Cardinale e, a nome pubblico, lo ringraziarono del bene fatto ai poveri per la donazione dei beni di S. Caterina all’Ospitale degli Infermi. Furono accolti con somma gentilezza dal porporato e resi felici dell’offerta della sua protezione.

Gli stessi fecero in nome pubblico una supplica sul fatto che Giovanni Morelli aveva fatto molti legati pii e profani a favore della povertà e del paese, che dovevano essere rispettati dai gesuiti di Bologna come suoi eredi. Supplicavano per ciò il sig. Cardinale a fare nuovamente adempiere tali legati. Il sig. Cardinale accettò la supplica, asserendo di essere pronto a fare di tutto quallora dal S. Padre gli venisse ordinato l’adempimento di detti legati. Quindi li invitò a ricorrere al papa che poi essendo da esso incaricato avrebbe fatto tutto il necessario.

Il 24 fu estratto Consolo per il secondo semestre il notaio Giovanni Bertuzzi.

 Il 25 gli altri chiamati dal Cardinale cioè Bernardi, Dall’Oppio e Gattia andarono a Bologna e ne riportarono la ben dovuta strillata.

Il 29 si cominciò a sentire suonare la campana grande di S. Caterina posta nel campanile della parrocchia per uso dell’Ospitale e dei suoi defunti e l’altra piccola fu posta nel campanile di S. Caterina secondo il decreto del Cardinale.

Nello stesso giorno fu messo all’incanto il dazio del mercato, a scudi 32, e della fossa che andò, per 60 scudi e soldi 50, ai frati di S. Bartolomeo.

Il 30 fu spedito un memoriale al S. Padre da me Ercole Cavazza come Consolo, a nome del Corpo della comunità, in accordo però coi colleghi sig. Flaminio Fabri, Cap. Lorenzo Graffi, Giuseppe Dalle Vache e Gio. Antonio Bolis, postulante l’adempimento tralasciato dai Padri Gesuiti di Bologna. Adempimento che prevedeva tre messe alla settimana in questa parrocchia e la festa di S. Ignazio, S. Francesco Saverio e S. Lucia ed una commemorazione il giorno della morte del testatore Morelli ed infine la dispensa di 12 corbe grano ogni anno ai poveri del paese. Tale supplica era stata raccomandata al sig. cancelliere Natali sia per la sicurezza della presentazione al Papa, sia per averlo favorevole nel voto del sig. Cardinale.

Il sig. Cardinale replicò che non occorreva la spedizione della supplica al Papa, perché esso aveva avuto da Roma la facoltà di prendere e disporre dei beni dei gesuiti e che intanto si producessero i documenti formali. Il sig. Graffi che era per altro affare a Bologna disse che avrebbe quanto prima fatto ciò. Ottavio Dall’Oppio, già creato dal sig. Cardinale come uno degli amministratori per le robe di S. Caterina, non aveva voluto accettare la carica. Fu perciò chiamato a Bologna dove oggi fu arrestato per la disobbedienza e imprigionato non si sa per quanto tempo.

Il primo luglio vennero a Francesco Conti avvisi da Firenze nei quali c’era la relazione della soppressione di S. Caterina e la pubblicazione del Breve.  Gli venne male e fu messo a letto dove rimase tre giorni.

Il 4 si aprì la chiesa di S. Caterina e si disse la messa all’altare della B. V. da parte di Don Mauro Calistri fratello dell’arciprete e così si fece tutti i giorni di festa.

Questa notte, tra sabato e domenica, nella strada per Bologna, fra il Gallo e questo Castello in un luogo detto Marazzo, fu assalita da ignoti una carrozza di viandanti ai quali fu levato tutto il danaro. Alla Crocetta fu trovata una valigia rotta con vesti da uomo con l’emblema della croce di Malta.  questi il Marchese Branchini da Fano, gran Balio dei Cavalieri di Malta, che tornava dalla Polonia, dopo avere accompagnata a casa l’Elettrice, nella cui corte era stato ciambellano.

Il 6 luglio fu levato il quadro della disputa di S. Caterina Vergine e Martire che esisteva nella cappella unita alla parrocchiale e trasportata nel capellone grande presso il campanile. Fu accomodata la cornice dorato in legno che era quella che esisteva nella chiesa di S. Caterina. L’ornato di macigno tutto dorato, che adornava quel bel quadro ed era un lavoro antico, fu portato in casa dell’arciprete

  Siccome il campanile della parrocchia era danneggiato, così venne il sig. Giacomo Dotti, architetto del pubblico a visitarlo e riferire all’Ec.ma Assuntoria del suo stato per accomodarlo se conveniva.

 Il 18 si pubblicarono in Comunità gli Statuti nuovi stampati e fatti dal Reggimento. Lo stesso   giorno il cap. Lorenzo Graffi, come vice del sig. Conte Maria Antoniolo Savioli colonnello del terzo reggimento della truppa pedestre di Bologna, andò con l’aiutante Giuseppe Marchesini a Castel Bolognese allo scopo di rimettere in sesto quella truppa che dal 1745 non era stata riveduta. La perizia militare e la destrezza dei due soggetti nel governare gli animi di quei miliziotti fu tale che, sebbene vi fossero persone facinorose e bellicose, non successe alcun disturbo, anzi tutta la truppa volle far mostra di sé per tutto il paese. Sul posto si trovava per caso anche Mons. Antonio Bandi vescovo di Imola in visita pastorale.

Il nostro sig. Graffi era stato accompagnato da credenziali del detto colonnello che così scriveva: Conoscendo Noi esser necessario per il publico militar servizio passare una particolar rivista alla Compagnia di Castel Bolognese nè potendo noi collà portaci, ne diamo per tanto al sig. cap. Lorenzo Graffi la comissione, l’esperienza del quale è ben nota e del suo zelo militare ne ha dato esso in moltissime ocasioni evidenti riprove. Li attribuiamo per tanto tutte quelle autorità che a Noi apartengono, ordinando a qualunque officiale, sott’officiale e soldato di ubidirlo pontualmente nel modo stesso che fosse la nostra persona sotto la pena di que’ castighi ai quali sono sottoposti li trasgressori militari, in fede viene la presente da noi sottoscritta e munita del nostro segno. Maria Antoniolo Savioli, Coll. del 3° Regimento. dato in Bologna questo dì 8 lulio 1773.

Il capitano Graffi si comportò in modo tale che si conciliò l’amore universale tanto che un picchetto di soldati guidati dal caporale Majolo, uomo di gran soggezione in quel paese, lo vollero scortare fino alla porta del castello ove si congedarono tutti.

Il 2 agosto furono pubblicati due rigorosissimi bandi dell’E.mo Legato. Uno conteneva l’obbligo di fermare, a mano armata, qualunque persona che portasse fuori stato grani, marzadelli e simili col premio della metà della roba. Concedeva a Consoli, Massari ed altri ufficiali delle Comunità di poter chiamar il popolo all’armi se occorresse. L’altro ordinava di dovere dare esattamente conto di tutti i raccolti e del numero delle persone, loro patria e luogo.

Ciò è stato deciso a motivo della scarsa raccolta che si è fatta ovunque per modo che il frumento si vende fino a 32 paoli la corba. Che dio ci aiuti!

Domenica 15 agosto, festa della SS. Assunta, titolare dell’arcipretale di questo Castello, si cominciò a celebrare la messa all’altare della Compagnia dell’Ospitale fatto erigere in questa arcipretale col quadro di S. Caterina già dei soppressi.

 Il Padre Giuseppe Vechi, sacerdote agostiniano, figlio di questo convento di S. Bartolomeo, passò alla cura dell’anime della parrocchia di S. Giacomo di Castelfranco, succedendo al Padre Pier Maria Scarelli. Il Vechi fu qui un confessore, riformò la chiesa di S. Bartolomeo, ristorò il campanile, rinnovò le campane, accrebbe il fabbricato del convento, ripristinò la Compagnia del Suffragio, che era dispersa, levò molti abusi e fece molte opere buone nel tempo del suo priorato.

Il 24 agosto il nuovo capitano Pier Andrea Giorgi, mio cognato, andò a Bologna con un picchetto di 25 soldati, quasi tutti di questo Castello, per assistere alla solita festa popolare nella piazza Maggiore.

 Questo anno non si fece più la fiera a Castello e così fu del tutto sospesa. La sera vi fu un Consiglio nel quale i Padri di S. Francesco chiesero un’elemosina per il riattamento del loro campanile che fu rinnovato tutto nella cima. Giunse anche l’ordine della E.ma Assuntoria di accomodare il campanile della parrocchia che minacciava di rovinare valendosi o delle rendite comunitative o facendo una imposizione agli abitanti del Castello.  Fu accettata la prima ipotesi se vi fossero stati avanzi. Fu invece rigettata la seconda per non cominciare un aggravio sopra gli abitanti che mai vi era stato né per questo, né per qualunque altro accidente e bisogno. Il perito ed architetto pubblico Giacomo Dotti stimò la spesa in l. 249: 10.

Si pubblicò la notizia che la Religione dei Gesuiti era stata abolita dal Papa con sua Bolla in data 21 luglio 1773 e fu gran scompiglio.

Venerdì 27 agosto giunse a Castel S. Pietro, Giovan Paolo Fabri, Notaio e Cancelliere del Card. Legato e, portatosi alle case dove abitavano i gesuiti spagnoli con l’esecutore locale, esibì a ciascuno di essi il seguente ordine:

 Mandato SS. D.N.D. Papa Clementi XIV, sommi pontifices; Precigimus et mandamus omnibus R.R. P.P. gesuitis in hac domo depentibus quabenus post presentia presentationem domi seu personaliter facta, non andant discedere ab eorum solita habitatione pro esseche se ad alia regionem aut urbem, vel etiam Roma conserendi se nate quam de alia SS. D.N.D. Clementis XIV dispone fuerint notis rediti cortiones in casu autem in hobedientia sciant se in gravissimas penas inconsures. Dat. Bononie ex palatio nostra solita residentia die 26 Augusti 1773. Antonius Cardinali Columna Bonciforti Legatus et Deputat. Ap.licus. Jo Paulus Fabri Not. et Canoct. 

Le case furono quelle del fu Lorenzo Sarti in Castello, l’ospizio di S. Ignazio di Bologna, eredità Morelli in Castello, in Borgo quella dei fratelli Giuseppe e Don Giacomo Bolis e quella di Domenico Sanzechi, già casa del Vanti e dei Calanchi.

Successivamente giunse dall’arciprete l’esecutore vescovile con 4 copie di Bolla e Brevi della soppressione dei gesuiti con l’ordine della loro immediata Intimazione a ciascuna casa con la presenza sua, di testimoni e del notaio. Dopo avere ciò eseguito si doveva riferire alla Curia arcivescovile di Bologna. Era deputato giudice e delegato locale, l’arciprete, che tosto nominò per notaio me Ercole Cavazza.

Su l’ora di notte il sig. arciprete Calistri assieme a me notaio, al Dott. Don Ercole Antonio Graffi, protonotario apostolico, e Don Mauro Calistri andammo nella casa di Lorenzo Sarti posta nella via di Saragozza nella piazza di S. Francesco, ove fummo introdotti nella stanza del Rettore di quei gesuiti della Provincia di Castiglia. Furono tutti chiamati col suono di un campanello e fatto il seguente Atto:

 1773, Die 28 augusti ad essectione exeguendi prompius mandata suprema E.mi ac R.mi Archie.pi Vincentis Malvetis Bonon. ill.mus ex.mus ad modo R. D. Bartolomeus Calisti S. T. et juris canonoci doctorarchipresbit. et vicar. foraneus S. M. majoris Castri S. Petri super publicatione et solemni notificatione Bulla et Brevi SS.mi D. N. D. Clementis XIV pro abolitione omnimodo Societatis Juesu tamquam (…) ab Em.tia sua R.ma p.ta, una cum me Not. et testibus se consulit ad domus approd. olim D. Laurenti Sancti ubi degnat nonnulli Jesuitis in figura colegi de Provincia Castilie, quo pervente et interpellato R. P. Rectore scierre eodumdem, instetit convocari per eundem omnes jesuites sub eius regentia depentes per essu g.to, qui R. P. Rector auditis mandavit eiusdem R. D. deputati premisso sono campanelle cederisque solitis de mores illico, et imediati mines et singuli sacerdotes et fratres nemine excepto convocavit et adunavit in eius camera, quondam nomina

R. P. Rector Franciscus Sciera

R. P. Joseph Torri

R. P. Safgar Braigares

R. P. Egnatius Belcart

R. P. Joanes Sancristoforo

R. P. Sebastianus Mendivort

R. P. Jocundus Lozano

R. P. Joseph Minier

R. P. Joachim Menticara

R. P. Joanes Briguelles

R. P. Hieronimus Ovesto

R. P. Antonius Garzia

Omnes et singuli sacerdotes.

Frates vero

Emanuel Rodriguez

Joseph Martines

Alfonsus Garzia

Ioannes Garzia

Franciscus Arce

Michael Miner

Danieles Martinez

Quibus sacerdotobus et fratribus jesuitis sic ut supra congragati p.mis (..) deputatus jussit et imposuit mihi Not. publice persone legere et publicare eistem Bulla SS.mi D. N. Clementis XIV dat. die 21 juli (…)

Presentibus in d. Castr(…) Ill.mo Ex.mo et (…) D. Hercule Ant. qd. Caroli Antoni Graffi sacerd. S. T. Doct. ad Protonot. Ap.lico nec R. D. Mauro. D. Jo. Antoni Calisti sacerd. (…) in d. Castro qui cum me testim. Ita refero D. Gaspari Sachetta pub. Bonon. Not. in foro Archi.epla Actuario ego Hercule Octavio Valerius Cavatia Npt. pub. Bonon. (….) deputatus.

Un simile atto fu fatto il 28 agosto ad un altro gruppo di gesuiti adunati e conviventi a modo di Collegio nella casa Morelli già edificio dei Padri gesuiti di S. Ignazio. I nomi di quei gesuiti sono questi:

R. P. Ignazio Ibarburu Rettore

R. P. Antonio Cib.

R. P. Raffaello Pallacio

R. P. Atanasio Portiglio

R. P. Emanuele Cosio

R. P. Gio. Luigi Maneiro

R. P. Domenico Rodriguez

R. P. Michele Scierra

nel Borgo erano i seguenti:

R. P. Giovanni Guintanilla Rettore

R. P. Lorenzo Echavo

R. P. Emanuelle Colazzo

R. P. Franco Vibar

R. P. Giusepe Agnaz

R. P. Giuseppe Guerera

R. P. Francesco Calderoni

R. P. Eligio Fernandez

R. P. Pietro Vachera

R. P. Gabriele Cellevaria

R. P. Giuseppe Ravanilio

poi i fratelli F. Gio. Ventura e Giuseppe.

 Tale atto fu fatto in Borgo nella via romana in casa del sig. Domenico Sarzechi, ufficiale di questa gabella, ove erano i seguenti:

R. P. Sanzio Rainos Rettore

R. P. Saverio Losano

R. P. Francesco Miranda

R. P. Lodovico Marin, tutti sacerdoti.

  poi i fratelli

F. Gio. Antonio Aguirre

F. Raimondo Farò

F. Agostino Real

Tutti questi tre Collegi erano della provincia del Messico.

Ciò fatto l’8 settembre si videro tutti questi gesuiti, sia i sacerdoti che i laici in abiti da lavoro che non si riconosceva in loro più il pretismo.

Il 13 si pubblicò il bando dell’E.mo Legato ed Arcivescovo che ordinavano la raccolta dell’uva per i mendicanti di Bologna. Si notò quest’anno una copiosissima abbondanza d’uva tanto che l’uva scelta di queste colline vale l. 20 la castellata. Pure i marzatelli andarono bene, specialmente il formentone è stato abbondantissimo.

Nello stesso tempo furono visitati dagli Assonti del Senato di Bologna, per l’Abbazia di S. Stefano, tutte le terre enfiteutiche e c’erano il perito Dotti, il segretario Zanotti, il notaio Cesare Maroni e il senatore de’ Buoi.

Il 3 ottobre, domenica del SS.mo Rosario, si espose per la prima volta il bel rame della compagnia del Rosario, raffigurante la Beata Imelde Lambertini, Maria SS.ma e S. Domenico. L’opera è di Gio. Battista Fabri e fu dedicata alla sig. Donna Imelde Lambertini come protettrice della Compagnia.  Questa aveva intercesso per la grazia dell’uso del gonfalone concessa poi da suo zio Papa Benedetto XIV Lambertini. Nel rame è rappresentato anche un puttino che sventola in aria il vessillo e sparge rose sopra la Beata Imelde.

Il capitano Graffi non aveva ancora passato le consegne della milizia di questo Castello al nuovo capitano Pier Andrea Giorgi, mio cognato. Il 9 ottobre venne a Castello l’aiutante maggiore Giuseppe Marchesini che, a nome del colonnello Antonio Salvioli, radunò tutta la truppa a casa del Cap. Graffi. Quindi, dopo avere sfilato per il Castello con tutti gli ufficiali in gala, andarono col cap. Graffi a bandiera spiegata con suono di zufoli e tamburi alla casa del cap. Giorgi nel Borgo presso la Annunziata. Qui fu replicata la rivista poi, fatta col nuovo capitano colazione e rinfresco agli ufficiali, promisero tutti l’obbedienza al nuovo capitano

Il 12 L’Ospitale del Borgo per i viandanti fu fatto sistemare non solo nei coperti e nei muri, che minacciavano di rovinare, ma fu anche fatto di sopra un bel camerone, ove poi si collocarono i letti levandoli dal pianterreno ove, per l’umidità, marcivano come pure i cristiani.

il primo novembre si tenne Consiglio per la ballottazione degli stipendiati.  Fu la prima che si tenne in questo giorno poiché per l’addietro li ballottavano tutti a Natale. Tutti gli stipendiati ottennero l’approvazione piena, eccetto l’abate Alessio Camaggi, maestro di scuola, che per essere malvoluto dal Conti, rimase escluso con due soli voti bianchi.

 Il 9 venne il comando di allontanamento a due frati di S. Bartolomeo non ostante che fossero questi figli del convento e furono il Padre Lettore Agostino Fornaciari e Padre Nicola Giacomelli. Si pensò che ciò fosse avvenuto per impegno del Card. Arcivescovo, perché questi avevano elogiato i soppressi di S. Caterina mentre era in corso tutta la controversia della pendenza con lo stesso Arcivescovo.

Tali padri si impegnarono molto con i frati per non partire, ma fu tutto vano. In questa occasione fu trovata un cartello con la scritta che si lasciasse i frati a stare, altrimenti farebbesi l’arciprete bastonare. Onde l’arcivescovo si inviperì ancora di più contro essi.

In questo stesso mese gli schiantini fecero ricorso al card. Legato per avere licenza di lavorare canape e canapacci alla schiantina. Il Legato venendo a sapere che la cancelleria del Senato dava fuori tali licenze, anch’esso cominciò a concederle dalla sua cancelleria. Domenico Oppi, Rocco e Giulio Andrini ebbero per primi tali licenze di lavorare alla schiantina.

Ciò venuto a notizia dei gargiolari di questo Castello, fecero non poco sussurro e scrissero a Francesco Conti a Roma per averne una sospensione. L’esito è ancora in sospeso.

Il 16 dicembre fu estratto per Podestà il Marchese Gio. Carlo Fabbri Fibia da cui fu nominato per notaio Giuseppe Nanni.

Il 17 il sig. capitano Lorenzo Graffi comprò dal Senato, per il prezzo di ventuno scudi, la via storta che passava fra suoi beni nel Borgo e quelli del sig. Gini e sbucava contro le fontanelle. Il 21 fu tagliata questa strada, atterrate le siepi

Gli uomini della podesteria di Casal Fiumanese non volevano Francesco Conti per notaio come l’anno scorso e volevano tenere il dott. Pier Paolo Ragani. Presentarono perciò al cavalier Pelegrini una supplica con un sommario degli illeciti commessi dal Conti al tempo del suo governo.

 I presentatori della supplica, delegati dal corpo della Comunità, furono Don Domenico Cervellati figlio di Bartolomeo, arciprete di S. Martino in Pedriolo e Don Luigi Zuffa del Comune di Bello.  In seguito di ciò il cavaliere andò dal Legato per smuoverlo dall’impegno per il Conti. Il Legato a causa di tali istanze sospese la nomina del Conti ed ordinò si che si istruisse il processo criminale dall’uditore del Torrone, sospendendo per ora e il Conti e il Ragani dalle due podesterie.

Il 27 fu estratto Consolo per il primo semestre e per la prima volta il sig. Giovanni Antonio Bolis.

Il 28 il Conti fu chiamato a Bologna dal legato per la detta causa.

Il primo gennaio 1774 il Conti ritornò a casa, ma solo per due giorni, poiché fu di nuovo richiamato a Bologna.

L’11 gennaio i due delegati, l’arciprete D. Domenico Cervellati di S. Martino in Pedriolo e D. Luigi Zuffa, con mandato amplissimo della podesteria, assieme a diciotto uomini di quelle comunità, andarono a Bologna per presentarsi non solo al cav. Pompeo Pellegrini con nuovi documenti, ma anche al Cardinale Legato.

 Il 15 Il cavaliere si presentò al Legato con le istanze dei ricorrenti. Per quanto riguardava però il Governo, il Conti si era molto impegnato per gettare polvere negli occhi degli Assonti di Governo. Fu inutile poiché i ricorrenti si presentarono e fecero conoscere, con documenti alla mano, le sue pessime qualità. Il sindaco Gavaggi, da buon legale, espose che il Governo non poteva intromettersi nella giurisprudenza criminale contro il Conti e che doveva essere riportata al Legato la decisione, riconoscendo anche il Governo la malvagità del Conti.

l’E.mo molto disgustato, non ostante si fosse impegnato col Conti, col segretario di Stato e con le dame sue favorite, non poté fare altro che, per salvare capra e cavoli, garantire i ricorrenti. Quindi decise che il Conti, per le sue iniquità, venisse non solo questa volta escluso dalla podesteria, ma anche che, fintanto lui fosse Legato a Bologna, mai e poi mai il Conti avrebbe servito da Assonto nelle podesterie.

 Dopo tali risoluzioni il Conti diede in eccessive espressioni di rancore che lo lasciarono, per la sua bile, in preda alla furia. Era stato dal legale Pizzardi dipinto a pennello sia per questa faccenda, che per le iniquità, sussurri e discordie sparse nel nostro paese in occasione della soppressione della Compagnia di S. Caterina e per altre agitazioni inventate nel paese e nel Consiglio stesso.

Infine al Conti convenne chinare il capo riconoscendosi troppo compromesso e rinunciare alla pretesa assoluzione criminale che intendeva avere. I capi di accusa erano ingiustizie commesse, visite fatte fare da una persona inadatta come Nicola Bertuzzi, semplice gargiolaro, danni provocati a terzi per stadere, bilancie e misure fatte bollare al Bertuzzi, che davano tre, quattro once di meno per libbra, concessioni fatte a carnajoli di Sassoleone di vendere la roba a come volevano purché fornissero la sua famiglia, usurpazione di danari per la lite contro dazieri e molte altre cose. Tutto questo senza le accuse di volere distruggere a poco a poco il mercato esente di Sassoleone col far osservare i bandi di Bologna, massime nell’Arti di canape, gargioli e sete. Il Conti, ritornato in sé, fuggì di notte da Bologna, tornò a casa e l’ufficio fu conferito al Ragani.

Il16 nella Congregazione del Suffragio in S. Bartolomeo, sotto il nuovo priore Don Giovanni Tomba, fu deciso di fare una nuova statua di S. Nicola per le processioni introdotte dal 1752.

Contemporaneamente fu notificato in Consiglio che la soprintendenza per il corrente anno agli affari pubblici di Castel S. Pietro era stata data al Senatore Piriteo Mavezzi, uno delli Assonti.

Il 13 era stato trasportato a Bologna alle Monache di S. Mattia l’organo che era della compagnia soppressa e da quelle monache fu posto nella cantoria sopra la porta. Si cominciò a intervenire nella vecchia cappella di questa compagnia, annessa alla parrocchia, per trasformarla ad uso di sacrestia.

Il 24 per la causa dei banchi fu concessa al nostro parroco la facoltà della onnimodo rimozione facoltativa in ogni suo piacere e comodo eclesiastico delle banche.

Il 16 febbraio, primo giorno di quaresima, fu pubblicato l’indulto per uova e latticini.

Fino dall’anno scorso il Console, a nome del Consiglio, aveva presentato una supplica all’E.mo Card. Arcivescovo, riguardante i legati Morelli omessi dai gesuiti. Ciò al fine di ottenere dal sig. Cardinale la reintegrazione di questi legati. Il sig. Cardinale, come delegato apostolico ordinò per suo decreto del 24 febbraio che avanti la solennità di Pasqua si facesse la distribuzione di 12 corbe di formentone in tanto pane ai poveri del paese, di famiglie onorate e dabbene, e questa andasse a conto della distribuzione dell’anno scorso.

Quanto poi alle messe che si dovevano dire nell’arcipretale, ordinò pure che queste si celebrassero negli anniversari nella arcipretale da quei religiosi che fossero piaciuti al parroco e così si dovesse in avvenire sempre fare a norma di detto testamento.

Il memoriale che fu dato dal Consolo è il seguente:

E.mo e R.mo Principe, Il Consolo e Consilieri della Comunità di Castel  S. Pietro oratori ossequiosissimi della  Em.za V.ra espongono con tutta venerazione esserli state fatte instanze a pro della Povertà del Paese nelle presente contingenza de P.P. Gesuiti, che fino dall’anno 1637 il fu Sig. Gio. Morelli di Castel S. Pietro abitante in Bologna fece solenne Testamento , nel quale instituì eredi li P.P. Gesuiti di S. Lucia e S. Ignazio di Bologna egualmente fra di loro nella di lui pingue eredità, gravando li med. eredi a vari Legati.

Fra questi legatò una di lui Capella in cod. Arcipretale alla Compagnia del SS.mo col peso perpetuo di tre messe ebdomadarie e dippiù tre feste ogni anno, cioè di S. Lucia, S. Ignazio e S. Francesco Saverio, da celebrarsi almeno con dieci messe per ciascuna. In oltre ordinò che nel giorno anniversario della di lui morte ogni anno in perpetuo si facesse un officio da morto con molte messe.

Finalmente ordinò con particolare premura che d. P.P. Gesuiti facessero tre volte l’anno le missioni in Castel S. Pietro conforme il loro instituto a beneficio di queste anime, imponendole che nella circostanza e tempo di d. missioni dispensassero dodici corbe di formento ridotte in pane ai poveri del Castello med.

Tali Legati furono dall’anno med. 1634 in cui morì d. testamentario per il capo più di un secolo puntualmente adempiti, ma poscia a poco a poco diminuendosi per li disturbi intestini del paese, aprofitandosi di questa occasione, tutto in un tempo cessarono le elemosine e missioni. La povertà del paese priva di forze ed appoggi, non potendo compettere li avversari potenti di tutto, convenne gemere la disaventura.

Il paroco solo e la Compagnia del SS.mo fece qualche movimento giudiciale, ma a forza di cavilli essendo l’uno e l’altra strascinati pel tribunale, furono in necessità abbandonare la causa ed in questo modo restò privo il paese del bene spirituale e temporale.

All’E.mo Lambertini, che fu poi Benedetto XIV di S. M., nella sua visita pastorale fu proposto un tanto fatto, esso per ciò decretò che li P.P. Gesuiti adempissero il loro obligo. Fu vano il decreto, per che di novo chiamarono in giudicio il paroco e compagnia sud. Non trovandosi per tanto chi volesse assumere la briga del litigio con un corpo potentissimo di tutto, restò l’affare aterato.

In oggi che si prevede tutto l’asse di questa supressa relligione in mano di comendabili amministratori eletti dall’Em.za V.ra, ricorrono li Oratori all’autorità e protezione di V. Em.za acciò vogliasi degnare come Padre e Pastore amoroso rivolgere l’occhio di clemenza al nostro povero Popolo, coll’ordinare all’amministrazione sudd. l’adempimento di d. Legati, mentre per tanta grazia ne sarà sempre memore questa Nazione nel vedersi reintegrata dal fin qui denegato bene spirituale e temporale. Che della grazia.

L’arcivescovo decise prontamente l’esecuzione dei legati. La decisione il giorno 24 fu pubblicata in questo pulpito della arcipretale del paese. La Comunità poi spedì all’Arcivescovo quattro del suo Corpo a ringraziarlo. Vi andarono in forma e furono il Cap. Lorenzo Graffi, Giuseppe Dalle Vache, Flaminio Fabri e Giovanni Calanchi.

Il pubblico maestro di scuola Don Alessio Camaggi era stato licenziato.  Per salvargli il suo onorifico, il 6 marzo fu trovato un ripiego dal notaio Francesco Conti, consigliere e, a quel tempo, cancelliere in mia vece.  Il Camaggi doveva fare una rinuncia ed in essa chiedere tempo. Fu deciso dal Consiglio di dargli tre mesi di tempo, oltre il bimestre stabilito dagli statuti. Il Conti non scrisse al Camaggi per prepararsi e non gli notificò la risoluzione comunitativa, solo nello scorso febbraio fece istanza per la pubblicazione del concorso. La Comunità il 16 fece per ciò affiggere gli Avvisi della vacanza di scuola. Il Camaggi a cosi improvvisa decisione, dato che non aveva avuto alcuna comunicazione per potere prepararsi in tempo, ricorse all’Assonteria, che scrisse alla Comunità che si sospendesse il concorso per l’elezione del maestro.

In vista di questo il Conti, con i suoi aderenti che avevano fatto una congrega a favore di Don Lodovico Dall’Oppio per assumerlo in questo incarico, fece alt e sollecitò il Consolo Bolis Giovan Antonio a portarsi a Bologna e assumersi la briga di parlarne in Assuntoria.

In Consiglio fu pubblicato un’altra lettera del Sen. Periteo Malvezzi riguardante il sollevare i nostri contadini, che venivano spesso precettati dal cancelliere di Governo a portare grani da Castel S. Pietro a Bologna senza riguardo alla stagione e poco compensati. Si faceva lucro sul sudore dei poveri, mettendosi con contrabbandieri ai quali venivano consegnati Precetti di Comando scritti senza nota del giorno, mese e anno lasciando pieno arbitrio.

In seguito a ciò fu fatto ricorso al Malvezzi per averne il giusto e degno ristoro. Questi si comportò egregiamente in Assuntoria, facendo note le ragioni dei poveri, la corruttela dei ministri e altre insolenze. La Assuntoria decise in questo modo:

Che d’ora in apresso non siano considerati li comandi estradati da questa nostra Cancelleria di Governo se non quando sieno a tergo segnati dal nome di due Assonti, cioè di due Senatori attualmente Assonti di d. Assonteria e ciò affine di evitare ogni aggravio che contro il volere della Assonteria potesse esser fatto da ministri a questa povera gente.

Il Senatore poi assicurò anche qualche regolamento per il tempo invernale.

Il 6 marzo nacque un figlio a Lorenzo Trochi e Maddalena Sarti. Questo fanciullo nacque con un bel velo bianco in capo a guisa di capello e gli fu imposto il nome di Giuseppe Maria.

Pendendo la questione dell’elezione del Maestro di Scuola, fu fatto ricorso all’Assonteria dal sig. Giuseppe Vachi, Lorenzo Cap. Graffi e me Ercole Cavazza per ovviare a interessi di congreghe e perché prima si procedesse all’esame per valutare l’abilità dei concorrenti. Ma l’Assonteria la pensò diversamente e il giorno 16 dispose che per questa volta si provasse a procedere senza esame, ma che in avvenire si sarebbe provveduto. Il 20 fu convocato il Consiglio e fu nominato Don Lorenzo Dall’Oppio, con dispiacere del paese a motivo della sua imperizia.

Successivamente il 24 fu conferito l’ufficio della Podesteria di Casale in piena libertà a me Ercole Cavazza.

Il 26 l’Abate Clò, uno degli amministratori dei beni dei soppressi gesuiti, essendo qui venuto, dispensò alle famiglie bisognose del Borgo e del Castello le 12 corbe di farina di formentone e ciò in esecuzione del legato Morelli.

Il 24 aprile nella congregazione tenutasi dai confratelli del Suffragio in S. Bartolomeo fu esposto il modello della nuova statua di S. Nicola da farsi dal celebre Nicola Toselli. Piacque molto e così furono delegati a maneggiare il contratto della spesa i signori Nicola Bernardi, Gio. Antonio Bolis e Lorenzo Graffi, purché non superassero la spesa di dieci zecchini.

Il 25 si cominciò a fabbricare il nuovo dormitorio in alto per i pellegrini nell’Ospitale del Borgo, che prima era al piano terra in tre stanze assai cattive e malsane. Fu il Graffi il progettista col consenso degli altri amministratori.

Domenica primo maggio Don Lodovico Dall’Oppio nuovo precettore pubblico cominciò una congregazione spirituale di tutti i suoi scolari nella chiesa di S. Caterina, fece ivi un piccolo discorso e poi, fatto dire l’Officio della B. V., recitò la S. Messa. Ciò spiacque molto a confratelli soppressi, ma essendo ciò stato fatto col consenso del parroco, hanno fatto finta per ora di quietarsi. 

Il 20 maggio fu pubblicato un sommario stampato di indulgenze a questa arcipretale. Contemporaneamente si ebbe avviso che, dovendo l’E.mo Arcivescovo Malvezzi partire nell’entrante giugno per Roma per servire in qualità di Datario la S. Sede per la morte del Card. Cavalchini, questi aveva eletto per Vicario Generale il canonico prevosto Lucio Natali suo cancelliere. Qui ci fu molta contentezza poiché questo era molto favorevole al nostro parroco.

Il 30 terminarono i lavori all’Ospitale nel Borgo. Sopra la porta, in una nicchia, fu collocata una immagine di M. V. con il Cristo morto in grembo e con un angioletto contemplante le piaghe, opera di Antonio Schiassi celebre scultore di Bologna. L’immagine è di terra cotta e costò sei zecchini romani che sono scudi 63. Le donne del Borgo cominciarono tutte le sere a cantarvi le litanie e vi fu gran concorso, però si fecero pure rumori e maldicenze.

 Il 2 giugno, giorno del Corpus Domini, su le ore 9 morì di tisi nel suo palazzo a Castello la Marchesa Olimpia del fu Marchese Pier Luigi Locatelli, una delle quattro sorelle con la quale si estingue questa nobile famiglia. Fu moglie del Marchese Ercole Bonadrada di Rimini. Il 3 fu sepolta in S. Bartolomeo nel suo sepolcro avanti l’altar maggiore in cornu evangeli, presso l’altare di S. Andrea da Villanova suo juspatronato. Le fu fatto un sontuoso funerale con tantissime messe.

Il 7, su le 12, venne un pauroso temporale con turbini di vento, fra quali, venne sopra il Sillaro uno detto biscia bura. Arrivò sopra il ponte dalla montagna, passò sopra le fornaci, il luogo Pistuzzo e ritornando nel fiume andò a scoppiare nell’acqua sotto i beni Malvasia, contro la Baruffa. Questo turbine fu visto da molti, aveva la testa come un bue, acuminato come una biscia, lungo più di 6 pertiche e la coda come serpe che sbatteva or in alto ora in basso, dalla bocca gettava ora fumo ora fuoco e quanto si trovava davanti recideva, rovinava e portava con sé. Levò un olmo grosso dalla chiesa di S. Giacomo e lo lasciò nei beni detti il Pistuccio. Nel luogo chiamato la Sega di Sopra dei Gini rase a terra 6 quaderni di marzola lasciando la terra arida. Scoprì due case ai contadini dell’eredità Locatelli. Fece grande spavento a chi la vide e nello scoppio parve una saetta.

Il 9 si accomodarono le mura a occidente che avevano tre aperture dalla parte sopra la Roccazza. Il suo baluardo aveva dei passaggi coperti ove si nascondevano persone e malfattori. Questi furono riempiti di pietrisco e abbassati di 4 piedi, perché nessuno valicasse le mura passando sopra i bastioni. Nel fare ciò si scoprirono gli archi della prima porta antica dei quali uno fu disfatto e l’altro si vede nella parete che serve da mura. Questa porta, come risulta dalle misure, era uguale alla porta di sopra detta Montanara.

Il 10 sopra Pizzocalvo, in un luogo detto alle Casazze, fu accerchiato in una casa Antonio Marani, detto Bromblino, filio di Giovanni Marani alias il Bolognesazzo. Costui da vari anni si comportava da assassino in quelle parti e teneva in soggezione da solo tutto quel paese. Era un giovinastro grande, di molta forza e molto brutto aspetto, era nativo di Castel S. Pietro ma oriundo bolognese. Sei sbirri non lo poterono fermare quando lo vollero legare perché con un solo bastone li fracassò tutti di bastonate.  Corse altra gente, gli gettarono addosso coperte, lenzuoli ecc. e tanto fecero che lo avvilupparono. Non potendo più servirsi della sua bravura fu fermato, legato e condotto a Bologna. Le donne che esso incontrava quando era in libertà erano obbligate a dargli ori, pane e ciò che voleva ma non le violava nell’onore. Era in età di 22 anni e guai se restava fuori ancora molto tempo tanto da far compagni!

Il 15 fu posta nella chiesa di S. Bartolomeo la lapide sopra il sepolcro della Locatelli cosi cantante:

HIC JACET

MARCH. OLIMPIA LOCATELLI

UXOR MARCH. HERCULIS DIOTALEVI BONADRATA

ARMINENSIS

OBIIT DIE II JUNI MDCCLXXIV

Il 24 fu estratto Consolo per il secondo semestre il sig. Flaminio Fabbri.

l’Assonteria aveva fatto affiggere una notificazione per la costruzione di un nuovo ponte sopra la Gaiana al Passo dei Forni nella via che va da Medicina a Budrio con l’intenzione di far pagare le comunità che se ne servono. Essendo stato nominato pure Castel S. Pietro, la Comunità fece ricorso e per ciò fu sospeso l’aggravio.

Il 6 luglio Fra Gio. Andrea Grandi M. O. in Forlì, figlio di Giovanni, speziale di Castel S. Pietro, e di Caterina Andrini, che al secolo aveva nome Nicola, sostenne Conclusioni filosofiche con singolare plauso. l’8, in S. Pietro a Bologna Luigi di Giuseppe Farnè e Giulia Andrini fece lo stesso more academico dando luogo a chiunque di argomentare sopra Logica, Fisica e Metafisica, riportando un grande plauso.

In questo tempo erano insorte questioni in varie comunità del contado per la nuova formazione del Campione delle Vie fatto l’anno 1770. Il Legato e gli Assonti di Governo ordinarono la riforma di tale Campione, mediante perito pubblico, facendo fare una pianta dimostrativa di tutte le vie. In seguito di tal notificazione fu convocato Consiglio e furono nominati Ercole Cavazza, in posto del Consolo, Bartolomeo Negroni, Michele Baroncini, Teodoro Vechi e Antonio Frascari. A tale elezione si oppose Francesco Conti, nel modo che fece l’anno 1770. Impugnò l’elezione come fatta irregolarmente, perché il bando diceva che si dovessero convocare tutti gli uomini del comune. Invece erano stati convocati solo i consiglieri e poiché questi non erano quelli testualmente citati nel bando, si sarebbe dovuto chiamare tutti i contadini. A ciò si opposero vari comunisti e la faccenda fu devoluta all’Assonteria la quale disse che la nomina era stata fatta vite et recte e che “gli uomini del comune” erano i pubblici rappresentanti.

Essendo stata soppressa la Compagnia dei Gesuiti i loro beni erano in mano degli amministratori. I loro stabili in queste parti e la rendita di lire ventiduemila l’anno, libera dagli aggravi, furono assegnati ai Barnabiti che governavano il seminario.

L’11 settembre si mise alla pubblica venerazione la nuova statua di S. Nicola nella chiesa dei padri di S. Bartolomeo, opera di Nicola Toselli bolognese, celebre statuario in ogni materiale.

Il 21 venne il perito pubblico e cominciò la mappa delle strade a norma della notificazione.

Il 22 settembre 1774 morì avvelenato il Papa Clemente XIV dopo aver retto la chiesa anni cinque, mesi quattro e giorni tre, il fatto fu attribuito a sostenitori dei gesuiti.

C’erano molte reliquie attribuite a vari santi, le quali in realtà non erano reliquie, ma robe ed ossa perfino di animali. Per ordine dell’arcivescovo di Bologna venne Castel S. Pietro il suo reliquiarista Don Dardani a fare i dovuti accertamenti, ne trovò molte false e le fece bruciare.

Fino dall’anno scorso era stata fatta istanza per il restauro del campanile della Comunità presso l’arcipretale, cosi venne l’ordine di accomodarlo e fu fatto il progetto dall’architetto Giacomo Dotti.

Domenico Sarzechi, gabelliere di questo Castello, che aveva introdotto tanti abusi e che tutt’ora cercava di introdurre, nemico acerrimo delle nostre esenzioni, fece fermare molti montanari che vendevano marroni.  Dopo averli arrestati, gli sbirri li condannarono a pagare loro quello che gli piacque con l’argomento che non li avevano denunciati. Ebbero la pretesa di introdurre il Dazio dell’Orto, che qui non c’è.  La cosa fu portata al tribunale e ne risultò la cancellazione. A seguito di questo vari castellani multati dettero supplica alla Comunità per unirsi con la stessa e far sì che venissero restituiti i danari illecitamente esatti. La cosa fu portata all’Assonteria che rispose che avrebbe dato mano alla Comunità per il ristoro delle somme indebitamente pagate.

 Il 18 dicembre morì a Bologna l’abate Carilla ex gesuita spagnolo, che fu uomo di gran governo e sapere, onde i suoi compatrioti lo riconoscevano annualmente con regalie pecuniarie. Questi professava gran devozione alla B. V. Addolorata e, essendo stato molto tempo a Castello ove faceva spesso, nella parrocchiale, funzioni e feste in onore della B. V., prima di morire fece testamento e legatò cento scudi a questa arcipretale al fine di erigere un altare sotto il titolo della B. V. Addolorata.  Fu assegnato il capellone in cornu epistole. Legatò pure gli arredi sacri, cioè un calice d’argento, pianete e simili che furono consegnati.

Il 27 fu estratto Consolo per il primo semestre 1775 il sig. cap. Lorenzo Graffi.

 Contemporaneamente a Roma fu data una supplica al Card. camerlengo Rezonico, Generalissimo di tutte le Poste dello Stato ecclesiastico, ad istanza di Domenico Frascari, mastro di posta di S. Nicolò ed a istanza di Carlo Dal Pozzo, mastro di posta d’Imola, al fine di rimuovere il mercato dei bovini dal mezzo del Borgo nella via romana e trasferirlo dietro la fossa alla destra del Castello per i molti scompigli che nascevano in quella strada fra postiglioni e villani, bestie e cavalli.

Fu pure data supplica al signor Confaloniere di Bologna Giovanni Legnani con informazioni sopra il mal governo del Vice Podestà dott. Paolo Ragani e i suoi sottoposti Francesco Conti e Giovanni Bertuzzi e per la indebita esazione delle bollette per le misure da grano, essendovi bandi in contrario. Copia della informazione è la seguente:

Eccelenza, la possidenza primaria tanto al Governo della Città, che del contado ora appogiato meritevolmente all’Ecc. V.ra, esigge che vari Zelanti del ben pubblico interponghino la suprema Autorità, sperimentata da V. E., e protezione affine, come Capo del Senato e delli magistrati di Governo, si interponghi alla estirpazione di più mali che signoreggiano in Castel S. Pietro. Dalla annessa informazione, che si prega l’Ec.za V.ra proporre all’ecelso Senato ed a chi crederà proficuo, ne avrà un saggio e si sarebbe la med. diretta imediatamente all’Ec.ma Assonteria se non si fosse temuto che venisse ocultata o intercetta da qualche ministro per l’intrinsechezza che intercede colli acusati, onde li esponenti hanno pensato per il meglio affidare l’affare all’Ec.za V.ra imediatamente perché ne hanno troppa esperienza della corotta giustizia. Li informanti ocultano per ora il loro nome non per altro che per isfuggire ulteriori discordie con le acusate persone, troppo perniciose alla quiete comune, ma a suo loco e tempo tanto l’Ec.za Vostra che all’eccelso Senato serano manifestati. Degnasi dunque Sua Autorità suprema fare li oportuni confronti dell’esposto che le proverà in tutto e per tutto conformi e quindi implorando la sua alta Protezione come Capo e Principe in questo emergente, devotamente si umiliano su all’Ec.za V.ra D.mi ed Osseq.mi  Ser.ri  vari Zelanti del bene pubblico.

Il primo gennaio 1775 prese la carica il Sig. Cap. Lorenzo Graffi. nuovo Consolo per il primo semestre

Il 9 il daziere del Dazio Orto di Bologna aveva chiesto di applicarlo a Castel S. Pietro. La Comunità delegò il Graffi e Flaminio Fabri a intervenire seriamente e presentare anche prove ad lites, come avevano già fatto. Intanto fu sospeso il procedimento e il Dazio.

 Era morto il curato di Liano Don Alessandro Piaggi e cosi si era resa vacante questa chiesa, la cui nomina è dei parrocchiani. Fu deputato e delegato giudice alla elezione il nostro arciprete Calistri come per notificazione emanata dal vescovato. Il 29 febbraio fu concluso il concorso.

 17 gennaio il nostro nuovo capitano Pier Andrea Giorgi andò per 10 giorni al Battaglione delle milizie pedestri in piazza grande a Bologna.

Il 22 fu eletto presidente agli affari di questa Comunità il senatore Piriteo Malvezzi come l’anno scorso e come ambasciatori furono deputati il Graffi e il Fabri.

 Era stato estratto per Podestà di questo Castello il senatore Giovanni Fantuzzi e dopo di lui il Conte Lodovico Francesco Malvasia.  Insorse lite tra loro, pretendendo il secondo di escludere il primo per non essere di linea Fantuzzi ma Fantucci. Perciò ciascuno nominò il suo notaio, i quali cioè Schiassi e Locatelli nominarono assieme il Dott. Ragani che agì in nome di entrambi.

 Fino dall’anno scorso stata affissa la notificazione per la costruzione di un nuovo ponte alla Gajana nella via di Medicina che va a Budrio. Questa nostra Comunità aveva resistito alla partecipazione alla spesa. Oggi la Comunità venne citata a fare resistenza oppure a porre in comparto la spesa. Su questa questione furono deputato i sig. Graffi e Fabri, che nominarono il Dott. Cosimo Protti a fare opposizione agli atti di Governo.  La protesta fu che questo ponte non era per noi di nessuna utilità né necessità e che sopra il Gaiana abbiamo un altro ponte a cui non partecipano a spese le altre comunità e perciò non ci si voleva sottomettere.

Domenica 5 febbraio a S. Mamante di Liano, intervenne il nostro arciprete come Giudice, delegato da Mons. Vicario Generale, per l’assistenza e l’elezione del nuovo curato di quella chiesa. Dopo un breve ragionamento, furono messi in votazione i quattro concorrenti fra i quali c’era Don Matteo Baldazzi di questo nostro Castello. Esso ottenne 103 voti bianchi inclusivi e 13 neri esclusivi. Fu tale il giubilo di quei parrocchiani che per ogni parte si sentivano sparate di mortaretti e specialmente a casa Conti ove essendo preparati dei sonetti stampati furono tosto affissi e distribuiti nella stessa giornata.

Il 12 monsig. Vice Legato, avendo avuto la facoltà di levare il mercato dei bovini dal Borgo, fece scrivere a questa Comunità che ne trovasse il sito adatto. Essa destinò la strada larga alla destra dell’ingresso inferiore del Castello, salvo l’accordo del monsignore stesso.

Nello stesso tempo fu presentata una notificazione da parte dell’Arte dei Muratori a questa Comunità perché comparisse a mostrare che era esente (dall’obbedienza all’Arte). Si incaricò il sig. Graffi a pregare il Protti di far tale comparsa.

I possidenti del Borgo fecero richiesta alla Comunità per selciarlo offrendosi al pagamento della maestranza sempreché gli venisse dato dal pubblico sassi e sabbia.  Su ciò per ora niente fu deciso.  

Il giorno 22 Alessio Poggi, essendo stato scomunicato con pubblico avviso, voleva farsi assolvere. Fece la sua penitenza e bussò alla porta della chiesa che gli fu aperta dall’arciprete che, dopo una breve ammonizione, gli dette la assoluzione secondo il rito e la delega avuta da mons. Vicario Generale. Quindi lo introdusse in chiesa e, mentre cantava con voce dimessa il miserere e il de profundis, lo ammise alla Comunione de Fedeli.

Nell’anno scorso Domenico Sarzechi era stato rimosso dall’ufficio di gabelliere e sostituito dal capitano Pier Andrea Giorgi. I dazieri Valerio Morelli e compagni gli imposero la esazione del Dazio Pesce, il qual Dazio si trova incamerato fino dal 1555, come si vede dal libro dei Dazi.  Per ovviare al danno comune, la Comunità scrisse al sig. Fabri proconsole, abitante a Bologna, perché andasse con il Dott. Nicola Minelli, procuratore nella causa simile dei bottegai l’anno 1771, nel Tribunale dei Collegi, a fare constatare ai dazieri che tal pretesa fu altre volte espressa ma che non fu mai riconosciuta per equa. In conseguenza di ciò furono sospesi gli atti e le esazioni di questo dazio.

 Sabato 18 febbraio giunse notizia che era stato assunto al pontificato Giovanni Angelo Braschi cesenate, uomo di età fresca cioè di anni 58. Questi appena eletto si pose il nome di Pio VI e spedì l’avviso a suo zio Mons. Giovan Carlo Bandi, vescovo in Imola.

Siccome erano stati introdotte molte merci in questo Castello e soprattutto una infinità di aringhe, così Valerio Morelli e compagni, appaltatori di dazi di Bologna, pretesero di imporre il dazio a Castel S. Pietro, incamerato già fino dall’anno 1555, per cui la Comunità paga ogni anno l. 3: 7: 6. La Comunità, per ovviare a tale pretesa, ricorse a Mons. Boncompagni Vice Legato per il provvedimento ed egli il 21 emise, per gli atti di Pio Diolaiti Notaio nel civile, la inibizione ai detti dazieri.

Il 26 nella arcipretale fu posta alla cappella di S. Vincenzo Ferrari, juspatronato Vachi, la inferriata per evitare assembramenti. 

 Avvenuta la indicazione della Comunità per il posto del mercato de bovini dietro la fossa del Castello e comunicata al monsig. prolegato, questi prontamente il 4 marzo firmò l’ordine, che subito fu stampato, copia del quale fu spedita alla Comunità dal Not. Ragani con obbligo di denuncia dei disobbedienti.  Tale bando si ebbe solo il 19 corrente così si ritardò la pubblicazione al lunedì dopo, giorno di mercato.

In questo giorno giunse una lettera del Dott. Nicola Minelli avvisante che nella causa Dazio Pesce ci fu un acerrimo contradittorio e che in seguito la causa è stata passata all’Uditore di Monsignore perché lo vedesse in meritis.

 Contemporaneamente l’Assonteria di Governo scrisse che dava facoltà alla Comunità per il riattamento del campanile parrocchiale per l. 500 di rendite e avanzi comunali.

Il 27 fu pubblicato il bando per il trasferimento del mercato dei bovini.

Quelli della soppressa compagnia di S. Caterina non erano contenti della propria sorte. Alla loro testa si erano posti Francesco Conti, Rocco Andrini e Don Lodovico Dall’Oppio che tentarono di impegnare Mons. Giovan Carlo Bandi vescovo di Imola, zio dell’odierno Pontefice, ma esso rifiutò l’impegno.

Fecero impegnare altri a Roma dando al sommo Pontefice la supplica di prendere in considerazione la loro causa. Il Pontefice, trattandosi di soppressione fatta in visita pastorale dall’arcivescovo e di conferma apostolica per Breve, diede alla supplica il Lectus.

Venerdì primo aprile, a causa della scarsità di frumenti e formentoni che si pagavano, i primi l.16 la corba e i secondi 9, il Conte Senatore Giuseppe Malvasia, essendo uno delli Assonti della Annona di Bologna, fece venire a Castel S. Pietro una certa quantità di formentoni, ponendoli nel suo palazzo, e li dava a l. 7: 14 la corba. Poi, perché la cosa venisse meglio regolata, il 9 arrivò al cap. Lorenzo Graffi una lettera dell’Assonteria con la quale veniva incaricato, come Consolo e come privato, alla distribuzione. Il sen. Malvasia fu dichiarato Granarolo pubblico per avere nel suo palazzo del formentone per conto pubblico.

La Comunità per sostenere le liti delle esenzioni aveva avuto soltanto grandi spese e non aveva risorse proprie.  Allora cinque consiglieri avevano, sul proprio, preso danaro in prestito e furono Lorenzo Graffi, Lorenzo Conti, Domenico Ronchi, Giovanni Calanchi ed Ercole Cavazza. Il proposito era di essere poi rimborsati in caso di vittoria.

Ora essendo andata alla peggio e essendo fallita la prima ipotesi, il Cavazza e il Graffi proposero di valersi del profitto che il Consolo pro tempore può ricavare dalla Colettoria di Castel S. Pietro e dare questi utili in parte al rimborso dei suddetti cinque. Il Consilio fu approvò la proposta e anche gli altri colleghi cedettero il loro compenso di consolato. Il debito in tutto fu di l. 799: 30 oltre altre minute spese.

Il 9 aprile Padre Angelo Lombardi, reggente agostiniano in S. Giacomo di Bologna, predicatore in quaresimale questo luogo, propose l’adorazione del SS.mo SS.to in ogni quartiere del Castello e del Borgo per un ora nei giorni in cui stava esposto nella arcipretale per le 40 ore della settimana santa. La cosa fu abbracciata e lodata. Le persone dei quartieri del Castello si radunarono nell’oratorio del SS.mo e da qui andarono in processione alla sua adorazione i giorni di martedì e mercoledì. Il lunedì vi andò tutta la campagna, distribuita nei 4 quartieri, radunandosi quelli della Lama all’oratorio della B.V. del Cozzo, quelli di Granara all’oratorio di S. Giacomo al ponte Sillaro, quelli del Gaggio all’oratorio della SS. Annunziata nel Borgo, quelli del Dozzo all’oratorio della B. V. ad Nives detta della Scania. La domenica era stato all’Adorazione il Corpo Comunitativo in forma con i regolari.

In questo stesso giorno si cominciò a fare il mercato dei Bovini dietro la fossa del castello e si cominciò a dar fuori il formentone dell’Annona che era stata fatta in questo palazzo Malvasia.

Martedì 11 d. verso le 16 dopo pranzo morì, in età d’anni 65, il Dott. Don Egidio Antonio Graffi, fu uomo assai dotto tanto in teologia scolastica, morale che in belle lettere e sopra tutto in poesia, di cui c’è alla stampa un poema in versi sciolti intitolato: La concezione di Maria. Lasciò molti altri manoscritti in tale arte in latino e in volgare, fu protonotario apostolico. La sua morte avvenne mentre era priore dell’Arciconfraternita del Rosario, di cui, col fratello Lorenzo Graffi, fu fortissimo difensore, benefattore e promotore dei suoi privilegi, come si legge nelle lapidi laterali nella cappella del Rosario. Fu sepolto nel deposito ai piedi dell’altare della sua famiglia.

Sabato 22 su le 19 morì il sacerdote Don Benedetto Fiegna in età d’anni 75, fu religioso dotto e esemplare.

Non si erano potuto fare le esequie al dott. Graffi per essere morto nella settimana santa, per ciò suo fratello cap. Lorenzo Graffi preparò solenni esequie per il giorno 26 e fu una cerimonia sontuosissima apparata nella arcipretale.  Consisteva in un alto tumulo sopra quattro gradini addobbati di nero con 70 torce, il tumulo imitava una gran base quadrata dipinta a marmo, sopra esso c’era un piedistallo ove stava un’urna con una guglia sopra, nei quattro angoli c’erano quattro puttini grandi al vero.  Uno con le insegne del carattere sacerdotale, cioè pianeta e stola, con in mano il motto: ad sanctione tantum, dall’altra parte c’era la dignità del protonotariato, cioè rocchetto e veste paonazza, con puttino tenente in mano il motto: Honor et Onus, nell’angolo opposto c’era un puttino con ai piedi libri e laurea, insegna del dottorato, col motto in mano devorat umbras e infine nell’altro angolo c’era un altro puttino con ai piedi la cappa del Rosario e con  il motto labor omnibus unus, perché egli era priore della compagnia.  Più in alto sopra l’urna, ai piedi della guglia, c’era un puttino con cappello e fiocchi insegna della dignità di protonotaio. Agli angoli della gran base c’era quattro vasi dorati con fanali accesi che bruciavano da tutta la mattina. Il resto della chiesa era tutto lodevolmente apparato a lutto e con sfarzo. Sopra la porta della chiesa c’era la seguente iscrizione:

Hospes ingredere

Pietatem fraternam intuere

Acta respice

Requiemq. procare

Oltre l’abbondanza di lumi di bella cera, furono celebrate una infinità di messe col concorso di moltissimi preti dei lodevolmente luoghi vicini e della Romagna. Vi fu pure una solenne messa in musica, nella quale recitò una lodevole orazione funebre Don Giacomo Beltramelli, preparata però dell’arciprete dott. Calistri. Alla funzione partecipò tantissimo popolo per esser stata fatta con gran dispendio.  Il defunto ebbe la laurea in Roma il 18 maggio 1760 e fu allora insignito del protonotariato e aggregato all’Arcadia col nome di Alcadeo Doristeo come si vede nell’archivio della sua famiglia. Visse veramente da religioso niente curandosi delle sue ricchezze delle quali fu erede il fratello capitano Lorenzo Graffi.

L’arciprete aveva proposto di fare per molti anni la processione del Corpus Domini nei vari quartieri anche per rimettere in ordine il paese. Questa proposta piacque e il Consolo Cap. Lorenzo Graffi convocò il 28 maggio il Consiglio per sentire anche il parere della Comunità e perché concorresse tanto con l’esempio riattando la residenza pubblica, quanto con la cooperazione con i paesani per il riattamento dei rispettivi fabbricati e delle strade che erano assai guaste.

 Non tardarono gli stessi rappresentanti ad eseguire ciò, poiché fecero accomodare residenza e procurarono che gli abitanti e i possidenti del primo quartiere destinato cominciassero ad intervenire.   

Quindi il 29 si cominciò a riattare e imbiancare da ambo le parti le case e accomodare la via per la prossima processione del Corpus domini.  Si cominciò dalla parrocchiale e si venne giù per il Castello nella via Maggiore, poi si voltò a sinistra dietro le mura del castello e la casa di me Ercole Cavazza poi, per la via de’ Pistrini si tornò alla piazza e alla stessa chiesa. I padroni furono questi: alla destra la Commenda di Malta, Dott. Annibale Bartoluzzi erede della famiglia Fabri, Giovanni Fantazzini, Antonio Gordini, il Dott. Simone Gordini, Vincenzo Mondini, Don Giovan Battista Vanti, Flaminio Fabri, Giuseppe Farnè, Giuseppe Vachi, Carlo e fratelli Conti, Bartolomeo Giorgi e il senatore Malvezzi. Alla sinistra: la Comunità, in piazza gli eredi Rinaldi cioè Luigi Tassinari da Castel Bolognese, Giovanni Calanchi, i Padri Barnabiti, successori delli ex gesuiti, il Cap. Lorenzo Graffi, eredi del fu Antonio Venturoli, il Senatore Caldarini, Pietro Vergoni, Ottavio Dall’Oppio, Padri de Servi di Bologna, Giuseppe Schialti, Antonio Lugatti, Giulio Andrini ed Ercole Cavazza[85].  Indi la Compagnia dell’Ospitale della Parrocchia, Andrini, eredi Fontana Cavazza, Bergami, Compagnia del SS.mo, orto Calderini, Padri de’ Servi, Palazzo Calderini, Graffi, Vachi, Padri Barnabiti da ambe le parti e la piazza pubblica. Oltre ciò si decise anche l’apparato per le vie con padiglioni e teli sopra la strada.

Gli abitanti del Borgo, mediante il tenente Giovan Francesco Andrini, avevano chiesto alla Comunità che si interponesse presso l’Ec.sa Assonteria di Governo per avere la permuta di tanta inghiaiatura del nostro comune in sassi e sabbia da destinare nella selciatura della via dalla chiesa dell’Annunziata fino alla porta maggiore del Castello. Le rispettive proprietà lungo la strada si obbligavano alla spesa della maestranza. Mancarono però tre proprietari, perciò fu restituito il memoriale decidendo di avanzare l’istanza quando tutti fossero stati concordi.

Contemporaneamente fu fatta istanza dal Consolo al Notaio Vice Podestà perché facesse osservare il Bando dei Letami e di riparazione delle vie a norma degli statuti della Comunità.  In seguito fu fatto girare il messo con la tromba per tutte le strade, che furono immediatamente pulite e accomodate.

Il 15 giugno 1775, giorno del Corpus Domini, perché non erano terminate le imbiancature delle case e la riparazione delle strade, la processione fu differita alla domenica 18 ove si fece un bellissimo addobbo nella via maggiore con padiglioni di seta e teloni dalla arcipretale fino alla porta della torre ove era stato costruito un altare con baldacchino.

Alle ore 13 si cominciò la processione dalla Compagnia del SS.mo. che davanti portava il gonfalone dell’arciconfraternita del Rosario, poi seguiva l’arciconfraternita stessa, poi le religioni regolari cioè i Cappuccini, gli Osservanti e gli Agostiniani, quindi il Corpo della Comunità in forma, tutti con torcia. Dopo la Comunità seguiva il clero in cotta, indi sei diaconi con tonicelle e altri due assistenti l’arciprete che portava il SS.mo. Fra i sacerdoti e i celebranti c’era sei fanciulli vestiti superbamente da angioletti, quattro dei quali spargevano fiori dove passava il SS.mo e gli altri spandevano gli incensi che profumavano il SS.mo.  Il numeroso popolo seguiva dietro al Venerabile con una infinità di torce.

 Alla torre c’era l’altare accennato e una schiera di suonatori e cantanti. Fu cantato musicalmente il Tantum Ergo e poi finito quello, si riprese la processione per la via de’ Pistrini direttamente fino alla piazza e poi alla arcipretale.  Al suo ingresso ci fu un getto di fiori sul SS.mo. Ciò fatto si cantò solenne Tantum ergo in musica e si diede la S. Benedizione al numeroso popolo.

L’addobbo stette fatto tutto il giorno per il piacere della gente che godeva dei dipinti esposti nell’apparato.  Di fronte alla strada c’era un gran cartello, a imitazione di lapide, indicante il riattamento del Castello, delle vie e l’impegno a ripetere ogni anno questa funzione perché era piaciuta estremamente a tutti, specialmente per la bravura dei fanciulli vestiti da angioletti, due dei quali erano Carlo Savini e Francesco Cavazza, mio figlio.

Il 24 fu estratto Consolo per il secondo semestre il sig. Giuseppe Vachi, questi nell’ingresso del suo consolato propose il trasferimento del mercato dei pollami, delle uova e della frutta nella Piazza. Questo mercato era solito farsi sotto i portici del Castello dalla porta di sotto fino verso la piazza. La proposta fu abbracciata da tutti e in più si si chiese di spostare la pescheria sotto la porta del Castello.

 Il 29 si decise anche di abbassare la via che circonda la fossa all’ingresso del Castello e riempire di terra la fossa per trasformarla in piazza per il mercato del bestiame.  Quindi, da ora in avanti, si dovrò portare in questa fossa il pietrisco e la terra che si cavavano dal Castello.

Giacomo Antonio Violetti, oriundo milanese affittuario del forno della Commenda aveva avuto fino ad oggi la privativa del pane bianco.  Il 6 agosto era a termine non solo la locazione del forno ma anche la privativa del pane bianco, dazio camerale di Roma.

Il Conte Lodovico Ponlio Caprara procommendatore di questa Commenda di Castel S. Pietro, si oppose pretendendo la privativa fosse privilegio locale del forno. Quindi il Violetti diede supplica alla Comunità affinché essa facesse questo appalto dichiarando di essere pronto al prezzo a cui fosse levato. Sapeva che era stato fatto altre volte dalla Comunità e inoltre che i paesani ciò molto desideravano. 

La Comunità in seguito deputò Giovan Andrea Bolis a indire detto appalto in nome pubblico. Il Caprara insistette e cominciò la contesa legale.

Il 15 gli abitanti del Borgo dettero supplica alla Comunità per selciare la strada maestra dalla chiesa della Annunziata fino alla porta del Castello, chiedendo la concessione di sassi e sabbia mediante la permuta della nostra inghiarazione, offrendosi al pagamento delle maestranze. Aderì la Comunità e subito ne fece richiesta al Senatore Periteo Malvezzi, che si trovava a villeggiare a Castello nel suo palazzo, e gli consegnò la supplica comunitativa mediante il consigliere Francesco Conti.

 Paolo Andrini chiese alla Comunità di avere la privativa del nuovo mercato dei bovini offrendo scudi cinque alla Comunità per tale privativa da farsi mediante bando. La Comunità aderì e subito emise il bando, che fu poi pubblicato a Castello il 20 agosto.

Contemporaneamente la Comunità, per comodità dei partecipanti a questo mercato dei bestiami, decretò che si allargasse la strada del mercato sopra la fossa interrandola mediante pietrisco, facendosi rilasciare dagli affittuari la parte necessaria fino alla voltata delle mura, rimborsando il prezzo di sette scudi.

Il 21 fu levata la cantoria grande nel capellone maggiore della parrocchiale in cornu epistole per erigervi l’altare da dedicare alla B. V. dei Dolori secondo il legato di Don Giuseppe Carilla ex gesuita messicano, che lasciò per ciò cento zecchini romani.

In questo stesso giorno fu pubblicato per la prima volta il bando della privativa del mercato dei bovini data ed affittata a Paolo Andrini e si cominciarono i fondamenti di detto altare.

La Podesteria di Casale aveva perduto la lite del sale. Arrivò un mandato da Roma per il sequestro di bestiami nei comuni di Fiagnano e Bello per la spesa della lite ascendente a 401 scudi. Una gran sbirraglia condusse le bestie a Castel S. Pietro con animo di confiscarle.

Quelle genti ricorsero a Bologna per avere il rilascio dando garanzie. L’Assonteria di Camera per un po’ si rifiutò poi, interpostosi il capitano Lorenzo Graffi come fidejussore e sborsati 150 scudi, furono rilasciati i bestiami.

Non si era ancora messo mano al campanile di questa arcipretale, perciò il nuovo console Vachi fece istanza affinché si iniziasse l’opera disponendo la somma di scudi 100 degli avanzi comunitativi.

Francesco Conti, spirito della contraddizione, si oppose accanitamente. Il Console e i delegati a tale opera, Graffi e Fabbri, dovettero ricorrere all’Assonteria per togliere di mezzo tutte le questioni. In conseguenza venne ordine al Cavalier Malvezzi di ordinare alla Comunità di procedere per via di votazione all’accomodamento del campanile altrimenti si sarebbe andato avanti manu regia (di autorità).

 Il Conti sentendo questo, anche perché veniva minacciato di cassazione dal posto di consigliere per le sue cabale e intrighi, si riunì con i suoi sostenitori Bolis, Dall’Oppio e Bertuzzi. Il 20 settembre si pose in votazione la decisione tanto per il riattamento, impegnando 100 scudi, quanto per la delega ai sig. Graffi e Fabbri di fare far tale fabbrica alzandola di otto piedi e di abbellirla come nel disegno Dotti senza però la guglia.  Così, con somma vergogna del Conti, fu approvata la determinazione.

Il 27 l’arciprete Calistri, era stato delegato dall’E.mo Malvezzi per portare la lettera di congratulazione al nuovo Cardinale Carlo Bandi vescovo di Imola, zio ex sorore di N. S. Pio Papa sesto.  Si portò in persona dal nuovo Eminentissimo, non ancora porporato ma solo nominato, e fu accolto con segni tali di distinzione che tutti i presenti restarono ammirati. Questi erano il Card. Legato Vitaliano Boromei di Romagna, l’Arcivescovo Cantoni di Ravenna, il vescovo di Cervia e molti altri nobili.

Su la fine di questo mese si venne a sapere che da queste parti, verso Liano, Casalecchio e sopra Castel S. Pietro, vari banditi organizzati come corpi militari, fermavano la gente, si facevano dare danaro e assassinavano.   Erano fra tutti 57, capo era Cerè detto Peschiera di Limbruno, un altro detto Saetta, Giuseppe Mingoni detto Mazza l’Omo e Giuseppone Ruggi detto Jussone, tutti di Castello.

Alle case dei contadini volevano alloggio e cibo, facevano oltraggi sia alle maritate che alle ragazze come andava loro a genio. A una di queste perché fu restia nel lasciarsi deflorare le recisero le mammelle, la poveretta si chiamava Maria Ramenghi di Casalecchio di sotto. Angiola Dal Forno, moglie di Battista Bragaglia, dopo essersela goduta l’un dopo l’altro, perché li aveva molto contrastati, fu lasciata nuda nei prati della Commenda. Per tali cose ognuno era in grande preoccupazione sia in casa che fuori.

Furono spedite tre squadre di sbirri che, finsero di fare ricerche ma niente operarono e, da vigliacchi temendo di incontrarli, diedero la possibilità ai malviventi di passare parte nella Romagna parte alla volta del ferrarese.

Il 5 ottobre i soppressi della Compagnia di S. Caterina, gente molto propensa ad inquietarsi, diedero supplica al Papa per avere la facoltà di opporsi e contraddire al Breve della loro soppressione, ma la risposta fu: Lectu. La rabbia di Francesco Conti promotore e padre delle ribellioni fu tale che visse per molti giorni ritirato in casa fremendo come una bestia. Rocco Andrini, Pietro Gattia ed altri andavano come rimbambiti per le strade.

L’ 8 nel duomo di Imola il Card. Giraud, Arcivescovo di Ferrara e delegato apostolico, fece la solennissima funzione di porre la beretta rossa in capo al nuovo cardinale Bandi. Berettante fu Monsig. Roverella, cesenate, assistettero alla funzione 7 vescovi.  Poi si fece un triduo di ringraziamento con fuochi, musiche ecc. Imola era in eccitazione, Castel S. Pietro restò presso che vuoto per l’andata di persone a detta città.

Giovan Battista Grandi di questo Castello dopo avere acquistata la spezieria antichissima di Rinaldi presso la piazza, ebbe il dodicesimo figlio, perciò fece istanza al Senato per avere delle esenzioni. Il Senato spedì il segretario Cesare Zanetti che fece l’indagine su questa famiglia in seguito della quale furono concesse poche esenzioni vivendo con gli altri. I figli sono Antonia, Nicola, ora religioso M. O. col nome di Padre Francesco, Andrea che ha sostenuto egregiamente tesi teologiche a Ferrara, Luigi, Gertrude, Filippo Andrea, Mariana, Stefano, Margarita, Francesca, Luca e Antonio Giuseppe,

Il 15 ottobre essendo nuovamente intervenuto Pellegrino Facci daziere del Dazio Orto di Bologna, la Comunità fece consiglio e deputò per ciò Flaminio Fabbri, il cap. Lorenzo Fabbri e Francesco Conti a parlare ed a maneggiar tutto anche mediante un legale.

Il 2 dicembre il fratello del Re d’Inghilterra[86] passò di qui, andando alla volta di Roma, con la moglie e con un seguito di otto carrozze, furono perciò fermati tutti i cavalli da vettura. Giunto sul nostro ponte smontò di carrozza e, rimirando il paese e la sua bella veduta, se ne compiacque dicendo che, se risiedesse nostri stati, questo luogo sarebbe stato la sua ottima villeggiatura e che mancanza era dei bolognesi lasciarlo e trattarlo così! Era uomo assai bello, di statura normale, la moglie era assai bella, come tutto il seguito e gli uomini erano tutti vestiti di rosso.

Il 3, ad ore 17 in punto, l’E.mo Card. Vincenzo Malvezzi nostro arcivescovo morì e fu trasportato a Bologna ove si fecero in S. Pietro solenni esequie. Fu buon pastore e amante dei poveri.

In questo tempo era pendente la questione dell’appalto del pan bianco. Fu dato dalla Comunità all’E.mo Legato Branciforti l’annessa supplica informativa. Fu risposto favorevolmente che, volendo la Comunità l’appalto, essa sarebbe stata la preferita. Ma perché i fornai si opposero restò sospeso l’affare e la comunità non prese altro appalto. Nella supplica si vede non essere privilegio della Commenda far pane bianco, ma diritto della Camera di Roma e anticamente la Comunità aveva tenuto ella quel Dazio, come si vede dai Campioni del 1600.

E.mo e R.mo Principe

Dall’anno 1694 L’E.mo Sig.re Cardinale Marcello Durazzi Legato a latere di Bologna in virtù della commissione fattali dalla S. Memoria di Papa Innocenzo XII, allora felicemente regnante, concesse la Fabrica del Pane bianco chiamato: di Ruzzolo, alli fornari del contado a beneficio dell a Re.vd. Camera Apostolica, ad effetto di sollevarla da debiti e spese che giornalmente le conviene sopportare si in pagare le provisioni mensuali a ministri della med., alimenti che si prestano a poveri carcerati, spese d’artisti e serviggio del palazzo, d’alloggi del sig. Cardinali Principi ed altri SS.ri Grandi, che altri, a quali è tenuta detta “Renda Camera Soccombere”, come di ciò consta nella Cancellaria Maggiore della Legazione al libro Degli Appalti, del sud. anno 1694 al fol. 1.

Prima della sud. concessione e persino dell’anno 1566 dalla S. Memoria di S. Pio V e sucessivamente secondo le occorenze e contingenze de tempi fu conceduta e levata a detti fornari del contado la fabbrica del sud. pane come rilevasi segnatamente e dalla Bolla del surriferito Sommo Pontefice e dalla narrativa della surriferita imposizione 1694, esistente nella Cancellaria Maggiore della Legazione. Per l’esecuzione poi delle sud. concessioni si pubblicavano Notificazioni per chi vole pigliare in appalto li forni del contado di Bologna e suoi castelli per erroganre poi il ricavo nelle cause espresse nelle concessioni, come rilevasi nella Bolla sud., dalle notificazioni segbnatamente della Chiara Memoria dell’E.mo Lomellini l’anno 1652 e dagli instrumenti d’appalto de quali, nella surifferita Cancellaria Maggiore della Legazione.

Lo stesso fu praticato doppo l’ultima concessione sud. dell’anno 1694, come segnatamente si può vedere dalla notificazione d’ordine dell E.mo e R.mo Sig.re Cardinale Serbelloni Legato, pubblicata in data delli 4 settembre 1759 per gli appalti de forni di Quinzano, Lojano e Scaricalasino, della quale nella Cancellaria Maggiore sud. Dall’anno poi sud 1694 a questa parte d’anno in anno è stato conceduto l’appalto di Castel S. Pietro agli infrascritti fornari del Comune di detto Castello come da successivi instrumenti fattili e li quali nella sud. Cancellaria Maggiore

1694 A Pompeo Palmieri

1695 Al suddetto

1696 Al sudetto

1697 Ad Antonio Calanchi in un suo forno in Borgo

1698, 99 e 1700 D’anno in anno il suddetto

1701 A Gio. Alessandro Calanchi nel sud. forno

1702 Al sudetto

1703 A Carl’Antonio Graffi, che di anno in anno l’ottenne per tutto il 1709 in un suo forno

1710 A giacomo Leoni che l’ottenne come sopra per tutto il 1712

1713 A giacomo Bolis che l’ottenne anche il 1714

1715 A Gio Giacomo Boglia, che d’anno in anno l’ottenne per tutto il 1725, fornaro del Comune di Castel S. Pietro e conduttore del forno della Masone

1726 A Gio. Antonio Violetti che l’ottenne anche il 1727 come sopra

1728 A Giuseppe Violetti che d’anno in anno l’ottenne per tutto il 1733 come sopra

1734 A A Gio. Antonio Violetti che l’ottenne come sopra per tutto l’anno 1769 come sopra

1770 A A Gio. Antonio Violetti in annol’ha ottenuto per tutto li 14 agosto dell’anno venturo 1776, fornaro in Borgo in un suo proprio forno e conduttore del forno “della Masone” il quale con detti due forni nelli scabrosi anni scorsi con sua grave perdita aha mantenuto sempre abbondantemente provvisto il paese del pane necessario.

Dal soprariferito fatto consta spettare al solo E.mo Legato pro tempore, in virtù di apostolica concessione il diritto di concedere in contado gli appalti della fabrica del pane sud. a beneficio della R.da Camera Apostolica cosichè niuno, quantunque privilegiato può arrogarsi la facolta di fabricare detto pane senza everne il permesso dell’E.mo legato, mediante l’appalto da ottenersi dal medesimo.

Ciò non ostante essendosi vociferato in detto Castello che in occasione che Giacomo Antonio Violetti, ultimo appaltatore sud., fornaro in d. Castello nel forno detto  “della Masone” Commenda della Sagra Religione di Malta e in Borgo in un suo proprio, essendosi vociferato dissi, che in occasione che il medesimo deve partire alli 8 maggio venturo 1776 dal sud forno della Commenda, dal nuovo conduttore di d. forno si fomenta il possessore di d. Commenda e forno a voler pretendere che a lui solo competi la privativa della fabbrica del d. Pane di Ruzzolo in d. Castello. Locchè non si può pretendere, né in vista che dall’anno 1776 a questa parte li affituari del suo forno abbino avuto l’appalto sud. né in vista dell’essere il suo forno privilegiato, sì perché li fornari sud., non come conduttori del forno della Commenda, ma come fornari del Comune di Castel S. Pietro, hanno ottenuto l’appalto sud ed intanto hanno fabbricato sud. pane, in quanto che d’anno in anno hanno ottenuto l’appalto, come risulta dagli instrumenti d’appalto, si perché come privilegiato non può fabricare se non se con li formenti della Commenda pane venale da vendere solamente nel di lui forno e da spacciare anche a Medicina e Villa Fontana.

Locchè tanto è vero, quanto che per potere fabbricare il Pane di Ruzzolo hanno sempre, come sopra si è detto, d’anno in anno levato l’appalto; e per potere fabbricare Pane Venale con altri formenti fuori di quelli della Commenda e per poterlo somministrare alle poste più vicine al forno sud., hanno sempre pigliata la solita licenza che si da per la fabrica di d. pane, come consta nella Cancelleria Maggiore della Legazione più volte come sopra nominata. Perlocchè quando mai, sia detto in dannatissima ipotesi, dovesse spettare tal diritto al forno della Commenda, restarebbe sogiogato il paese, li cui abitanti sarebbero astretti a prendere quel pane, o buono o cattivo, che ivi fosse fabricato, onde avendo li medesimi abitanti fatto ricorso al Console e Consiglieri di d. Castello per ottenere un opportuno provedimento, perciò li medesimi Console e Consiglieri umilmente prostrati, attesa la incontrastabile verità del sopraesposto non tanto in vista del ricorso fattoli, che per il comune vantaggio, ossequiosamente supplicano la Paterna Clemenza ed innata Bontà dell E.nza Sua acciò graziosamente voglia degnarsi concederli detto appalto durante il tempo della legazione dell’Em.za V.ra, come in altri casi è stato praticato dagli E.mi Legati precedenti dellEm.za V.ra e segnatamente l’anno 1715 al fornaro del Consiglio di Castel Franco, come consta nella Cancellaria Maggiore della Legazione dell’Em.za V.ra, onde possino gli O.ri procurare il bene e vantaggio delli abitanti, dividendo anche detto appalto in due forni, come si pratica in altri Castelli, mentre facendo a garra li fornari nel fabricare buono pane venghino meglio serviti gl’abitanti e popolo del Castello e Comune suddetto.[87]

L’ 8 dicembre era stato promesso alla porpora Mons. Ignazio Boncompagni.  Questo nostro arciprete ne dette pubblica esultanza col far esposizione del SS.mo e cantar Te deum in musica. Alla funzione vi intervenne il canonico Petronio Cospi, camerlengo del Capitolo di S. Pietro, ed il canonico Morandi, che fece la funzione. Intervennero molti altri nobili bolognesi per la bella stagione che dalla solennità di tutti i santi e durò fino alla metà di gennaio.

A questa funzione intervennero anche tutte le religioni dei regolari, i corpi delle compagnie e la Comunità in forma. La sera vi furono fuochi artificiali con illuminazione per tutta la piazza pubblica e furono illuminate le torri, seguì poi un copioso sparo di mortaretti. Il giorno seguente il parroco fece pubblica elemosina ai poveri della parrocchia dando loro due pani a testa e vi fu una moltitudine di due mila persone.

 Il 15 fu pubblicato il Bando o sia notificazione del camerlengo canonico Petronio Cospi di dovere pregare N.S. Iddio per la scelta di un buon pastore e successivamente l’esortazione ai sacerdoti e ai pievani di dire ed ordinare la orazione nella messa dello Spirito Santo. Infine esortò tutti i sacerdoti a celebrare per il defunto pastore almeno una volta.

Il 16 fu estratto Podestà per Castel S. Pietro il Senatore Giacomo Vassi Pietramelara e fu nominato per Vice Podestà il notaio dott. Pagani.

Il 18 giunse notizia che era stato eletto per nostro pastore all’arcivescovato di Bologna, in qualità di amministratore e suffraganeo, l’Abate Andrea Giovanetti camaldolese nativo di Bologna. Per tale scelta i canonici della metropolitana cominciarono a sussurrare sopra la sua nascita per essere lui uomo di grado inferiore al loro. Il Papa, ciò saputo, fece far noto ai canonici che gli uomini non portano la nobiltà dalla nascita, ma dalla virtù e dalle loro azioni.  Quindi si quietassero poiché, avendo egli riconosciuto la qualità del soggetto, aveva con ciò fatta palese quella nobiltà che dalle sue virtù aveva con sé il Giovanetti. Aggiunse che poco costava ai Principi nobilitare le famiglie e che perciò da lì in avanti dichiarava nobile tutta la famiglia Giovanetti. A tale notizia ammutolirono i canonici e i loro sostenitori.

Per tale scelta e per la morte dell’E.mo Malvezzi, ai soppressi di S. Caterina parve opportuno rimettersi in moto e far nascere sospetti e dubbi. Quindi si cominciò a spargere la voce che nell’oratorio di S. Caterina si sentivano da molto tempo rumori, voci lamentevoli e scuotimento di catene. Una tale delirante impostura veniva sparsa, per non dire fomentata, da alcune donnicciole agli usci delle quali e alle vicinanze delle loro abitazioni venivano i confratelli soppressi a bussare.

Alcuni di questi andarono per un orto vicino alla sacrestia di quella chiesa e, infranti i vetri, introdussero un gatto che per la fame la notte urlava e il rimbombo faceva parecchia impressione. Cacciato il gatto, alcuni stettero alla posta, parte per diletto, parte per scoprire queste strane storie. Per qualche notte non si sentì alcun strepito. Finalmente la notte del 19, Giovanni Galanti detto Paradisino, era andato alla posta in una bottega di fronte all’oratorio, per ascoltare quello che si diceva che si sentiva.  Durante il buio, fra le 6 e le 7 della notte, sentì strepito di ferri che battevano assieme. Aprì la bottega ove era chiuso in compagnia e coraggiosamente uscì per andare alla porta della chiesa. Vide un imbacuccato nel tabarro che scuoteva un mazzo di chiavi o catene. Questi accortosi d’essere stato scoperto si diede alla fuga giù per il Castello, attraversando la piazza. Il Gallanti lo inseguì di corsa, ma quello, giunto nella piazza si nascose nella voltata dello stradello de’ Pistrini ove si fece forte con una sassaiola. Ciò fatto non si sentì più altro

Il 27 dicembre fu fatta la nuova imbustazione dei consoli e fu estratto il sig. Agostino Ronchi per la prima volta.

Si usava in questa giornata che la Comunità accompagnasse il Predicatore dell’Avvento alla questua per il Castello e il Borgo.  In questo Avvento il Padre Lorenzo Politi, marchigiano, provinciale della Romagna aveva predicato egregiamente, ma nessuno vi andò e solo Giovanni Calanchi ed Ercole Cavazza coi donzelli e col parroco vi andarono. il motivo di ciò non si sa e fu cosa che diede non solo molto da dire, ma produsse anche stupore.

Furono in questa giornata anche estratti i soliti priori delle confraternite e della compagnia del SS.mo Sacramento. In questa fu estratto Don Domenico Lugatti il quale promise di fare una congregazione per il viaggio col SS.mo Crocefisso a Loreto.

Il 30 Pietro Gattia, Francesco Conti e il tenente Gian Francesco Andrini fecero circolare un memoriale di supplica al S. Padre circa la soppressa compagnia di S. Caterina, spiegando in esso il bene che la Compagnia faceva al paese e ciò allo scopo di del suo ripristino e fu spedito a Roma. L’esito si sentirà nell’anno avvenire 1776.


[1] Si tratta della guerra di successione spagnola. Il conflitto si originò dalla morte nell’anno 1700 dell’ultimo re di Spagna della casa d’AsburgoCarlo II che aveva deciso essere suo erede il pronipote Filippo, nipote di re Luigi XIV di Francia. L’imperatore Leopoldo I d’Asburgo invece sosteneva suo figlio secondogenito Carlo. La contesa era tra l’Austria ossia il S. R. Impero, a cui si unì l’Inghilterra, e la Francia.

[2] Filippo V di Spagna (Versailles1683 – Madrid,  1746) primo re di Spagna della dinastia dei Borbone.

[3] Rinaldo d’Este (Modena, 1655 –1737) duca di Modena e Reggio dal 1695 al 1737 e cardinale.

[4] Luigi Giuseppe di Borbone-Vendôme, ( 1654 –  1712), Comandante dell’armata franco-spagnola.

[5] Ferdinando Carlo III di Gonzaga-Nevers,  (1652 –  1708). Duca di Mantova dal 1665 al 1708.

[6] Francesco Farnese (1678 – 1727) settimo duca di Parma e Piacenza dal 1694 alla morte.

[7] In realtà gli imperiali

[8] Giuseppe I d’Asburgo (Vienna, 1678 –1711) Imperatore del Sacro Romano Impero dal 1705 alla morte, Re di Ungheria e Boemia e Arciduca d’Austria.

[9] Assedio di Mirandola (15 aprile -10 maggio 1705) difesa dagli austriaci.

[10] La pertica era 10 piedi cioè m. 3,80

[11] l. 591: 2: 6 (ossia lire 591, soldi 2 e denari 6). La lira valeva 20 soldi e il soldo 12 denari.

[12] Principe Eugenio di Savoia ( 1663 –  1736), famoso generale al servizio dell’Imperatore.  

[13] Anna Maria Luisa de’ Medici (Firenze1667 – Firenze1743), è stata l’ultima del ramo granducale mediceo.

[14] Teresa Cunegonda Sobieska ( 1676 – 1730) principessa di Polonia, moglie di Massimiliano II di Baviera.

[15] Ascalona era una città della Palestina dove avvenne l’ultima battaglia della 1° Crociata. Nel 1700 i Savoia si fregiavano del titolo di Re di Gerusalemme. Questo duca può essere un piemontese onorato di un tale titolo da casa Savoia.

[16] Dovrebbe essere Duca di Bisaccia quindi un membro della famiglia Pignatelli.

[17] Ferdinando Gonzaga (1648 –  1723) quinto e ultimo principe di Castiglione.

[18] Antonio del Giudice, principe di Cellamare (1657 – 1733), è stato un ambasciatore al servizio del Regno di Spagna.

[19] Forse Filippo d’Assia-Darmstadt (1671 – 1736) in Italia detto “il langravio”.

[20] Wirich Philipp Lorenz von Daun, principe di Teano, italianizzato in Virico Daun (Vienna1669 – 1741), feldmaresciallo austriaco distintosi durante la Guerra di successione spagnola

[21] 1 paolo = 1/2 lira

[22] Gian Gastone de’ Medici, (Firenze,  1671 – 1737) ultimo Granduca appartenente alla dinastia dei Medici.

[23] Vincenzo da Filicaja (Firenze 1642 –  1707) poeta italiano. Il suo nome arcadico era Polibo Emonio

[24] (Giuseppe I d’Asburgo (Vienna1678 – 1711)  Imperatore del Sacro Romano Impero dal 1705 alla morte, Re di Ungheria e Boemia e Arciduca d’Austria.

[25] Cioè al tramonto del sole in cui terminava il giorno ed iniziava quello successivo con le ore della notte.

[26] La Compieta è l’ultimo momento di preghiera della giornata, è così chiamata perché compie le ore canoniche, e si recita prima del riposo notturno

[27] Dal nome del commerciante di pane, Francesco Pannolini che creò una scuola per bambini poveri

[28] Disposizione testamentaria per la quale chi è istituito erede ha l’obbligo di conservare l’eredità e di trasmetterla, in tutto o in parte, ad altra persona.

[29]La seconda guerra di Morea (il Peloponneso) fu combattuta tra Venezia e l’Impero ottomano tra il 1714 e il 1718. e si concluse con una vittoria ottomana.  S. Maura è Leucade isola a nord di Cefalonia, Napoli è Nauplia città greca situata nel  Peloponneso

[30] Battaglia di Petervaradino (5 agosto 1716) fra le truppe austriache, al comando del principe Eugenio di Savoia, e quelle ottomane.

[31] Wittenberg, in italiano antico Vittimberga, è una città della Sassonia-Anhalt (Germania) situata sul fiume Elba

[32] Dal nome di Otto Ferdinand Graf von Traun (27 agosto 1677 –  1748) militare austriaco, giunto al rango di feldmaresciallo

[33] Evidentemente era riuscito a farsele pagare.

[34] Il trattato di Vienna(30 aprile 1725)  tra Carlo VI d’Asburgo e Filippo V di Spagna. Carlo VI avrebbe rinunciato alle sue pretese sul trono spagnolo mentre Filippo V  avrebbe rinunciato alle rivendicazioni sui Paesi Bassi Austriaci e sui domini Italiani.

[35] Da litos, pietra. Chirurgo specializzato in cura e estrazione di calcoli.

[36] Sono episodi marginali della cosi detta Guerra di Successione Polacca (1733 – 1738) che riguardò tutte le potenze europee per ottenere in Polonia un re di parte.

[37] Maria Teresa d’Asburgo (1717 – 1780) arciduchessa d’Austriaregina d’Ungheria dal 1740 al 1780

[38] Francesco Stefano di Lorena (1708 –  1765) è stato Imperatore del Sacro Romano Impero col nome di Francesco I dal 1745 alla morte.

[39]Dorotea Sofia del Palatinato-Neuburg (1670 –  1748)

[40] Maria Amalia di Sassonia (1724 – 1760) fu regina consorte di Napoli e Sicilia dal 1738 fino al 1759, in seguito regina consorte di Spagna dal 1759 al 1760.

[41] Carlo Sebastiano di Borbone ( 1716 –  1788) Duca di Parma dal 1731 al 1735. Re di Napoli e Sicilia da 1735 al 1759. Re di Spagna dal 1759 alla morte.

[42] Questo e i successivi sono episodi della guerra di successione austriaca (1740-1748)tra Austria e Inghilterra contro Spagna, Francia e Prussia. La Savoia alleata della spagna fino al 1742 poi passò con l’Austria.

[43] José Carrillo de Albornoz,  duca di Montemar ( 1671 –  1747), condottiero spagnolo, comandante dell’esercito

[44] Francesco Evoli duca di Castropignano  ( 1693 –  1758) nobile e militare italiano .

[45] Assedio e presa della Mirandola 15/22 luglio 1742

[46] Carlo Emanuele III di Savoia ( 1701 –  1773),  re di Sardegnaduca di Savoia,  Piemonte  ecc.

[47] Jean-Bonaventure-Thiéry Dumont, conte di Gages ( 1682 –  1753), Comandante degli eserciti spagnoli durante la campagna italiana (1742-1746) della guerra di successione austriaca.

[48] Johann Georg Christian von Lobkowicz ( 1686 –  1755) feldmaresciallo austriaco.

[49] Chiamata la Grande Cometa (formalmente denominata C/1743 X1), è stata una cometa non periodica nota per la particolare coda che sviluppò.

[50] Battaglia di Velletri (10-11 agosto 1744)

[51] Francesco III d’Este (1698 – 1780) Duca di Modena e Reggio.

[52] Filippo Scandellari (Bologna1717 –1801) scultore bolognese.

[53] Ubaldo Gandolfi (San Matteo della Decima, 1728 – Ravenna, 1781)  pittore , attivo principalmente a Bologna e dintorni.

[54] Alfonso Torreggiani (Budrio1682 – Bologna1764) famoso architetto bolognese.

[55] Giovanni Carlo Galli da Bibbiena (Bologna1717 – Lisbona,  1760) architetto e disegnatore italiano, appartenente alla famiglia di artisti dei Galli da Bibbiena.

[56] Antonio Schiassi (1718 – 1777) Scultore bolognese

[57] Antonio Rossi (Bologna,1700 – 1753) Pittore bolognese

[58] Marcantonio Franceschini (Bologna, 1648 –  1729) pittore  attivo principalmente a Bologna,

[59] Ercole Graziani (Bologna1688 –  1765) pittore .

[60] Una libbra era uguale a361,85 gr. Quindi la campana fu portata da circa 92 Kg. a 138.

[61] Angelo Carboni (Bologna 1720? – 1780) Pittore e scenografo

[62] Giuseppe Antonio Ambrosi (Bologna 1700 – 1764) Architetto.

[63] Forse si riferisce all’anno 1760 in cui praticamente avvengono gli stessi fatti anche se la descrizione è più dettagliata.

[64] Paolo Dardani (Bologna, 1728 – 1789)  Pittore di paesaggi e battaglie.

[65] I fumanti erano i cittadini del contado, in questo caso i notai non iscritti al Collegio della città

[66] Giuseppe Marchesi, detto il Sansone (Bologna,  1699 –  1771), un pittore italiano, attivo principalmente a Bologna. 

[67] Ubaldo Gandolfi (San Matteo della Decima 1728 –  1781) pittore, attivo principalmente a Bologna e dintorni.

[68] Robert Walpole, Conte di Orford ( 1676 –  1745) personaggio politico inglese.

[69] Pietro Scandellari (1711 – 1789). Pittore operante nel bolognese e in Romagna

[70] Ufficio dell’abbondanza e grascia. Curava l’approvvigionamento di vettovaglie, biade e legna per la città. Aveva il potere di censire i raccolti, di farli portare in città e di farli vendere al prezzo stabilito. Aveva potere di pronunciare bandi, di procedere contro contravventori e di emettere condanne.

[71] Francesco Orlandi (Bologna 1725 – 1804) famoso pittore di architetture e ornati.

[72] La Compagnia di Gesù stava per essere allontanata da vari Stati cattolici nella seconda metà del XVIII secolo. l’inizio fu nel 1759 quando i gesuiti furono espulsi dal Portogallo e dalle sue colonie.

[73] Cesare Gennari (Cento1637 – Bologna1688)  pittore erede della bottega del Guercino

[74] Leonardo da Porto Maurizio, al secolo Paolo Girolamo Casanova (1676 – 1751), ideatore e propagatore della pratica della Via Crucis; è stato proclamato santo da papa Pio IX nel 1867.

[75] Jacopo Alessandro Calvi, detto il Sordino (Bologna1740 –  1815), pittore e letterato  bolognese.

[76] La loro espulsione avvenne nel febbraio dell’anno successivo 1768.

[77] Maria Carolina d’Austria ( 1752 – 1814), nata arciduchessa d’Austria, divenne regina consorte di Napoli e Sicilia .

[78] Ferdinando I di Borbone(Napoli1751 –  1825re di Sicilia e di Napoli dal 1759 .

[79] Francesco III d’Este (1698 –  1780) duca di Modena e Reggio dal 1737 al 1780.

[80] Attuale Via A. Volta

[81] Fu una cometa di splendore eccezionale, di periodo lungo, vista l’ultima volta nel 1759. È stata poi anche chiamata la Cometa di Napoleone coincidendo con l’anno della sua nascita.

[82] l pomerania o volpino di Pomerania è una razza di cane che prende il nome dalla regione europea della Pomerania

[83] Giampietro Zanotti Cavazzoni (Parigi1674 – Bologna1765) pittorestorico dell’arte e poeta.

[84] L’erisipela è un processo infiammatorio della cute.

[85] Fin qui si dovrebbe trattare prima del lato est di via Matteotti poi di quello ovest comprendendo la piazza. L’altro tratto dovrebbe essere l’attuale via Ugo Bassi venendo alla piazza.

[86] Giorgio III di Hannover. ( 1738 –  1820) re di Gran Bretagna e d’Irlanda dal 25 ottobre 1760 

[87] Tralasciando i fornai che cuocevano solo il pane confezionato da altri, c’erano i fornai da impasteria che trasformavano la farina portata dai privati in pane di cui una parte restava loro e vendevano, il pane degli avanzi o pane di ruzzolo. L’altro tipo era il fornaio da scaffa che comprava direttamente la materia prima e vendeva il pane. È quello che qui il Cavazza chiama pane venale.