Una bambina castellana di otto anni durante la seconda guerra mondiale

Scritto da Marisa Marocchi

Premessa

Alla fine del primo anno di pandemia (2020), ho accennato alla mia esperienza di bambina durante la seconda guerra mondiale, sostenendo che l’uscita da quella esperienza, mi dà ora la speranza  di uscire  anche da questa difficile situazione. Mi è venuta così l’idea di raccontarvi, una parte di ciò che di quell’esperienza ricordo. Nel 1944 avevo sette anni, avrei compiuto gli otto a fine anno, ma qualche ricordo è anche antecedente.

(Ho inserito  nel racconto qualche parola di dialetto, di cui do accanto la traduzione)

1 – Incursioni aeree e arrivo dei tedeschi

Dopo la proclamazione dello stato di guerra, i fascisti promossero la raccolta dell’oro per la Patria. Ne sentii parlare in casa, il nonno non era d’accordo che nonna dovesse aderire, ma lei aveva paura che a non farlo, potessero esserci delle ritorsioni sulla famiglia.  Gli unici oggetti d’oro che possedeva erano gli orecchini  e la fede, per cui decisero per quest’ultima. La raccolta era stata organizzata in Montagnola. C’era tanta gente, sembrava una festa, avevano messo un largo recipiente metallico, poi qualcuno scriveva il nome di chi contribuiva e nonna consegnò la sua fede, la vargàtta, che andò a finire nel recipiente dove c’erano già altri oggettini. Il rammarico per lei non era la perdita della fede matrimoniale, ma l’idea di aver contribuito, anche se con poco,  a finanziare una guerra di aggressione, ed aver dovuto subire un ricatto morale. La guerra cominciò a farsi sentire anche qui, con i bombardamenti aerei. Quando suonava  l’alèrum, l’allarme, si scappava fuori di casa, specialmente chi, come noi abitava all’ultimo piano, si andava verso la  campagna, dalle parti della collina per allontanarsi dal paese, dalla ferrovia e dalla via Emilia, vie strategiche per i rifornimenti militari e più facilmente prese di mira. Con mamma e nonna scappavamo lungo la via Viara, e se sentivamo già il rombo degli  aerei, ci nascondevamo sotto il ponticello che dà accesso al cimitero, altrimenti, andavamo fino alla Scortichina. Allora sulla destra, quando era solo campagna, c’era un profondo avvallamento, con un tunnel che passava sotto la via Viara, e sbucava nei campi fra le proprietà Magistretti e Pirotti-Scardovi. Lo attraversavamo e ci fermavamo lungo la cavdàgna, la capezzagna, restando all’ombra delle acacie, ad aspettare che suonasse il cessato allarme.  Per fronteggiare queste uscite inaspettate, nonna teneva pronta la borsa, con dentro quei  pochi soldi che aveva, le lettere di zio Giorgio militare, ed il mio salvadanaio che conteneva poche lire. Poi, per evitare queste fughe, anche pericolose nel momento in cui i aparécc’, gli aerei, stavano per arrivare sul paese, fu deciso che si andava via la mattina, dopo che nonna aveva preparato qualcosa da mangiare e si ritornava nel tardo pomeriggio. Non eravamo le sole a godere di quegli spazi, per cui ci dividevamo le ombre delle acacie con altri. Percorrendo la capezzagna, si giungeva al vecchio macero che penso fosse pressappoco dove oggi c’è il laghetto. Lungo un fossato, c’era un tubino da cui usciva acqua sorgiva, e da lì prendevamo quella fresca da bere. Durante uno di questi percorsi, mamma scoprì un nido di uccellini, mi fece vedere le piccole uova, maculate di azzurro; trovammo anche un giglio rosso su una scarpata e i fiordalisi ai bordi di un campo di grano. Un poco di poesia campestre in mezzo a tante ansie, era quanto meno un aiuto per una bambina della mia età. Dalla collinetta del Mortizzo, qualche volta scendevano i bambini figli di Magistretti e ricordo quando Piero invitava il fratellino minore a dire il suo nome, e quello prontamente rispondeva: Giulio Mangiastricchetti. Una cugina di nonna, sfollata qui da Bologna per paura dei bombardamenti, aveva portato la sua radio a casa nostra, così di nascosto, qualche volta il nonno ascoltava Radio Londra, che dava notizie in lingua italiana, sulla guerra in corso e trasmetteva messaggi in codice. Aiutavo il nonno a sintonizzarsi sulla stazione, all’ora fissata, perché non sapeva leggere. Non ero in grado di comprendere il contenuto di quelle notizie, ero troppo piccola, ma ricordo uno dei messaggi: “I portici sono lunghi”, neppure ho mai dimenticato la sigla che apriva la trasmissione, suonata col tamburo: tu-tu-tu-tu…. tum….tum…. Allora non sapevo che fosse l’attacco della Quinta sinfonia di Behetoven. Poi, i fascisti, temendo quella voce  a loro così contraria, imposero di piombare le radio, in modo che il cursore non potesse più entrare nello spazio in cui si captava Radio Londra.  Così fu anche per la nostra radio, avuta in custodia. Pochi giorni dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, arrivarono anche a Castello le truppe tedesche ed imparai una parola nuova: invasione.  La guerra si inaspriva ed i pericoli erano sempre maggiori. Avevo ascoltato alla radio il proclama di Badoglio e mi avevano spiegato che i nemici di prima erano ora coloro che ci avrebbero liberati dai  tudéssc, dai tedeschi;  questi ultimi non erano più amici, ma diventati pericolosi nemici invasori. Giorgio, il fratello di mamma, che chiamavo solo per nome e mai con l’appellativo di zio, perché quando nacqui lui aveva solo 13 anni, dopo l’8 settembre, da militare fu fatto prigioniero in Albania, e portato in campo di concentramento in Germania, cosa che imparammo solo alcuni mesi dopo.

2 – La famiglia sfolla in campagna

Visto il pericolo dato dai bombardamenti, all’inizio del 1944 chiusero le scuole e con rammarico, lasciai a metà la seconda classe elementare. Per cercare di fuggire a quei  pericoli e cessare il viaggio giornaliero alla Scortichina, nella tarda primavera, il nonno chiese all’amico Callisto Scappi se poteva ospitarci presso casa sua nel podere Picchio di Liano. La risposta fu affermativa e ognuno di noi partì con delle cose sotto braccio o nelle sporte. Io portavo la borsa di scuola con il sillabario, i quaderni e il libro di Pinocchio. Poi il nonno e mio cugino Silvano (di 8 anni maggiore) con la carriola, trasportarono i materassi, un poco di stoviglie ed anche noi a dvinténn di sfulè, diventammo degli sfollati. Al Picchio ci sistemammo int la caséina, nella cascina, il locale sopra la stalla, che al momento non era occupata dal fieno, che era invece nella casella. Dei cavalletti di legno e delle assi, costituirono il letto di noi femmine, su cui furono appoggiati i  materassi, mentre Silvano ed il nonno, fecero il loro giaciglio  a terra, sopra la paglia. I chiodi attaccati al muro, servirono da attaccapanni, il resto fu messo in terra sotto il letto, dentro le sporte o sulla paglia. Non eravamo i soli in quel locale, perché in un secondo tempo venne anche Chicân, Francesco, che da anni coltivava  un pezzo di vigna nel podere di Callisto, poi i Forgnoni, i nonni dell’amichetta Loredana. Chicân era uno di quei vecchi di una volta, che mentre c’era l’uva in maturazione, abitava lì nella vigna, dormendo sotto una capanna di frasche, mangiando in solitudine sempre nella sua capanna e andando a casa di Callisto, solo per prendere l’acqua dal pozzo. L’accesso alla cascina era dalla corte e, per salirci, bisognava usare una scala a pioli, che restava sempre appoggiata al vano di accesso, per cui di notte, la porta veniva solo accostata, mai chiusa perché se si fosse spostata la scala, poi non saremmo riusciti a scendere. Pur con le difficoltà del momento, restavano anche spazi di buonumore. Il nonno Forgnoni discusse un pezzo con Chicân, quando venne anche lui a dormire al chiuso, per stabilire da quale parte del vano avrebbe potuto mettere al pajarézz, il suo giaciglio, che comunque non doveva essere dalla parte dla sû Jussvéina. Lei poverina, la Giuseppina, si sentiva infastidita da una tale sceneggiata e scuoteva il capo, come a dire che il suo uomo aveva perso un po’ il senso della misura. I miei, invece, ne sorrisero divertiti. Callisto in casa  aveva altri ospiti: le sorelle con le loro famiglie e parenti acquisiti, una professoressa di Bologna con madre e bambino e noi; in poche parole da 5 persone di cui era composta la sua famiglia, ora attorno alla sua casa, si era passati a 23: un condoménni, un condominio! Gli alimenti principali: pane e pasta in particolare, erano razionati e per acquistarli, occorreva presentare la tessera annonaria che stabiliva, tramite dei bollini numerati, la quantità giornaliera spettante ad ogni persona. Se i bollini venivano finiti in anticipo, non si poteva comprare altro pane. I contadini erano obbligati a portare il grano all’ammasso, cioè era requisito dal governo, quindi non c’era il libero commercio né per il grano, né per la farina. Quando qualcuno riusciva a sottrarre delle quantità all’ammasso, si creavano le condizioni per il così detto mercato nero, cioè vendita a prezzi più alti e proibita per legge. In paese, ciò che si poteva comprare era poco ed in quell’estate facemmo una particolare dieta: un po’ di pasta a mezzogiorno, usando lo strutto di maiale (al gràs ed ninén) al posto dell’olio, e pomodori in insalata alla sera, consumati sul prato, sotto le querce, conditi solo con sale ed aceto, perché l’olio non si trovava più, in quanto eravamo isolati dal sud Italia, già sotto gli Alleati. Frutta e ortaggi, nonna li comprava dai contadini del posto, come pure latte e vino. A comprare il pane, e le altre cose, scendeva in paese mio cugino. Il cesso non c’era, né per noi né per gli altri. Bisognava andare dietro il porcile, dove c’era la latrina all’aperto e l’erba serviva da carta igienica. La cosa bella di quella posizione, era il panorama, ma anche l’albero di fichi, che Callisto aveva concesso gratuitamente ai miei nonni, come integratore alimentare. Nel porcile c’erano i maiali e int un stalàtt, in un vano da sola, ci stava Rusân la trójja, Rosonala scrofa, che in quel periodo figliò. Un mattino mi chiamò la nonna Maddalena, la mamma di Callisto, e mi mise in braccio uno dei maialini nati nella notte. Era rosa, pulito, caldo e pesante che facevo fatica a reggerlo. Dopo che l’ebbi coccolato, lo riportò dalla sua mamma e lui unito agli altri, si affrettò a cercare un capezzolo per succhiare il latte. Spesso li andavo a guardare dal buco dal buclèr, del truogolo;  era bello vedere la grossa scrofa sdraiata, con tutti i suoi piccoli intorno che, grugnendo, le davano delle gran testate contro il ventre, in cerca della titta.

3 – Vita in campagna e bombardamenti aerei                       

Intanto Callisto e i suoi continuavano il lavoro nei campi, al mattino e alla sera mungevano le mucche, così potevamo comprare il latte fresco; due volte al giorno le portavano a bere all’abbeveratoio accanto al pozzo. Per andare nei campi al lavoro i i mitéven al zäf, le aggiogavano, poi qualcun altro puliva la stalla. A proposito della stalla, ricordo l’odore pungente dell’urina che mi faceva lacrimare ogni volta che vi entravo. Era divertente vedere la mucca quando faceva pipì, perché sembrava si aprisse una fontana e bisognava starle lontani, pena una doccia calda e acida di schizzi. Delle bestie, mi stupiva il loro continuo ruminare e i grandi occhi mansueti. C’erano due mucche e due buoi. Io credevo che il bue fosse il marito della mucca e il papà del vitellino, invece mi dissero che il padre era il toro. Non riuscii proprio a capire quale fosse la differenza fra i due! In quel periodo venne anche la macchina per trebbiare il grano e per me fu una cosa nuova. Ma che puzza faceva quel motore e quanta polvere ! Nonna Maddalena si metteva sul prato a fare il formaggio, premendo le mani sulla formella piena, per far uscire al sariôl, il siero. Fece provare anche a me, ma le mie manine erano troppo calde e non andavano bene per quel lavoro. A volte metteva in tasca alla mia mamma un uovo, perché me lo desse da bere. Era buona, bonaria anche nell’espressione del viso, e bella tonda di figura. Mi fece pure provare a mungere, ma non  stringevo abbastanza i téttel, i capezzoli, temendo di far male alla mucca, e il latte non riuscì a zampillare dentro il secchio ! Io, Loredana di un anno maggiore e suo cugino, giocavamo assieme: a carte, alla ardupiarôla, nascondino, a fare la mamma, a raccontarci qualcosa, a rotolarci sull’erba del prato vicino all’aia. Quest’ultimo gioco però era il più pericoloso, perché si poteva capitare su una cacca di gallina ! E allora …… màmaaa….! Quando raccolsero i fagioli, misero i curnécc’, i baccelli, sull’aia a seccare. Qualche tempo dopo, percuotendoli con un bastone, fecero staccare i fagioli dala curnaccia, che poi raccolsero. Però nel batterli ce n’erano andati diversi in mezzo all’erba intorno all’aia, e la moglie di Callisto mi autorizzò a prenderli. Servirono per fare la minestra. Mi piaceva osservare e potevo muovermi con abbastanza libertà perché nel luogo non c’erano ancora pericoli. Così andavo nel pollaio a vedere la chioccia che covava, osservavo il tacchino quando faceva la ruota, i conigli che si nascondevano sotto la pila dei fasci di bacchetti e le galline, che alla sera si ritiravano per la notte, tutte sull’albero vicino al porcile. Ma… era tutto e sempre così bucolico ? No ! Gli aerei anglo-americani continuavano a bombardare, e se si abbassavano si temeva il mitragliamento, ma al Picchio non è mai successo. A Castello avevano già bombardato il palazzo del Credito Romagnolo, la biglietteria della corriera, la vecchia stazione del vaporino e quella ferroviaria. A volte ne passavano delle centinaia, tutti in formazione, che andavano verso nord a bombardare qualche città, chissà dove. Restavamo nascosti sotto il portico della stalla, finchè non erano passati tutti.  Il rumore stesso metteva paura, l’immaginazione faceva il resto.  Una volta di notte, vidi tutta la pianura a nord, completamente illuminata da centinaia e centinaia di bengala, che lentamente dal cielo scendevano verso terra.Gli uomini dissero che stavano bombardando su Ferrara o nei dintorni. Un giorno, portato dal vento, un bengala fu trovato in un campo del podere. Era composto da un piccolo paracadute di stoffa bianca, con dentro una lampadina a pila. Ogni tanto veniva da Callisto la contessa, un’anziana signora molto alla mano, proprietaria di un podere nella zona, presso cui abitava. Aveva fatto voto di non cambiarsi più la biancheria, fino a che  non fosse finita la guerra, e la cosa stava diventando preoccupante ! A vederla così non aveva più l’aspetto della nobildonna che era stata, ma piuttosto quello di un’arzdàura, diuna malmessa massaia di campagna. Seppi molti anni dopo, che da giovane era stata una donna molto decisa e intraprendente. Pare che il marito, per gelosia, quando si doveva assentare, a volte la chiudesse in camera ma lei, in accordo col contadino, si faceva portare una scala a pioli, scendeva dalla finestra, montava a cavallo e se ne andava a Bologna. Quello che non so, è cosa succedeva poi al ritorno !…

4 -I tedeschi si insediano al Picchio

Nel frattempo, durante l’estate era arrivata al Picchio un’autoblindo tedesca e lì fu impiantato il loro comando. Il gruppo dei militari, comandato da un maresciallo, si accampò nel podere confinante a 20 metri. dalla casa dov’ero ospitata. La cosa preoccupò molto gli adulti, perché la presenza  di un mezzo militare di quel tipo, aveva il cannone,  poteva essere obiettivo degli aerei e il comando tedesco un pericolo per i partigiani, che si aggiravano nei boschi vicini. L’autoblindo fu mimetizzata,  mascarè cun dal frâsc, mascherata con delle frasche, e posta sotto gli alberi dietro il pozzo. A noi bambini arrivò l’ordine perentorio di non avvicinarci mai ai tedeschi, anche se in quel periodo ebbero con i residenti un comportamento corretto e vivevano per conto loro. Avevano pure un cavallo e i grandi dicevano che con loro avevano un prigioniero russo. Un giorno mentre il prigioniero russo faceva sgranchire il cavallo nel prato, mi incantai a guardare l’animale. Il russo allora, captò la mia curiosità, mi prese in braccio  e mi mise sul cavallo, che non era sellato, ebbi paura di cadere e chiamai:- Mammaaa…! Mi dispiacque, perché poi i tedeschi lo sgridarono, mentre il suo era stato solo un gesto gentile. Il maresciallo comandante dei tedeschi era compito  nei modi e riuscì a comunicare con i residenti a mezzo della professoressa, parlando in francese. Così lei raccontò alla comunità del Picchio che il maresciallo era un professore, che le raccontava della sua famiglia, degli studi e parlava di letteratura, perché era un uomo colto. In caso di bisogno, lei faceva da  interprete. Era molto preoccupata di questa simpatia, perché le chiedeva notizie del marito, della sua famiglia. Suo fratello era un antifascista e capo partigiano, del marito non aveva notizie certe, ma credeva fosse con l’esercito alleato o loro prigioniero, per cui stava molto sul vago dicendo che erano militari, e che da tempo non aveva loro notizie, per timore che, tramite i fascisti, assumesse informazioni. Finchè fu estate ce la cavammo abbastanza bene. Per bere e lavare bisognava tirare a mano l’acqua dal pozzo, il problema era quello dell’igiene personale, in quanto sarebbe stato difficile salire su per la scala a pioli con un secchio pieno, poi l’acqua del pozzo era sempre molto fredda. Per cui, usando il catino, ci si nascondeva dietro un albero per lavarsi alla meglio. Lungo una cavdàgna, che dal Picchio portava verso il podere La Torretta, c’era una pozza che raccoglieva l’acqua di qualche fosso. Un giorno nonna ne approfittò per lavarsi un po’ meglio i piedi e le gambe, stando con la gonna sollevata, seminascosta da qualche canna quando, senza che se ne potesse accorgere, sopraggiunse in bicicletta il capo guardia Giordani. Ci fu imbarazzo da parte di entrambi, lui che passò oltre a testa bassa e lei che si asciugò alla meglio. Poi, superata la difficoltà del momento, si fermarono a parlare, scambiandosi informazioni e commenti sulle condizioni di vita. Intanto, gli adulti dicevano che la guerra stava andando male per i tedeschi, che gli Alleati erano già sui nostri Appennini, ma temevano che l’avvicinarsi dell’inverno, creasse un ristagno del fronte, proprio dietro le nostre zone, per cui gli uomini decisero di scavare un rifugio nel bosco, per essere più protetti. Fu così che il nonno, da bravo muratore, ispezionò con altri la zona e stabilirono il punto migliore per scavare. Divenendo capo cantiere e operaio scavò, assieme agli altri, un tunnel fatto ad U per avere con le due uscite, possibilità di fuga in caso di bisogno. Poi nel lato largo del tunnel scavò delle grotte, in modo che potessero accogliere i vari gruppi di persone e tenere in deposito un poco di risorse alimentari (dla rôba da magnèr). Un giorno uno dei tedeschi, avendo ucciso dei polli, chiese alla mamma se glieli pelava. Lei dapprima fu incerta, poi accettò; come compenso le lasciò i archèst, le rigaglie, più le teste, i piedi, la parte attorno all’ano e la stézza, la stizza. Erano raffinati, i ragazzi ! Però, questo dette modo alla mamma di fare un sostanzioso ragù. L’autunno intanto era arrivato, il fronte era fermo oltre Monte Calderaro e le granate cominciarono ad arrivare anche verso di noi. A quel punto il nonno decise che era ora di andare nel rifugio del bosco, perché la casa, col comando tedesco installato, era diventata troppo pericolosa. Frattanto, i tedeschi erano cambiati, avevano avuto un avvicendamento, il maresciallo era partito col suo gruppo.

5- Nel rifugio del bosco

Nel rifugio del bosco ci andammo noi, la famiglia della professoressa e altri, e vi portammo le poche cose che avevano.            Non volle scendere invece nel rifugio il nonno Forgnoni, nonostante le  sollecitazioni. Avvenne così che poco tempo dopo, una granata colpì la cascina e il nonno Forgnoni che era nel cortile da quella parte, rimase ucciso sul colpo. Il muro della cascina fu squarciato, proprio nei pressi del vano di entrata. Sono ancora incredula: l’avevamo scampata per un pelo! A quel punto anche gli altri che erano rimasti nella casa, si decisero a scendere nel rifugio del bosco, tranne Callisto, che non poteva abbandonare la casa e le bestie, che andavano giornalmente accudite. I tedeschi, intanto, cominciarono a minare diversi tratti dei campi, per creare attorno a loro una fascia di protezione;  questo rendeva pericoloso il territorio e sempre più difficile effettuare gli approvvigionamenti.  Poi cominciarono a razziare il bestiame e portarono via delle mucche ai contadini del luogo. Era questa la loro ricchezza,  era un dolore e una perdita enorme, perchè toglieva loro  la prospettiva del futuro. Le bestie erano indispensabili: per il lavoro nei campi, per la ricchezza che davano figliando; erano fonte di sostentamento, per il latte quotidiano che fornivano. Nel rifugio i nonni avevano la terza grotta. In quel cunicolo  che  passava dietro la prima e la seconda, arrivando alla terza, e nel quale si entrava chinati, trovò posto il materasso su cui dormivamo la mamma ed io. Nella prima grotta c’era la professoressa col bimbo, nella seconda la sua mamma, nella terza i nonni, poi oltre, Silvano e i  giovani, gli Scappi e i Romagnoli.  Dove dormivo, per isolare il materasso dal suolo, c’era la paglia e sotto il materasso, a fare da cuscino, c’era una lastra di arenaria; mi pareva di essere nella grotta come S. Francesco alla Verna.  Come quando eravamo  nella cascina si viveva al lume di candela, usata con molta parsimonia, fiammiferi compresi. Era ottobre, pioveva spesso, cominciava a fare freddo, per cui a letto andavamo vestiti ed il problema dell’igiene era ulteriormente peggiorato, perché il pozzo era su a casa, dove le donne non erano più tornate, causa le cannonate e i tratti minati. In basso, in fondo alla scarpata, correva il rio, e solo Silvano, perché più agile riusciva a raggiungerlo ed a portare su un poco d’acqua per cucinare.  Fu così che mi ritrovai péina ed pólls, piena di pulci che, succhiandomi sul collo mi lasciarono  peina ed bîc, piena di punture. Per cucinare, il nonno aveva raccolto dei grossi sassi che servivano a contenere il fuoco, perché si era in mezzo al bosco, su questi nonna metteva la pentola per cuocere le poche vivande che c’erano.  Però quando pioveva, e lo faceva spesso ed in modo forte, era un grosso problema. Se nonna cucinava, mamma le teneva l’ombrello aperto per proteggere lei ed il fuoco, perché non si spegnesse. Quando rientravano, erano bagnate entrambe. Non ricordo cosa si mangiava normalmente, ma due  cose sì. Nel mese precedente, quando eravamo ancora nella cascina, nonna aveva fatto il pane, tagliato a fette e poi rimesso in forno a biscottare, per poterlo conservare. L’aveva messo dentro a una fudràtta nàtta, una federa pulita, e l’aveva portato seco giù in rifugio ma, quando andò per utilizzarlo, era un arcobaleno di muffe colorate. Le venne da piangere dalla disperazione, poi con pazienza lei e la mamma, iniziarono a grattarlo con un coltello per staccare la muffa; c’era solo quello e bisognava adattarsi.  Poi anche quel poco che rimase dopo la pulitura finì ed allora con la farina pensarono di fare della crescente da cuocere sulla brace. Ma qui sorse il problema dell’acqua  per impastarla e la professoressa, per timore che quella del rio fosse portatrice di tifo, suggerì di impastare la farina col vino. Quello c’era perché i contadini, piuttosto che lo prendessero i tedeschi, ne avevano dato agli sfollati. Così si mangiò la  crescente rosa, perché il vino era rosso e da bere si bevve vino, bambini compresi, anche Mimmo che aveva tre anni. Non ricordo bene come passavamo le giornate, rintanati in quella grotta. Io avevo la mia borsa di scuola, col libro di Pinocchio di cui guardavo i disegni e leggevo qualche riga, poi giocavo un poco con Mimmo, gli facevo compagnia, sempre seduti in vàtta al tamarâz, sul materasso, e se i grandi parlavano,  ascoltavo. Ascoltavo e memorizzavo. È anche per questo che so e ricordo tante cose.

6- Lasciamo il bosco e torniamo a Castello

I partigiani informarono qualcuno degli uomini, con cui avevano contatti, che era pericoloso stare in questi rifugi, perché a Monte Calderaro i tedeschi vi avevano ucciso delle persone. Di notte, ma anche di giorno, per proteggerci dal freddo e dall’umidità, l’imboccatura della grotta era protetta da un panno, che fungeva da tenda. Era ottobre inoltrato, forse inizio novembre. Una notte sentimmo del tramestio, dei passi e delle voci: erano  tedeschi. Poi, la luce di una torcia illuminò la tenda. Eravamo tutti spaventati, perchè non erano mai venuti nel rifugio.  Cosa cercavano?  La tenda si scostò e con tono di voce non di comando, un tedesco chiese della professoressa. Era il maresciallo che già conoscevamo, era venuto a salutarla, perché sarebbe andato lontano da queste zone; era venuto da amico, non si fermò molto, non so cosa si dissero, ma fu senz’altro l’ultima volta che lui vide quella signora. Chissà cosa avrà provato, come avrà fatto ad arrivare fino li, visto che era stato trasferito in altro posto. Lei era più imbarazzata del solito, perché era una donna di non molte parole, fine di modi ma anche molto riservata. Qualche adulto diceva che il maresciallo se ne fosse innamorato e credo che con questa visita  abbia confermato, quanto meno, una forte simpatia. È umano amare. Chissà se i sentimenti avessero prevalso anche quando comandava i suoi uomini, o era anch’egli un tedesco come tutti gli altri?  Si sarà salvato o sarà perito durante la drammatica ritirata e il passaggio del Po?  Non  lo sapremo mai. I cannoneggiamenti erano frequenti, il vitto scarseggiava, mancava persino l’acqua e quella tana poteva diventare pericolosa, il fronte era già troppo vicino. Il nonno disse che era meglio ritornare in paese, dove potevamo stare in cantina, e qualcosa da mangiare si poteva trovare. Silvano, mio cugino, era già sceso da qualche giorno. Così verso la fine novembre del 1944, con la carriola e le nostre poche cose sopra, ci apprestammo a fare ritorno a Castello. La professoressa mi chiese se le potevo lasciare il libro di Pinocchio, per intrattenere Mimmo, finchè anche loro non fossero riusciti a ritornare in paese. Mamma mi autorizzò e glielo lasciai, volevo bene al bimbo e lei era  stata generosa con noi; era un bel ricordo, avevo solo quello di libri, ma me ne separai senza troppo soffrirne.  Pioveva sempre e piovve anche quel giorno. Risalimmo il bosco, dovemmo camminare dove avevano insegnato al nonno di andare, per non incappare nelle mine, e arrivammo sulla via Trucca. Quando fummo in fondo alla gola del Tiro a segno, trovammo che la strada era tagliata trasversalmente, proprio nei pressi dal puntgen, del ponticello, che scavalca il rio. La carriola  ch’la zirléva, che cigolava, segnalò il nostro arrivo e un soldato tedesco armato si presentò, chiese dove dovevamo andare, guardò cosa avevamo, e visto che non eravamo pericolosi, dispose una tavola di legno sulla fossa e ci fece passare. Poi ritirò la tavola. Arrivammo finalmente a casa, dopo circa sei mesi di assenza. Ero spaesata, ma ero fuori dalla tana, si poteva accendere il fuoco, mangiare stando seduti su una sedia e appoggiati alla tavola, ritornare persone civili. No, non era così, perché la guerra non era finita, e stare in quell’appartamento era pericoloso per le cannonate che potevano colpirlo. Dei vicini di casa, non c’era traccia. Fu una brutta sensazione. I nonni si dettero quindi da fare per trovare un’altra sistemazione. Il giorno dopo lasciammo l’appartamento e cominciammo a vivere in questo modo: di giorno stavamo in bugadarì, in lavanderia, al piano terra dove c’era il camino e si poteva cucinare e di notte andavamo a dormire nella nostra cantina sotterranea. Non c’era più la corrente elettrica e anche le fontane non funzionavano sempre. Bisognava tirare l’acqua dal pozzo, che da tempo non veniva pulito, quindi andava sempre bollita, e l’acqua bollita, non è molto buona da bere, ma in mancanza d’altro  …bevemmo anche quella ! La lavanderia dava su un cortile; aveva accesso da via Palestro e da via S. Martino, quindi accessi diversi da quello che portava alla nostra cantina, che era da piazza Galilei (ora Acquaderni). Di sera c’era il coprifuoco e i portoni dei fabbricati venivano sbarrati, allora Bartolomeo Lasi (Bartlén) si offrì di farci passare da casa  sua che aveva una porta sul cortile dove c’era la lavanderia,  per scendere in cantina, e così anche  al mattino per risalire.

7- Vita da reclusi

In lavanderia, ci dormiva la famiglia del nostro vicino Tilén, Otello Longhi, e due donne anziane. Per cui, quando salivamo noi dalla cantina, nonna accendeva il fuoco, gli altri  rifacevano i loro letti e si rifugiavano da altra parte. Poco tempo dopo, Otello, rimase ferito per l’esplosione della granata in piazza che uccise sette persone, gli fu amputata una gamba e stette molti mesi in ospedale a Bologna, fino alla liberazione. Fu invece fra i colpiti a morte Lasi, il marito di una delle anziane, che dormiva in lavanderia. Tutte le famiglie del palazzo che avevano la cantina, l’usarono per viverci, alcune avevano accesso da piazza Acquaderni, altre da via S. Martino, però erano collegate tra loro attraverso quella dell’osteria ed Jacmén, Giacomo, e questo dava sicurezza. È bene ricordare che nelle cantine sotterranee, la temperatura in inverno è più calda, rispetto a quella esterna. Eravamo ritornati all’umanità delle caverne, la gente aveva perfino cambiato modo di parlare, perché per farsi capire dai tedeschi,  usava tutti i verbi all’infinito: io andare, io fare, io parlare, abitudine che spesso restava anche parlando fra di noi. Mentre prima, quando erano in arrivo i bombardieri c’era la sirena che dava l’allarme, con il cannoneggiamento invece, si udiva al féssti, il sibilo, e un attimo dopo avveniva lo scoppio, non c’era modo di essere pre-avvertiti e premunirsi. Nonna riusciva ad avere dall’amico macellaio Pistultén (Matteucci), le ossa delle bestie che venivano macellate per conto dei tedeschi, e con quelle faceva il brodo e spàss…. ui îra da brôd, e spesso c’era da brodo. Le parti grasse del bovino che le dava il macellaio, nonna le passava in padella per ricavarne al séi, il sego, da usare poi al posto dello strutto per condire o friggere. Lo strutto (al grâs ed ninén) non si trovava più.  Per fortuna a quell’epoca non sapevamo nemmeno che esistesse il colesterolo! Mangiare la minestra condita col sego, aveva l’effetto che si rapprendeva in fretta (la s’inpiéva in fûria), per cui bisognava mangiare veloci. Tanto per capirci, col sego si facevano le candele steariche! Se non c’era la farina per fare la sfoglia, nel brodo si faceva la zuppa, la sóppa, con un poco di pane. Era inverno, non c’erano uova perchè le galline col freddo smettevano di farle; allora non c’erano gli allevamenti riscaldati, e nonna non era riuscita a mettere quelle nel bagno di calce. Così, se c’era la farina, mamma faceva la sfoglia impastandola solo con l’acqua, oppure faceva i moffantini coi fagioli. Credo che le nostre donne di allora avrebbero ben meritato la laurea ad honorem in economia domestica, perché riuscivano a riutilizzare tutto. Intanto nella ex stalla del cortile (era quello un vecchio palazzo del settecento, fatto costruire da Galeotto Pichi della Mirandola), per conto dei partigiani, il fratello di Silvano aveva portato due mucche, e dopo qualche tempo, a quella gravida nacque il vitellino. Un giorno lo fecero uscire nel cortile, e noi quattro bambini tutti dietro per toccarlo e prenderlo per la coda, ma quello non gradì tante attenzioni e cominciò a scalciare con le zampe posteriori, così facemmo presto a ritirarci dall’arena. Io non lo ricordavo, ma mi diceva Silvano che, per evitare che i tedeschi potessero requisire le mucche, aveva attaccato un cartello alla porta che dava sulla via Palestro con la scritta MORBILLO in tedesco. Essi temevano molto le malattie infettive, perché non c’erano medicine in giro, l’idea funzionò, le mucche furono salvate e vennero poi macellate per fornire carne alla popolazione,  venduta presso la  macelleria della bassa. Da mesi non avevamo più notizie di Giorgio, prigioniero in Germania. La fortuna dei bambini è che non avendo esperienza, non capiscono tutta la gravità delle situazioni. Avevo paura dei tedeschi e dello scoppio delle granate, ma quando c’era un po’ di calma, e non era troppo freddo, giocavo in cortile con i cuginetti e con Anna, di qualche anno più grande di me; questo scaricava le tensioni e anche l’emotività. Un giorno si divulgò la notizia che i tedeschi avrebbero abbattuto tutte le case di via Palestro e che si affacciavano dall’altra parte verso il fiume (erano quelle davanti al  fabbricato dove stavo in lavanderia). Avevano già minato e distrutto le scuole e l’ospedale, per cui in paese funzionava solo un Pronto Soccorso. Credo fossimo all’inizio del 1945, non ricordo la data  esatta. I giorni successivi furono molto tristi, perché i tedeschi abbatterono, minandoli, il palazzo Bianchi, la vecchia chiesa sconsacrata di S. Francesco (ora ufficio postale) e il palazzo Dalmonte (ora fondazione Bollini). Il fragore, al fracâs, provocato dall’esplosione delle mine, quello delle strutture che crollavano, la polvere che si sollevava, furono traumatici (una brótta bôta); in quel momento non crollavano solo i palazzi, sembrava crollasse anche la vita. Csa sréll suzèst ancäura? Cosa sarebbe successo ancora?

 

8-Poi, la liberazione !

Sentivo dire che ogni tanto compariva per le vie del paese la macchina nera, con a bordo dei fascisti che venivano da fuori, e di cui la gente aveva molta paura. Cercavano i ribelli, così chiamavano i partigiani, mentre i tedeschi addirittura li chiamavano banditen. Ogni tanto i tedeschi facevano dei rastrellamenti, per avere mano d’opera cui far scavare le loro trincee difensive. Gli uomini, se presi, temevano di essere poi deportati e chi captava la situazione, se ne stava ben rintanato. Sentivo parlare dei timori di essere portati fino al Po, che mamma mi disse essere un grande fiume. Silvano, fu preso con altri dai tedeschi e messi tutti a scavare le trincee nel terreno dietro l’ospedale ed aveva il papier che l’autorizzava a entrare in quella zona. Oggi diremmo il pass. In paese era tutto sbarrato, sia le finestre che davano sulle strade, sia  le porte di accesso ai palazzi; gli uomini giravano possibilmente attraverso le cantine (c’erano dei camminamenti di collegamento) e non tutti sapevano chi fra di loro fosse un partigiano. C’era sempre il rischio che qualcuno potesse fare la spia. Se i tedeschi bussavano ai portoni sulla strada, nessuno apriva. Poi un giorno ci fu molta agitazione in giro, e sentii parlare di qualcosa successo al Pronto Soccorso, della macchina nera che girava per Castello, ma allora non seppi molto di più. Gli adulti erano preoccupati, parlavano a mezze parole, avevano più paura dei giorni precedenti. Qualche tempo dopo, il nonno raccontò che i tedeschi (o i fascisti ?) avevano arrestato una quindicina di persone, conosciute come anti-fascisti e le avevano imprigionate dentro un locale di servizio della chiesa del Crocefisso. Gli uomini erano molto preoccupati perchè sapevano delle rappresaglie che avevano fatto in altri posti, uccidendo gli ostaggi e coloro che aiutavano i partigiani;  temevano seriamente che la vita di questi castellani potesse essere in pericolo. Avevano preso anche il macellaio Pistultén, che era il quasi suocero del comandante partigiano Polino. Solo dopo la fine della guerra seppi che, non trovando però il corpo della loro spia scomparsa, dopo essere entrata al Pronto Soccorso (di questo si trattava), non ritennero di effettuare una rappresaglia e, dopo diversi giorni, i fermati furono liberati. Anche se molte cose non le capivo, e non ero una bambina piagnucolosa, la paura però l’avevo, soprattutto dei tedeschi, ora più incattiviti per le difficoltà che avevano, perché stavano perdendo la guerra. Avevo paura delle cannonate, perché improvvise e di cui non potevo capire dove sarebbero scoppiate le granate sparate. Durante la notte mi svegliavo con improvvisi scossosi nervosi, incontrollabili, che mi sarebbero durati  per tanto tempo dopo la liberazione. Le braccia affettuose della mamma non erano sufficienti a calmare tutte le paure accumulate e che avevo dentro. Poi, una mattina verso le sei e tre quarti, mentre eravamo ancora in cantina a letto, dalla strada giunse una voce che, proprio in dialetto, disse:  –  Zänt, a sän liberè ! Gente, siamo liberati, ci sono i nostri soldati con gli alleati!Ci alzammo in fretta, era il 17 aprile 1945, salimmo in strada alla luce del sole, finalmente! Le campane dell’anima cominciarono a suonare a festa. Cosa ricordo di quei momenti?  Il bisogno di scoppiare in un pianto liberatore.   Erano finite le paure, c’era tanto bisogno di riprendere a vivere, di pace, di tornare alla normale vita della famiglia, con tutti attorno alla tavola e Giorgio con noi. C’era il bisogno di ritrovarsi, con i compagni di scuola e con i parenti lontani, di cui da tempo non si sapeva nulla. In quel 17 aprile, ero, eravamo rinati a nuova vita. Le scuole furono aperte a maggio, io ripresi e finii  la seconda classe elementare, ed a metà luglio 1945, avevo già la pagella con la promozione in terza. Avevo perso un anno, ma ero viva! Sono cresciuta.  È  passato molto tempo, il numero 8 dei miei anni di allora, è ora seguito dal 5. Sono cresciuta come una persona normale, nonostante il travaglio e le privazioni che la guerra mi ha fatto vivere da bambina, condizioni che, come avete potuto capire, non sono da confrontare con quelle che stiamo provando ora,  a causa del Covid-19. È uguale invece il dolore  provato da coloro che perdono un loro caro.

I castellani che morirono causa la guerra,  furono:

132  caduti militari   34  caduti partigiani    236  caduti civili

Per un totale di 402 persone. Non conosco  invece il numero di quanti rimasero feriti e mutilati.

Adesso siamo nel 2022. I sacrifici che ora ci richiedono, valgono per  salvarci la vita (salvarci al plurale), contro questo nemico  invisibile.

Noi, allora,  ce la facemmo a rinascere.  Io sono arrivata fino  qui, e con questa esperienza sono convinta, ho la speranza che ce la faremo anche questa volta, tutti insieme, aiutandoci, e facendo attenzione a salvaguardare  la salute e la pace,  nostra e degli altri !

Vi auguro che un giorno, fra 50-60 anni ch’a sîdi vuèter zóvven a cuntèr la vostra esperiänza d’incù, che siate voi giovani a raccontare la vostra esperienza di oggi, derivata dalla pandemia di  questi due anni.

Hanno collaborato: Lia Collina

Comune di Castel San Pietro Terme Assessorato alla Cultura

Associazione Culturale Terra Storia Memoria Gruppo del dialetto

A.N.P.I. Castel San Pietro Terme

La castellana  Marisa Marocchi   di formazione  professionale amministrativa, dopo il pensionamento si è dedicata a ricordare il passato. Ha scritto ciò che ha trovato di cambiato e che ricorda, nel modo di vivere della nostra comunità dalla fine della guerra  in poi. Ha raccontato i veloci cambiamenti avvenuti nell’ambiente, nel panorama, nelle professioni artigianali, nel commercio, nel modo di parlare e nel modo di vivere la quotidianità della casa e del tempo libero.

Fanno parte di questi suoi ricordi, i seguenti lavori:

C’era una volta… il mio paese (2013)

C’era una volta… la gente di campagna (2015)

Le vecchie botteghe di Castello (2018)

Per tener vivo il nostro dialetto, collegandosi al lavoro

di Giorgio Biondi,  ha curato per l’Associazione

Terra Storia Memoria i vocabolarietti, dedicati ai seguenti

lavori e mestieri:

I lavurîr in campàgna (2018)

L’amstîr dal muradâur, dal calzulèr e dal sèrt (2018)

L’amstîr dal bruzâi (2019)

L’amstîr dal falegnâm ( assieme a Giorgio Biondi- 2021)

L’amstîr dal frâb, dal ramêr e d un quêlc èter (2021)

La cânva e chi u la lavuréva  (2022)